Amate i Nemici

I comandamenti di Cristo sull'amore verso i nemici, la benedizione dei persecutori e il non rendere male per male.

Introduzione — Amate i Nemici

Halakhah: Amate i Nemici

«Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Mt 5:44) è il vertice etico del Discorso della Montagna e uno dei comandi più radicali di tutto il corpus evangelico. Il comando non è innovazione assoluta senza radici ebraiche — la Torah conosce già norme di non-vendetta (Lv 19:18) e di beneficenza verso il nemico (Pr 25:21, citato da Paolo in Rm 12:20). L'innovazione di Gesù è la radicalizzazione attiva: non solo non vendicarsi ma amare attivamente; non solo non rispondere all'offesa ma intercedere per chi offende. La struttura è precisamente halakhica: azione concreta («fate del bene», «prestate», «pregate»), non solo disposizione interiore.

Livello dell'amore al nemico Testo Contenuto concreto
Non vendicarsi Lv 19:18; Rm 12:19 «A me la vendetta» — rimandare il giudizio a Dio
Beneficenza attiva Pr 25:21; Rm 12:20 Dar da mangiare al nemico affamato
Non gioire della caduta Pr 24:17; b.Yoma 23a Non esultare quando il nemico cade
Pregare per i persecutori Mt 5:44; At 7:60 Intercessione per chi danneggia
Amare attivamente Lc 6:27-35 Fare del bene, prestare senza speranza di ritorno
Riconciliazione cosmica Rm 5:10; Col 1:21 Essere stati nemici e ora riconciliati — imitazione del modello divino

La struttura sintattica delle antitesi di Mt 5 è illuminante. La formula «Avete inteso... ma io vi dico» non oppone Torah e Vangelo. La limitazione «e odierete i vostri nemici» (Mt 5:43) non proviene dalla Torah scritta — non si trova in Lv 19:18 né altrove nell'AT. Proviene dall'interpretazione settaria: la Regola della Comunità di Qumran prescriveva explicitamente «amare tutti i figli della luce e odiare tutti i figli delle tenebre» (1QS 1:9-10). Gesù critica non la Torah ma la sua restrizione esclusivistica. Nella Torah il prossimo (re'a) è già il nemico-vicino: Pr 25:21 lo prescrive con precisione. Gesù universalizza e radicalizza ciò che era già nella tradizione.

Il fondamento teologico dell'amore al nemico è rivelato nella conclusione di Mt 5:45: «perché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, il quale fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti». Il modello non è umano ma divino: Dio non discrimina i suoi benefici naturali (sole e pioggia) sulla base della qualità morale dei destinatari. L'amore al nemico è mimesi teologica — imitazione del carattere del Padre — non ideale morale autonomo.

Paolo elabora questa struttura cristologicamente: «Dio dimostra il suo amore verso di noi in questo: Cristo morì per noi quando eravamo ancora peccatori» (Rm 5:8). La morte di Cristo avviene «per i nemici» (Rm 5:10) — Dio non aspetta la conversione del nemico per amarlo. Il cristiano che ama il nemico non fa un gesto eroico personale: partecipa alla forma dell'amore divino rivelato nella croce. La tradizione talmudica registra la virtù di chi «viene offeso e non offende, sente la sua vergogna e non risponde» (b.Shabbat 88b) — modello che il NT porta alla sua espressione più alta in Lc 23:34 («Padre, perdona loro») e At 7:60 (il martirio di Stefano).

Il testo di Rm 12:19-21 dà le istruzioni pratiche: non vendicarsi, lasciare spazio all'ira divina, nutrire il nemico affamato e dissetare il nemico assetato. La citazione di Pr 25:21-22 («così facendo accumulerai carboni ardenti sul suo capo») ha generato interpretazioni opposte: punizione futura o conversione del nemico attraverso la benevolenza. L'interpretazione più coerente con il contesto è la seconda: la beneficenza verso il nemico crea uno shock morale che può produrre il cambiamento.

Per chi studia questa sezione: i sedici comandi formano una scala ascendente. Non-vendetta (Lv 19:18) → beneficenza passiva verso il nemico (Pr 25:21) → non gioire della caduta (Pr 24:17) → preghiera per i persecutori (Mt 5:44) → amore attivo e prestito senza speranza (Lc 6:35) → riconciliazione come imitazione del modello divino (Rm 5:10) → perdono durante il martirio (Lc 23:34; At 7:60). L'amore al nemico non è morale impossibile ma halakhah della somiglianza divina.

Matteo 5:44 — amate i vostri nemici

Matteo 5:44 si colloca nel cuore del Discorso della Montagna, dove Gesù radicalizza — non abroga — la Torah. La tensione è cristologica e halakhica insieme: l'antitesi "avete inteso… ma io vi dico" non contraddice Levitico, bensì smonta un'interpretazione riduttiva del prossimo che escludeva il nemico dalla sfera dell'amore obbligatorio.

Agapáte (ἀγαπᾶτε, imperativo presente) e proseúchesthe (προσεύχεσθε) sono entrambi presenti continui: amare e pregare come disposizione permanente, non atto puntuale. Agápē designa amore volitivo, non sentimentale.

La radice sta in Levitico 19:18 — "amerai il tuo prossimo come te stesso" — che non include mai la clausola dell'"odio al nemico"; questa era un'amplificazione settaria, non scritturistica.

Avot 1:2, Shim'on ha-Tzaddik: "il mondo poggia su Torah, sul culto e su gemilut hasadim" — atti di benevolenza gratuita. La categoria tannaita del hesed esteso oltre il meritevole è la spina dorsale del comando gesuano.

Identifica un nemico concreto. Porta il suo nome davanti a Dio nella preghiera quotidiana per sette giorni.

