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L'amore di Dio per Israele bambino: «Dio e non uomo» — Os 11,1-11

La Bibbia come la udirono i primi lettori giudeo-cristiani

Testo parallelo: ebraico masoretico · Septuaginta · lettura ortodossa

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L'amore di Dio per Israele bambino: «Dio e non uomo» — Os 11,1-11

Osea 11,1-11·MT (OSHB) + LXX·3/4
1
Ebraico (MT)כי נער ישראל ואהבהו וממצרים קראתי לבני
Septuaginta (LXX)Διότι νήπιος Ισραηλ, καὶ ἐγὼ ἠγάπησα αὐτὸν καὶ ἐξ Αἰγύπτου μετεκάλεσα τὰ τέκνα αὐτοῦ.
Lettura OrtodossaQuando Israele era ⓘ, io lo amai, e dall'Egitto chiamai mio figlio.
2
Ebraico (MT)קראו להם כן הלכו מפניהם לבעלים יזבחו ולפסלים יקטרון
Septuaginta (LXX)καθὼς μετεκάλεσα αὐτούς, οὕτως ἀπῴχοντο ἐκ προσώπου μου· αὐτοὶ τοῖς Βααλιμ ἔθυον καὶ τοῖς γλυπτοῖς ἐθυμίων.
Lettura OrtodossaQuanto più ⓘ, tanto più si allontanavano dal mio volto: ai ⓘ sacrificavano e agli idoli scolpiti bruciavano incenso.
3
Ebraico (MT)ואנכי תרגלתי לאפרים קחם על זרועתיו ולא ידעו כי רפאתים
Septuaginta (LXX)καὶ ἐγὼ συνεπόδισα τὸν Εφραιμ, ἀνέλαβον αὐτὸν ἐπὶ τὸν βραχίονά μου, καὶ οὐκ ἔγνωσαν ὅτι ἴαμαι αὐτούς.
Lettura OrtodossaEppure io ⓘ a Efràim, prendendolo sulle mie braccia; ma non ⓘ che io li guarivo.
4
Ebraico (MT)בחבלי אדם אמשכם בעבתות אהבה ואהיה להם כמרימי על על לחיהם ואט אליו אוכיל
Septuaginta (LXX)ἐν διαφθορᾷ ἀνθρώπων ἐξέτεινα αὐτοὺς ἐν δεσμοῖς ἀγαπήσεώς μου καὶ ἔσομαι αὐτοῖς ὡς ῥαπίζων ἄνθρωπος ἐπὶ τὰς σιαγόνας αὐτοῦ· καὶ ἐπιβλέψομαι πρὸς αὐτόν, δυνήσομαι αὐτῷ.
Lettura OrtodossaLi traevo con ⓘ, con legami d'amore; ero per loro come chi solleva il ⓘ dalle loro mascelle, e mi chinavo verso di lui per nutrirlo.
5
Ebraico (MT)לא ישוב אל ארץ מצרים ואשור הוא מלכו כי מאנו לשוב
Septuaginta (LXX)κατῴκησεν Εφραιμ ἐν Αἰγύπτῳ, καὶ Ασσουρ αὐτὸς βασιλεὺς αὐτοῦ, ὅτι οὐκ ἠθέλησεν ἐπιστρέψαι.
Lettura OrtodossaNon tornerà in terra d'Egitto, ma ⓘ sarà il suo re, perché hanno ricusato di ⓘ.
6
Ebraico (MT)וחלה חרב בעריו וכלתה בדיו ואכלה ממעצותיהם
Septuaginta (LXX)καὶ ἠσθένησεν ῥομφαία ἐν ταῖς πόλεσιν αὐτοῦ καὶ κατέπαυσεν ἐν ταῖς χερσὶν αὐτοῦ, καὶ φάγονται ἐκ τῶν διαβουλίων αὐτῶν.
