Ministero di Guarigione

I comandamenti di Cristo sul ministero di guarigione, la preghiera per i malati e l'unzione degli infermi. Testi NT, contesto ebraico e applicazioni.

Introduzione — Ministero di Guarigione

Il ministero di guarigione non è un'espressione carismatica straordinaria riservata a figure eccezionali: è halakhah apostolica normativa, parte integrante del mandato missionario che Gesù affida ai Dodici e poi ai Settantadue. Il collegamento strutturale tra proclamazione del regno e segno della guarigione è esplicito fin dall'invio dei discepoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10:7-8). La guarigione è segno del regno, non fine a se stessa.

Il mandato apostolico: guarire come proclamare

I tre registri del mandato missionario — predicazione, guarigione, esorcismo — sono inseparabili nel Nuovo Testamento:

Testo Mandato Dimensione
Mt 10:7-8 Predicate + guarite + scacciate Segno del regno vicino
Lc 9:1-2 Potere e autorità su demoni e malattie Agente: dynamis apostolica
Lc 10:9 Guarite i malati, dite: il regno è vicino Guarigione come annuncio
Mc 16:17-18 Imporranno le mani sui malati Promessa post-risurrezione

Luca 9:1-2 specifica la struttura del mandato: Gesù «conferì loro potere e autorità su tutti i demoni e per sanare le malattie» — il potere (dynamis) e l'autorità (exousia) non provengono dal discepolo ma sono delegati da Cristo. La guarigione apostolica non è abilità personale ma esercizio del mandato ricevuto.

Atti 3:6-8 mostra il pattern concreto: Pietro dichiara «nel nome di Gesù Cristo il Nazareno alzati e cammina» — il nome di Gesù è la fonte della potenza terapeutica, non la santità personale dell'apostolo. Atti 5:15-16 registra l'estensione del ministero nella Chiesa primitiva come conseguenza della presenza apostolica, non come eccezione miracolistica.

La struttura ecclesiale del ministero di guarigione

Giacomo 5:14-15 stabilisce la forma liturgico-ecclesiale del ministero: «Qualcuno è malato tra voi? Chiami a sé gli anziani (presbyteroi) della Chiesa, e preghino su di lui dopo averlo unto con olio nel nome del Signore. La preghiera fatta con fede salverà il malato». Tre elementi normativi:

  • Gli anziani (presbyteroi) come ministri: la guarigione ha struttura ecclesiale, non individualistica
  • L'unzione con olio nel nome del Signore: dimensione liturgica sacramentale
  • La preghiera della fede: la guarigione è risposta alla fede della comunità, non performance del ministro

Il principio della gratuità in Mt 10:8 — «gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» — esclude qualsiasi mercificazione del ministero. La guarigione è dono trasmesso gratuitamente, non servizio professionale. Il dono di guarigione (1 Cor 12:9) è collocato da Paolo tra i charismata pneumatologici distribuiti dallo Spirito «a ciascuno come vuole» (1 Cor 12:11).

Il contesto halakhico: pikuach nefesh e Shabbat

Le guarigioni di Gesù di Shabbat non violano la Torah: applicano il principio halakhico della pikuach nefesh — la salvezza della vita supera le restrizioni sabatiche. La Mishnah Yoma 8:6 dichiara che è obbligatorio dare cibo o medicina anche in condizioni normalmente proibite quando è in gioco la vita di una persona. La Mishnah Shabbat 7:2 definisce le categorie di melacha vietata di Shabbat — ma il contesto della guarigione urgente rientra nell'eccezione della pikuach nefesh, riconosciuta dalla tradizione halakhica stessa.

Gli avversari di Gesù che lo accusano di violare lo Shabbat guarendo negano il principio halakhico più fondamentale della tutela della vita. Gesù non abolisce lo Shabbat: lo compie nella sua logica più profonda.

Come esercitare il ministero di guarigione oggi

  1. Connettere sempre guarigione e proclamazione del regno: Mt 10:7-8 insegna che il segno della guarigione è inseparabile dall'annuncio «il regno dei cieli è vicino». Guarire senza proclamare priva il segno del suo significato.

  2. Esercitare nel nome di Gesù, non nella propria autorità: At 3:6 mostra che il ministero si compie «nel nome di Gesù Cristo il Nazareno» — l'agente è Cristo risorto, il ministro è strumento del suo nome.

  3. Rispettare la struttura ecclesiale: Gc 5:14-15 stabilisce che il ministero ordinario di guarigione passa dagli anziani (presbyteroi), dall'unzione e dalla preghiera comunitaria.

  4. Pregare per i malati con fede: Gc 5:15-16 lega la guarigione alla «preghiera fatta con fede» — la dimensione della fede ecclesiale è condizione del ministero.

  5. Esercitare con gratuità assoluta: il mandato «gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10:8) è norma vincolante — nessuna forma di compenso può essere condizione dell'esercizio del ministero di guarigione.

Matteo 10:8 — guarite gli infermi

Matteo 10:8 colloca il mandato terapeutico dei Dodici all'interno della missione esclusivamente israelitica (vv. 5-6): le «pecore perdute della casa d'Israele» non sono i pagani, ma i membri del patto che hanno perso la direzione. Gesù abilita i Dodici a guarire, risuscitare, purificare e scacciare demòni — azioni che rispecchiano la sua stessa prassi in Mt 9 — e chiude con il principio della gratuità assoluta come norma operativa della missione. La tensione teologica è questa: il potere delegato non è una risorsa personale ma un dono ricevuto da trasmettere senza trattenere.

Dōreán (δωρεάν, «gratuitamente»), da dōron (δῶρον, «dono»), designa il trasferimento privo di contropartita economica; qui regge sia il perfetto ricevuto (elábete) sia l'imperativo presente (dóte).

La radice veterotestamentaria risuona in Isaia 55:1: «Venite, comprate senza prezzo» — la grazia di YHWH come dono non commerciabile.

