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Isaia 50 — Il terzo Canto del Servo e la fiducia nel Nome

La Bibbia come la udirono i primi lettori giudeo-cristiani

Testo parallelo: ebraico masoretico · Septuaginta · lettura ortodossa

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Isaia 50 — Il terzo Canto del Servo e la fiducia nel Nome

Isaia 50,1-11·MT (OSHB) + LXX·23/37
1
Ebraico (MT)כה אמר יהוה אי זה ספר כריתות אמכם אשר שלחתיה או מי מנושי אשר מכרתי אתכם לו הן בעונתיכם נמכרתם ובפשעיכם שלחה אמכם
Septuaginta (LXX)Οὕτως λέγει κύριος Ποῖον τὸ βιβλίον τοῦ ἀποστασίου τῆς μητρὸς ὑμῶν, ᾧ ἐξαπέστειλα αὐτήν; ἢ τίνι ὑπόχρεῳ πέπρακα ὑμᾶς; ἰδοὺ ταῖς ἁμαρτίαις ὑμῶν ἐπράθητε, καὶ ταῖς ἀνομίαις ὑμῶν ἐξαπέστειλα τὴν μητέρα ὑμῶν.
Lettura OrtodossaCosì dice il TetraGramma: Dov'è il ⓘ di vostra madre, col quale l'ho mandata via? O a quale ⓘ vi ho venduti? Ecco, per le vostre iniquità foste venduti, e per le vostre ⓘ vostra madre fu mandata via.
2
Ebraico (MT)מדוע באתי ואין איש קראתי ואין עונה הקצור קצרה ידי מפדות ואם אין בי כח להציל הן בגערתי אחריב ים אשים נהרות מדבר תבאש דגתם מאין מים ותמת בצמא
Septuaginta (LXX)τί ὅτι ἦλθον καὶ οὐκ ἦν ἄνθρωπος; ἐκάλεσα καὶ οὐκ ἦν ὁ ὑπακούων; μὴ οὐκ ἰσχύει ἡ χείρ μου τοῦ ῥύσασθαι; ἢ οὐκ ἰσχύω τοῦ ἐξελέσθαι; ἰδοὺ τῇ ἀπειλῇ μου ἐξερημώσω τὴν θάλασσαν καὶ θήσω ποταμοὺς ἐρήμους, καὶ ξηρανθήσονται οἱ ἰχθύες αὐτῶν ἀπὸ τοῦ μὴ εἶναι ὕδωρ καὶ ἀποθανοῦνται ἐν δίψει.
Lettura OrtodossaPerché venni e non c'era nessuno, chiamai e non c'era chi rispondesse? È forse troppo corta la mia ⓘ per riscattare? O non ho forza per liberare? Ecco, con la mia ⓘ prosciugo il mare, riduco i fiumi a deserto; i loro pesci ⓘ senz'acqua e muoiono di sete.
3
Ebraico (MT)אלביש שמים קדרות ושק אשים כסותם
Septuaginta (LXX)καὶ ἐνδύσω τὸν οὐρανὸν σκότος καὶ θήσω ὡς σάκκον τὸ περιβόλαιον αὐτοῦ.
Lettura OrtodossaVesto i cieli di tenebra e do loro per manto il ⓘ.
4
Ebraico (MT)אדני יהוה נתן לי לשון למודים לדעת לעות את יעף דבר יעיר בבקר בבקר יעיר לי אזן לשמע כלמודים
Septuaginta (LXX)Κύριος δίδωσίν μοι γλῶσσαν παιδείας τοῦ γνῶναι ἐν καιρῷ ἡνίκα δεῖ εἰπεῖν λόγον, ἔθηκέν μοι πρωί, προσέθηκέν μοι ὠτίον ἀκούειν·
Lettura OrtodossaIl Signore, il TetraGramma, mi ha dato una ⓘ, perché io sappia ⓘ chi è sfinito; ogni mattina ridesta, mattino dopo mattino ridesta a me l'orecchio, perché ascolti come i discepoli.
5
Ebraico (MT)אדני יהוה פתח לי אזן ואנכי לא מריתי אחור לא נסוגתי
Septuaginta (LXX)καὶ ἡ παιδεία κυρίου ἀνοίγει μου τὰ ὦτα, ἐγὼ δὲ οὐκ ἀπειθῶ οὐδὲ ἀντιλέγω.
