Torna alle Fonti

Deuteronomio 24 — il get, la disputa Hillel/Shammai e l'halakhah sociale

La Bibbia come la udirono i primi lettori giudeo-cristiani

Testo parallelo: ebraico masoretico · Septuaginta · lettura ortodossa

0 di 267 pericopi lette(0%)

Deuteronomio 24 — il get, la disputa Hillel/Shammai e l'halakhah sociale

Deuteronomio 24,1-22·MT (OSHB) + LXX·15/21
12
Ebraico (MT)כי יקח איש אשה ובעלה והיה אם לא תמצא חן בעיניו כי מצא בה ערות דבר וכתב לה ספר כריתת ונתן בידה ושלחה מביתו
Septuaginta (LXX)Ἐὰν δέ τις λάβῃ γυναῖκα καὶ συνοικήσῃ αὐτῇ, καὶ ἔσται ἐὰν μὴ εὕρῃ χάριν ἐναντίον αὐτοῦ, ὅτι εὗρεν ἐν αὐτῇ ἄσχημον πρᾶγμα, καὶ γράψει αὐτῇ βιβλίον ἀποστασίου καὶ δώσει εἰς τὰς χεῖρας αὐτῆς καὶ ἐξαποστελεῖ αὐτὴν ἐκ τῆς οἰκίας αὐτοῦ,
Lettura OrtodossaQuando un uomo ⓘ e ne diverrà ⓘ, se poi avverrà che ella ⓘ perché egli ha trovato in lei ⓘ, le scriverà un ⓘ, glielo porrà in mano e la ⓘ dalla sua casa.
2
Ebraico (MT)ויצאה מביתו והלכה והיתה לאיש אחר
Septuaginta (LXX)καὶ ἀπελθοῦσα γένηται ἀνδρὶ ἑτέρῳ,
Lettura OrtodossaElla uscirà dalla sua casa, ⓘ e diverrà ⓘ.
3
Ebraico (MT)ושנאה האיש האחרון וכתב לה ספר כריתת ונתן בידה ושלחה מביתו או כי ימות האיש האחרון אשר לקחה לו לאשה
Septuaginta (LXX)καὶ μισήσῃ αὐτὴν ὁ ἀνὴρ ὁ ἔσχατος καὶ γράψει αὐτῇ βιβλίον ἀποστασίου καὶ δώσει εἰς τὰς χεῖρας αὐτῆς καὶ ἐξαποστελεῖ αὐτὴν ἐκ τῆς οἰκίας αὐτοῦ, ἢ ἀποθάνῃ ὁ ἀνὴρ ὁ ἔσχατος, ὃς ἔλαβεν αὐτὴν ἑαυτῷ γυναῖκα,
Lettura OrtodossaSe anche ⓘ la prenderà in ⓘ, le scriverà un atto di ripudio, glielo porrà in mano e la manderà via dalla sua casa; oppure se ⓘ quest'ultimo uomo che l'aveva presa per sé in moglie,
4
Ebraico (MT)לא יוכל בעלה הראשון אשר שלחה לשוב לקחתה להיות לו לאשה אחרי אשר הטמאה כי תועבה הוא לפני יהוה ולא תחטיא את הארץ אשר יהוה אלהיך נתן לך נחלה
Septuaginta (LXX)οὐ δυνήσεται ὁ ἀνὴρ ὁ πρότερος ὁ ἐξαποστείλας αὐτὴν ἐπαναστρέψας λαβεῖν αὐτὴν ἑαυτῷ γυναῖκα μετὰ τὸ μιανθῆναι αὐτήν, ὅτι βδέλυγμά ἐστιν ἐναντίον κυρίου τοῦ θεοῦ σου· καὶ οὐ μιανεῖτε τὴν γῆν, ἣν κύριος ὁ θεὸς ὑμῶν δίδωσιν ὑμῖν ἐν κλήρῳ.
Lettura Ortodossaⓘ il ⓘ che l'aveva mandata via tornare a prenderla perché sia sua moglie, ⓘ, poiché ciò è ⓘ davanti al ⓘ; e non farai ⓘ che il ⓘ ti dà in ⓘ.
52
Ebraico (MT)כי יקח איש אשה חדשה לא יצא בצבא ולא יעבר עליו לכל דבר נקי יהיה לביתו שנה אחת ושמח את אשתו אשר לקח