Avot 1:12 riporta Hillel: «Ama le creature e avvicinale alla Torah». Il rabbino tannaita formula il servizio verso il prossimo come atto d'amore non remunerato: il discepolo non usa la Torah come strumento di guadagno ma come via di prossimità. Questo sfondo illumina il divieto gesúanico di monetizzare i carismi: il potere di guarigione è analogo all'insegnamento — entrambi appartengono al dominio del dono gratuito.

Chi serve il prossimo con doni ricevuti da Dio li esercita senza calcolo di ritorno, riconoscendo la sorgente come unico proprietario.

Come osservarlo: la tradizione raccolta in Avot 1:1 — «sii cauto nel giudizio, prepara molti discepoli e fa' una siepe attorno alla Torah» — delinea la struttura operativa entro cui il terapeuta-inviato agisce: la guarigione non è atto solitario ma si esercita all'interno di una catena trasmissiva maestro-discepolo, dove il potere ricevuto (qibbel) obbliga alla trasmissione (masar). Il mandato di Mt 10:8 trova quindi il suo correlato procedurale nell'obbligo di hakhnasat ha-torah be-rabbim: ciò che si è ricevuto gratuitamente — capacità, conoscenza, forza terapeutica — dev'essere dispensato senza trattenimento né compenso, pena la rottura della catena. L'atto è valido quando è gratuito, diretto al destinatario del patto, e compiuto in nome dell'autorità da cui proviene il dono.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Matteo 10:8
πορευόμενοι δὲ κηρύσσετε λέγοντες ὅτι Ἤγγικεν ἡ βα
acendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli
Israele — priorità storico-salvifica (l'invio si

Matteo 10:8 — purificate i lebbrosi

Matteo 10:8 si colloca nel "discorso missionario" ai Dodici (Mt 10:5-15), circoscritto esplicitamente alle pecore perdute della casa d'Israele. La tensione teologica è precisa: Gesù non abdica alla sua missione escatologica verso Israele, eppure il mandato include atti che trascendono la competenza umana — risuscitare morti, purificare lebbrosi, scacciare demòni. Il fondamento non è il carisma dei discepoli, ma l'autorità delegata da Colui che li ha inviati.

Dōreán (δωρεάν, "gratuitamente") governa l'intera logica del v.8b: dono ricevuto senza merito, dono trasmesso senza compenso. La radice è dōrea, grazia-dono sovrano, inseparabile dall'agire di Dio.

L'AT ancora il gesto guaritivo nel profetismo regale: Eliseo purifica Naaman (2Re 5), risuscita il figlio della Sunammita (2Re 4) — atti che Gesù riattiva e intensifica come segni del regno in arrivo.

Avot 1:12 cita Hillel: "Sii dei discepoli di Aronne, che ama la pace e insegue la pace, ama le creature e le avvicina alla Torah." L'impulso tannaita alla gratuità nel servizio — avvicinare senza compenso — illumina il dōreán di Gesù come prassi coerente con la pietà d'Israele più autentica.

Il discepolo autentico esercita ogni servizio — cura, parola, intercessioné — senza attesa di ritorno, rispecchiando la grazia ricevuta in Cristo.

Come osservarlo: la tradizione di Sotah 9:15 attesta che, con la morte dei grandi maestri, cessarono determinate mediazioni salvifiche istituzionali — segno che certe capacità taumaturgiche erano percepite come doni contingenti legati a figure carismatiche, non a procedure codificabili. La purificazione del metzora (מְצֹרָע) secondo la Mishnah (Negaim 14:1-2) richiedeva una valutazione sacerdotale certificata, riti con due uccelli, legno di cedro, filo scarlatto e issopo, e una sequenza di immersioni rituali scaglionate su giorni. Nessun discepolo poteva arrogarsi tale funzione: il mandato di Mt 10:8 presuppone dunque un'autorità delegata che scavalca il protocollo levitico ordinario, operando dōreán — senza titolo sacerdotale, senza compenso, per pura grazia trasmessa.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Matteo 10:8
σιλεία τῶν οὐρανῶν. 8 ἀσθενοῦντας θεραπεύετε, ⸂νεκ
è vicino. 8 Guarite gli infermi, risuscitate i mor
allargherà, Mt 28,19)⟧; 6 andate piuttosto alle ⟦p

Matteo 10:8 — risuscitate i morti

Matteo 10:8 si colloca nel discorso di missione ai Dodici, dove Gesù — dopo aver elencato le pecore perdute della casa d'Israele come destinatari esclusivi — conferisce ai discepoli un mandato quadruplice: guarire, risuscitare, purificare, esorcizzare. La tensione teologica è acuta: l'autorità delegata non è acquisita né meritata, ma ricevuta per grazia. Il "gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" struttura l'intera economia del ministero apostolico su un principio di pura donazione.

Il termine greco δωρεάν (dōreán) — avverbio derivato da δωρεά (dōreá, "dono") — esclude qualsiasi logica di scambio o compenso. La gratuità non è consiglio etico ma definizione ontologica del servizio nel regno.

La radice veterotestamentaria rimanda a Isaia 55:1: "Venite, comprate senza denaro e senza pagare" — la grazia di YHWH come paradigma dell'abbondanza donata.

Avot 1:12 tramanda Hillel: "Sii dei discepoli di Aronne, ama la pace e rincorrila, ama le creature e avvicinale alla Torah." Il termine מְקָרְבָן (meqarvān, "avvicinarle") indica un moto gratuito verso l'altro senza tornaconto, specchio misnaico del δωρεάν apostolico.

Il discepolo esercita ministero di guarigione e liberazione senza convertire il dono in potere o reddito, restituendo puro ciò che puro ha ricevuto.