Lettura OrtodossaIl Signore, il TetraGramma, mi ha aperto l'orecchio, e io non mi sono ⓘ, non mi sono tirato indietro.
6
Ebraico (MT)גוי נתתי למכים ולחיי למרטים פני לא הסתרתי מכלמות ורק
Septuaginta (LXX)τὸν νῶτόν μου δέδωκα εἰς μάστιγας, τὰς δὲ σιαγόνας μου εἰς ῥαπίσματα, τὸ δὲ πρόσωπόν μου οὐκ ἀπέστρεψα ἀπὸ αἰσχύνης ἐμπτυσμάτων·
Lettura OrtodossaHo dato il dorso a chi mi batteva e le guance a chi mi ⓘ; non ho sottratto il volto agli oltraggi e agli sputi.
7
Ebraico (MT)ואדני יהוה יעזר לי על כן לא נכלמתי על כן שמתי פני כחלמיש ואדע כי לא אבוש
Septuaginta (LXX)καὶ κύριος βοηθός μου ἐγενήθη, διὰ τοῦτο οὐκ ἐνετράπην, ἀλλὰ ἔθηκα τὸ πρόσωπόν μου ὡς στερεὰν πέτραν καὶ ἔγνων ὅτι οὐ μὴ αἰσχυνθῶ.
Lettura OrtodossaE il Signore, il TetraGramma, mi soccorre, perciò non sono stato svergognato; perciò ho reso il mio volto come ⓘ, e so che non sarò confuso.
8
Ebraico (MT)קרוב מצדיקי מי יריב אתי נעמדה יחד מי בעל משפטי יגש אלי
Septuaginta (LXX)ὅτι ἐγγίζει ὁ δικαιώσας με· τίς ὁ κρινόμενός μοι; ἀντιστήτω μοι ἅμα· καὶ τίς ὁ κρινόμενός μοι; ἐγγισάτω μοι.
Lettura OrtodossaÈ ⓘ: chi vuole contendere con me? Stiamo insieme! Chi è il padrone del mio giudizio? Mi si avvicini!
9
Ebraico (MT)הן אדני יהוה יעזר לי מי הוא ירשיעני הן כלם כבגד יבלו עש יאכלם
Septuaginta (LXX)ἰδοὺ κύριος βοηθεῖ μοι· τίς κακώσει με; ἰδοὺ πάντες ὑμεῖς ὡς ἱμάτιον παλαιωθήσεσθε, καὶ ὡς σὴς καταφάγεται ὑμᾶς.
Lettura OrtodossaEcco, il Signore, il TetraGramma, mi soccorre: chi mi ⓘ? Ecco, tutti loro come una veste si logoreranno, la ⓘ li divorerà.
10
Ebraico (MT)מי בכם ירא יהוה שמע בקול עבדו אשר הלך חשכים ואין נגה לו יבטח בשם יהוה וישען באלהיו
Septuaginta (LXX)Τίς ἐν ὑμῖν ὁ φοβούμενος τὸν κύριον; ἀκουσάτω τῆς φωνῆς τοῦ παιδὸς αὐτοῦ· οἱ πορευόμενοι ἐν σκότει οὐκ ἔστιν αὐτοῖς φῶς, πεποίθατε ἐπὶ τῷ ὀνόματι κυρίου καὶ ἀντιστηρίσασθε ἐπὶ τῷ θεῷ.
Lettura OrtodossaChi tra voi teme il TetraGramma e ascolta la voce del suo ⓘ? Chi cammina nelle tenebre e non ha ⓘ confidi nel Nome del TetraGramma e si appoggi al suo Dio.
11
Ebraico (MT)הן כלכם קדחי אש מאזרי זיקות לכו באור אשכם ובזיקות בערתם מידי היתה זאת לכם למעצבה תשכבון
Septuaginta (LXX)ἰδοὺ πάντες ὑμεῖς πῦρ καίετε καὶ κατισχύετε φλόγα· πορεύεσθε τῷ φωτὶ τοῦ πυρὸς ὑμῶν καὶ τῇ φλογί, ᾗ ἐξεκαύσατε· δι’ ἐμὲ ἐγένετο ταῦτα ὑμῖν, ἐν λύπῃ κοιμηθήσεσθε.
Lettura OrtodossaEcco, voi tutti che accendete un fuoco e vi cingete di ⓘ: andate pure nella luce del vostro fuoco e fra i tizzoni che avete acceso! Da me vi viene questo: nel ⓘ giacerete.
Approfondimento storico-halakhico