Come osservarlo: la tradizione di Bava Metzia 2:11 offre il punto di ancoraggio procedurale più preciso: quando ci si trova a dover caricare o scaricare un animale caduto, l'obbligo vale anche nei confronti del nemico (son'e), e — fatto decisivo — la Mishnah specifica che si deve aiutare prima il nemico che l'amico, "per piegare il proprio istinto". L'atto concreto è fisico, immediato, non delegabile: ci si avvicina, si collabora senza aspettare che l'altro chieda. La condizione di validità è l'azione effettiva — non il sentimento interiore né la dichiarazione verbale. La categoria operativa è gemilut ḥesed nella sua forma più difficile: prestazione corporale gratuita verso chi ti è ostile, eseguita con priorità invertita rispetto all'affezione naturale.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Matteo 5:44
ἐγὼ δὲ λέγω ὑμῖν, ἀγαπᾶτε τοὺς ἐχθροὺς ὑμῶν, εὐλογεῖτε τοὺς καταρωμένους ὑμᾶς, καλῶς ποιεῖτε τοὺς μισοῦντας ὑμᾶς, καὶ προσεύχεσθε ὑπὲρ τῶν ἐπηρεαζόντων ὑμᾶς, καὶ διωκόντων ὑμᾶς·
Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano,
Io però vi dico: **amate** — con l'amore-fedeltà di patto (agàpe, l'*ahavà*), non con semplice sentimento — i vostri **nemici**, e **pregate** per quelli che vi **perseguitano**,

Matteo 5:44 — benedite chi vi maledice

Matteo 5:44 appartiene al blocco delle sei antitesi del Discorso della Montagna, dove Gesù contrappone la sua autorità alla tradizione ricevuta. La tensione teologica non è con la Torah scritta — Levitico 19:18 non ordina mai di odiare il nemico — ma con un'ermeneutica popolare che limitava agapē alla cerchia del prossimo israelita, escludendo il pagano e l'avversario.

Agapáte (ἀγαπᾶτε) è imperativo presente attivo: amore continuo, non episodico. Proseúchesthe (προσεύχεσθε) rafforza l'azione: la preghiera è atto pubblico di benevolenza, non sentimento interiore.

La radice veterotestamentaria è Esodo 23:4-5, dove la Torah ordina di soccorrere il bue del nemico caduto — concretezza prima dell'intenzione.

Avot 1:2 tramanda Shim'on ha-Tzaddiq: «Il mondo poggia su tre cose: Torah, culto e gemilut ḥasadim». Gli atti di amore gratuito (ḥesed) verso chi non li merita costituiscono la colonna portante della vita comunitaria; Gesù radicalizza questo principio estendendolo all'avversario persecutore.

Identifica un nemico concreto — persona, non categoria — e intercedi per lui con preghiera nominativa questa settimana.

Come osservarlo: la tradizione di Peah 1:1 fornisce il quadro operativo: la pe'ah — la porzione del campo lasciata intatta ai margini per il povero — è elencata tra le azioni per cui «si gode il frutto in questo mondo e il capitale rimane integro nel mondo a venire», insieme alla gemilut ḥasadim praticata col proprio corpo. La logica procedurale è identica per il comando di benedire il nemico: l'atto deve essere corporeo e concreto, non meramente intenzionale. Benedire (berakah) chi maledice si adempie pronunciando una formula di benevolenza autentica in presenza o a beneficio dell'avversario — non in sua assenza come gesto privato —, senza condizione di reciprocità e senza attendere che il nemico cessi dall'ostilità. Ciò che invalida l'azione è la risposta reattiva (middah ke-neged middah, Sotah 1:7), ovvero il ricambio speculare della maledizione: la prassi tannaita richiede che la catena di ritorsione sia interrotta unilateralmente dal discepolo.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Matteo 5:44
ἐγὼ δὲ λέγω ὑμῖν, ἀγαπᾶτε τοὺς ἐχθροὺς ὑμῶν, εὐλογεῖτε τοὺς καταρωμένους ὑμᾶς, καλῶς ποιεῖτε τοὺς μισοῦντας ὑμᾶς, καὶ προσεύχεσθε ὑπὲρ τῶν ἐπηρεαζόντων ὑμᾶς, καὶ διωκόντων ὑμᾶς·
Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano,
Io però vi dico: **amate** — con l'amore-fedeltà di patto (agàpe, l'*ahavà*), non con semplice sentimento — i vostri **nemici**, e **pregate** per quelli che vi **perseguitano**,

Matteo 5:44 — fate del bene a chi vi odia

Matteo 5:44 conclude la sesta antitesi del Discorso della Montagna, dove Gesù non abroga la Torah ma porta a compimento la sua intenzione originale. L'imperativo "amate i vostri nemici" non si oppone a Levitico 19:18, bensì decostruisce un'interpretazione popolare che limitava l'amore al gruppo etnico-religioso, erigendo l'odio del nemico come corollario lecito. La tensione teologica centrale è tra reciprocità contrattuale e grazia incondizionata, rispecchiando il carattere del Padre.

Agapáte (ἀγαπᾶτε) è imperativo presente attivo: amore volitivo, continuo, non emotivo-sentimentale. Proseúchesthe (προσεύχεσθε) per i persecutori trasforma la preghiera in atto strutturale di misericordia.

La radice veterotestamentaria è Esodo 23:4-5, dove YHWH ordina di soccorrere l'animale smarrito anche del nemico — azione concreta precedente al sentimento.

Avot 1:2 tramanda Shimon ha-Tzaddik: "Il mondo poggia su tre cose: Torah, culto e gemilut hasadim" — atti di grazia gratuita verso chiunque, senza distinzione di merito. Questo principio tannaita illumina l'argomentazione di Gesù: l'amore al nemico è hesed strutturale, non sentimentale.

Identifica oggi una persona ostile. Pregala per nome, con intenzione deliberata, una volta al giorno per sette giorni.