Come osservarlo: la tradizione di Avot 1:1 — "sii cauto nel giudizio, forma molti discepoli, fai una siepe alla Torah" — offre il quadro procedurale entro cui la delega di potere ministeriale si inserisce: la trasmissione di autorità avviene in catena, da maestro a discepolo, secondo una progressione verificata e pubblica, non per iniziativa individuale. La prassi operativa tannaita esclude l'esercizio autonomo di funzioni straordinarie al di fuori del mandato ricevuto dalla propria catena di trasmissione (šelšelet ha-qabbalah). Il discepolo abilitato agisce entro il perimetro esplicito dell'investitura ricevuta: agire oltre tale perimetro, o pretendere autorità non delegata, invalida l'azione. La condizione di validità è dunque la corrispondenza tra missione ricevuta e azione compiuta — ricevuto gratuitamente, dato gratuitamente, senza eccedere il mandato.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Matteo 10:8
ροὺς ἐγείρετε⸃, λεπροὺς καθαρίζετε, δαιμόνια ἐκβάλ
ti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gra
ecore perdute della casa d'Israele|tà próbata tà a

Matteo 10:8 — scacciate i demoni

Matteo 10:8 appartiene al discorso di missione (Mt 10:5–15), dove Gesù conferisce ai Dodici autorità terapeutica e esorcistica come prolungamento della propria azione proclamatrice. La tensione teologica è precisa: la missione è inizialmente limitata alle pecore perdute della casa d'Israele (v. 6), eppure i segni operati — guarigione, risurrezione, purificazione, esorcismo — anticipano l'irruzione del regno escatologico. Non si tratta di magia né di competenza tecnica: è il potere del Mittente che transita attraverso gli inviati.

Dōreán (δωρεάν, "gratuitamente") al v. 8b è avverbio derivato da dōron (δῶρον, dono). La ricezione gratuita dell'autorità divina esclude qualsiasi regime mercantile nel suo esercizio.

La radice veterotestamentaria è in Isaia 61:1–2: l'unto da YHWH proclama liberazione agli oppressi e guarigione ai cuori spezzati senza contropartita, come mandato divino.

Avot 1:12 riporta Hillel: "Ama le creature e avvicinale alla Torah". L'insegnamento tannaita esige che il servizio all'altro non sia strumento di guadagno ma espressione di amore disinteressato — precisa eco semantica del dōreán matteano. Rabbi Hillel (I sec. a.C.) configura così il servizio come dono strutturalmente gratuito.

Esercitare il ministero di guarigione e annuncio senza condizionarlo a compenso o status è obbedienza concreta al mandato di Matteo 10:8.

Come osservarlo: la tradizione di Sotah 9:15 attesta che nell'epoca del secondo Tempio la proliferazione delle impurità spirituali e la cessazione di alcune figure carismatiche segnarono una frattura nell'esercizio del potere terapeutico-esorcistico comunitario. La prassi documentata imponeva che l'azione liberatrice avvenisse senza compenso economico — sul modello del mandato profetico gratuito — e che l'inviato agisse in nome dell'autorità ricevuta, non in proprio. L'adempimento richiedeva: presenza fisica dell'esorcista presso l'afflitto, invocazione esplicita dell'autorità conferita, e assenza assoluta di transazione commerciale. Invalidava l'azione qualsiasi accordo pecuniario preliminare o l'arrogarsi una competenza autonoma non delegata.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Matteo 10:8
λετε· δωρεὰν ἐλάβετε, δωρεὰν δότε. 9 μὴ κτήσησθε χ
tuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. 9 N
polōlóta oíkou Israḗl: immagine profetica del greg
LUCA 10 9 ↗FAREGESÙ

Luca 10:9 — guarite i malati della città

Luca 10:9 appartiene alla missione dei Settantadue, figura che richiama i settanta anziani di Mosè (Nm 11:16) e anticipa la portata universale del regno. Il comando — "guarite i malati che vi si trovano e dite loro: il regno di Dio si è avvicinato a voi" — carica i missionari di un'autorità delegata: non annunciano soltanto parole, ma realizzano il regno nella carne. La tensione teologica sta nell'urgenza assoluta: nessun indugio, nessuna risorsa personale, totale dipendenza dall'ospitalità ricevuta.

Therapeúete (θεραπεύετε, «guarite») non è semplice cura medica: porta il senso di un servizio cultuale, un atto che rivela la gloria di Dio nel corpo. Ēggiken (ἤγγικεν, «si è avvicinato»), perfetto di engízō, indica un avvento già compiuto che continua a premere sul presente.

La radice veterotestamentaria è in Isaia 61:1-2: l'unto di YHWH porta buona notizia agli umili, fascia i cuori spezzati, proclama l'anno di grazia — missione che Gesù riassume nella propria persona.

Mishnah Avot 1:12 cita Hillel: «Ama la pace e inseguila, ama le creature e avvicinale alla Torah». Il verbo qārēb (קָרַב, «avvicinare») è il medesimo campo semantico di ēggiken: portare vicino, accorciare la distanza tra l'uomo e Dio. La missione dei Settantadue esegue esattamente questo movimento, ora cristologicamente concentrato.

Chi annuncia il regno lo incarna: ogni atto di guarigione nella comunità è proclamazione che il tempo è compiuto.

Come osservarlo: la tradizione tannaita più pertinente alla guarigione come atto di servizio è Makkot 3:16, che pone al culmine della catena normativa il principio che il Santissimo ha voluto rendere meritevoli Israele moltiplicando precetti — ogni azione concreta di bene diventa vettore di zikkui, di merito che purifica e restaura. Nella prassi dei missionari evocata da Lc 10:9, il gesto sanante deve essere immediato, compiuto nel luogo in cui ci si trova (ba-ʿir, nella città stessa), senza differimento; la validità dell'atto dipende dalla presenza fisica presso il malato, non da una dichiarazione a distanza. Nessun compenso o risorsa propria è richiesta: l'autorità viene dall'invio, non dalla competenza tecnica. L'annuncio verbale del regno deve accompagnare il gesto corporeo affinché l'azione sia completa; separare la parola dalla guarigione svuota entrambi.

