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Parabola del fariseo e del pubblicano — Luca 18,9-14

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Parabola del fariseo e del pubblicano

Lc 18,9-14·NA28·112/156
δίκαιοι=giustiצַדִּיקִים tzaddikimΦαρισαῖος=Fariseo (Parush)פָּרוּשׁ parushτελώνης=gabbai (esattore)νηστεύω δὶς τοῦ σαββάτου=digiuno 2 volte/settimana (Didaché 8,1)ἀποδεκατῶ=decimoמַעֲשֵׂר ma'aserἱλάσθητί μοι=sii propiziato (Yom Kippur — kapparah)
XXX domenica del Tempo Ordinario — anno C
9-14
Greco9 Εἶπεν δὲ ⸀καὶ πρός τινας τοὺς πεποιθότας ἐφ’ ἑαυτοῖς ὅτι εἰσὶν δίκαιοι καὶ ἐξουθενοῦντας τοὺς λοιποὺς τὴν παραβολὴν ταύτην· 10 Ἄνθρωποι δύο ἀνέβησαν εἰς τὸ ἱερὸν προσεύξασθαι, ⸀ὁ εἷς Φαρισαῖος καὶ ὁ ἕτερος τελώνης. 11 ὁ Φαρισαῖος σταθεὶς ⸂πρὸς ἑαυτὸν ταῦτα⸃ προσηύχετο· Ὁ θεός, εὐχαριστῶ σοι ὅτι οὐκ εἰμὶ ⸀ὥσπερ οἱ λοιποὶ τῶν ἀνθρώπων, ἅρπαγες, ἄδικοι, μοιχοί, ἢ καὶ ὡς οὗτος ὁ τελώνης· 12 νηστεύω δὶς τοῦ σαββάτου, ⸀ἀποδεκατῶ πάντα ὅσα κτῶμαι. 13 ⸂ὁ δὲ⸃ τελώνης μακρόθεν ἑστὼς οὐκ ἤθελεν οὐδὲ τοὺς ὀφθαλμοὺς ⸂ἐπᾶραι εἰς τὸν οὐρανόν⸃, ἀλλ’ ⸀ἔτυπτε τὸ στῆθος ⸀αὐτοῦ λέγων· Ὁ θεός, ἱλάσθητί μοι τῷ ἁμαρτωλῷ. 14 λέγω ὑμῖν, κατέβη οὗτος δεδικαιωμένος εἰς τὸν οἶκον αὐτοῦ ⸂παρ’ ἐκεῖνον⸃· ὅτι πᾶς ὁ ὑψῶν ἑαυτὸν ταπεινωθήσεται, ὁ δὲ ταπεινῶν ἑαυτὸν ὑψωθήσεται.
Lettura Ortodossa9 Disse questa parabola per ⓘ: 10 «Due uomini ⓘ, uno ⓘ e l'altro ⓘ. 11 Il fariseo, in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ⓘ, o anche come questo pubblicano. 12 ⓘ. 13 Il pubblicano invece, ⓘ dicendo: O Dio, ⓘ. 14 Io vi dico: questi tornò a casa ⓘ, a differenza dell'altro; perché ⓘ».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

La parabola di Lc 18,9-14 si colloca nel periodo del Secondo Tempio, quando il Tempio di Gerusalemme fungeva da centro cultuale e spazio ordinario della preghiera comunitaria nelle ore fisse dell'offerta dell'incenso (shacharit e minchah). I perushim (farisei) erano un movimento laico di osservanti che praticavano la separazione rituale per la purità, distinti dall'oligarchia sacerdotale sadducea (archiereîs). I telṓnai (pubblicani) erano esattori che appaltavano la riscossione delle tasse per conto di Roma, lucrando sulle eccedenze: una figura socialmente disprezzata come collaborazionista e ritualmente impura. Flavio Giuseppe attesta la presenza di questi due gruppi nel tessuto sociale della Giudea del I secolo (Antichità Giudaiche XVIII). La preghiera al Tempio, nelle sue forme fisse, era prassi consolidata documentata nella Mishnah (m.Berakhot 4,1).