Significato. Isaia 50,1-11 articola due movimenti complementari. Il primo (vv.1-3) è una replica giudiziaria: contro chi lamenta di essere stato abbandonato, la voce divina nega l'esistenza di un «atto di ripudio» (sèfer keritùt) e di un creditore a cui la madre-Sion sarebbe stata venduta. L'esilio non è prova che la mano divina si sia accorciata, ma conseguenza dell'iniquità del popolo. Il secondo movimento (vv.4-9) è il terzo Canto del Servo: una figura che riceve «lingua di discepoli» (leshòn limmudìm), orecchio aperto ogni mattino, e che offre il dorso ai flagelli senza sottrarre il volto agli sputi, fidando in colui che lo «rende giustizia» (matzdiqì) in un quadro forense. Il dittico finale (vv.10-11) contrappone la fiducia nel Nome di chi cammina nel buio all'auto-illuminazione di chi accende un proprio fuoco e ne resta bruciato.

Ricostruzione storica

Il capitolo appartiene alla sezione consolatoria della seconda parte del libro (capp. 40-55), rivolta verosimilmente a una comunità che vive l'esperienza dell'esilio babilonese e ne interpreta lo smarrimento. La metafora coniugale e commerciale dei vv.1-2 attinge al diritto di famiglia israelitico: il sèfer keritùt è il documento che, secondo Deuteronomio 24,1.3, formalizza il ripudio; il riferimento al «creditore» (noshèh) evoca la prassi della schiavitù per debiti (cfr. Esodo 21,2-7; 2 Re 4,1). Negando entrambi gli atti giuridici, il testo afferma che il legame fra il popolo e il suo Dio non è stato sciolto da una procedura legale: la separazione è frutto della trasgressione (peshaʿ), non di un abbandono definitivo. I vv.2-3 spostano il registro sul piano cosmico — prosciugamento del mare, fiumi resi deserto, cieli vestiti di tenebra — riprendendo il linguaggio dell'esodo e della creazione per dimostrare che la potenza salvifica resta intatta. I vv.4-9, nel loro Io che parla in prima persona, descrivono verosimilmente la vocazione di una figura profetica che incarna l'Israele fedele e ammaestrato, contrapposto al popolo sordo dei vv.1-2.

Note testuali (MT / LXX)

Il versetto 1 oppone l'ebraico sèfer keritùt («documento di ripudio») al greco biblìon tou apostasìou, che mantiene il senso giuridico. Al v.2 si registra una divergenza significativa: il testo masoretico legge tivàsh degatàm, «i loro pesci marciscono/puzzano» (radice bʾsh), mentre i Settanta hanno xēranthḗsontai, «si seccheranno», armonizzando con il prosciugamento del mare. Al v.4 l'ebraico leshòn limmudìm, «lingua di chi è stato ammaestrato», diventa nel greco glōssa paideìas, «lingua di istruzione», e l'espressione ebraica laʿùt … davàr (sostenere con la parola chi è sfinito), di radice incerta, è resa dai Settanta con eipèin lògon en kairō, «dire la parola al tempo opportuno». Al v.6 il participio ebraico mortìm («a quelli che strappano», sottinteso la barba o i peli) è semplificato nei Settanta in eis rhapìsmata, «agli schiaffi». Ai vv.4.5.7.9 ricorre il titolo composto Adonài seguito dal Nome proprio (il Tetragramma): l'ebraico giustappone l'appellativo «Signore» e il Nome impronunciabile, mentre i Settanta riducono a un unico kýrios. Al v.10, dove il masoretico ha due volte il Nome proprio, i Settanta hanno kýrios. Il v.8 conserva il lessico forense: matzdiqì («chi mi dichiara giusto»), yariv («contendere»), baʿal mishpatì («padrone del mio giudizio», cioè l'avversario di causa).

Ricezione ebraica (rabbinica e liturgica)

L'apertura del capitolo è divenuta materia di riflessione rabbinica proprio sull'immagine del «documento di ripudio». La tradizione esegetica antica insiste sul fatto che la formulazione interrogativa («Dov'è il documento di ripudio di vostra madre?») implichi che nessun atto del genere sia mai stato consegnato: il legame nuziale fra il Santo e la comunità d'Israele permane, e la lontananza è temporanea e rimediabile. Il versetto 2, con la domanda «Perché venni e non c'era nessuno?», è letto come rimprovero per la mancata risposta del popolo all'iniziativa divina, non come segno di impotenza. Sul piano liturgico, brani della seconda parte di Isaia compongono le haftaròt di consolazione lette nelle sette settimane fra il digiuno del Nove di Av e Rosh haShanà; in questa cornice il rifiuto del «ripudio» definitivo assume valore consolatorio per la comunità che ricorda la distruzione del Tempio.

Aggadah

La domanda retorica del v.1 sul «documento di ripudio» alimenta una linea aggadica che paragona Israele alla moglie allontanata ma non divorziata: poiché manca l'atto formale, il ritorno resta sempre possibile, e l'allontanamento si interpreta come correzione paterna più che come ripudio. La medesima sensibilità rilegge il «creditore» del v.1 negando che il Santo abbia dovuto «vendere» i figli per saldare un debito: se vi è stata vendita, essa è stata causata dalle iniquità stesse del popolo, secondo il principio per cui ciascuno è venduto dalle proprie colpe. Il v.2, con l'immagine della «mano» che non si è accorciata, viene verosimilmente associato in chiave aggadica agli atti potenti dell'esodo (il mare prosciugato), per affermare che la capacità di redimere non è mai venuta meno.