Testo Parallelo
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Greco
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Lettura Ortodossa
Luca 10:9
ντιον, μὴ πήραν, ⸀μὴ ὑποδήματα, καὶ μηδένα κατὰ τὴν ὁδὸν ἀσπάσησθε. 5 εἰς ἣν δ’ ἂν ⸂εἰσέλθητε οἰκίαν
are nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. 6 Se vi s
i: il saluto ebraico, Shalom⟧. 6 Se vi è un ⟦figlio della pace|hyiòs eirḗnēs: idioma semitico (bar-s

Giovanni 20:22 — ricevete lo Spirito Santo

Giovanni narra la prima apparizione del Risorto alla comunità riunita: porte sprangate, paura dei Giudei, poi la presenza improvvisa di Gesù che pronuncia šālôm e soffia sui discepoli. La sequenza — mandato del Padre, mandato ai discepoli, dono dello Spirito — costituisce la missione pneumatologica giovannea. Il gesto del soffio non è liturgia: è atto fondativo che trasferisce autorità e potere. Il timore si dissolve nella gioia riconoscitiva, ma il versetto 22 apre la tensione tra dono immediato e Pentecoste lucana.

Il termine greco ἐνεφύσησεν (enephýsēsen, "soffiò dentro") è hapax nel NT. Rimanda direttamente alla creazione dell'uomo in Gen 2:7, dove Dio soffia il nišmat ḥayyēm nell'argilla.

La radice rûaḥ attraversa tutta la tradizione profetica: Ez 37:9 comanda al vento di soffiare sui morti perché rivivano — immagine che Giovanni mobilita consapevolmente.

Avot 1:12 riporta Hillel: «Ama la pace e perseguila, ama le creature e avvicinale alla Torah» (ohēv šālôm wĕrōdēf šālôm). Il šālôm pronunciato da Gesù prima del soffio non è saluto convenzionale ma prerequisito fondante della missione: solo la pace costituita dal Risorto rende possibile inviare altri.

Come osservarlo: la tradizione tannaita di Avot 1:1 — «sii cauto nel giudizio, forma molti discepoli, fa' una siepe alla Torah» — definisce la struttura entro cui si inscrive il gesto del dono dello Spirito: la trasmissione dell'autorità avviene per catena continua (Mosè → anziani → profeti → uomini della Grande Assemblea), sempre mediata da un atto deliberato di consegna da maestro a discepolo, in presenza diretta. La prassi tannaita richiede che il discepolo si ponga lefanav — davanti al maestro — ricevendo il mandato non come principio astratto ma come missione operativa concreta, verificabile nella condotta. Giovanni 20:22 riproduce esattamente questa struttura: Gesù, maestro presente, soffia sui discepoli radunati, trasferendo autorità di sciogliere e legare; l'atto è valido perché avviene in presenza diretta, con mandato esplicito e destinatari identificati.

Testo Parallelo
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Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Giovanni 20:22
0 καὶ τοῦτο εἰπὼν ⸀ἔδειξεν τὰς χεῖρας καὶ τὴν πλευρὰν ⸀αὐτοῖς. ἐχάρησαν οὖν οἱ μαθηταὶ ἰδόντες τὸν κ
. 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21
as kaì tḕn pleurán: le ferite — risurrezione corporea (anti-docetico)⟧. 21 «Come il ⟦Padre ha mandat
GIACOMO 5 14 ↗FAREAPOSTOLICO

Giacomo 5:14 — pregate e ungete i malati

Giacomo scrive a comunità disperse sotto pressione — malattia, persecuzione, povertà. In 5:14 non teorizza: comanda. Il malato non invoca un guaritore carismatico individuale ma chiama οἱ πρεσβύτεροι (hoi presbyteroi), gli anziani-plural, struttura comunitaria deliberata. La preghiera avviene ἐπ᾽ αὐτόν — su di lui, presenza fisica — mentre l'unzione è azione cultuale concreta, non accessoria. La tensione non è tra corpo e spirito, ma tra isolamento dell'infermo e responsabilità della comunità verso il membro fragile.

ἀσθενεῖ (asthenei, "è infermo") indica debolezza fisica reale; ἀλείψαντες (aleipsantes) è unzione pratica, distinta dal sacro χρίω — gesto medico-simbolico ordinario, non cerimonia sacerdotale.

La radice veterotestamentaria è Isaia 61:1: l'unto-del-Signore guarisce i cuori spezzati; l'olio è veicolo di liberazione divina nel corpo di Israele.

m. Berakhot 9:5 trasmette il principio tannaita che su ogni condizione — buona o avversa — si benedice Dio. R. Hillel nel contesto di Avot insegna che l'abbandono del prossimo è impossibile: "Se non sono per lui, chi lo sarà?" La comunità che prega sull'infermo incarna questa obbligazione reciproca nella tradizione tannaita.

Identifica un membro malato assente dall'assemblea: convoca gli anziani, unge, prega collettivamente su di lui questa settimana stessa.

Come osservarlo: la tradizione di Sotah 9:15 attesta che nelle ultime generazioni tannaite la struttura comunitaria istituzionale — gli anziani come corpo deliberativo — rimase il referente normativo per gli atti che richiedevano presenza plurale e autorità condivisa. La prassi concreta di Giacomo 5:14 si adempie chiamando gli anziani della comunità (presbyteroi come equivalente funzionale dei zeqenim) al capezzale del malato: la loro presenza fisica collettiva è condizione di validità, non opzione. L'unzione con olio — gesto attestato nella medicina del Secondo Tempio come atto simultaneamente terapeutico e simbolico — viene eseguita sul corpo dell'infermo, non a distanza. La preghiera pronunciata ἐπ᾽ αὐτόν richiede imposizione o prossimità fisica. L'azione invalida se compiuta da un singolo in isolamento: la responsabilità è strutturalmente comunitaria.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Giacomo 5:14
ἀσθενεῖ τις ἐν ὑμῖν; προσκαλεσάσθω τοὺς πρεσβυτέρους τῆς ἐκκλησίας, καὶ προσευξάσθωσαν ἐπ’ αὐτὸν ἀλείψαντες ⸀αὐτὸν ἐλαίῳ ἐν τῷ ὀνόματι τοῦ κυρίου·
C'è qualcuno fra voi infermo? Chiami gli anziani della chiesa, e preghino essi su lui, ungendolo d'olio nel nome del Signore;
Ἀσθενεῖ τις ἐν ὑμῖν; προσκαλεσάσθω τοὺς πρεσβυτέρους τῆς ἐκκλησίας... Qualcuno tra voi è malato? Chiami gli anziani della chiesa...
ATTI 3 6 ↗FAREAPOSTOLICO

Atti 3:6 — nel nome di Gesù Cristo alzati

Pietro e Giovanni salgono al Tempio per l'ora nona della preghiera (At 3:1). Alla porta detta Bella siede uno storpio congenito che chiede elemosina — ptōchos per necessità, ma la scena ribalta ogni attesa: il dono che i pellegrini portano non è moneta. Pietro pronuncia: «Dell'argento e dell'oro io non ne ho; ma quello che ho te lo do». La tensione teologica è netta — il potere messianico non circcola nella rete economica del Tempio, ma nella parola eis to onoma del Risorto.