Analisi lessicale

Il v. 9 introduce il bersaglio con pepoithótas eph'heautoîs (participio perfetto: «quelli che confidavano stabilmente in se stessi») unito a exouthenoûntas toùs loipoús («disprezzavano gli altri»): il difetto non è la pietà ma l'autogiustizia combinata al disprezzo, opposto ebraico di bein adam le-chavero. Al v. 12 nēsteúō dìs toû sabbátou indica un digiuno bisettimanale supererogatorio, oltre il Kippur prescritto; apodekatô pánta («pago le decime di tutto») eccede persino i minimi della Torah. Al v. 13 hilásthēti (aoristo imperativo da hiláskesthai) richiama la radice cultuale dell'espiazione: la stessa di hilastḗrion/kapporet (Es 25,17), il propiziatorio sull'arca — non un generico «abbi pietà» ma un appello alla kapparah divina. L'imperfetto étypte tò stêthos è durativo: «continuava a percuotersi il petto», gesto di contrizione. Al v. 14 dedikaiōménos (participio perfetto passivo) significa «dichiarato giusto da Dio»: nel contrasto interno alla parabola vale umiltà contro presunzione, non una categoria forense paolina fede/opere. I futuri passivi del v. 14b (tapeinōthḗsetai / hypsōthḗsetai) sono passiva divina: è Dio l'agente del rovesciamento.

Fonti ebraiche

Il nucleo teologico della parabola è profondamente radicato nella tradizione scritturistica di Israele. Il principio del cuore contrito come condizione dell'ascolto divino è centrale in Sal 51,19: «un cuore contrito e umiliato, o Dio, tu non disprezzi». Il rovesciamento umiltà/esaltazione trova paralleli diretti in Pr 3,34 («Dio agli umili concede la grazia»), Pr 29,23 («l'umiltà dell'uomo lo innalza all'onore») e Gb 22,29. La tradizione sapienziale condivide il principio che l'autoesaltazione precede la caduta. Nella letteratura intertestamentale, Sir 35,17 afferma che la preghiera dell'umile penetra le nubi. La critica alla preghiera che diventa vanto di sé è presente nella tradizione tannaitica, che lodava l'umiltà (anavah) come virtù fondamentale del rapporto con Dio: la tradizione di Ben Zoma (m.Avot 4,1) sull'umiltà come vera grandezza ne è espressione canonica. Il catalogo del v. 11 — hárpages, ádikoi, moichoí («ladri, ingiusti, adulteri») — elenca trasgressioni contro il prossimo (bein adam le-chavero), l'opposto della giustizia interpersonale.

Halakhah e dimensione pratica

La parabola presuppone un quadro giuridico-pratico preciso: la legittimità della preghiera è vincolata non solo alla forma ma alla disposizione interiore, e la kavvanah (intenzione del cuore) è condizione halakhica dell'orazione valida secondo m.Berakhot 5,1 («non si deve pregare se non con la mente raccolta»).

Strumenti giuridici concreti rilevanti: (1) Il digiuno bisettimanale (ta'anit) del fariseo era pratica supererogatoria oltre l'obbligo della Torah (m.Ta'anit 1,4-6 regola i digiuni pubblici; quelli privati volontari sono atti di pietà personale). (2) Le decime di tutto (ma'aser) richiamano le norme di Dt 14,22 e le precisazioni di m.Ma'aserot: pagare le decime persino su ciò che non è strettamente soggetto all'obbligo è un atto di chumra (rigorismo volontario). (3) La postura del pubblicano — a distanza, senza alzare gli occhi al cielo — riflette i codici gestuali della supplica penitenziale: m.Berakhot 5,1 prescrive reverenza fisica nella preghiera. (4) Il gesto di battersi il petto (étypte tò stêthos) è attestato come espressione rituale di contrizione, parallelo alla formula di confessione (vidui) prescritta per lo Yom Kippur (m.Yoma 8,9). (5) L'invocazione hilásthēti richiama direttamente il rito della kapparah (espiazione), che nella halakhah è condizionata al pentimento sincero (teshuvah): senza teshuvah, il rito non opera (m.Yoma 8,8-9).