Septuaginta (LXX)Ἐὰν δέ τις λάβῃ γυναῖκα προσφάτως, οὐκ ἐξελεύσεται εἰς τὸν πόλεμον, καὶ οὐκ ἐπιβληθήσεται αὐτῷ οὐδὲν πρᾶγμα· ἀθῷος ἔσται ἐν τῇ οἰκίᾳ αὐτοῦ ἐνιαυτὸν ἕνα, εὐφρανεῖ τὴν γυναῖκα αὐτοῦ, ἣν ἔλαβεν.
Lettura OrtodossaQuando un uomo prenderà una ⓘ, non ⓘ né gli sarà imposto ⓘ; ⓘ rimarrà per la sua casa un anno solo, e ⓘ la moglie che ha preso.
6
Ebraico (MT)לא יחבל רחים ורכב כי נפש הוא חבל
Septuaginta (LXX)Οὐκ ἐνεχυράσεις μύλον οὐδὲ ἐπιμύλιον, ὅτι ψυχὴν οὗτος ἐνεχυράζει.
Lettura OrtodossaNessuno prenderà in ⓘ la ⓘ, perché si prenderebbe in pegno ⓘ.
7
Ebraico (MT)כי ימצא איש גנב נפש מאחיו מבני ישראל והתעמר בו ומכרו ומת הגנב ההוא ובערת הרע מקרבך
Septuaginta (LXX)Ἐὰν δὲ ἁλῷ ἄνθρωπος κλέπτων ψυχὴν τῶν ἀδελφῶν αὐτοῦ τῶν υἱῶν Ισραηλ καὶ καταδυναστεύσας αὐτὸν ἀποδῶται, ἀποθανεῖται ὁ κλέπτης ἐκεῖνος· καὶ ἐξαρεῖς τὸν πονηρὸν ἐξ ὑμῶν αὐτῶν.
Lettura OrtodossaSe si troverà un uomo che ha ⓘ tra i suoi fratelli, i figli d'Israele, e ⓘ e poi l'ha venduta, quel ⓘ morrà; così ⓘ.
81
Ebraico (MT)השמר בנגע הצרעת לשמר מאד ולעשות ככל אשר יורו אתכם הכהנים הלוים כאשר צויתם תשמרו לעשות
Septuaginta (LXX)Πρόσεχε σεαυτῷ ἐν τῇ ἁφῇ τῆς λέπρας· φυλάξῃ σφόδρα ποιεῖν κατὰ πάντα τὸν νόμον, ὃν ἐὰν ἀναγγείλωσιν ὑμῖν οἱ ἱερεῖς οἱ Λευῖται· ὃν τρόπον ἐνετειλάμην ὑμῖν, φυλάξασθε ποιεῖν.
Lettura Ortodossa—— Settanta (LXX) ——Guàrdati con ogni cura nella piaga della lepra, e custodisci con grande diligenza di fare ⓘ, secondo tutta la legge che vi annunceranno i sacerdoti leviti: come vi ho comandato, così osserverete di fare.—— Masoretico (TM) ——ⓘ dalla piaga della ⓘ, osservando con grande cura e facendo secondo tutto ciò che vi ⓘ, come ho loro comandato: osserverete di farlo.
91
Ebraico (MT)זכור את אשר עשה יהוה אלהיך למרים בדרך בצאתכם ממצרים
Septuaginta (LXX)μνήσθητι ὅσα ἐποίησεν κύριος ὁ θεός σου τῇ Μαριαμ ἐν τῇ ὁδῷ ἐκπορευομένων ὑμῶν ἐξ Αἰγύπτου.
Lettura Ortodossaⓘ ciò che il ⓘ fece a ⓘ lungo il cammino, alla vostra uscita dall'Egitto.
10
Ebraico (MT)כי תשה ברעך משאת מאומה לא תבא אל ביתו לעבט עבטו
Septuaginta (LXX)Ἐὰν ὀφείλημα ᾖ ἐν τῷ πλησίον σου, ὀφείλημα ὁτιοῦν, οὐκ εἰσελεύσῃ εἰς τὴν οἰκίαν αὐτοῦ ἐνεχυράσαι τὸ ἐνέχυρον·
Lettura OrtodossaQuando ⓘ un ⓘ, non entrerai nella sua casa per ⓘ.
11
Ebraico (MT)בחוץ תעמד והאיש אשר אתה נשה בו יוציא אליך את העבוט החוצה