Come osservarlo: la tradizione di Peah 1:1 fornisce il quadro operativo più pertinente: il beneficio elargito al nemico rientra tra le azioni il cui "frutto si gode in questo mondo" senza esaurire il merito escatologico. Concretamente, l'adempimento richiede un'azione positiva diretta — portare cibo, sostenere economicamente, intervenire in caso di danno — senza che il ricevente debba essere informato della propria condizione di "odiato". Il gesto non è valido se motivato da attesa di reciprocità o da calcolo reputazionale: la prassi tannaita esige che l'azione preceda e prescinda dal sentimento, esattamente come Esodo 23:4–5 impone di ricondurre il bue del nemico prima ancora di chiarire il conflitto interpersonale.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Matteo 5:44
ἐγὼ δὲ λέγω ὑμῖν, ἀγαπᾶτε τοὺς ἐχθροὺς ὑμῶν, εὐλογεῖτε τοὺς καταρωμένους ὑμᾶς, καλῶς ποιεῖτε τοὺς μισοῦντας ὑμᾶς, καὶ προσεύχεσθε ὑπὲρ τῶν ἐπηρεαζόντων ὑμᾶς, καὶ διωκόντων ὑμᾶς·
Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano,
Io però vi dico: **amate** — con l'amore-fedeltà di patto (agàpe, l'*ahavà*), non con semplice sentimento — i vostri **nemici**, e **pregate** per quelli che vi **perseguitano**,

Matteo 5:44 — pregate per chi vi perseguita

Matteo 5:44 si colloca nel cuore del Discorso della Montagna, dove Gesù radicalizza la Torah mediante sei antitesi. La tensione centrale non oppone Gesù alla Scrittura, ma alla sua ricezione popolare distorta: "odierai il tuo nemico" non appare nel Levitico, ma riflette interpretazioni settarie del periodo del Secondo Tempio. Il comando supera ogni reciprocità e fonda l'etica sul carattere del Padre.

Agapáte (ἀγαπᾶτε, "amate") è imperativo presente attivo: azione continua, non episodica. Proseukhesthe (προσεύχεσθε) indica intercedere attivamente per il persecutore — non mera tolleranza passiva.

La radice veterotestamentaria è 'ahav (אָהַב, Lev 19:18), ma Lev 19:34 estende già il precetto allo straniero: "Lo amerai come te stesso".

Avot 1:2 tramanda Simone il Giusto: il mondo poggia su Torah, culto e gemilut hasadim (atti di grazia gratuita). Questa grazia strutturale — non contraccambio — è il background tannaita che illumina perché Gesù fonda l'amore al nemico sulla gratuità del Padre, non sul merito dell'altro.

Identifica un nemico concreto questa settimana e intercedi per lui per nome davanti a Dio ogni giorno.

Come osservarlo: la tradizione tannaita non codifica una liturgia specifica per intercedere a favore del persecutore, ma Sotah 1:7 offre il principio operativo più pertinente: la misura con cui si agisce si ritorca — per contrapposizione — su chi subisce il male, mentre la clemenza attiva del giusto rompe il ciclo. La prassi concreta si innesta nel frame della tefillah quotidiana: l'intercedente nomina il persecutore nella supplica personale (bakashah), formulando un'invocazione di bene esplicita — non silenzio, non generica benevolenza, ma petizione verbale pronunciata. L'atto è valido solo se intenzionale (kavanah); la preghiera recitata meccanicamente non adempie il comando. Non esistono limiti di frequenza né condizioni di merito del persecutore.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Matteo 5:44
ἐγὼ δὲ λέγω ὑμῖν, ἀγαπᾶτε τοὺς ἐχθροὺς ὑμῶν, εὐλογεῖτε τοὺς καταρωμένους ὑμᾶς, καλῶς ποιεῖτε τοὺς μισοῦντας ὑμᾶς, καὶ προσεύχεσθε ὑπὲρ τῶν ἐπηρεαζόντων ὑμᾶς, καὶ διωκόντων ὑμᾶς·
Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano,
Io però vi dico: **amate** — con l'amore-fedeltà di patto (agàpe, l'*ahavà*), non con semplice sentimento — i vostri **nemici**, e **pregate** per quelli che vi **perseguitano**,
LUCA 6 27 ↗FAREGESÙ

Luca 6:27 — amate i vostri nemici

Luca 6:27 si colloca nel "Discorso della pianura" (Lc 6:17-49), parallelo al Discorso della Montagna. Luca rivolge il comando a chi ascolta davvero — non alla folla generica. La tensione teologica è radicale: amare il nemico non è eccezione morale ma struttura del nuovo etos del Regno, fondato sull'imitazione del Padre (v. 36).

Agapáte (ἀγαπᾶτε) è imperativo presente attivo — azione continuativa, non occasionale. Ekhthroús (ἐχθρούς) indica nemici attivi, non rivali. L'amore richiesto è volontà orientata, non affezione emotiva.

La radice veterotestamentaria è Levitico 19:18 — "Amerai il tuo prossimo come te stesso" — e Proverbi 25:21-22, dove nutrire il nemico affamato è già prassi pre-cristiana di bene concreto verso l'avversario.

Avot 1:2 tramanda Shimon il Giusto: "Il mondo si regge su tre cose: Torah, culto, e gemilut chasadim" — atti di bontà gratuita. La gemilut chasadim tannaita include esplicitamente il beneficio verso chi non lo merita, fondando il bene sull'atto, non sulla reciprocità.

Pregare concretamente per chi ti ha fatto torto questa settimana, nominandolo per nome davanti a Dio.