Lettura non sostitutiva

La parabola non oppone «giudaismo delle opere» a «grazia cristiana»: una simile lettura è esegesi anacronistica e antistorica. Il fariseo non è condannato per le sue opere — digiuno e decime sono pratiche lodevoli e autenticamente pie — ma per l'autogiustizia e il disprezzo del prossimo. Il pubblicano è dichiarato giusto non per l'assenza di opere ma per l'umiltà della supplica. La lezione è interna alla pietà di Israele: i maestri ebrei lodavano il cuore contrito (Sal 51,19) e criticavano l'arroganza religiosa come ostacolo al rapporto con Dio. Il termine dedikaiōménos non introduce una teoria forense estranea al testo: significa «riconosciuto giusto» nel contrasto umiltà/presunzione, in linea con la tradizione sapienziale di Pr 3,34. Israele non è «sostituito» da un nuovo popolo: la massima finale è una massima sapienziale condivisa, radicata nei testi di Israele, che Gesù trasmette come maestro all'interno della sua tradizione. I perushim non sono «ipocriti» per definizione: il bersaglio del v. 9 è uno specifico atteggiamento — l'autogiustizia unita al disprezzo — non un gruppo etnico o religioso. La distinzione tra oligarchia templare (archiereîs) e popolo (laos), e tra tendenza spirituale e appartenenza di gruppo, è metodologicamente necessaria per una lettura storicamente onesta.

Note testuali

  • v. 9 — pepoithótas eph'heautoîs: participio perfetto, «quelli che confidavano stabilmente in se stessi»; exouthenoûntas toùs loipoús: «disprezzavano gli altri» — il bersaglio dichiarato è l'autogiustizia + il disprezzo, non il fariseismo come movimento.
  • v. 10 — anébēsan eis tò hierón proseúxasthai: «salirono al Tempio a pregare» nelle ore fisse della preghiera, quando si offriva l'incenso; Pharisaîos: osservante separato per la purità, non «ipocrita»; telṓnēs: esattore al servizio di Roma, ceto disprezzato come collaborazionista e impuro.
  • v. 11 — hárpages, ádikoi, moichoí: catalogo di trasgressori contro il prossimo, l'opposto del giusto secondo i precetti bein adam le-chavero.
  • v. 12 — nēsteúō dìs toû sabbátou: digiuno bisettimanale supererogatorio, oltre il prescritto; apodekatô pánta: decime di tutto, opera oltre l'obbligo — pietà autentica; il difetto non è nelle opere ma nel vanto e nel disprezzo.
  • v. 13 — makróthen hestṓs: «stava a distanza»; étypte tò stêthos: imperfetto durativo, «continuava a percuotersi il petto», gesto di contrizione; hilásthēti: verbo dell'espiazione cultuale, stessa radice di hilastḗrion/kapporet (Es 25,17): affidarsi alla misericordia espiatrice, non ai propri meriti.
  • v. 14 — dedikaiōménos: participio perfetto passivo, «dichiarato giusto da Dio»; nel contrasto umiltà/autogiustizia, non «fede vs. opere» paolino; tapeinōthḗsetai / hypsōthḗsetai: futuri passivi = passiva divina, è Dio l'agente del rovesciamento; massima sapienziale: cf. Pr 3,34; Pr 29,23; Ez 21,31; Sal 51,19.

Domande Frequenti

Il fariseo della parabola è condannato perché pratica digiuno e decime?

No: il testo (v. 9) dichiara esplicitamente che il bersaglio è l'autogiustizia e il disprezzo del prossimo. Digiuno bisettimanale e decime di tutto sono pratiche supererogatorie lodevoli (m.Ta'anit; m.Ma'aserot); il difetto è il confronto sprezzante e il confidare in sé, non le opere in quanto tali.

Cosa significa il verbo hilásthēti al v. 13?

È l'aoristo imperativo di hiláskesthai, radice cultuale dell'espiazione: la stessa di hilastḗrion/kapporet (Es 25,17), il propiziatorio sull'arca. Non è un generico «abbi pietà» ma un appello alla kapparah divina, condizionata nella halakhah alla teshuvah sincera (m.Yoma 8,8-9).

La sentenza 'giustificato' (dedikaiōménos) al v. 14 anticipa la teologia forense paolina?

No: nel contesto della parabola significa «riconosciuto giusto da Dio» nel contrasto umiltà/presunzione, in linea con Pr 3,34 e Sal 51,19. Importare la categoria fede/opere paolina è lettura anacronistica; la lezione è interna alla tradizione sapienziale di Israele.

La parabola contrappone due gruppi etnici o religiosi?

No: il v. 9 dichiara che il bersaglio è chiunque «confida in se stesso e disprezza gli altri». Il fariseo rappresenta il rischio dell'autogiustizia in ogni uomo religioso; il pubblicano rappresenta l'umiltà penitenziale. La massima finale (Pr 3,34; 29,23) è un principio universale della tradizione sapienziale ebraica.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.