Lettura OrtodossaLa spada si abbatterà sulle sue città, ne spezzerà le sbarre e divorerà a causa dei loro ⓘ.
7
Ebraico (MT)ועמי תלואים למשובתי ואל על יקראהו יחד לא ירומם
Septuaginta (LXX)καὶ ὁ λαὸς αὐτοῦ ἐπικρεμάμενος ἐκ τῆς κατοικίας αὐτοῦ, καὶ ὁ θεὸς ἐπὶ τὰ τίμια αὐτοῦ θυμωθήσεται, καὶ οὐ μὴ ὑψώσῃ αὐτόν.
Lettura OrtodossaIl mio popolo è ostinato nella ⓘ verso di me; lo si chiama in alto, ma nessuno si leva.
8
Ebraico (MT)איך אתנך אפרים אמגנך ישראל איך אתנך כאדמה אשימך כצבאים נהפך עלי לבי יחד נכמרו נחומי
Septuaginta (LXX)τί σε διαθῶ, Εφραιμ; ὑπερασπιῶ σου, Ισραηλ; τί σε διαθῶ; ὡς Αδαμα θήσομαί σε καὶ ὡς Σεβωιμ; μετεστράφη ἡ καρδία μου ἐν τῷ αὐτῷ, συνεταράχθη ἡ μεταμέλειά μου.
Lettura Ortodossaⓘ, Efràim? Come potrei consegnarti, Israele? Come potrei renderti simile ad ⓘ, trattarti come Tzevoìm? Il mio cuore si rivolta dentro di me, ⓘ le mie compassioni.
9
Ebraico (MT)לא אעשה חרון אפי לא אשוב לשחת אפרים כי אל אנכי ולא איש בקרבך קדוש ולא אבוא בעיר
Septuaginta (LXX)οὐ μὴ ποιήσω κατὰ τὴν ὀργὴν τοῦ θυμοῦ μου, οὐ μὴ ἐγκαταλίπω τοῦ ἐξαλειφθῆναι τὸν Εφραιμ· διότι θεὸς ἐγώ εἰμι καὶ οὐκ ἄνθρωπος· ἐν σοὶ ἅγιος, καὶ οὐκ εἰσελεύσομαι εἰς πόλιν.
Lettura OrtodossaNon darò sfogo all'ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efràim: perché ⓘ, il Santo in mezzo a te, e non verrò con furore.
10
Ebraico (MT)אחרי יהוה ילכו כאריה ישאג כי הוא ישאג ויחרדו בנים מים
Septuaginta (LXX)ὀπίσω κυρίου πορεύσομαι· ὡς λέων ἐρεύξεται, ὅτι αὐτὸς ὠρύσεται, καὶ ἐκστήσονται τέκνα ὑδάτων.
Lettura OrtodossaSeguiranno ⓘ: egli ruggirà come un leone, e quando ruggirà accorreranno tremanti i figli dall'ⓘ.
11
Ebraico (MT)יחרדו כצפור ממצרים וכיונה מארץ אשור והושבתים על בתיהם נאם יהוה
Septuaginta (LXX)καὶ ἐκστήσονται ὡς ὄρνεον ἐξ Αἰγύπτου καὶ ὡς περιστερὰ ἐκ γῆς Ἀσσυρίων· καὶ ἀποκαταστήσω αὐτοὺς εἰς τοὺς οἴκους αὐτῶν, λέγει κύριος.
Lettura OrtodossaAccorreranno tremanti come uccelli dall'Egitto, come colombe dalla terra d'Asshùr; e li farò abitare nelle loro case — oracolo del TetraGramma.
Approfondimento storico-halakhico

