Estèr davanti al re; il banchetto; la forca di Hamàn — Est 5,1-14
La Bibbia come la udirono i primi lettori giudeo-cristiani
Testo parallelo: ebraico masoretico · Septuaginta · lettura ortodossa
Estèr davanti al re; il banchetto; la forca di Hamàn — Est 5,1-14
Approfondimento storico-halakhico
Significato. Il capitolo è la cerniera del rovesciamento (we-nahafòkh hu, Est 9,1). Estèr compie l'atto più rischioso del libro: presentarsi al re non convocata, gesto che la legge di corte persiana punisce con la morte salvo che il sovrano stenda lo scettro d'oro (sharvìt). Trovata grazia, ella non espone subito la richiesta ma convoca due banchetti (mishtèh): è la strategia del rinvio, che lascia maturare gli eventi. In parallelo Hamàn, gonfio di onore ma rabbioso perché Mordekài non si prostra, su consiglio di Zèresh sua moglie fa preparare un palo alto cinquanta cubiti per impiccarvi Mordekài: la trappola che in Est 7 cadrà sul tramatore stesso.
Ricostruzione storica
La scena è ambientata alla corte achemenide di Susa (Shushàn), sotto il re che il TM chiama Achashveròsh (identificato verosimilmente con Serse I, 486-465 a.C.; la tradizione greca lo rende invece con «Artaserse»). I dettagli — il cortile interno, la sala del trono, il protocollo dello scettro, i banchetti del vino, l'innalzamento di un favorito «sopra i prìncipi» — riflettono il colore di corte persiano che pervade tutto il libro. Il libro di Ester appartiene al genere della novella di corte diasporica, affine per ambientazione a Daniele 1-6: ebrei che, lontani dalla terra, si trovano a operare la salvezza del proprio popolo dentro le strutture del potere straniero. Sul piano letterario, Est 5 è costruito sul contrasto fra l'ascesa apparente di Hamàn e la sua rovina imminente: la sovrabbondanza di letizia ai vv. 9-12 prepara per antifrasi la catastrofe.
Note testuali (TM e LXX)
Il libro di Ester presenta il caso testuale più singolare del canone: il Testo Masoretico non nomina mai Dio. Non vi compare né il Tetragramma né alcun titolo divino; la salvezza è narrata come concatenazione di eventi umani (coincidenze, tempismi, rovesciamenti) che il lettore è invitato a leggere come provvidenza nascosta. La recensione greca dei Settanta reagisce a questo silenzio aggiungendo sei ampi brani — le Aggiunte greche (A-F) — che teologizzano esplicitamente il racconto. In questo capitolo l'Aggiunta D (qui ai vv. 1a-2a del testo greco) riscrive l'ingresso di Estèr al trono: ella «invoca il Dio che tutto vigila e salva», vede il re «come un angelo di Dio» e sviene per il timore — particolari del tutto assenti dal TM, dove Estèr semplicemente «si riveste delle vesti regali e si pone nel cortile». La colonna greca e quella ebraica divergono dunque per doppia tradizione redazionale: il TM lapidario e «laico», la LXX devozionale e provvidenzialistica. Sul piano lessicale, l'idioma nasàh / matzà chen («trovare grazia», vv. 2.8) è cardine del libro; mishtèh («banchetto», da shatàh, bere) ricorre una ventina di volte ed è motivo strutturante; ʿetz (v. 14) designa il legno del patibolo, reso dalla LXX con xýlon.
Ricezione ebraica (liturgia e Megillàh)
Ester è una delle cinque Megillòt (rotoli festivi) e si legge integralmente, sera e mattina, alla festa di Purìm. La Mishnàh dedica alla sua lettura il trattato Megillàh: in Mishnàh Megillàh 2,1 si discute come e in quale lingua il rotolo possa essere letto perché si adempia l'obbligo. La lettura pubblica della Megillàh è uno dei riti distintivi di Purìm, accompagnato dall'uso di coprire con rumore il nome di Hamàn. La sobrietà «senza Dio» del testo ebraico non ha impedito la sua piena canonizzazione: la tradizione rabbinica vi legge anzi un paradigma della provvidenza che opera in incognito (hester panìm, il «volto nascosto»), giocando sull'assonanza fra il nome Estèr e la radice s-t-r, «nascondere».