Come osservarlo: la tradizione di Peah 1:1 offre il quadro procedurale più pertinente: l'atto di bene — lasciare il bordo del campo al povero, forestiero o chiunque sia in necessità — non ammette limite minimo fissato, perché appartiene a quelle azioni il cui «frutto si raccoglie in questo mondo, mentre il capitale rimane per il mondo a venire». La prassi concreta consiste nell'agire proattivamente verso chi si trova in condizione di bisogno, senza attendere la richiesta esplicita: il campo viene lasciato intatto nel suo angolo (peah) prima ancora che il povero si avvicini. Applicato al nemico, il medesimo schema operativo prescrive che l'atto di sostegno — nutrire, soccorrere, non trattenere il beneficio — preceda la riconciliazione sentimentale; è il gesto pubblico, concreto e ripetibile che costituisce l'adempimento, non lo stato affettivo interiore.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Luca 6:27
Ἀλλὰ ὑμῖν λέγω τοῖς ἀκούουσιν· ἀγαπᾶτε τοὺς ἐχθροὺς ὑμῶν, καλῶς ποιεῖτε τοῖς μισοῦσιν ὑμᾶς,
Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano,
«Ma a voi che ascoltate **dico**: **amate** — con l'amore-fedeltà di patto, l'ahavah del berith — i vostri **nemici**, fate il **bene** a quelli che vi **odiano**,
LUCA 6 27 ↗FAREGESÙ

Luca 6:27 — fate del bene a chi vi odia

Luca 6:27 si colloca nel "Discorso della pianura" lucano, parallelo ma distinto dal Discorso della Montagna in Matteo. Gesù si rivolge a hoi akouontes — "coloro che ascoltano" — distinguendo un uditorio interiore capace di ricezione radicale. La tensione teologica non è tra amore e odio, ma tra reciprocità naturale e amore trasformativo fondato sul carattere di Dio.

Il verbo centrale è agapáō (ἀγαπάω), distinto da phileō: non affetto emotivo spontaneo, ma orientamento volitivo deliberato verso il bene dell'altro, indipendente da merito o risposta.

La radice veterotestamentaria affiora in Levitico 19:18 — ואהבת לרעך כמוך — dove l'amore del prossimo è già comandato come norma comunitaria in Israele.

Avot 1:2 tramanda Simone il Giusto: "Il mondo si regge su tre cose: sulla Torah, sul culto e sulle opere di amore" (gemilut hasadim). Il terzo pilastro indica che l'atto gratuito verso l'altro non è virtù soprannaturale eccentrica, bensì fondamento cosmico nell'antropologia tannaita.

Identificare ogni settimana un avversario concreto e compiere un atto deliberato di bene nei suoi confronti, senza attesa di ricambio.

Come osservarlo: la tradizione tannaita individua in Gittin 5:8 il principio operativo di darkhei shalom — le "vie della pace" — come categoria giuridica che prescrive azioni concrete di beneficenza estese anche ai non-israeliti e agli avversari, mipnei darkhei shalom, "a motivo delle vie della pace". La prassi adempie il comando quando l'azione benefica è compiuta be-fa'al — effettivamente, non solo nell'intenzione: soccorrere i poveri delle genti insieme ai poveri di Israele, visitare i malati delle genti insieme ai malati di Israele, seppellire i morti delle genti insieme ai morti di Israele. L'azione non è invalidata dall'ostilità del destinatario né richiede reciprocità; è invalidata invece se omessa per calcolo o ritorsione. Il fare del bene a chi odia si radica dunque in un obbligo sociale esteso, non in una virtù straordinaria.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Luca 6:27
Ἀλλὰ ὑμῖν λέγω τοῖς ἀκούουσιν· ἀγαπᾶτε τοὺς ἐχθροὺς ὑμῶν, καλῶς ποιεῖτε τοῖς μισοῦσιν ὑμᾶς,
Ma a voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano,
«Ma a voi che ascoltate **dico**: **amate** — con l'amore-fedeltà di patto, l'ahavah del berith — i vostri **nemici**, fate il **bene** a quelli che vi **odiano**,
LUCA 6 28 ↗FAREGESÙ

Luca 6:28 — benedite chi vi maledice

Luca 6:28 si colloca nel "Discorso della pianura" lucano, dove Gesù radicalizza l'etica del discepolo verso chi esercita ostilità attiva. La tensione teologica non è sentimentale: il comandamento di benedire chi maledice rovescia la logica della reciprocità tribale che governava le relazioni nel mondo del I secolo.

Eulogeîte (εὐλογεῖτε, "benedite") e proseúchesthe (προσεύχεσθε, "pregate") sono imperativi presenti: azioni continuative, non episodiche. Eulogeîte deriva da eu-légō, "dire bene di", contrapposto direttamente al katarômenoi (καταρωμένοι), "coloro che maledicono".

La radice veterotestamentaria è Proverbi 25:21-22: "Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare", che Genesi 50:21 esemplifica in Giuseppe che provvede ai fratelli traditori.

Avot 1:2 (Shim'on ha-Tzaddiq) ancora la prassi nel trittico Torah, 'avodah, gemilut hasadim — atti di amore gratuito. La preghiera per il nemico è la forma più alta di gemilut hasadim perché esclude ogni calcolo di ritorno.

Il discepolo pratica questa parola pregando nominalmente e con intenzione per una persona specifica che gli ha arrecato danno, settimanalmente.

Come osservarlo: la tradizione di Bava Kamma 8:1 fornisce il quadro operativo più pertinente: la Mishnah distingue con precisione tra il danno fisico inflitto e l'offesa verbale (boshet), riconoscendo che la maledizione (qelalah) ricade nella categoria delle umiliazioni che ledono l'onore (kavod) della persona. La risposta concreta al maledire non è il contrattacco né il silenzio passivo, bensì l'atto verbale deliberato di "dire bene" (eulogeîte / barekh): pronunciare parole di benedizione in presenza o in assenza dell'offensore, senza attendere che egli receda dall'ostilità. La prassi tannaita conosce la formula della benedizione pronunciata anche per chi ha causato vergogna pubblica — un'azione continuativa che spezza il ciclo del contraccambio (midah ke-neged midah) sostituendolo con gemilut hasadim incondizionato, ossia un atto di grazia gratuita che non dipende dalla risposta dell'altro per essere valido.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Luca 6:28
εὐλογεῖτε τοὺς καταρωμένους ὑμᾶς, προσεύχεσθε περὶ τῶν ἐπηρεαζόντων ὑμᾶς.
benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male.
**benedite** — pronunciate la berakhah, la benedizione — quelli che vi **maledicono**, **pregate** per quelli che vi **maltrattano**.
LUCA 6 28 ↗FAREGESÙ

Luca 6:28 — pregate per chi vi maltratta

Luca 6:28 si colloca nel cosiddetto "Sermone della pianura" lucano, dove Gesù articola l'etica del Regno davanti ai discepoli. La tensione teologica è radicale: non si chiede tolleranza passiva, ma azione cultuale — eulogéō (benedire) e proseúchomai (pregare) — rivolta proprio a chi perseguita.

