Introduzione — Doveri dei Mariti
I doveri dei mariti secondo il Nuovo Testamento costituiscono una halakhah — un «cammino» (derech) regolato da comandi precisi, non un'istituzione affidata ai soli sentimenti. La pagina raccoglie quattordici comandi di Paolo e Pietro che codificano un'etica coniugale distinta: il marito non è padrone ma servo della moglie, non per indebolimento dell'autorità ma per configurazione al modello cristologico. La radice veterotestamentaria è Genesi 2:24 — «una sola carne» — che Paolo legge come icona dell'alleanza tra Cristo e la Chiesa. Questa lettura porta a compimento la tradizione dell'amore coniugale dell'AT senza abrogarla: il chesed dell'AT diventa agapē del NT, amore sacrificale che dà se stesso.
Paolo comanda: «Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (Ef 5:25). Il verbo greco è ἀγαπᾶτε (agapāte) — presente imperativo, azione continua e non puntuale: non un atto una tantum, ma uno stile di vita permanente. Il modello è cristologico: «καθὼς καὶ ὁ Χριστὸς ἠγάπησεν» — «come anche Cristo ha amato». Non si chiede al marito di amare «molto» o «abbastanza», ma di amare con la stessa misura del dono della croce. Ef 5:28 aggiunge la dimensione corporea: «i mariti devono amare le loro mogli come i loro propri corpi» — ὡς τὰ ἑαυτῶν σώματα (hos ta heautōn sōmata) —, fondando il dovere coniugale sull'unità ontologica della carne. Giovanni Crisostomo, commentando Efesini, sottolinea che chi governa la propria casa con saggezza è già formato per guidare la comunità: il marito che ama la moglie come se stesso porta a compimento il precetto levitico del prossimo nella forma più prossima possibile.
Accanto al comando positivo Paolo pone un divieto: «non v'inasprite contro a loro» (Col 3:19). Il greco μὴ πικραίνεσθε (mē pikrainesthe) indica un'amarezza covata, un rancore che corrode la relazione dall'interno. Paolo lo proibisce come anomia coniugale. Pietro precisa la modalità della convivenza: «convivete con esse con la discrezione dovuta» — κατὰ γνῶσιν (kata gnōsin), secondo conoscenza e discernimento. La moglie è qualificata come «vaso più debole» non come inferiorità ontologica ma come fondamento per un onore deliberato: ἀπονέμοντες τιμήν (aponemōntes timēn), assegnando onore come atto strutturato. Pietro aggiunge la motivazione teologica: moglie e marito sono «συγκληρονόμοις χάριτος ζωῆς» — coeredi della grazia della vita —, il che fa del disprezzo coniugale un ostacolo alla stessa preghiera (1Pt 3:7).
Paolo affronta con franchezza la dimensione sessuale del matrimonio: «Il marito renda alla moglie quel che le è dovuto» (1Cor 7:3). Il termine ὀφειλομένην εὔνοιαν (opheilomenēn eunoian) — la benevolenza dovuta — è un termine di obbligazione, non di facoltà. La tradizione rabbinica conosce il concetto di onah — l'obbligo coniugale del marito verso la moglie — come dovere strutturale dell'alleanza matrimoniale; Paolo radica questo principio nell'unità ontologica dei corpi. «La moglie non ha potestà sul proprio corpo, ma il marito; e nello stesso modo il marito non ha potestà sul proprio corpo, ma la moglie» (1Cor 7:4). La mutualità è perfetta. L'unica astensione consentita è temporanea, consensuale, finalizzata alla preghiera: «di comun consenso, per un tempo, affin di darvi alla preghiera; e poi ritornate assieme» (1Cor 7:5). Paolo comanda il ritorno alla vita coniugale con la stessa autorità con cui concede la pausa liturgica.
Paolo conclude con i principi sulla stabilità: «il marito non lasci la moglie» (1Cor 7:11). La norma è categorica. Anche nel caso di matrimonio misto con un coniuge non credente che acconsente alla convivenza, Paolo comanda di non sciogliere il vincolo (1Cor 7:12-13). Il valore teologico della fedeltà supera la differenza religiosa: il coniuge non credente è «santificato» dalla relazione con il credente. Il comando di 1Cor 7:27 — «Sei tu legato a una moglie? Non cercare d'esserne sciolto» — codifica la fedeltà come halakhah permanente.
- Amare con continuità, non per stati d'animo: Paolo usa il presente imperativo. L'amore coniugale è una pratica quotidiana, non una risposta emotiva contingente. Alzarsi la mattina con la decisione di amare concretamente la propria moglie è il primo atto dell'halakhah coniugale.
- Onorare attivamente, non solo non offendere: Pietro comanda di assegnare onore — atto positivo. L'uomo che semplicemente non insulta la moglie non ha ancora obbedito al comando apostolico. L'onore si esprime in gesti concreti, parole costruttive, riconoscimento pubblico.
- Non covare amarezza: Il divieto di Col 3:19 riguarda il rancore interiore, non solo le parole. Perdonare in modo radicale e non accumulare risentimenti è obbedienza apostolica.
- Rispettare la mutualità nel vincolo coniugale: L'insegnamento di Paolo in 1Cor 7:3-5 richiede sensibilità e comunicazione continua tra i coniugi. Le decisioni che riguardano il corpo dell'altro si prendono in accordo, non unilateralmente.
- Custodire la fedeltà come scelta irreversibile: «Non cercare di esserne sciolto» (1Cor 7:27). Il marito cristiano non tratta il matrimonio come un contratto rescindibile ma come un'alleanza permanente, tenuta in piedi non dall'emozione ma dalla volontà obbediente al comando di Cristo.