Aggadah
Il Talmud babilonese, nel trattato Megillàh, sviluppa una fitta lettura midrashica del libro. Sull'ingresso di Estèr al trono (Est 5,1) la tradizione amoraica (b. Megillàh 15b) immagina che, varcato il cortile e attraversando le sale degli idoli, Estèr abbia avvertito la Shekhinàh allontanarsi da lei e abbia pregato con le parole del Sal 22,2 («Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?») — lettura che proietta sul silenzio del TM una presenza divina implicita. Sul doppio banchetto, la stessa tradizione raccoglie diverse spiegazioni del perché Estèr abbia invitato proprio Hamàn: per non destare sospetti, per non far pesare al re la propria fretta, o per accelerare la caduta del nemico illudendolo di sicurezza. La sovrabbondante vanteria di Hamàn (vv. 11-12) è letta come l'hybris che precede la rovina: chi si esalta della propria gloria prepara la propria umiliazione.
Ricezione neotestamentaria e tipologia
Il libro di Ester non è mai citato esplicitamente nel Nuovo Testamento, e il suo silenzio su Dio lo rese a lungo discusso anche in ambito cristiano antico. Va dunque ribadito che il senso storico-letterale ebraico — la salvezza del popolo nella diaspora persiana per coraggio umano e provvidenza nascosta — è il senso primo e autonomo del testo, non una semplice anticipazione di altro. Solo in una ricezione successiva la figura di Estèr, intercessora che rischia la vita presentandosi al re per salvare il suo popolo, è stata riletta dai Padri in chiave tipologica come immagine dell'intercessione; e il motivo del palo/legno (ʿetz, v. 14) su cui il persecutore finisce impiccato è stato accostato per analogia al «legno» della croce, secondo lo schema rabbinico e poi cristiano del contrappasso (middàh ke-neged middàh, «misura per misura»). Tali letture sono riusi posteriori, teologicamente distinti dal senso storico del rotolo ebraico e da esso dipendenti: non sostituiscono la lettura ebraica né la riducono a mera profezia.
Osservanza e liturgia
La dimensione pratica del capitolo si compie nella festa di Purìm (14-15 di Adàr), istituita in Est 9,20-32 a memoria del rovesciamento. I precetti che la tradizione ne deriva — la lettura della Megillàh, i doni di cibo agli amici (mishlòach manòt) e ai poveri (mattanòt la-evyonìm), il banchetto festivo (mishtèh) — riprendono e ribaltano il motivo dei banchetti che struttura proprio capitoli come questo: il convito che qui è strumento dell'astuzia di Estèr diventa, nella prassi liturgica, segno della gioia per la salvezza. Anche il tema del «volto nascosto» di Dio si fa insegnamento etico: agire con responsabilità e coraggio (come Estèr) là dove la presenza divina non è manifesta.
Apparato lessicale versetto per versetto
- v. 1 — Il TM apre con ba-yom ha-shelishì («il terzo giorno») ed Estèr che «si riveste di regalità» (malkhùt). L'invocazione a Dio e lo svenimento appartengono all'Aggiunta greca D, assente dal Masoretico.
- v. 2 — sharvìt ha-zahàv (שַׁרְבִיט הַזָּהָב) = lo scettro d'oro; stenderlo annulla la pena capitale per chi si presenta non convocato (cfr. Est 4,11). Nasàh chen = «trovò grazia».
- v. 4 — mishtèh (מִשְׁתֶּה) = banchetto, convito (da shatàh, bere); motivo strutturale del libro (1,3.5; 5,4.5.8; 7,1ss; 9,17ss).
- v. 6 — mishtèh ha-yàyin = «il banchetto del vino», precisazione che ricorre nei conviti decisivi.
- v. 8 — La strategia del rinvio: Estèr convoca un secondo banchetto invece di accusare subito; il tempo che passa prepara il rovesciamento (we-nahafòkh hu, 9,1).
- v. 9 — Mordekài «non si alzava né tremava» (we-lo qam we-lo zaʿ): rifiuto di prostrazione (cfr. 3,2.5) che aveva scatenato il decreto di sterminio.
- v. 14 — ʿetz (עֵץ) = legno, palo, forca; LXX xýlon. Cinquanta cubiti ≈ 22 metri: iperbole narrativa. Il palo preparato per Mordekài diventerà il patibolo di Hamàn (Est 7,9-10).