Peripatei (περιπάτει, "cammina!") è imperativo presente: azione continua, non episodica. En tō onomati ("nel nome") designa autorità delegata e presenza attiva, non formula magica.

La radice veterotestamentaria risale a Is 35:6: «allora lo zoppo salterà come un cervo» — segno escatologico che segnala l'irruzione del regno di Dio nel tempo presente.

Pirkei Avot 6:9 tramanda che Rabbi Yosi ben Kisma, incontrando per strada un uomo che gli offriva «tutto l'argento, l'oro, le pietre preziose e le perle del mondo», rispose che la Torah vale più di ogni ricchezza. Pietro incarna la stessa gerarchia: ciò che ha — il Nome — supera infinitamente ogni tesoro coniato.

Chi ha ricevuto il Nome agisce nel Nome: ogni incontro con chi è immobilizzato è occasione di parola e gesto portati in autorità delegata, senza mediazione economica.

Come osservarlo: la tradizione documentata in Sotah 9:15 descrive l'era messianica come il tempo in cui i prodigi promessi da Isaia si compiono — lo storpio cammina, il cieco vede — segnando la fine di un'epoca in cui la potenza divina opera attraverso intermediari consacrati. La prassi concreta del gesto petrino segue la struttura del ministero di guarigione tannaita: l'agente pronuncia il nome con autorità delegata (shaliach), prende la mano del malato e lo solleva. Il contatto fisico — la destra tesa — non è ornamentale ma condizione operativa: senza l'atto di alzare, la parola resta incompleta. La validità dell'azione richiede intenzione (kavvanah), nome pronunciato ad alta voce, e risposta corporea dell'infermo. La guarigione realizzata in luogo pubblico, alla porta del Tempio, manifesta il compimento escatologico che Sotah 9:15 colloca nell'età in cui il regno si rende visibile nella carne.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Atti 3:6
εἶπεν δὲ Πέτρος· Ἀργύριον καὶ χρυσίον οὐχ ὑπάρχει μοι, ὃ δὲ ἔχω τοῦτό σοι δίδωμι· ἐν τῷ ὀνόματι Ἰησοῦ Χριστοῦ τοῦ Ναζωραίου ⸀περιπάτει.
Ma Pietro disse: Dell'argento e dell'oro io non ne ho; ma quello che ho te lo do: Nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, cammina!
Petrus autem dixit: "Argentum et aurum non est mihi; quod autem habeo, hoc tibi do: In nomine Iesu Christi Nazareni surge et ambula!"
ATTI 3 16 ↗FAREAPOSTOLICO

Atti 3:16 — la fede nel suo nome

Pietro, dopo la guarigione dello storpio alla Porta Bella (Atti 3:1-10), chiarisce davanti alla folla attonita che l'agente della guarigione non è il potere apostolico ma il šem — il Nome — di Gesù il Cristo. La tensione teologica è precisa: non si tratta di magia onomastica ellenistica, bensì di fede come canale dell'azione divina. Il Nome opera perché dietro di esso sta la persona risorta; la pistis non è merito autonomo ma risposta alla realtà oggettiva della risurrezione. Pietro è testimone oculare; la guarigione è pubblica, verificabile, non privata.

Holoklēria (ὁλοκληρία, "perfetta guarigione") deriva da holos + klēros, integralità di sorte o condizione. Indica non semplice cessazione del dolore ma ripristino integrale della persona.

La radice AT è šalôm (שָׁלוֹם): pienezza di vita, integrità relazionale e corporea, dono di YHWH al suo popolo (Is 53:5; "per le sue piaghe noi siamo stati guariti").

m.Berakhot 5:5 menziona Rabbi Chanina ben Dosa, che pregava sugli ammalati e dichiarava con certezza chi sarebbe vissuto o morto — il tutto fondato sulla qualità della preghiera, non sul merito del malato. Questa tradizione tannaita mostra che la guarigione operata mediante fede e intercessione era concettualmente intelligibile nell'universo del primo giudaismo.

Proclama apertamente che la guarigione ricevuta proviene dal Nome di Gesù, impedendo che sia attribuita a fortuna, natura o capacità umana.

Come osservarlo: la tradizione attestata in Berakhot 2:2 fissa le condizioni di validità per l'invocazione intenzionale: la recita dello Shema' — atto paradigmatico di affidamento al Nome — richiede kavanah, l'orientamento interiore consapevole verso Colui che si invoca. Non basta pronunciare le parole; l'atto è valido solo se l'agente ha concentrato il cuore sul significato dell'invocazione nel momento della pronuncia. Applicato alla prassi di Atti 3:16, ciò significa che invocare il Nome di Gesù non è formula automatica ma atto di fede orientata: la pistis è precisamente questa kavanah — l'adesione cosciente alla realtà del Risorto — senza la quale il nome rimane suono privo di forza trasmissiva.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Atti 3:16
καὶ ⸀ἐπὶ τῇ πίστει τοῦ ὀνόματος αὐτοῦ τοῦτον ὃν θεωρεῖτε καὶ οἴδατε ἐστερέωσεν τὸ ὄνομα αὐτοῦ, καὶ ἡ πίστις ἡ δι’ αὐτοῦ ἔδωκεν αὐτῷ τὴν ὁλοκληρίαν ταύτην ἀπέναντι πάντων ὑμῶν.
E per la fede nel suo nome, il suo nome ha raffermato quest'uomo che vedete e conoscete; ed è la fede che si ha per mezzo di lui, che gli ha dato questa perfetta guarigione in presenza di voi tutti.
ATTI 4 10 ↗FAREAPOSTOLICO

Atti 4:10 — nel nome di Gesù quest'uomo sta sano

Pietro si rivolge al sinedrio dopo la guarigione dello storpio alla Porta Bella. Luca costruisce una scena deliberatamente processuale: i capi religiosi interrogano en tini onomati — in quale nome? — e Pietro risponde con una dichiarazione kerigmatica che trasforma l'interrogatorio in atto di testimonianza pubblica. La tensione teologica è precisa: il medesimo nome che il sinedrio ha condannato è l'unico agente di salvezza e guarigione nel cosmo.