Septuaginta (LXX)ἔξω στήσῃ, καὶ ὁ ἄνθρωπος, οὗ τὸ δάνειόν σού ἐστιν ἐν αὐτῷ, ἐξοίσει σοι τὸ ἐνέχυρον ἔξω.
Lettura Ortodossaⓘ, e l'uomo a cui presti porterà fuori a te il ⓘ, fuori.
12
Ebraico (MT)ואם איש עני הוא לא תשכב בעבטו
Septuaginta (LXX)ἐὰν δὲ ὁ ἄνθρωπος πένηται, οὐ κοιμηθήσῃ ἐν τῷ ἐνεχύρῳ αὐτοῦ·
Lettura OrtodossaE se quell'uomo è ⓘ, non ti coricherai trattenendo il suo pegno:
13
Ebraico (MT)השב תשיב לו את העבוט כבא השמש ושכב בשלמתו וברכך ולך תהיה צדקה לפני יהוה אלהיך
Septuaginta (LXX)ἀποδόσει ἀποδώσεις τὸ ἐνέχυρον αὐτοῦ περὶ δυσμὰς ἡλίου, καὶ κοιμηθήσεται ἐν τῷ ἱματίῳ αὐτοῦ καὶ εὐλογήσει σε, καὶ ἔσται σοι ἐλεημοσύνη ἐναντίον κυρίου τοῦ θεοῦ σου.
Lettura Ortodossaⓘ il pegno ⓘ, perché possa coricarsi nel suo ⓘ e ti ⓘ; e ti sarà ⓘ davanti al ⓘ.
14
Ebraico (MT)לא תעשק שכיר עני ואביון מאחיך או מגרך אשר בארצך בשעריך
Septuaginta (LXX)Οὐκ ἀπαδικήσεις μισθὸν πένητος καὶ ἐνδεοῦς ἐκ τῶν ἀδελφῶν σου ἢ ἐκ τῶν προσηλύτων τῶν ἐν ταῖς πόλεσίν σου·
Lettura OrtodossaNon ⓘ ⓘ tra i tuoi fratelli o tra i ⓘ che sono nella tua terra, dentro le tue ⓘ.
151
Ebraico (MT)ביומו תתן שכרו ולא תבוא עליו השמש כי עני הוא ואליו הוא נשא את נפשו ולא יקרא עליך אל יהוה והיה בך חטא
Septuaginta (LXX)αὐθημερὸν ἀποδώσεις τὸν μισθὸν αὐτοῦ, οὐκ ἐπιδύσεται ὁ ἥλιος ἐπ’ αὐτῷ, ὅτι πένης ἐστὶν καὶ ἐν αὐτῷ ἔχει τὴν ἐλπίδα· καὶ οὐ καταβοήσεται κατὰ σοῦ πρὸς κύριον, καὶ ἔσται ἐν σοὶ ἁμαρτία.
Lettura Ortodossa—— Settanta (LXX) ——nel giorno stesso gli darai il suo salario, e non tramonti su di esso il sole, poiché egli è povero e ⓘ: affinché non gridi contro di te al TetraGramma, e vi sia in te peccato.—— Masoretico (TM) ——Nel suo ⓘ gli darai il suo ⓘ, e non tramonti su di esso il sole, perché è povero e ⓘ; e che non ⓘ al ⓘ, e ci sia in te ⓘ.
161
Ebraico (MT)לא יומתו אבות על בנים ובנים לא יומתו על אבות איש בחטאו יומתו
Septuaginta (LXX)Οὐκ ἀποθανοῦνται πατέρες ὑπὲρ τέκνων, καὶ υἱοὶ οὐκ ἀποθανοῦνται ὑπὲρ πατέρων· ἕκαστος τῇ ἑαυτοῦ ἁμαρτίᾳ ἀποθανεῖται.
Lettura OrtodossaNon saranno messi a morte i ⓘ, né i figli saranno messi a morte per i padri: ⓘ sarà messo a morte.
171
Ebraico (MT)לא תטה משפט גר יתום ולא תחבל בגד אלמנה
Septuaginta (LXX)Οὐκ ἐκκλινεῖς κρίσιν προσηλύτου καὶ ὀρφανοῦ καὶ χήρας καὶ οὐκ ἐνεχυράσεις ἱμάτιον χήρας·
