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Oracolo contro i Filistei — Ger LXX 29,1-7 (TM 47)

La Bibbia come la udirono i primi lettori giudeo-cristiani

Testo parallelo: ebraico masoretico · Septuaginta · lettura ortodossa

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Oracolo contro i Filistei — Ger LXX 29,1-7 (TM 47)

Geremia 29,1-7·MT (OSHB) + LXX·9/12
1
Ebraico (MT)ואלה דברי הספר אשר שלח ירמיה הנביא מירושלם אל יתר זקני הגולה ואל הכהנים ואל הנביאים ואל כל העם אשר הגלה נבוכדנאצר מירושלם בבלה
Septuaginta (LXX)Ἐπὶ τοὺς ἀλλοφύλους.
Lettura OrtodossaQueste sono le parole della ⓘ che il profeta Geremia mandò da Gerusalemme al resto degli ⓘ, ai sacerdoti, ai profeti e a tutto il popolo che ⓘ aveva deportato da Gerusalemme a Babilonia,
2
Ebraico (MT)אחרי צאת יכניה המלך והגבירה והסריסים שרי יהודה וירושלם והחרש והמסגר מירושלם
Septuaginta (LXX)Τάδε λέγει κύριος Ἰδοὺ ὕδατα ἀναβαίνει ἀπὸ βορρᾶ καὶ ἔσται εἰς χειμάρρουν κατακλύζοντα καὶ κατακλύσει γῆν καὶ τὸ πλήρωμα αὐτῆς, πόλιν καὶ τοὺς κατοικοῦντας ἐν αὐτῇ· καὶ κεκράξονται οἱ ἄνθρωποι, καὶ ἀλαλάξουσιν ἅπαντες οἱ κατοικοῦντες τὴν γῆν.
Lettura Ortodossadopo che furono usciti da Gerusalemme il re ⓘ, la ⓘ, gli ⓘ, i capi di Giuda e di Gerusalemme, gli ⓘ,
3
Ebraico (MT)ביד אלעשה בן שפן וגמריה בן חלקיה אשר שלח צדקיה מלך יהודה אל נבוכדנאצר מלך בבל בבלה לאמר
Septuaginta (LXX)ἀπὸ φωνῆς ὁρμῆς αὐτοῦ, ἀπὸ τῶν ὁπλῶν τῶν ποδῶν αὐτοῦ καὶ ἀπὸ σεισμοῦ τῶν ἁρμάτων αὐτοῦ, ἤχου τροχῶν αὐτοῦ οὐκ ἐπέστρεψαν πατέρες ἐφ’ υἱοὺς αὐτῶν ἀπὸ ἐκλύσεως χειρῶν αὐτῶν
Lettura Ortodossaper mano di Elasà figlio di Safàn e di Ghemarìa figlio di Chelkìa, che Sedecìa re di Giuda aveva mandato a Babilonia da Nabucodonosor re di Babilonia. Diceva:
4
Ebraico (MT)כה אמר יהוה צבאות אלהי ישראל לכל הגולה אשר הגליתי מירושלם בבלה
Septuaginta (LXX)ἐν τῇ ἡμέρᾳ τῇ ἐρχομένῃ τοῦ ἀπολέσαι πάντας τοὺς ἀλλοφύλους· καὶ ἀφανιῶ τὴν Τύρον καὶ τὴν Σιδῶνα καὶ πάντας τοὺς καταλοίπους τῆς βοηθείας αὐτῶν, ὅτι ἐξολεθρεύσει κύριος τοὺς καταλοίπους τῶν νήσων.
Lettura OrtodossaCosì dice ⓘ, Dio d'Israele, a tutta la ⓘ che io ho deportato da Gerusalemme a Babilonia:
5
Ebraico (MT)בנו בתים ושבו ונטעו גנות ואכלו את פרין
Septuaginta (LXX)ἥκει φαλάκρωμα ἐπὶ Γάζαν, ἀπερρίφη Ἀσκαλὼν καὶ οἱ κατάλοιποι Ενακιμ. ἕως τίνος κόψεις,
Lettura Ortodossaⓘ, piantate giardini e mangiatene il frutto;
6
Ebraico (MT)קחו נשים והולידו בנים ובנות וקחו לבניכם נשים ואת בנותיכם תנו לאנשים ותלדנה בנים ובנות ורבו שם ואל תמעטו
Septuaginta (LXX)ἡ μάχαιρα τοῦ κυρίου; ἕως τίνος οὐχ ἡσυχάσεις; ἀποκατάστηθι εἰς τὸν κολεόν σου, ἀνάπαυσαι καὶ ἐπάρθητι.
Lettura Ortodossaprendete mogli e generate figli e figlie; prendete mogli per i vostri figli e date le vostre figlie a marito, perché generino figli e figlie; ⓘ là e non diminuite.
7
Ebraico (MT)ודרשו את שלום העיר אשר הגליתי אתכם שמה והתפללו בעדה אל יהוה כי בשלומה יהיה לכם שלום
Septuaginta (LXX)πῶς ἡσυχάσει; καὶ κύριος ἐνετείλατο αὐτῇ ἐπὶ τὴν Ἀσκαλῶνα καὶ ἐπὶ τὰς παραθαλασσίους, ἐπὶ τὰς καταλοίπους, ἐπεγερθῆναι.
Lettura Ortodossaⓘ dove io vi ho deportati, e ⓘ per essa il TetraGramma, perché nel suo bene sarà il bene vostro.
Approfondimento storico-halakhico