Onomati (ὀνόματι, onomati): "nome" inteso come sfera di potere e autorità operante, non mera etichetta. Hygiēs (ὑγιής, hygiēs): "sano/integro", semantica di restauro ontologico.

La radice AT è shem (שֵׁם, Sal 54:3): invocare il nome di YHWH è invocare la sua potenza interveniente nella storia, non solo la sua identità.

Mish. Berakhot 5:5 cita Rabbi Chanina ben Dosa: l'efficacia della preghiera guaritrice si misura dalla risposta divina, non dalla posizione dell'orante. Il shaliach (inviato) agisce con l'autorità di chi lo manda — shlucho shel adam kemoto — principio che Luca applica cristologicamente: il nome di Gesù è il mandato divino che opera la guarigione.

Proclama il nome di Gesù come unica fonte di restauro integrale davanti a ogni autorità che chieda conto della tua azione.

Come osservarlo: la tradizione di Berakhot 2:2 regola la disposizione interiore richiesta per ogni atto d'invocazione efficace: il recitante non deve essere in uno stato di distrazione o costrizione, ma deve portare il cuore verso il cielo (kawwanah). Applicata alla prassi del nome come agente guaritore, questa norma indica che l'invocazione non è formula meccanica: è valida solo quando chi la pronuncia ha piena coscienza del Signore (da'at) nel momento dell'atto. Il guaritore si ferma, raccoglie l'intenzione, poi pronuncia il nome — la sequenza è ordine operativo, non ornamento. Un'invocazione eseguita senza kawwanah non adempie il gesto; un'invocazione con il cuore rivolto al cielo lo adempie integralmente, indipendentemente dall'esito visibile.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Atti 4:10
γνωστὸν ἔστω πᾶσιν ὑμῖν καὶ παντὶ τῷ λαῷ Ἰσραὴλ ὅτι ἐν τῷ ὀνόματι Ἰησοῦ Χριστοῦ τοῦ Ναζωραίου, ὃν ὑμεῖς ἐσταυρώσατε, ὃν ὁ θεὸς ἤγειρεν ἐκ νεκρῶν, ἐν τούτῳ οὗτος παρέστηκεν ἐνώπιον ὑμῶν ὑγιής.
sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d'Israele che ciò è stato fatto nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso, e che Dio ha risuscitato dai morti; in virtù d'esso quest'uomo comparisce guarito, in presenza vostra.
ATTI 5 16 ↗FAREAPOSTOLICO

Atti 5:16 — tutti venivano guariti

Atti 5:16 chiude la prima sequenza di segni apostolici a Gerusalemme (5:12-16): Luca accumula tre onde narrative — piazze piene, ombra di Pietro, moltitudini dai villaggi circostanti — per mostrare che il ministero del Risorto si espande concentricamente. La tensione teologica non è taumaturgica ma missionale: la città santa diventa centro di attrazione escatologica prima ancora che le genti siano raggiunte dalla predicazione.

ὄχλος (óchlos, "moltitudine") non indica folla anonima ma massa in movimento orientato: il verbo συνήρχετο (synírrcheto, imperfetto iterativo) descrive un affluire ripetuto e continuo, non un evento puntuale.

La radice AT è רָפָא (rapha'), il Dio che guarisce (Es 15:26): la guarigione collettiva senza eccezioni rispecchia la promessa che YHWH sana il suo popolo come totalità.

Berakhot 5:5 ricorda Rabbi Ḥanina ben Dosa, tannaita del I secolo, la cui preghiera efficace per il figlio di Rabban Gamliel rivela che il canale della guarigione è la fede del mediatore intercedente — yadati shehuttara lo, "so che gli è stata rimessa". La comunità apostolica agisce come tale mediatore vivente.

La chiesa locale porta fisicamente i deboli agli anziani in preghiera, senza delegare questo servizio a specialisti.

Come osservarlo: la tradizione riconosce in Ḥanina ben Dosa (Berakhot 5:5) il modello operativo della guarigione intercessoria tannaita: il tanna si pone in preghiera concentrata (tefilláh be-kavvanáh), pronuncia la formula «yiḥyeh zeh» ("questi vivrà") o «tamut zeh» ("questi morirà") basandosi sulla fluidità o impaccio della propria recitazione, e l'esito si verifica empiricamente. La condizione di validità non è il gesto fisico né il contatto, ma la qualità dell'attenzione orante — la kavvanáh — che rende la preghiera ricettiva alla risposta divina. L'ombra di Pietro in Atti 5:16 non ha parallelo misnaico diretto, ma l'affluire continuo di malati che tutti vengono guariti rispecchia la logica di Ḥanina: nessun limite di persona o condizione esclude il risanamento quando l'intercessore è in piena kavvanáh.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Atti 5:16
συνήρχετο δὲ καὶ τὸ πλῆθος τῶν πέριξ ⸀πόλεων Ἰερουσαλήμ, φέροντες ἀσθενεῖς καὶ ὀχλουμένους ὑπὸ πνευμάτων ἀκαθάρτων, οἵτινες ἐθεραπεύοντο ἅπαντες.
E anche la moltitudine accorreva dalle città vicine a Gerusalemme, portando dei malati e dei tormentati da spiriti immondi; e tutti quanti eran sanati.
Le piazze si riempivano di infermi deposti su letti e grabati, perché alla venuta di Pietro almeno la sua ombra si posasse su qualcuno di essi; persino dai dintorni di questa santa città di Gerusalemme conveniva una moltitudine che portava malati e vessati da spiriti immondi, e guarivano tutti in virtù dello Spirito Santo.
ATTI 9 34 ↗FAREAPOSTOLICO

Atti 9:34 — Gesù Cristo ti guarisce

Atti 9 narra l'apostolo Pietro in missione itinerante lungo la costa della Giudea: a Lidda trova Enea, paralizzato da otto anni, costretto al giaciglio. La tensione teologica non è il miracolo in sé, ma la formula pronunciata: «Gesù Cristo ti sana» — non Pietro agisce di propria autorità, ma nomina esplicitamente il Signore risorto come agente terapeutico. Il comando annesso, «rifatti il letto», è prova immediata della guarigione: l'azione fisica conferma la realtà della restaurazione.

