Introduzione al Salmo 88

Il salmo 88 testo: il lamento più oscuro del Salterio

Il salmo 88 occupa un posto unico nel Salterio ebraico: è l'unico salmo di lamento che non contiene alcuna svolta verso la lode, nessuna espressione di fiducia finale, nessuna promessa di ringraziamento futuro. L'intestazione masoretica shir mizmor livne Qorach lamnatzze'ach al machalat le'annot maskil leHeman haEzrachi (שיר מזמור לבני קרח למנצח על מחלת לענות משכיל להימן האזרחי) attribuisce la composizione a Eman l'Ezraita, figura identificata con il saggio cantor della corte di Salomone (1 Re 4:31), e indica il genere maskil — poema meditativo di alta elaborazione letteraria. Il salmo 88 appartiene alla collezione dei figli di Qorach, lo stesso clan levitico del Salmo 87, ma il tono è radicalmente opposto: non celebrazione universale bensì solitudine totale davanti a YHWH.

Il v. 2 MT apre con un'invocazione che struttura l'intero salmo: YHWH Elohei yeshu'ati yom tza'akti balailah negdekha — «YHWH, Dio della mia salvezza, di giorno ho gridato, di notte sono davanti a te». Tre parole ebraiche chiave definiscono la condizione del salmista: nefesh (essere vivente nella sua totalità), Sheol (regno dei morti) e bor (pozzo, fossa — il luogo di discesa dai vivi ai morti). Il v. 4 MT afferma: ki sav'ah vera'ot nafshi vechayyai liSheol higgiu — «perché la mia vita è satura di mali e la mia esistenza è giunta allo Sheol». La tradizione ebraica inserisce il salmo 88 nel ciclo dei sette salmi penitenziali canonici assieme a Sal 6, 32, 38, 51, 102, 130 e 143 — ma a differenza degli altri, il Salmo 88 non include confessione di peccato né promessa di conversione.

Il salmo 88 commento: la struttura del lamento senza risposta

La struttura del salmo 88 presenta tre movimenti di supplica, ciascuno dei quali si conclude senza risposta divina:

Movimento Versetti MT Contenuto teologico Chiave lessicale
I vv. 1-9a Discesa allo Sheol come realtà presente nefesh, bor, Sheol
II vv. 9b-12 Domande retoriche sulla lode dei morti refa'im, emunatekha
III vv. 13-18 Abbandono totale, oscurità finale choshekh, keneni

Il primo movimento descrive la condizione fisica del salmista: nechshavti im yordei vor (v. 5 MT — «sono computato tra quelli che scendono nella fossa»). Il verbo chashav (computare, calcolare) è lo stesso usato per la registrazione dei popoli nel Salmo 87 — ma qui il registro non è quello della nascita in Sion bensì della morte imminente. Il salmista si descrive come chofshi bammetim (v. 6 MT — «libero tra i morti»): libero dalla vita, non dalla morte. L'immagine del bor tachtiyyot (v. 7 MT — «la fossa dei luoghi più bassi») richiama la cosmologia biblica del Secondo Tempio, nella quale lo Sheol non è semplice metafora ma realtà topografica: luogo sotto la terra, opposto al cielo sopra.

Il secondo movimento (vv. 9b-12) è costruito su una serie di domande retoriche: ha-lerapha'im yaqumu yoducha (v. 11 MT — «forse i morti si alzano a lodarti?»). La teologia biblica del Salterio non conosce ancora la dottrina della resurrezione escatologica come sarà sviluppata nel periodo maccabaico (Dn 12:2) — lo Sheol del salmo 88 è il luogo del silenzio dove cessa la lode di YHWH. La Mishnah Berakhot stabilisce che il credente ha l'obbligo di benedire su ciò che è male come su ciò che è bene: חַיָּב אָדָם לְבָרֵךְ עַל הָרָעָה כְּשֵׁם שֶׁהוּא מְבָרֵךְ עַל הַטּוֹבָה (Mishnah Berakhot 9:5). Il salmo 88 è la realizzazione drammatica di questo principio: il salmista non cessa di gridare anche quando la risposta non arriva.

Il salmo 88 e la teologia cristologica: il grido di abbandono

La tradizione cristiana ha letto il salmo 88 in chiave cristologica, in continuità con la lettura del Salmo 22. Il v. 14 MT, wa'ani eileikha YHWH shivva'ti — «e io verso di te, YHWH, grido aiuto» — presenta la struttura orante di Gesù sulla croce, riportata nel vangelo di Marco: Elōi Elōi lema sabachthani (Mc 15:34 — ὁ θεός μου ὁ θεός μου, εἰς τί ἐγκατέλιπές με — «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»). La citazione marciana è dal Salmo 22, che include una sezione di lode finale, ma il genere letterario del lamento senza risposta visibile nel Salmo 88 qualifica la profondità dell'abbandono percepito sulla croce: il Figlio incarnato attraversa la condizione del salmista moribondo. Il parallelismo con le Lamentazioni è strutturalmente rilevante: ani hagever ra'ah 'oni beshevet 'evrato (Lam 3:1 — «io sono l'uomo che ha visto la miseria sotto la verga della sua ira»).

Il salmo termina con la parola choshekh — «oscurità» (v. 19 MT) — senza redenzione testuale visibile. Il Talmud riporta la sentenza di R. Elazar: «grande è la preghiera più delle opere buone» (Berakhot 32b), e che Mosè stesso non fu esaudito se non attraverso la preghiera. La Mishnah Berakhot 5:1 descrive i Hasidim harishonim (חֲסִידִים הָרִאשׁוֹנִים) — i pii antichi — che trascorrevano un'ora in raccoglimento prima di pregare, affinché orientassero il cuore verso il Makom (il Luogo, nome di Dio). Il Talmud Berakhot 5a riporta che Abbayyé raccomandava al discepolo di recitare anche un solo versetto di misericordia prima di dormire: beyadekha afqid ruchi — «nelle tue mani affido il mio spirito» (Sal 31:6). Il salmo 88 è la radice di questa spiritualità: il consegnare la propria vita a YHWH anche quando la risposta non viene, anche quando il salmo si chiude nell'oscurità.

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Riferimenti biblici