Lettura Ortodossa—— Settanta (LXX) ——Non distorcerai il diritto del forestiero residente, dell'orfano ⓘ, e non prenderai in pegno la veste della vedova;—— Masoretico (TM) ——Non ⓘ del ⓘ, e non prenderai in pegno la ⓘ.
18
Ebraico (MT)וזכרת כי עבד היית במצרים ויפדך יהוה אלהיך משם על כן אנכי מצוך לעשות את הדבר הזה
Septuaginta (LXX)καὶ μνησθήσῃ ὅτι οἰκέτης ἦσθα ἐν γῇ Αἰγύπτῳ καὶ ἐλυτρώσατό σε κύριος ὁ θεός σου ἐκεῖθεν· διὰ τοῦτο ἐγώ σοι ἐντέλλομαι ποιεῖν τὸ ῥῆμα τοῦτο.
Lettura Ortodossaⓘ che fosti ⓘ in Egitto e il ⓘ ti ⓘ di là; perciò io ti comando di ⓘ.
193
Ebraico (MT)כי תקצר קצירך בשדך ושכחת עמר בשדה לא תשוב לקחתו לגר ליתום ולאלמנה יהיה למען יברכך יהוה אלהיך בכל מעשה ידיך
Septuaginta (LXX)Ἐὰν δὲ ἀμήσῃς ἀμητὸν ἐν τῷ ἀγρῷ σου καὶ ἐπιλάθῃ δράγμα ἐν τῷ ἀγρῷ σου, οὐκ ἐπαναστραφήσῃ λαβεῖν αὐτό· τῷ πτωχῷ καὶ τῷ προσηλύτῳ καὶ τῷ ὀρφανῷ καὶ τῇ χήρᾳ ἔσται, ἵνα εὐλογήσῃ σε κύριος ὁ θεός σου ἐν πᾶσι τοῖς ἔργοις τῶν χειρῶν σου.
Lettura OrtodossaQuando ⓘ nel tuo campo e ⓘ nel campo, non tornerai a prenderlo: sarà per il ⓘ, affinché ti ⓘ in ogni opera delle tue mani.
201
Ebraico (MT)כי תחבט זיתך לא תפאר אחריך לגר ליתום ולאלמנה יהיה
Septuaginta (LXX)ἐὰν δὲ ἐλαιαλογήσῃς, οὐκ ἐπαναστρέψεις καλαμήσασθαι τὰ ὀπίσω σου· τῷ προσηλύτῳ καὶ τῷ ὀρφανῷ καὶ τῇ χήρᾳ ἔσται· καὶ μνησθήσῃ ὅτι οἰκέτης ἦσθα ἐν γῇ Αἰγύπτῳ, διὰ τοῦτο ἐγώ σοι ἐντέλλομαι ποιεῖν τὸ ῥῆμα τοῦτο.
Lettura Ortodossa—— Settanta (LXX) ——Quando bacchierai il tuo olivo, non ritornerai a spigolare i rami dietro di te: sarà per il forestiero residente, per l'orfano e per la vedova; ⓘ: perciò io ti comando di fare questa cosa.—— Masoretico (TM) ——Quando ⓘ, non ⓘ: saranno per il forestiero, per l'orfano e per la vedova.
21
Ebraico (MT)כי תבצר כרמך לא תעולל אחריך לגר ליתום ולאלמנה יהיה
Septuaginta (LXX)ἐὰν δὲ τρυγήσῃς τὸν ἀμπελῶνά σου, οὐκ ἐπανατρυγήσεις αὐτὸν τὰ ὀπίσω σου· τῷ προσηλύτῳ καὶ τῷ ὀρφανῷ καὶ τῇ χήρᾳ ἔσται·
Lettura OrtodossaQuando ⓘ, non ⓘ: saranno per il forestiero, per l'orfano e per la vedova.
22
Ebraico (MT)וזכרת כי עבד היית בארץ מצרים על כן אנכי מצוך לעשות את הדבר הזה
Septuaginta (LXX)καὶ μνησθήσῃ ὅτι οἰκέτης ἦσθα ἐν γῇ Αἰγύπτῳ, διὰ τοῦτο ἐγώ σοι ἐντέλλομαι ποιεῖν τὸ ῥῆμα τοῦτο.
Lettura Ortodossaⓘ che fosti schiavo nel ⓘ; perciò io ti comando di fare questa cosa.
Approfondimento storico-halakhico