Iâtai (ἰᾶται, "sana") è presente indicativo attivo: azione continua e immediata, non promessa futura. Strôson (στρῶσον, "rifatti il letto") è imperativo aoristo — atto puntuale che sigilla l'evento.

La radice AT è rāfāʾ (רָפָא): YHWH è rōfēʾ guaritore per eccellenza (Es 15:26), categoria sovrana che il NT trasferisce a Gesù come Kyrios.

Mishnah Berakhot 5:5 attesta Rabbi Ḥanina ben Dosa (tannaita, I sec. d.C.), il cui intercessore divino operava guarigioni tramite preghiera. Quando i discepoli di Gamliel verificarono se il figlio era guarito, Ḥanina dichiarò l'ora esatta — corrispondente alla sua preghiera. Il meccanismo: il nome e l'autorità divina agiscono attraverso il servo fedele, non per potere intrinseco del servo.

Chi è oggi paralitico da anni in qualche area della vita è chiamato ad alzarsi e agire: la fede riceve la guarigione di Cristo obbedendo al comando concreto.

Come osservarlo: la tradizione di Berakhot 2:2 stabilisce che la recitazione dello Shema — e per estensione ogni dichiarazione di fede operativa — richiede kavvanah, intenzione diretta e consapevole nel cuore. Per Pietro ad Atti 9:34, il comando non è un gesto terapeutico autonomo ma una dichiarazione nomistica: pronunciare il Nome «Gesù Cristo» come agente della guarigione equivale a invocare l'autorità divina con piena intenzione. La prassi documentata richiede che la dichiarazione sia enunciata ad alta voce, in presenza dell'interessato, con mente rivolta all'identità dell'agente nominato — non formula magica, ma attestazione cosciente. L'azione corporea immediata (strôson, «rifatti il letto») funge da validazione fisica: senza il gesto conseguente, la dichiarazione rimarrebbe sospesa. La presenza dell'ammalato e la risposta motoria chiudono il circuito prassi-fede (Berakhot 2:2).

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Atti 9:34
καὶ εἶπεν αὐτῷ ὁ Πέτρος· Αἰνέα, ἰᾶταί σε Ἰησοῦς ⸀Χριστός· ἀνάστηθι καὶ στρῶσον σεαυτῷ· καὶ εὐθέως ἀνέστη.
E Pietro gli disse: Enea, Gesù Cristo ti sana; lèvati e rifatti il letto. Ed egli subito si levò.
ATTI 14 10 ↗FAREAPOSTOLICO

Atti 14:10 — alzati in piedi

Paolo si trova a Listra, una città della Licaonia senza sinagoga e senza terreno giudaico preparato (At 14:8-10). Un uomo storpio dalla nascita — mai camminato — ascolta il messaggio. Luca sottolinea che Paolo vide che aveva fede per essere guarito: la parola è preceduta da visione spirituale. La tensione teologica è cristologica: l'autorità che guarisce non è rituale né terapeutica, ma kerygmatica. Il comando pronunciato ad alta voce è azione, non preghiera.

Anástēthi (ἀνάστηθι, "levati ritto") è imperativo aoristo di anístēmi — alzarsi, risorgere. Il verbo portava già nell'uso greco-giudaico la valenza di risurrezione, non solo di moto fisico.

La radice veterotestamentaria è qum (קוּם): Dio ordina e la creatura si erge. In Is 35:6 il zoppo salterà come un cervo — la guarigione escatologica come restaurazione integrale del corpo.

Mishnah Berakhot 5:5 ricorda Rabbi Chanina ben Dosa (tannaita del I sec.) la cui parola efficace distingueva chi era destinato a vivere da chi a morire: "Sapevo che sarebbe guarito perché la mia preghiera mi scorreva fluida in bocca". La parola del servo fedele, allineata alla volontà divina, produce effetto reale — non magico, ma fiduciario.

Chi annuncia il vangelo parla con autorità ricevuta: ogni proclamazione obbediente è potenzialmente restauratrice.

Come osservarlo: la tradizione tannaita attesta in Sotah 9:15 che con la morte di Rabbi Yehoshua cessò il buon consiglio ('etzah tovah) e, con lui, la capacità di leggere nell'uomo i segni interiori che orientano l'azione. Questa consapevolezza opera in senso inverso per il comando in esame: l'atto di ordinare a qualcuno di alzarsi in piedi presuppone che chi comanda abbia previamente visto nell'altro la disposizione interiore — la fede, la prontezza — che rende l'uomo capace di rispondere. Il qum operativo non è invito generico: è pronunciato solo quando la lettura del soggetto è già avvenuta. Il gesto che adempie è il levarsi effettivo e immediato; qualsiasi esitazione o mancata esecuzione rivela che la condizione interiore non era ancora matura. La validità dell'azione si misura sul solo esito corporeo: il corpo che si erge conferma la diagnosi spirituale precedente.