Uno dei vertici dell'Antico Testamento sulla tenerezza di Dio: il rapporto fra il Dio d'Israele e il suo popolo è detto con il linguaggio di un padre — e di una madre — verso il figlio bambino. Dio insegna a Israele a muovere i primi passi, lo solleva sulle braccia, lo trae «con corde umane, con legami d'amore» (vv. 3-4). Al culmine (vv. 8-9) la collera annunciata si rovescia in misericordia: il «rivoltarsi del cuore» divino e l'affermazione «Dio io sono e non uomo» dicono non una incoerenza, ma la libertà sovrana di una compassione che non si lascia dettare la legge dall'ira. Il brano si chiude con la promessa del ritorno dall'esilio (vv. 10-11), quando il popolo, al ruggito del suo Dio, accorrerà tremante dalle terre della dispersione.

Ricostruzione storica

Osea profetizza nel regno settentrionale di Israele (Efràim) nel secolo VIII a.C., negli anni convulsi che precedono la caduta di Samaria sotto l'Assiria (722 a.C.). Il capitolo guarda indietro all'esodo come momento generativo della relazione — «dall'Egitto chiamai mio figlio» (v. 1) — e in avanti alla minaccia assira: la spada sulle città (v. 6), il ritorno a una nuova «schiavitù» d'Egitto e d'Assiria (v. 5). L'accusa è quella costante in Osea: il culto dei beʿalìm cananaici (v. 2), l'idolatria e l'instabilità politica delle alleanze straniere. Lo sfondo del v. 8 — Admàh e Tzevoìm, le città della pianura annientate con Sodoma e Gomorra (cfr. Dt 29,22) — evoca la possibilità di una distruzione totale, che però Dio rifiuta di portare a compimento. Il «ruggito» del v. 10 e il «tremore» degli esuli che rientrano (vv. 10-11) appartengono al linguaggio profetico del raduno (qibbutz galuyòt), proiettato oltre la catastrofe imminente.

Note testuali (TM/LXX)

Il testo masoretico e la Settanta divergono in più punti, e proprio queste divergenze illuminano la lettura.

  • v. 1 — nàʿar = fanciullo; la LXX rende nḗpios, «infante». «Dall'Egitto chiamai mio figlio» (mi-mitzràyim qaràti li-vnì): il TM ha il singolare «mio figlio» (Israele), mentre la LXX ha il plurale «i suoi figli» (tà tékna autoû).
  • v. 2 — il TM legge «li chiamavano» (i profeti come soggetto, qarʾù lahèm); la LXX legge alla prima persona «come io li chiamavo» (kathṑs metekálesa autoús), conformando il verbo al v. 1.
  • v. 3 — tirgàlti (da régel, piede) = «insegnai a camminare»; la LXX legge synepódisa, «gli legai i piedi», da una radice affine, con un'immagine quasi opposta.
  • v. 4 — chavlè adàm = corde «umane», cioè vincoli di tenerezza; il ʿol («giogo») sollevato dalle mascelle è inteso dalla LXX come rhapízōn ánthrōpos, «un uomo che percuote» sulle guance: due immagini diverse della prossimità di Dio.
  • v. 8 — nichumày = «le mie compassioni», con la nuance delle viscere materne di misericordia; yàchad nikhmerù = «insieme si commuovono/si accendono».
  • v. 9 — El ve-lo ish = «Dio e non uomo»; qadòsh = «il Santo». La clausola finale «e non verrò con furore / nella città» è ambigua già nel TM e variamente resa.

Ricezione ebraica (tradizione rabbinica e liturgica)

Il verbo la-shùv («fare ritorno», vv. 5.7) e il suo contrario meshuvàh («apostasia», v. 7) fanno di Osea uno dei libri-cardine della teologia del ritorno (teshuvàh). Non a caso la liturgia sinagogale del sabato che precede il Kippùr (Shabbàt Shuvàh) trae il proprio nome e il proprio incipit dalla haftaràh oseana «Ritorna, Israele» (Os 14,2). Il Talmud babilonese raccoglie in Yomà 86a-b una celebre serie di sentenze sulla teshuvàh, che dichiara capace di mutare in meriti perfino le colpe deliberate quando è compiuta per amore: lettura coerente con il moto del cuore divino di Os 11,8, dove l'ira già pronunciata si converte in compassione. La Mishnàh Avòt (3,15) custodisce inoltre il principio che «tutto è preveduto e la libertà è concessa», sintesi rabbinica della tensione fra giudizio annunciato e misericordia operante che attraversa il nostro brano.

Aggadah

La lettura aggadica si concentra sul «rivoltarsi del cuore» (v. 8) e sul «Santo in mezzo a te» (v. 9). La tradizione narrativa rabbinica legge l'espressione «non entrerò nella città» con il motivo del tempio celeste e tempio terrestre: il Santo, benedetto egli sia, ha giurato — secondo questa lettura — di non entrare nella Gerusalemme di lassù (Yerushalàyim shel maʿlàh) finché non sarà restaurata la Gerusalemme di quaggiù, legando così la propria «dimora» al destino del popolo esiliato (il motivo ricorre, fra l'altro, in Taʿanìt 5a). L'immagine del Dio che «ruggisce come un leone» (v. 10) è raccolta in chiave consolatoria: il ruggito che altrove annuncia il giudizio (cfr. Am 1,2; 3,8) qui diventa il richiamo del padre che raduna i figli dispersi, e il «tremore» degli esuli (vayecherdù) è letto non come terrore ma come trepidazione del ritorno. Le viscere materne di Dio (nichumày) divengono, nell'aggadah, la garanzia che la dispersione non è l'ultima parola.

