Introduzione al Salmo 126

Il Ritorno come Sogno: Stupore della Redenzione

Il Salmo 126 si apre con una delle immagini più potenti del Salterio: "Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare" (v. 1). Il ritorno dall'esilio babilonese non era creduto possibile — era talmente straordinario che sembrava un sogno. Il verbo ebraico shav shevut (ristabilire la sorte/il destino) è una formula tecnica che designa il restauro escatologico del popolo dopo la catastrofe. La gioia del ritorno è incontenibile: "Allora la nostra bocca si riempì di riso e la nostra lingua di grida di gioia" (v. 2). Persino le nazioni riconoscono l'opera di YHWH: "Il Signore ha fatto grandi cose per loro" — e Israele risponde: "Il Signore ha fatto grandi cose per noi: eravamo pieni di gioia" (v. 3). Il trattato interpreta il ritorno da Babilonia come adempimento delle promesse divine attraverso Ciro, strumento inconsapevole della Provvidenza.

"Fa' ritornare, Signore, i nostri prigionieri": Preghiera nel Tempo dell'Attesa

Il v. 4 introduce una svolta sorprendente: dopo aver celebrato il ritorno già avvenuto, il salmista prega per un ritorno ancora più completo — "Fa' ritornare, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Neghev" (v. 4). L'immagine è geograficamente precisa: i torrenti del Neghev (afiqim baNegev) sono fiumi secchi per gran parte dell'anno che improvvisamente si riempiono con le piogge d'inverno, trasformando il deserto in torrente. Così Dio può trasformare rapidamente la situazione di un popolo disperso. Nell'andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare; nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni"* (vv. 5-6). L'immagine agricola del seminatore che piange è teologicamente densa. La semina avviene in autunno, stagione di precarietà: il contadino getta in terra il grano che potrebbe anche non germogliare — un atto di fede nel ciclo della vita. Il pianto (bekhiy) non indica disperazione ma il rischio del dono, la fatica del donarsi senza garanzie. La gioia del raccolto (rina, grido di gioia) è proporzionale alla profondità del seme gettato. La tradizione rabbinica (Mishnah Peah 1,1) elenca i frutti che si mangiano in questo mondo ricevendo la ricompensa nel mondo futuro, tra cui gemilut hasadim (atti di bontà) — il "seminare nel pianto" è strutturalmente simile: l'investimento generoso produce frutti che superano l'aspettativa.

Pioggia, Gemilut Chasadim e la Semina delle Lacrime

Il Salmo 126 celebra il ritorno dall'esilio come un sogno ("quando il Signore fece tornare i prigionieri di Sion, eravamo come sognatori", v. 1) e lo paragona alle piogge del Neghev che trasformano improvvisamente il deserto. Il seminatore che "va piangendo, portando il seme da spargere" tornerà "con giubilo, portando i suoi covoni" (vv. 5-6). Due mishnayot illuminano questa dinamica di fatica e raccolto.

La Mishnah Peah 1:1 elenca le "cose senza misura (ein lahem shi'ur): la pe'ah (angolo del campo lasciato al povero), le primizie, le offerte del pellegrinaggio, gli atti di gemilut chasadim e lo studio della Torah". E prosegue: "Queste sono le cose di cui un uomo mangia i frutti in questo mondo mentre il capitale (ha-keren) resta per lui nel mondo a venire: onorare padre e madre, gli atti di gemilut chasadim, portare pace tra un uomo e il suo compagno; e lo studio della Torah è pari a tutti questi insieme". Il seminare in lacrime del salmo è precisamente questo investimento senza misura: si dona il seme senza calcolo, e il "capitale resta per il mondo a venire".

La Mishnah Ta'anit 1:2 regolamenta la richiesta liturgica della pioggia: "Non si chiede la pioggia se non in prossimità della stagione delle piogge". La preghiera "fai tornare i nostri prigionieri come torrenti nel Neghev" (v. 4) partecipa della stessa struttura liturgica: si domanda la redenzione quando è "vicina", confidando che la emunah che governa la pioggia governerà anche il ritorno del popolo.

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Riferimenti biblici

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