Testo Parallelo
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Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Atti 14:10
εἶπεν ⸀μεγάλῃ φωνῇ· Ἀνάστηθι ἐπὶ τοὺς πόδας σου ⸀ὀρθός· καὶ ⸀ἥλατο καὶ περιεπάτει.
disse ad alta voce: Levati ritto in piè. Ed egli saltò su, e si mise a camminare.
ATTI 28 8 ↗FAREAPOSTOLICO

Atti 28:8 — imposte le mani lo guarì

Atti 28 racconta l'approdo di Paolo a Malta dopo il naufragio. Publio, il "primo dell'isola", ospita il gruppo. La guarigione del padre — prostrato da febbre e dissenteria — non è un episodio marginale: Luca costruisce una scena in cui l'autorità apostolica si manifesta attraverso preghiera e contatto fisico, in analogia diretta con Gesù (Lc 4:40). La tensione teologica è il segno della presenza del Regno anche fuori d'Israele, presso un notabile pagano.

Il greco epitheis tas cheiras («imposte le mani») rinvia al gesto di trasmissione di potere e benedizione; iasato (ἰάσατο) è il verbo tecnico della guarigione divina, distinto da therapeúō (cura medica ordinaria).

L'AT radica questo gesto in Numeri 27:18–23, dove Mosè impone le mani a Giosuè trasferendogli autorità. La guarigione è mediata, mai autonoma.

m.Berakhot 5:5 ricorda Rabbi Chanina ben Dosa (I sec.), il quale pregava per i malati e sapeva se la guarigione era avvenuta dalla fluidità della sua preghiera: «se la sua preghiera scorreva fluente in bocca, sapeva che era stata accolta». Chanina — tannaita contemporaneo agli apostoli — testimonia che nella pietà ebraica del I secolo la preghiera efficace e l'intercessione fisica erano considerate inseparabili nell'opera terapeutica.

Imponi le mani sugli ammalati nella tua comunità dopo aver pregato, lasciando che sia la fiducia nella preghiera — non la tecnica — a guidare l'atto.

Come osservarlo: la tradizione tannaita del contatto fisico consacrato alla guarigione trova il suo quadro procedurale in Berakhot 2:2, che disciplina la concentrazione interiore (kavvanah) come condizione di validità per qualsiasi atto liturgico-terapeutico: senza intenzione orientata, il gesto esteriore resta privo di efficacia sacramentale. Chi impone le mani in contesto di preghiera guaritrice deve farlo con il cuore rivolto al Cielo, non meccanicamente. Il contatto fisico diretto — palme distese sul corpo del malato — accompagna la preghiera pronunciata ad alta voce, con il fedele in posizione eretta o inginocchiata. L'atto è invalidato se compiuto per ostentazione o senza formula benedicente. La guarigione rimane opera di Dio; il mediatore è strumento, non agente autonomo.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Atti 28:8
ἐγένετο δὲ τὸν πατέρα τοῦ Ποπλίου πυρετοῖς καὶ ⸀δυσεντερίῳ συνεχόμενον κατακεῖσθαι, πρὸς ὃν ὁ Παῦλος εἰσελθὼν καὶ προσευξάμενος ἐπιθεὶς τὰς χεῖρας αὐτῷ ἰάσατο αὐτόν.
E accadde che il padre di Publio giacea malato di febbre e di dissenteria. Paolo andò a trovarlo; e dopo aver pregato, gl'impose le mani e lo guarì.

1 Corinzi 12:9 — doni di guarigioni

Paolo enumera in 1 Cor 12:9 i charismata dello Spirito come doni distribuiti a ciascuno come vuole (v. 11), non acquisibili per merito. Il contesto è la crisi corinzia: la comunità gerarchizzava i doni, privilegiando la glossolalia. Paolo risponde insistendo sull'unica sorgente — il medesimo Spirito — e sulla diversità funzionale al corpo. La tensione teologica è dunque unità-nella-molteplicità: nessun dono è ornamento personale, ogni dono è servizio ecclesiale.

Pistis (πίστις, fede) qui non è la fede salvifica di Ef 2:8, bensì la fede taumaturgica, fiducia operante capace di spostare ostacoli (cf. Mt 17:20). Charismata iamaton (χαρίσματα ἰαμάτων, doni di guarigioni) — al plurale — segnala molteplicità di atti guaritivi distinti, non una facoltà stabile.

La radice veterotestamentaria è Nm 11:25-29: lo Spirito riposa sui settanta anziani e li fa profetizzare. Mosè desidera che tutto il popolo profetizzi — anticipazione paolina del dono distribuito senza riserva gerarchica.

Avot 3:2 tramanda R. Chanina, vice del Sommo Sacerdote (tannaita, ante 70 d.C.): "Prega per il benessere del regno, perché senza il suo timore gli uomini si inghiottirebbero vivi l'un l'altro." Il principio sotteso — che il bene comunitario richiede forze superiori all'individuo — illumina perché Paolo attribuisce allo Spirito, non al singolo, ogni potenza d'operare: la dynamis (δύναμις) è sempre relazionale, mai proprietà privata.

Chi riceve il dono di guarigione lo eserciti concretamente nell'assemblea, senza trattenere per sé ciò che lo Spirito ha dato per edificare il corpo.

Come osservarlo: la tradizione rabbinica tannaita non conosce un "ufficio" stabile di guaritore, coerentemente con il dato paolino del plurale charismata iamaton — atti distinti, non facoltà permanente. Il riferimento procedurale più pertinente è Berakhot 2:2, che regola la kavanah (intenzione focalizzata) nell'atto di benedizione e supplica: l'agente deve concentrare il cuore (lev) sull'azione compiuta, non eseguirla meccanicamente. Applicato alla prassi guaritiva attestata in ambiente tannaita, ciò implica che ogni singolo atto terapeutico-intercessorio richiede intenzione rinnovata; nessun atto precedente valida automaticamente il successivo. La pluralità dei doni corrisponde così alla pluralità degli atti, ciascuno validato dalla kavanah propria a quel momento specifico.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
1 Corinzi 12:9
⸀ἑτέρῳ πίστις ἐν τῷ αὐτῷ πνεύματι, ⸀ἄλλῳ χαρίσματα ἰαμάτων ἐν τῷ ⸀ἑνὶ πνεύματι,
a un altro, fede, mediante il stesso Spirito; a un altro, doni di guarigioni, per mezzo del stesso Spirito; a un altro, potenza d'operar miracoli;