Significato

Deuteronomio 24 non è un capitolo unitario ma un grappolo di norme accostate per affinità tematica, tenute insieme da un filo conduttore: la tutela dei vincoli umani fragili — il matrimonio, il debito, il salario, la sopravvivenza del povero. Il brano si apre con il caso più discusso dell'intera halakhah familiare: l'uomo che congeda la moglie scrivendole un sèfer keritùt (v. 1), letteralmente «atto di recisione», il documento che taglia il vincolo coniugale. Il termine keritùt condivide la radice k-r-t con il «tagliare» del patto (karàt berìt): il get non è un capriccio emotivo ma un atto giuridico formale, scritto, consegnato in mano, che ridefinisce lo stato civile della donna e le restituisce la libertà di risposarsi (v. 2).

Il fulcro interpretativo è l'espressione ʿerwàt davàr (v. 1), «una cosa vergognosa e sconveniente», alla lettera «nudità di cosa». Questa formula deliberatamente vaga genera la più celebre controversia tra le scuole tannaitiche e definisce per secoli i confini del diritto di ripudio. Il testo non descrive un ideale: registra una prassi e la regola, vietando esplicitamente al primo marito di riprendere la donna dopo che ella è passata a un secondo matrimonio — è toʿevàh (v. 4), abominio rituale che «farebbe portare peccato sulla terra».

La seconda metà del capitolo è puro diritto sociale anti-povertà. La macina da mulino non si prende in pegno perché ciò equivale a «prendere in pegno la nèfesh» (v. 6), la vita-sostentamento stessa: senza macina non si fa il pane. Il mantello del povero, dato in garanzia, va restituito ogni sera al tramonto perché gli serve da coperta (vv. 12-13), e questo gesto è definito tzedaqàh, «giustizia-fedeltà al patto». Il salario va pagato nel giorno stesso (v. 15). Le tre forme di elargizione del raccolto — il covone dimenticato (shikhchàh), la racimolatura dell'olivo e della vigna — spettano di diritto al gher, all'orfano e alla vedova (vv. 19-21). Sopra tutto risuona il motivo ricorrente: «ricorda che fosti schiavo in Egitto» (v. 22), che radica l'etica sociale nella memoria dell'oppressione subita.

Al centro logico, il v. 16 enuncia un principio giuridico capitale: ish be-chetʾò yumàtu, «ciascuno sarà messo a morte per il proprio peccato». La responsabilità penale è individuale, non collettiva né ereditaria.

Perché differisce dalle traduzioni correnti

Le traduzioni correnti rendono ʿerwàt davàr (v. 1) con formule generiche come «qualcosa di vergognoso» o «un difetto», appiattendo l'ambiguità che il testo ebraico conserva volutamente. La lettura Hebrew-first mantiene la duplicità del sintagma: ʿerwàt rinvia alla sfera della «nudità», dunque potenzialmente alla condotta sessuale; davàr significa «cosa, parola, faccenda» in senso largo. È proprio questa indeterminatezza grammaticale a fondare la disputa halakhica successiva: l'ebraico non impone una lettura univoca, e la tradizione tannaitica ne esplora i due poli opposti.

Un secondo scarto riguarda il v. 1. Molte versioni rendono l'apodosi come se il testo comandasse di scrivere il get, trasformando una concessione in obbligo. La sintassi ebraica costruisce invece una lunga protasi condizionale (i «quando... e avviene che... allora») che culmina al v. 4: la legge non prescrive il divorzio ma regola un caso, e il vero comando è il divieto di ricomporre il primo matrimonio dopo il secondo. Il fuoco normativo del passo è negativo, non positivo.

Al v. 4 il termine toʿevàh viene spesso indebolito in «cosa odiosa» o «riprovevole». La resa Hebrew-first conserva il peso cultuale-rituale del termine, lo stesso usato per le contaminazioni gravi: la situazione vietata «fa peccare la terra» (che-tachatì et ha-àretz), introducendo una dimensione territoriale-collettiva assente nelle traduzioni moralistiche.

Al v. 6 la formula ki-nèfesh hu chovèl è frequentemente parafrasata («significherebbe prendere in pegno il sostentamento»). L'ebraico è più tagliente: «è la nèfesh che egli prende in pegno». Nèfesh non è qui l'«anima» spiritualizzata della resa greca (LXX psyché), ma la vita concreta, il respiro vitale legato al cibo: pignorare la macina è pignorare la vita stessa. Infine al v. 16 il principio ish be-chetʾò entra in tensione apparente con Esodo 20,5 («visito la colpa dei padri sui figli»): la lettura ebraica risolve distinguendo il piano della retribuzione giudiziaria umana (individuale, v. 16) dal piano della provvidenza storica divina, evitando ogni cortocircuito che farebbe del versetto una contraddizione.