Eulogéō (εὐλογεῖτε, "benedite") deriva da eu + légō: "dire bene di." Non è sentimento interiore ma atto verbale pubblico, opposto alla maledizione rituale. Proseúchomai designa il rivolgersi a Dio in intercessione: la preghiera per il persecutore è atto sacerdotale.

La radice AT è Lv 19:18 — "non ti vendicherai" — e Pr 25:21: nutrire il nemico come atto di lode a YHWH, non di magnanimità umana.

Mishnah Berakhot 9:5 prescrive: "È obbligato l'uomo a benedire sul male come benedice sul bene" — espressione della completa fiducia in Dio anche nella sofferenza inflittagli da altri. Questa disposizione tannaita illumina il framework: benedire chi maledice non è morale stoica, ma disciplina teologale.

Identifica un persecutore concreto oggi e pronuncia verbalmente una preghiera di intercessione per lui nella tua liturgia quotidiana.

Come osservarlo: la tradizione tannaita non fornisce una halakha procedurale diretta per la preghiera di intercessione a favore del persecutore, ma Sotah 1:7 attesta il principio operativo della misura-per-misura rovesciata: la misura (middah) con cui si agisce verso altri ritorna su di sé. La prassi concreta si radica in questa logica: chi benedice (mevareikh) verbalmente colui che lo danneggia — pronunciando la berakhah standard nella sinagoga o nella preghiera privata delle Shmoneh Esreh — attiva il meccanismo inverso, sottraendosi alla catena della retribuzione. L'atto è valido se formulato in forma di benedizione esplicita, non di mero silenzio o astensione dalla maledizione; l'intenzione (kavvanah) distingue adempimento formale da adempimento pieno.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Luca 6:28
εὐλογεῖτε τοὺς καταρωμένους ὑμᾶς, προσεύχεσθε περὶ τῶν ἐπηρεαζόντων ὑμᾶς.
benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male.
**benedite** — pronunciate la berakhah, la benedizione — quelli che vi **maledicono**, **pregate** per quelli che vi **maltrattano**.
ROMANI 12 14 ↗FAREAPOSTOLICO

Romani 12:14 — benedite chi vi perseguita

Paolo, scrivendo ai credenti di Roma immersi in tensione con la sinagoga e l'impero, formula un imperativo radicale in Romani 12:14: la risposta alla persecuzione non è la ritorsione ma la benedizione attiva. La tensione teologica è duplice — non sopprime l'istinto naturale di difesa, ma lo reindirizza verso un atto deliberato di volontà.

Εὐλογεῖτε (eulogeite, "benedite") è imperativo presente attivo: un'azione continua, non occasionale. Καταρᾶσθε (katarasthe) designa la maledizione intenzionale, la parola che invoca danno sull'altro. Il contrasto è assoluto.

La radice veterotestamentaria è in Genesi 12:3 e Numeri 6:24-26: benedire è prerogativa divina delegata al suo popolo, non risposta emotiva ma funzione sacerdotale.

m.Berakhot 9:5 insegna: "è obbligatorio benedire sul male come si benedice sul bene" — il verbo בָּרֵךְ (barech) si esercita indipendentemente dalla qualità dell'esperienza vissuta. Questo principio tannaita dissolve la simmetria emotiva: la benedizione non dipende dalla condotta dell'altro.

Identifica oggi un persecutore specifico e pronuncia su di lui una preghiera di benedizione nominale, almeno una volta al giorno per una settimana.

Come osservarlo: la tradizione tramandata in m.Berakhot 9:5 stabilisce che l'obbligo di pronunciare la berakhah — la benedizione formulare — vale al-hara' esattamente come al-hatov: sul male come sul bene. La prassi concreta richiede che la risposta verbale alla circostanza avversa — incluso l'atto di chi infligge danno — avvenga nell'immediato, senza dilazione che invalidi l'adempimento. La benedizione non è interiore: deve essere enunciata (omer), con forma riconoscibile che includa il Nome, altrimenti non è berakhah ma mero pensiero. Il persecutore diventa, paradossalmente, occasione halakhica per l'esercizio della stessa funzione liturgica riservata ai doni: la bocca non si chiude né maledice, ma apre il canale della berakhah anche quando il contesto è ostile.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Romani 12:14
εὐλογεῖτε τοὺς ⸀διώκοντας, εὐλογεῖτε καὶ μὴ καταρᾶσθε.
Benedite quelli che vi perseguitano; benedite e non maledite.
Benedite coloro che vi maledicono, pregate per i nemici vostri, e digiunate per coloro che vi perseguitano.
ROMANI 12 14 ↗FAREAPOSTOLICO

Romani 12:14 — benedite e non maledite

Paolo, in Romani 12:14, chiude una sezione parenetica sulla vita comunitaria richiamando i credenti romani — sotto pressione sociale e possibile persecuzione — a un'etica radicalmente controcorrente: la benedizione attiva del nemico sostituisce la ritorsione. La tensione teologica è tra l'impulso naturale alla vendetta e la conformazione al carattere di Dio.

Εὐλογεῖτε (eulogeite, "benedite") è imperativo presente attivo: azione continua, non episodica. Si contrappone a καταρᾶσθε (katarasthe, "maledire"), che evoca la formulazione delle imprecazioni cultuali dell'AT.

La radice sta in Gn 12:3: Dio benedice chi benedice Abramo e maledice chi lo maledice. Paolo inverte il meccanismo: il credente benedice anche chi maledice, partecipando alla logica divina.

Mishnah Berakhot 9:5 afferma: "l'uomo è obbligato a benedire sul male come benedice sul bene" — principio tannaita che radica la benedizione incondizionata nella sovranità di Dio su ogni circostanza, non nel merito del ricevente.