Significato. Questa pericope apre la celebre lettera agli esiliati (Ger 29,1-7 del Testo Masoretico), il documento che il profeta invia da Gerusalemme alla comunità deportata a Babilonia dopo la prima deportazione del 597 a.C., quella che strappò il giovane re Ieconia, la regina madre, i funzionari di corte e le maestranze qualificate. Contro l'attesa di un rimpatrio rapido — alimentata da profeti che annunciavano una caduta imminente di Babilonia — il profeta consegna un comando sorprendente: radicarsi. «Costruite case e abitatele, piantate giardini e mangiatene il frutto, prendete mogli, generate figli, moltiplicatevi, e cercate il bene (shalom) della città dove vi ho deportati, e pregate per essa». L'esilio non è una parentesi da attraversare in apnea, ma un tempo lungo da abitare con responsabilità: la sorte della comunità ebraica è legata, paradossalmente, al benessere della città del dominatore straniero.

Ricostruzione storica

L'oracolo si colloca nel decennio fra le due grandi deportazioni babilonesi. Nel 597 a.C. Nabucodonosor aveva assediato Gerusalemme e deportato Ieconia (Yekhonyah, detto anche Ioiachìn) insieme all'élite politica, sacerdotale e tecnica del regno: i versetti 1-2 elencano con precisione documentaria la regina madre (ha-gevirah, figura istituzionale alla corte davidica), gli eunuchi/funzionari, i capi di Giuda e soprattutto l'artigiano e il fabbro (he-charash we-ha-masger), cioè le maestranze metallurgiche: deportare i fabbri significava privare Giuda della capacità di forgiare armi e di fortificarsi. A Gerusalemme regnava ormai Sedecìa, insediato da Nabucodonosor come re vassallo. La lettera viaggia per mano di due emissari ufficiali, Elasà figlio di Safàn e Ghemarìa figlio di Chelkìa, inviati da Sedecìa a Babilonia (v. 3): il profeta sfrutta un canale diplomatico reale per recapitare il proprio messaggio. Il contesto storico-letterale è dunque la gestione concreta di una comunità sradicata che deve organizzare la propria sopravvivenza in terra straniera, prima della distruzione definitiva di Gerusalemme nel 587/586 a.C.

Note testuali (TM / LXX)

La testimonianza testuale di Geremia presenta una doppia tradizione ben nota: la recensione greca (Settanta) è più breve di circa un ottavo rispetto al Testo Masoretico e dispone diversamente vari materiali. Questa pericope, che nel TM è Geremia 29,1-7, nella numerazione della Settanta corrisponde a LXX Geremia 36,1-7: non un errore di trasmissione, ma il segno di due edizioni del libro già circolanti nell'antichità, fenomeno confermato anche dai frammenti ebraici di Qumran. Sul piano lessicale, il termine cardine è golah (la «deportazione» come comunità, vv. 1.4), che il testo costituisce a interlocutore collettivo dell'oracolo. Al v. 5 gli imperativi benu («costruite») e nitʿu («piantate») richiamano il linguaggio della stabilità agraria; al v. 6 la formula urvu we-al timʿatu («moltiplicatevi e non diminuite») riprende quasi verbatim la benedizione di fecondità di Gn 1,28 e 9,1. Il v. 7 incardina tutto sul triplice ricorrere della radice shalom (shelom ha-ʿir … bi-shlomah … shalom): «cercate lo shalom della città … perché nel suo shalom ci sarà shalom per voi», dove shalom è prosperità integrale, non mera assenza di conflitto.

Ricezione ebraica (rabbinica e liturgica)

Il principio del v. 7 — pregare per il bene del potere costituito che ospita la comunità — è divenuto cardine dell'etica diasporica ebraica. La Mishnah lo formula come massima civile in Avot 3,2: «Prega per il benessere del regno (shalom shel malkhut), perché se non fosse per il timore di esso, ognuno avrebbe inghiottito vivo il prossimo» (insegnamento attribuito a Rabbi Chanina, vice-sommo sacerdote). Da qui discende la tradizione liturgica della preghiera per il governo recitata nella sinagoga. La Tosefta e il Talmud babilonese discutono ripetutamente la condotta degli esiliati e il valore dell'insediamento stabile; il celebre principio dina de-malkhuta dina, «la legge del regno è legge» (attribuito a Mar Shemuel, b. Bava Qamma 113a; Nedarim 28a), formalizza in chiave halakhica proprio l'atteggiamento di lealtà civica che questo passo inaugura. Per la tradizione rabbinica la lettera di Geremia non legittima la rassegnazione, ma fonda una teologia della diaspora operosa: costruire, piantare, generare e intercedere come forme di fedeltà al patto anche lontano dalla terra.