Ricezioni stratificate

La ricezione tannaitica di Dt 24,1-4 è il caso-scuola della divergenza tra le due grandi accademie. La Mishnah, nell'ultimo capitolo del trattato dedicato al divorzio, registra con precisione le tre posizioni: «La scuola di Shammài dice: un uomo non divorzi dalla moglie se non ha trovato in lei una cosa di nudità (devàr ʿerwàh), poiché è detto "perché ha trovato in lei ʿerwàt davàr". La scuola di Hillèl dice: anche se gli ha rovinato il pranzo, poiché è detto "ʿerwàt davàr" [qualsiasi cosa]. Rabbì ʿAqivà dice: anche se ne ha trovata un'altra più bella di lei» (Mishnah Gittìn 9,10). La discussione talmudica che ne deriva (b. Gittìn 90a) mostra come Bet Shammài leghi il termine al sostantivo ʿerwàh (condotta illecita) e Bet Hillèl all'altro termine davàr (qualsiasi «cosa»), facendo perno sull'ambiguità grammaticale del versetto.

La ricezione neotestamentaria si innesta esattamente su questa disputa. Quando in Mt 19,3-8 a Yeshuaʿ viene posta la domanda «è lecito ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?», la formula «per qualsiasi motivo» rispecchia la posizione hilleliana, e la risposta che restringe il divorzio alla sola porneía si allinea alla linea rigorista di Bet Shammài. È fondamentale tenere distinti i piani: il Nuovo Testamento cita Dt 24,1-4 e prende posizione dentro un dibattito halakhico ebraico già in corso, non lo abroga né lo sostituisce. Si tratta di compimento e di scelta tra opzioni interne alla tradizione, non di rottura — Yeshuaʿ stesso fonda l'argomento sull'ordine creazionale di Genesi, secondo un procedimento midrashico tipicamente farisaico.

La ricezione della halakhah sociale dei vv. 19-21 si cristallizza in un intero trattato della Mishnah dedicato ai «doni ai poveri»: Peʾàh. Qui il covone dimenticato (shikhchàh), le spighe cadute (leqèt) e l'angolo del campo (peʾàh) vengono codificati come diritti esigibili del povero, non come elemosina volontaria (Mishnah Peʾàh 1,1; 5,7-8 sullo shikhchàh). La tradizione cristiana riprende questo orizzonte quando i discepoli colgono spighe di passaggio (Mc 2,23): l'azione presuppone proprio il diritto del povero e del viandante codificato dalla Torah, non una violazione del sabato in sé.

Ricostruzione storica (aggadah)

Sullo sfondo del Vicino Oriente antico, il divorzio per atto scritto unilaterale è attestato nel diritto mesopotamico, ma la Torah introduce un elemento di tutela: il documento formale protegge la donna, attestandone pubblicamente il nuovo stato libero e impedendole di restare in un limbo giuridico. Il divieto del v. 4 — non riprendere la prima moglie dopo il secondo matrimonio — è stato letto come argine contro lo scambio o il «prestito» di mogli, e contro l'uso del ripudio come strumento di pressione economica.

L'esenzione militare dell'uomo appena sposato (v. 5) — «libero resterà per la sua casa un anno intero» — viene analizzata dai Tannaim con precisione casistica nel trattato sul «messo della guerra»: la Mishnah Sotàh 8,4 distingue chi torna dal fronte e chi non vi sale affatto, includendo «colui che ha edificato una casa nuova, piantato una vigna, sposato una donna» tra coloro che restano, per garantire la stabilità del nuovo nucleo. Il diritto alla gioia coniugale di un anno (we-simàch et ishtò, «rallegrerà la moglie») è dunque preso alla lettera come immunità giuridica.

Il rinvio a Miryàm del v. 9 («ricorda ciò che il TetraGramma fece a Miryàm») è agganciato dalla tradizione alla halakhah del metzoràʿ, il colpito da tzaràʿat (cfr. Nm 12, dove Miryàm è colpita per aver «parlato contro» Moshèh). Il Sifre Devarim, commento tannaitico al libro, legge questo versetto come monito contro la lashòn ha-raʿ, la maldicenza: la tzaràʿat è interpretata come segno conseguente alla parola calunniosa, e «ricordare Miryàm» diventa esortazione a custodire la lingua. Il versetto 8, che ordina di «guardarsi con ogni cura» nella piaga della tzaràʿat affidandosi ai kohanìm leviìm, conferma che la diagnosi della piaga è competenza sacerdotale e non medica: si tratta di uno stato di purità rituale, non della lebbra di Hansen.