Identifica concretamente chi ti perseguita e pronuncia una benedizione verbale esplicita per lui, questa settimana.

Come osservarlo: la tradizione tannaita non codifica direttamente una norma sulla benedizione del nemico, ma Bava Metzia 2:11 offre il quadro operativo più pertinente: quando si trova un oggetto perduto di qualcuno che ti odia (sone'akha), sei obbligato a caricarlo e restituirglielo — l'azione corporea concreta precede e costituisce la disposizione interiore. La prassi di Romani 12:14 si radica in questa logica: la benedizione (berakhah) non è un atto mentale privato ma un'enunciazione orale nel contesto in cui l'altro si trova in difficoltà o ti aggredisce verbalmente. Il gesto invalido è il silenzio calcolato; ciò che adempie il precetto è la risposta attiva e immediata — pronunciare il bene dell'altro senza condizionarlo al suo comportamento, come l'obbligo di Bava Metzia 2:11 non ammette eccezioni basate sull'ostilità personale.

Testo Parallelo
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Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Romani 12:14
εὐλογεῖτε τοὺς ⸀διώκοντας, εὐλογεῖτε καὶ μὴ καταρᾶσθε.
Benedite quelli che vi perseguitano; benedite e non maledite.
Benedite coloro che vi maledicono, pregate per i nemici vostri, e digiunate per coloro che vi perseguitano.

Romani 12:17; 1Tessalonicesi 5:15 — non rendete male per male

Paolo in Rm 12:17 e 1Ts 5:15 vieta la ritorsione e prescrive una condotta etica visibile pubblicamente. La tensione è duplice: il credente vive tra persecutori e deve rinunciare alla vendetta personale senza abdicare alla rettitudine morale. Non è passività, ma orientamento attivo verso il bene percepibile dalla comunità allargata.

Mē apodidontes (mḕ apodidóntes, "non rendere") è un participio a valore imperativo che esclude ogni reciprocità negativa. Kalos (kalós, "onesto/bello") indica non solo la bontà morale ma la qualità visibile, percepibile davanti a tutti.

La radice veterotestamentaria è il divieto di vendetta in Lv 19:18: "Non ti vendicherai e non serberai rancore", fondamento del comando paolino.

Avot 1:2 tramanda Shim'on ha-Tzaddik: "Il mondo poggia su tre cose: la Torah, il culto e gli atti di hesed." Il rifiuto della ritorsione appartiene al perimetro degli gemilut hasadim, atti di bontà gratuita che strutturano il tessuto comunitario senza calcolo di compensazione.

Identificare questa settimana un conflitto irrisolto e compiere un gesto concreto di bene non ricambiato verso chi ha offeso.

Come osservarlo: la tradizione tannaita non offre una halakha specifica sul divieto di ritorsione, ma Bava Metzia 2:11 fornisce il quadro operativo più prossimo: quando due persone si trovano in conflitto per una perdita o un danno reciproco, la procedura prescritta non contempla l'autotutela privata né il contraccambio del danno subito. La restituzione avviene mediante percorsi istituzionali — il Bet Din — e non per mano del leso stesso. L'azione unilaterale di "rendere la pariglia" invalida la procedura e può costituire essa stessa un torto. Il principio operativo è che il danneggiato rinuncia al gesto di rivalsa diretta affidando la questione al giudizio terzo: è l'astensione attiva, non la passività, che adempie il comando.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Romani 12:17; 1Tessalonicesi 5:15
μηδενὶ κακὸν ἀντὶ κακοῦ ἀποδιδόντες· προνοούμενοι καλὰ ἐνώπιον πάντων ἀνθρώπων·
Non rendete ad alcuno male per male. Applicatevi alle cose che sono oneste, nel cospetto di tutti gli uomini.
ROMANI 12 19 ↗FAREAPOSTOLICO

Romani 12:19 — non vendicatevi, lasciate spazio a Dio

Paolo, in Romani 12:19, chiude un'esortazione alla pace comunitaria con un imperativo urgente: rinunciare alla vendetta personale cedendo spazio all'ira divina. La tensione centrale non è morale-psicologica, bensì teologica: chi si vendica usurpa una prerogativa esclusivamente divina, violando l'ordine del giudizio di Dio.

Ekdikoúntes (ἐκδικοῦντες), "vendicarsi", e orgē (ὀργή), "ira", compongono il campo semantico del passo. L'orgē theou non è capriccio, ma esecuzione giusta e sovrana della retribuzione che appartiene solo a Dio.

La citazione in Paolo — "A me la vendetta; io darò la retribuzione" — riprende Deuteronomio 32:35 (LXX), dove Mosè proclama che il giudizio dei nemici di Israele è prerrogativa di YHWH, non dell'uomo.

Avot 2:4 (Rabban Gamliel) risuona come sfondo tannaita: "Annulla la tua volontà davanti alla Sua volontà" — il credente che rinuncia alla vendetta compie esattamente questo: subordina il proprio desiderio di giustizia alla sovranità di Dio.

L'azione concreta: quando si subisce un torto, deporre ogni piano di risposta autonoma, affidando consapevolmente il giudizio a Dio.

Come osservarlo: la tradizione tannaita non offre una halakha specifica sulla rinuncia alla vendetta personale come prassi cultuale codificata, ma Avot 2:4 e il principio di Bava Metzia 2:11 attestano un orientamento operativo riconoscibile: quando si ha in mano la possibilità di recuperare ciò che è proprio — un oggetto smarrito, un credito, una pretesa — e farlo a spese di un avversario, la Mishnah impone di trattarlo come chiunque altro, senza aggravarne la condizione. Bava Metzia 2:11 stabilisce che l'obbligo di restituire l'oggetto smarrito vale anche quando appartiene a chi ti ha fatto torto: l'azione riparatrice non è condizionata dalla relazione personale. Il criterio di validità è comportamentale e pubblicamente verificabile — non l'intenzione interiore, ma il gesto concreto: non trattenere, non ritardare, non sfruttare l'asimmetria. Lasciare che il torto rimanga nelle mani di Dio equivale, sul piano della prassi tannaita, a compiere il proprio dovere verso l'altro indipendentemente dal suo status di nemico.