Aggadah

La lettura aggadica si è soffermata sul paradosso dell'ordine di «piantare giardini» a chi sapeva che l'esilio sarebbe durato settant'anni (Ger 25,11-12; 29,10). La tradizione midrashica vede in questi imperativi un atto di fede nel tempo lungo: chi pianta un albero il cui frutto godrà solo dopo anni proclama implicitamente la fiducia in un futuro promesso. Si è collegato questo motivo al noto detto rabbinico secondo cui un uomo, sorpreso a piantare un alberello mentre giunge la notizia dell'arrivo del Messia, deve prima terminare di piantare e poi andare incontro (cfr. Avot de-Rabbi Natan B, cap. 31). L'aggadah valorizza inoltre il «cercate il bene della città»: il bene dell'esiliato e il bene della città che lo accoglie sono intrecciati, lettura che nutre la riflessione sull'intercessione anche per chi non condivide la fede d'Israele.

Ricezione neotestamentaria e tipologia

Va anzitutto ribadito il senso storico-letterale ebraico: questo è un comando pratico, datato e concreto, a una comunità reale di deportati nel VI secolo a.C., e regge interamente da sé senza bisogno di alcun compimento ulteriore. Non si tratta di una «previsione» in attesa di essere superata, ma di una direttiva pastorale che fonda l'etica della diaspora. Su questo fondamento, e come ricezione posteriore da tenere distinta dal senso originario, alcune correnti del giudaismo del Secondo Tempio e poi gli scritti del Nuovo Testamento hanno ripreso il motivo dell'esilio operoso e dell'intercessione per la città. La Prima lettera di Pietro si rivolge ai destinatari come «stranieri e pellegrini» (1Pt 2,11) e li esorta a una condotta esemplare e alla preghiera per le autorità, in una struttura che riecheggia l'etica diasporica di Geremia; analogamente l'esortazione a «pregare per i re e per tutti quelli che stanno al potere» (1Tm 2,1-2) si muove nello stesso solco. È un echo tipologico, una rilettura cristiana del paradigma dell'esilio, non il senso letterale del profeta: il testo ebraico non parla del Cristo né è abolito da una lettura successiva, e va guardato anzitutto nel suo orizzonte storico proprio. La condizione di «esilio» diventa nella ricezione una metafora dell'esistenza credente nel mondo, ma resta una lettura applicativa seconda, sovrapposta a un oracolo che conserva piena autonomia di significato.

Osservanza e liturgia

Sul piano dell'osservanza, il v. 7 ha generato una prassi precisa: la recitazione, nel servizio sinagogale del sabato e delle feste, di una preghiera per il bene dello Stato e delle autorità, applicazione diretta dell'ingiunzione di «pregare per il bene della città». La triade costruire-piantare-generare è stata letta come fondamento dell'imperativo di edificare la vita comunitaria anche in terra straniera, e l'eco di Gn 1,28 al v. 6 («moltiplicatevi») la inserisce nel grande arco delle benedizioni di fecondità. Più ampiamente, la lettera agli esiliati è divenuta testo di riferimento per ogni riflessione sulla responsabilità civile del credente: cercare il bene comune del luogo in cui si vive, pregare per esso, non isolarsi nell'attesa né cedere alla disperazione. Il passo insegna che la fedeltà al patto si esercita non solo nel tempio o nella terra promessa, ma nell'operosità quotidiana e nell'intercessione, ovunque la comunità si trovi.

Domande Frequenti

Perché questo capitolo nella LXX è diverso dal Geremia 29 della Bibbia comune?

Perché esistono due tradizioni testuali di Geremia. La LXX (più breve, ordine diverso) numera l'oracolo contro i Filistei come capitolo 29; il Testo Masoretico lo colloca al capitolo 47. Il famoso «progetti di pace» (TM Ger 29,11) nella LXX è invece al capitolo 36. La tabella riproduce fedelmente il testo greco con questa segnalazione.

L'«inondazione da settentrione» è un evento futuro?

No. Nel senso storico è l'invasione babilonese (Nabucodonosor) lungo la costa filistea, fine VII–inizio VI sec. a.C. Il metodo storico rifiuta la futurizzazione: l'oracolo era già realizzato nel suo orizzonte profetico.

Riferimenti biblici