Ricezione neotestamentaria e tipologia

Va anzitutto fissato il senso storico-letterale ebraico, che resta primario e autosufficiente: «dall'Egitto chiamai mio figlio» (v. 1) si riferisce all'esodo, all'uscita di Israele, «figlio primogenito» di Dio (Es 4,22), dalla casa di schiavitù. Il versetto guarda al passato — alla liberazione già avvenuta — non a un evento futuro: nel suo contesto è memoria d'amore, fondamento dell'accusa di ingratitudine che segue.

Solo in un secondo momento, come ricezione posteriore e distinta, il vangelo di Matteo (2,15) applica le parole «dall'Egitto ho chiamato mio figlio» al ritorno di Gesù bambino dall'Egitto. Si tratta di una lettura tipologica neotestamentaria, costruita secondo una procedura ermeneutica nota anche al mondo rabbinico (il davàr ha-laméd mi-sofò, «la cosa che si deduce dal suo seguito»): non è il significato che il profeta intendeva, né una «predizione» che il testo ebraico conterrebbe e che il Nuovo Testamento «verificherebbe». Il senso del profeta non viene abolito né sostituito: resta il racconto dell'esodo d'Israele. La lettura cristiana vi sovrappone, come strato successivo, l'idea che la storia del popolo «figlio» si rispecchi nella vicenda del «figlio» Gesù. I due livelli vanno tenuti distinti: il senso storico-ebraico è quello dell'esodo; la rilettura cristologica è una tipologia di ricezione, legittima nel suo orizzonte ma da non retroproiettare come se fosse il significato originario del testo oseano. Allo stesso modo, l'affermazione «Dio io sono e non uomo» (v. 9) dice nel suo contesto la trascendenza della misericordia divina rispetto ai criteri umani, e non va piegata a controversie estranee al profeta.

Osservanza e liturgia

Sul piano dell'osservanza, il brano nutre soprattutto la pratica della teshuvàh: il «ritorno» a Dio non come semplice rimorso, ma come riorientamento concreto della condotta, secondo il verbo shùv che il capitolo ripete. La collocazione liturgica di Osea nelle haftaròt del periodo penitenziale — in particolare la lettura di Shabbàt Shuvàh — fa di questo profeta una voce stagionale del calendario, associata alle Aseret Yemè Teshuvàh, i «dieci giorni del ritorno» fra Capodanno e Kippùr. Il movimento di Os 11, dall'ira trattenuta alla compassione che si riaccende, offre il paradigma stesso del rito penitenziale: l'uomo è chiamato a «tornare», e ciò che rende possibile il ritorno è la fedeltà di un Dio che, pur potendo, rifiuta di «dare sfogo all'ardore della sua ira» (v. 9). Anche l'immagine finale del raduno (vv. 10-11) entra nel filone delle preghiere per il qibbutz galuyòt, la raccolta dei dispersi, presente nella liturgia quotidiana.

Domande Frequenti

«Dall'Egitto chiamai mio figlio» parla di Gesù?

Nel senso storico no: è l'esodo, Israele figlio primogenito di Dio (Es 4,22). Matteo 2,15 lo applica a Gesù mediante la regola rabbinica davàr ha-laméd mi-sofò (deduzione dal riferimento successivo): uso neotestamentario tipologico, esplicitamente segnalato dalla tradizione storico-ebraica come da distinguere dal senso del profeta.

Cosa significa «Dio io sono e non uomo» (v. 9)?

Non un'incoerenza psicologica ma la libertà sovrana della misericordia: il «cuore» di Dio si rivolta (nichumày, le compassioni si accendono) e non dà sfogo all'ira. La differenza fra Dio e l'uomo è proprio questa capacità di non lasciarsi determinare dal furore — la radicale gratuità del perdono.

Perché «non entrerò nella città» (v. 9)?

La tradizione storico-ebraica lo lega al discorso del tempio celeste e del tempio terrestre: il Santo «in mezzo a voi» non entra nella Gerusalemme di lassù finché non è restaurata quella di quaggiù. È affermazione di solidarietà di Dio con la sorte storica del popolo, non assenza.

Riferimenti biblici

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