Testo Parallelo
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Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Romani 12:19
μὴ ἑαυτοὺς ἐκδικοῦντες, ἀγαπητοί, ἀλλὰ δότε τόπον τῇ ὀργῇ, γέγραπται γάρ· Ἐμοὶ ἐκδίκησις, ἐγὼ ἀνταποδώσω, λέγει κύριος.
Non fate le vostre vendette, cari miei, ma cedete il posto all'ira di Dio; poiché sta scritto: A me la vendetta; io darò la retribuzione, dice il Signore.
Noi conosciamo, infatti, colui che ha detto: - A me appartiene la vendetta! Io darò la retribuzione! -. E ancora: - Il Signore giudicherà il suo popolo -.
ROMANI 12 20 ↗FAREAPOSTOLICO

Romani 12:20 — se il nemico ha fame, dagli da mangiare

Paolo chiude la sezione parenetica di Romani 12 con un'inversione radicale: la risposta al nemico non è ritorsione ma nutrimento. Il contesto immediato (Rm 12:17-21) costruisce una teologia della non-vendetta fondata non su passività morale ma su un'azione positiva deliberata, che cede spazio all'ira divina (v.19) e trasforma il conflitto.

Anthrakia (ἄνθρακας, "carboni accesi") porta semantica duplice: vergogna purificatrice che produce metanoia, non punizione. Psōmizō (ψωμίζειν, "dare da mangiare") indica il gesto concreto di porgere cibo boccone per boccone — azione di cura intenzionale, non mera elemosina.

La radice sta in Proverbi 25:21-22, che Paolo cita quasi verbatim: "Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare" — la tradizione sapienziale ebraica già codificava il paradosso.

M. Avot 1:2 (Shim'on ha-Tzaddik) insegna che il mondo poggia su gemilut chasadim — atti di bontà gratuita. Questa categoria tannaita non conosce distinzione amico/nemico: il bisogno stesso obbliga il gesto.

Chi segue Cristo nutre il nemico non per manipolarlo ma perché gemilut chasadim è la forma della giustizia divina incarnata nell'esistenza quotidiana.

Come osservarlo: la tradizione di gemilut chasadim operativa si ritrova in M. Gittin 5:8, che prescrive di sfamare i poveri non-israeliti (aniyei goyim) insieme agli israeliti bisognosi, "a motivo delle vie della pace" (mipnei darkhei shalom) — formula tecnica tannaita che non indica tolleranza passiva ma obbligo attivo di estendere il gesto alimentare oltre i confini del gruppo. Il nemico (oyev) personale rientra nella stessa logica: l'atto valido richiede che il cibo sia effettivamente consegnato e ricevuto; l'intenzione senza il gesto non adempie. Il nutrimento boccone per boccone (psōmizō) corrisponde alla prassi di porgere il cibo direttamente, non depositarlo da lontano — contatto che costituisce l'atto come cura, non come elemosina anonima. Ciò che invalida: rifiutare per ritorsione, o condizionare il gesto al pentimento preventivo del nemico.

Testo Parallelo
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Greco
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Lettura Ortodossa
Romani 12:20
⸂ἀλλὰ ἐὰν⸃ πεινᾷ ὁ ἐχθρός σου, ψώμιζε αὐτόν· ἐὰν διψᾷ, πότιζε αὐτόν· τοῦτο γὰρ ποιῶν ἄνθρακας πυρὸς σωρεύσεις ἐπὶ τὴν κεφαλὴν αὐτοῦ.
Anzi, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu raunerai dei carboni accesi sul suo capo.
ROMANI 12 20 ↗FAREAPOSTOLICO

Romani 12:20 — se ha sete, dagli da bere

Paolo, in Romani 12:14–21, costruisce una parénesi sull'impossibilità di rendere male per male. Il versetto 20 cita direttamente Proverbi 25:21–22, inserendo il credente nella logica sovversiva dell'amore operativo: nutrire il nemico non è debolezza strategica, ma azione che trasferisce il giudizio a Dio, mantenendo intatta la coscienza del credente.

Psōmizō (ψωμίζω, "nutrire boccone per boccone") implica cura attiva e deliberata, non elemosina passiva. Anthrakes (ἄνθρακας, "carboni ardenti") richiama in greco il testo dei LXX di Proverbi 25:22, con semantica di vergogna o purificazione che ricade sul nemico.

La radice veterotestamentaria è Proverbi 25:21–22: "Se il tuo nemico ha fame, dagli pane; se ha sete, dagli acqua" — precetto sapienziale che subordina la vendetta a YHWH.

Mishna Avot 1:2, nel nome di Simeon il Giusto, fonda il mondo su gemilut hasadim (גְּמִילוּת חֲסָדִים), gli atti di amore gratuito: struttura che include il nemico come destinatario del bene incondizionato, senza reciprocità calcolata.

Nutri concretamente chi ti oppone — in un gesto visibile, oggi — affidando il giudizio a Dio senza trattenere astio.