Ricezione neotestamentaria e tipologia

Il versetto 6 — «ho dato il dorso a chi mi batteva e le guance a chi mi strappava la barba; non ho sottratto il volto agli oltraggi e agli sputi» — è uno dei testi che la tradizione cristiana antica ha collegato ai racconti della passione, dove Gesù viene flagellato, schiaffeggiato e fatto oggetto di sputi (Matteo 26,67; 27,30; Marco 14,65; 15,19). Si tratta di una ricezione tipologica, da tenere distinta dal senso storico del profeta, in cui il «servo» designa la figura profetica o l'Israele fedele. Il v.8 («è vicino colui che mi rende giustizia… chi è il mio avversario in giudizio?») risuona, nella sua struttura forense, con l'inno di Romani 8,33-34 («chi accuserà gli eletti di Dio? Dio è colui che giustifica; chi condannerà?»), che ne riprende il movimento di accusa e assoluzione. Il v.9, con l'immagine della veste che si logora e della tignola che divora, condivide il motivo della caducità ripreso in Giacomo 5,2. Resta inteso che tali riprese appartengono alla ricezione, non al dettato originario, in cui prevale il quadro giudiziario della comunità esiliata.

Note esegetiche tannaitiche

Una testimonianza tannaitica esplicita su questo passo si trova nella Mishnah, Soṭah 1,7-9, che articola il principio della misura-per-misura (middah ke-neged middah): «Con la misura con cui l'uomo misura, con quella si misura a lui». Questo principio illumina la logica dei vv.1-2, dove la vendita e l'allontanamento della «madre» non sono arbitrî divini ma corrispondono esattamente alle iniquità e alle trasgressioni del popolo («per i vostri peccati siete stati venduti»): la conseguenza è commisurata alla colpa, non eccede né sostituisce un ripudio gratuito. La medesima cornice di reciprocità giudiziaria si riflette nel lessico forense del v.8 (matzdiqì, «colui che mi rende giustizia»), in cui l'assoluzione del giusto è il rovescio della condanna del colpevole (yarshiʿènî, v.9). Per il valore consolatorio del rifiuto del «ripudio definitivo» si può richiamare anche, più tardivamente, il trattamento del tema nel Talmud Bavli, da citare con sobrietà come testimonianza amoraica e non tannaitica.

Osservanza e liturgia

Sul piano della prassi, il brano nutre due atteggiamenti complementari. Il primo è l'esame di sé implicito nei vv.1-2: prima di lamentare l'assenza divina, la comunità è invitata a riconoscere la propria mancata risposta («chiamai e non c'era chi rispondesse»). Il secondo è la disciplina dell'ascolto quotidiano del v.4: «ogni mattina ridesta a me l'orecchio» offre un fondamento testuale all'idea che lo studio e la preghiera mattutini siano un risvegliarsi dell'orecchio del discepolo. La conclusione (vv.10-11) traduce tutto ciò in una scelta etica netta: chi teme il Nome e cammina nel buio è chiamato a confidare e ad «appoggiarsi» (radice shaʿan) al proprio Dio, anziché accendersi un fuoco di propria mano — immagine dell'autosalvezza che si ritorce contro chi la pratica, sulla stessa linea critica di Isaia 1,29-31 e 66,24. La liturgia delle settimane di consolazione, che intona testi della seconda parte di Isaia, fa proprio questo passaggio dalla recriminazione alla fiducia.

Domande Frequenti

Chi è il «Servo» di Isaia 50?

Nel senso storico-ebraico è la figura profetica/Israele fedele, dotata di «lingua di discepolo» (leshòn limmudìm). La lettura passionale cristologica (Cirillo di Gerusalemme) è ricezione patristica successiva, da tenere distinta.

Cosa significa «è vicino colui che mi rende giustizia» (v.8)?

È linguaggio forense: la hatzdaqàh è l'assoluzione nel processo. Il Servo è dichiarato giusto in tribunale, davanti agli avversari, non «giustificato» in senso dottrinale astratto.

Cosa critica il versetto 11 («accendete un fuoco»)?

L'autosalvezza: la fiducia va riposta nel Nome del TetraGramma, non nel proprio fuoco auto-acceso. La luce autentica viene dall'ascolto, non dall'iniziativa cultuale autonoma.

Riferimenti biblici