Per i doni del raccolto, l'aggadah e l'halakhah convergono nel motivo che il «dimenticare» il covone (v. 19) diventa occasione di benedizione proprio perché non intenzionale: la Mishnah Peʾàh insiste che lo shikhchàh riguarda ciò che è genuinamente dimenticato, e la tradizione vi vede l'idea che anche l'errore involontario del proprietario può tradursi, per legge, in giustizia verso il povero. Il fondamento ricorrente «fosti schiavo in Egitto» (vv. 18.22) trasforma ogni norma sociale in zikkaròn, memoria operante: chi ha sperimentato l'oppressione è tenuto a non riprodurla.

Osservanza pratica

Questo capitolo è denso di mitzvot operative, alcune ancora osservate, altre confluite in categorie etiche più ampie. Concretamente, chi osserva la Torah esegue i precetti sociali nei gesti quotidiani della vita economica.

Il salario pagato il giorno stesso (vv. 14-15). La mitzvah è cronologicamente puntuale: il datore di lavoro deve corrispondere la paga al lavoratore be-yomò, «nel suo giorno», prima del tramonto. Questa praxis trova continuità documentata nel Nuovo Testamento sotto la categoria della Rettitudine e Giustizia e dei Doveri dei Padroni: Gc 5,4 denuncia esplicitamente «il salario dei lavoratori, da voi frodato, che grida». Concretamente significa non rimandare il pagamento dovuto, non lucrare sulla necessità immediata di chi vive del proprio lavoro giornaliero.

La restituzione del pegno e la dignità del debitore (vv. 10-13). Chi presta non entra nella casa del debitore a prendere la garanzia, ma attende fuori (v. 11), e restituisce ogni sera al povero il mantello che gli serve di notte. Questa è tzedaqàh attiva. Nel Nuovo Testamento la praxis si aggancia ad Amate il Prossimo e alla Misericordia: «prestate senza sperarne nulla» (Lc 6,34-35) radicalizza il rifiuto di sfruttare il debito come leva di potere. Il gesto concreto è non umiliare chi è in difficoltà economica, rinunciando al diritto stretto in favore della dignità altrui.

Le elargizioni del raccolto (vv. 19-21). Chi possiede un campo, un oliveto o una vigna lascia materialmente sul terreno il covone dimenticato, i frutti non ripassati, i grappoli non racimolati: sono diritto del gher, dell'orfano e della vedova. È l'antesignano istituzionale della categoria neotestamentaria del Dare e Condividere e dell'Accoglienza e Ospitalità verso lo straniero: non beneficenza facoltativa, ma rinuncia programmata a una parte del proprio profitto a favore di chi non possiede terra.

La tutela della parola e della responsabilità individuale. Il «ricorda Miryàm» del v. 9 si traduce in custodia della lingua contro la maldicenza, che nel Nuovo Testamento confluisce nei Divieti nella Comunicazione (cfr. l'ammonizione sulla lingua in Gc 3). E il principio del v. 16 — ciascuno risponde del proprio peccato — fonda la Correzione Fraterna personale e diretta (Mt 18,15), non la colpevolizzazione collettiva.