Come osservarlo: la tradizione tannaita di Peah 8:7 distingue con precisione il destinatario e le modalità dell'assistenza alimentare urgente: chi è affamato riceve pane immediatamente, chi è assetato riceve acqua senza dilazione né burocrazia. Il principio operativo è la prontezza — la bisogno immediato del povero (o del nemico bisognoso) costituisce il titolo sufficiente per l'azione; non è richiesta verifica preliminare della causa della sua indigenza. L'atto di dare da bere adempie l'obbligo nel momento stesso in cui l'acqua è consegnata e ricevuta; ritardare, subordinare la consegna a condizioni o offrire un surrogato invalida il gesto. La Mishnah non differenzia tra beneficiario amico o straniero: la necessità fisica è il criterio esclusivo di attivazione.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
Romani 12:20
⸂ἀλλὰ ἐὰν⸃ πεινᾷ ὁ ἐχθρός σου, ψώμιζε αὐτόν· ἐὰν διψᾷ, πότιζε αὐτόν· τοῦτο γὰρ ποιῶν ἄνθρακας πυρὸς σωρεύσεις ἐπὶ τὴν κεφαλὴν αὐτοῦ.
Anzi, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere; poiché, facendo così, tu raunerai dei carboni accesi sul suo capo.
1PIETRO 3 9 ↗FAREAPOSTOLICO

1Pietro 3:9 — non rendete male per male

Pietro scrive a comunità in diaspora soggette a ingiuria e persecuzione sociale. La tensione non è solo etica ma escatologica: il credente è chiamatokeklēmenoi (κεκλημένοι, participio perfetto passivo) — cioè ha ricevuto una vocazione permanente che struttura ogni risposta all'oltraggio. La chiamata precede e fonda la prassi.

Eulogountes (εὐλογοῦντες, "benedicendo") non è sentimento ma atto verbale performativo: dichiarare il bene sull'altro, anche sull'avversario. Il verbo riprende la radice bārak (ברך) dell'AT, che designa la potenza vitale comunicata con la parola — Genesi 12:2-3 struttura l'intera storia della salvezza attorno alla benedizione che fluisce verso i nemici di Abramo.

Mishnah Berakhot 9:5 stabilisce il principio: "Ḥayyav adam levarekhh al hara'ah keshèm shèhu mevarékh al hatovah" — l'uomo è obbligato a benedire sul male come benedice sul bene. Rabbi Akiva (ante 135 d.C.), contestualizzato nel principio del "bekhol me'odekha", radica questa prassi nell'amore integrale verso Dio che non esclude la sofferenza.

Di fronte all'oltraggio, formulare esplicitamente una parola di bene sull'offensore — non il silenzio, ma la benedizione detta.

Come osservarlo: la tradizione attestata in Bava Metzia 2:11 offre il quadro operativo più pertinente: quando un uomo trova l'oggetto perduto del nemico (oyvó, אויבו) e quello di un amico contemporaneamente, è tenuto ad occuparsi prima di quello del nemico — kedi likhof et yitzro, per piegare il proprio istinto. La prassi è dunque un atto fisico e deliberato di precedenza accordata all'avversario: ci si avvicina, si recupera il bene altrui, si restituisce senza attendere richiesta. Non basta l'intenzione interiore; l'adempimento richiede l'azione concreta e tempestiva. L'invalidazione avviene per omissione attiva — ignorare l'oggetto del nemico pur vedendolo — che la Mishnah configura come trasgressione dell'obbligo, non semplice mancanza di generosità.

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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
1Pietro 3:9
μὴ ἀποδιδόντες κακὸν ἀντὶ κακοῦ ἢ λοιδορίαν ἀντὶ λοιδορίας τοὐναντίον δὲ ⸀εὐλογοῦντες, ὅτι εἰς τοῦτο ἐκλήθητε ἵνα εὐλογίαν κληρονομήσητε.
non rendendo male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati onde ereditiate la benedizione.
1PIETRO 3 9 ↗FAREAPOSTOLICO

1Pietro 3:9 — rendete invece benedizione

Pietro scrive a comunità in diaspora, esposte a ostilità sociale reale. Il comando non è retorico: l'imperativo ἀποδιδόντες (apodidóntes, "rendendo") costruisce un'economia di risposta — dare in cambio qualcosa di qualitativamente diverso da ciò che si riceve. La tensione teologica: la benedizione è sia obbligo vocazionale sia eredità futura.

Εὐλογοῦντες (eulogountes, "benedicendo") deriva da εὐ + λόγος: parlare bene, invocare bene su qualcuno. Non è sentimentalismo, ma atto linguistico intenzionale opposto alla κακολογία (maledizione).

La radice veterotestamentaria è Proverbi 17:13 (Chi rende male per bene, il male non si allontanerà dalla sua casa) e Genesi 12:2, dove la benedizione è missione trasmessa, non privilegio trattenuto.

Mishnah Berakhot 9:5 stabilisce il principio tannaita corrispondente: "È obbligato l'uomo a benedire sul male come benedice sul bene" — la benedizione non è condizionata dalla circostanza ricevuta ma dalla disposizione del cuore verso HaShem. Il binario risposta-vocazione è già strutturato nel pensiero tannaita.

Identificare concretamente chi ti ha oltraggiato e pronunciare — non solo pensare — una benedizione nominale su di loro questa settimana.

Come osservarlo: la tradizione tannaita più pertinente alla risposta verbale attiva è Gittin 5:8, che regola la condotta nei rapporti tra ebrei e non-ebrei in nome delle darkhei shalom (vie della pace): si sostiene i poveri dei gentili insieme ai poveri d'Israele, si visitano i loro malati, si seppelliscono i loro morti — atti concreti che traducono un'intenzione benedicente in gesti misurabili. La prassi richiede che l'azione sia spontanea, non coatta; che preceda o accompagni la parola; e che non venga sospesa nemmeno in presenza di conflitto attivo. L'adempimento si invalida se condizionato alla reciprocità o eseguito con ostentazione (lishma è criterio implicito). Il modello operativo: rispondere all'ostilità ricevuta con un atto di sostegno concreto verso chi ha causato danno, senza attenderne la richiesta.

Testo Parallelo
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Cit.
Greco
Traduzione Gnostica
Lettura Ortodossa
1Pietro 3:9
μὴ ἀποδιδόντες κακὸν ἀντὶ κακοῦ ἢ λοιδορίαν ἀντὶ λοιδορίας τοὐναντίον δὲ ⸀εὐλογοῦντες, ὅτι εἰς τοῦτο ἐκλήθητε ἵνα εὐλογίαν κληρονομήσητε.
non rendendo male per male, od oltraggio per oltraggio, ma, al contrario, benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati onde ereditiate la benedizione.