Note testuali

  • v. 1 — ʿerwàt davàr, lett. «nudità/vergogna di cosa»: sintagma deliberatamente ambiguo, fondamento della controversia. Bet Shammài lo legge come devàr ʿerwàh, condotta sessuale illecita; Bet Hillèl lo estende a qualsiasi dispiacere; Rabbì ʿAqivà ancora oltre (Mishnah Gittìn 9,10; b. Gittìn 90a). Sèfer keritùt = atto scritto di recisione, dalla radice k-r-t, «tagliare» (il get di ripudio).
  • v. 4 — toʿevàh = abominio, orrore rituale; il divieto è di ritornare alla prima moglie dopo un secondo matrimonio: we-lò tachatì et ha-àretz, «non far peccare la terra», con dimensione territoriale-collettiva.
  • v. 5 — naqì yihyèh le-vetò, «libero resterà per la sua casa»: esenzione dal servizio militare e da ogni carico pubblico per un anno intero (cfr. Mishnah Sotàh 8,4); we-simàch et ishtò, «rallegrerà la moglie».
  • v. 6 — ki-nèfesh hu chovèl, lett. «è la nèfesh che egli prende in pegno»: la macina (rechàyim) e la mola superiore (rèchev) sono mezzo di sussistenza vitale, non spiritualizzato (vs LXX psyché).
  • v. 8 — tzaràʿat = piaga rituale (non la lebbra di Hansen); kohanìm leviìm = i sacerdoti della tribù di Levi, competenti in materia di purità, cui spetta la diagnosi.
  • v. 9 — zakhòr = «ricorda» (imperativo); rinvio a Nm 12 (Miryàm colpita da tzaràʿat), letto dal Sifre Devarim come monito contro la lashòn ha-raʿ, la maldicenza.
  • vv. 10-11 — ʿavòt = pegno, garanzia. La norma tutela la dignità del debitore: il creditore non entra in casa, attende fuori sulla strada.
  • vv. 12-13 — ʿanì = povero, indigente. Il mantello (simlàh) va restituito al tramonto perché serve da coperta notturna; tzedaqàh = giustizia/fedeltà al patto, atto giusto davanti a Dio. Hashèv tashìv = forma intensiva, «restituire restituirai», senza fallo.
  • vv. 14-15 — gher = forestiero residente, straniero che dimora stabilmente in Israele. Be-yomò, «nel suo giorno»: il salario va pagato lo stesso giorno, prima del tramonto, «affinché non gridi contro di te al TetraGramma».
  • v. 16 — ish be-chetʾò yumàtu = ciascuno per il proprio peccato sarà messo a morte. Principio di responsabilità giudiziaria individuale (cfr. Ez 18), distinto dalla «visita» generazionale di Es 20,5.
  • v. 19 — ʿòmer = covone, mannello di spighe; shikhchàh = il covone dimenticato, una delle tre forme di elargizione ai poveri con leqèt (spighe cadute) e peʾàh (angolo del campo), codificate nel trattato Mishnah Peʾàh.
  • vv. 20-21 — norma analoga per l'olivo (lò tefaʾèr, «non spogliare i rami dietro di te») e la vigna (lò teʿolèl, «non racimolare»): i frutti rimasti spettano al gher, all'orfano, alla vedova.
  • v. 22 — we-zakhartà ki ʿèved hayìta be-èretz mitzràyim, «ricorda che fosti schiavo nella terra d'Egitto»: motivo ricorrente, fondamento mnemonico della halakhah sociale.

Domande Frequenti

Qual è la differenza tra Bet Shammài e Bet Hillèl su Dt 24,1?

Sull'espressione ambigua ʿerwàt davàr (v. 1) Bet Shammài ammette il divorzio solo per condotta sessuale illecita (devàr ʿerwàh), mentre Bet Hillèl lo estende a qualsiasi dispiacere, «anche se gli ha rovinato il pranzo». Rabbì ʿAqivà va oltre: «anche se ne trova una più bella». Le posizioni sono registrate in Mishnah Gittìn 9,10 e discusse in b. Gittìn 90a.

In che senso Matteo 19 dipende da questa disputa halakhica?

La domanda posta a Yeshuaʿ in Mt 19,3 — «è lecito ripudiare per qualsiasi motivo?» — rispecchia la formula hilleliana, e la risposta che restringe il divorzio alla sola porneía si allinea alla linea rigorista di Bet Shammài. Il Nuovo Testamento prende dunque posizione dentro un dibattito ebraico in corso: è compimento e scelta interna, non abrogazione della Torah.

Perché non si può prendere in pegno la macina (v. 6)?

Perché farlo equivale a pignorare la nèfesh, la vita-sostentamento stessa: ki-nèfesh hu chovèl. Senza macina (rechàyim) e mola superiore (rèchev) non si fa il pane quotidiano. L'ebraico nèfesh indica qui la vita concreta legata al cibo, non l'anima spiritualizzata della resa greca psyché. È la radice della tutela del minimo vitale del debitore.

Che cos'è lo shikhchàh e a chi spetta (vv. 19-21)?

Lo shikhchàh è il covone dimenticato nel campo durante la mietitura: chi lo dimentica non torna a prenderlo, perché spetta di diritto al gher, all'orfano e alla vedova. È una delle tre elargizioni ai poveri, con leqèt (spighe cadute) e peʾàh (angolo del campo), codificate nel trattato Mishnah Peʾàh come diritto esigibile, non elemosina volontaria.

Riferimenti biblici