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La visione del Tempio e la vocazione di Isaia — Is 6,1-13

La Bibbia come la udirono i primi lettori giudeo-cristiani

Testo parallelo: ebraico masoretico · Septuaginta · lettura ortodossa

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La visione del Tempio e la vocazione di Isaia — Is 6,1-13

Isaia 6,1-13·MT (OSHB) + LXX·3/37
1
Ebraico (MT)בשנת מות המלך עזיהו ואראה את אדני ישב על כסא רם ונשא ושוליו מלאים את ההיכל
Septuaginta (LXX)Καὶ ἐγένετο τοῦ ἐνιαυτοῦ, οὗ ἀπέθανεν Οζιας ὁ βασιλεύς, εἶδον τὸν κύριον καθήμενον ἐπὶ θρόνου ὑψηλοῦ καὶ ἐπηρμένου, καὶ πλήρης ὁ οἶκος τῆς δόξης αὐτοῦ.
Lettura OrtodossaNell'anno in cui morì il re Uzziyàhu, vidi ⓘ assiso su un trono ⓘ, e i lembi del suo manto riempivano l'ⓘ.
2
Ebraico (MT)שרפים עמדים ממעל לו שש כנפים שש כנפים לאחד בשתים יכסה פניו ובשתים יכסה רגליו ובשתים יעופף
Septuaginta (LXX)καὶ σεραφιν εἱστήκεισαν κύκλῳ αὐτοῦ, ἓξ πτέρυγες τῷ ἑνὶ καὶ ἓξ πτέρυγες τῷ ἑνί, καὶ ταῖς μὲν δυσὶν κατεκάλυπτον τὸ πρόσωπον καὶ ταῖς δυσὶν κατεκάλυπτον τοὺς πόδας καὶ ταῖς δυσὶν ἐπέταντο.
Lettura OrtodossaDei ⓘ stavano ⓘ: ⓘ; con due si copriva il volto, con due si copriva i piedi, con due volava.
3
Ebraico (MT)וקרא זה אל זה ואמר קדוש קדוש קדוש יהוה צבאות מלא כל הארץ כבודו
Septuaginta (LXX)καὶ ἐκέκραγον ἕτερος πρὸς τὸν ἕτερον καὶ ἔλεγον Ἅγιος ἅγιος ἅγιος κύριος σαβαωθ, πλήρης πᾶσα ἡ γῆ τῆς δόξης αὐτοῦ.
Lettura OrtodossaE l'uno gridava all'altro: ⓘ — Santo, Santo, Santo — il ⓘ; piena è tutta la terra della sua ⓘ.
4
Ebraico (MT)וינעו אמות הספים מקול הקורא והבית ימלא עשן
Septuaginta (LXX)καὶ ἐπήρθη τὸ ὑπέρθυρον ἀπὸ τῆς φωνῆς, ἧς ἐκέκραγον, καὶ ὁ οἶκος ἐπλήσθη καπνοῦ.
Lettura OrtodossaTremarono gli ⓘ alla voce di chi gridava, e la Casa si riempì di ⓘ.
5
Ebraico (MT)ואמר אוי לי כי נדמיתי כי איש טמא שפתים אנכי ובתוך עם טמא שפתים אנכי יושב כי את המלך יהוה צבאות ראו עיני
Septuaginta (LXX)καὶ εἶπα Ὦ τάλας ἐγώ, ὅτι κατανένυγμαι, ὅτι ἄνθρωπος ὢν καὶ ἀκάθαρτα χείλη ἔχων ἐν μέσῳ λαοῦ ἀκάθαρτα χείλη ἔχοντος ἐγὼ οἰκῶ καὶ τὸν βασιλέα κύριον σαβαωθ εἶδον τοῖς ὀφθαλμοῖς μου.
Lettura OrtodossaE dissi: Guai a me, sono perduto! Poiché sono uomo dalle ⓘ, e abito in mezzo a un popolo dalle labbra impure; eppure i miei occhi hanno visto il Re, il TetraGramma Tzevaòt.
6
Ebraico (MT)ויעף אלי אחד מן השרפים ובידו רצפה במלקחים לקח מעל המזבח
Septuaginta (LXX)καὶ ἀπεστάλη πρός με ἓν τῶν σεραφιν, καὶ ἐν τῇ χειρὶ εἶχεν ἄνθρακα, ὃν τῇ λαβίδι ἔλαβεν ἀπὸ τοῦ θυσιαστηρίου,
Lettura Ortodossaⓘ allora verso di me uno dei serafìm, con in mano un ⓘ, tolto dall'ⓘ.
7
Ebraico (MT)ויגע על פי ויאמר הנה נגע זה על שפתיך וסר עונך וחטאתך תכפר
Septuaginta (LXX)καὶ ἥψατο τοῦ στόματός μου καὶ εἶπεν Ἰδοὺ ἥψατο τοῦτο τῶν χειλέων σου καὶ ἀφελεῖ τὰς ἀνομίας σου καὶ τὰς ἁμαρτίας σου περικαθαριεῖ.
Lettura OrtodossaToccò la mia bocca e disse: Ecco, questo ha toccato le tue labbra: è ⓘ ed espiato il tuo ⓘ.
8
Ebraico (MT)ואשמע את קול אדני אמר את מי אשלח ומי ילך לנו ואמר הנני שלחני
Septuaginta (LXX)καὶ ἤκουσα τῆς φωνῆς κυρίου λέγοντος Τίνα ἀποστείλω, καὶ τίς πορεύσεται πρὸς τὸν λαὸν τοῦτον; καὶ εἶπα Ἰδού εἰμι ἐγώ· ἀπόστειλόν με.
Lettura OrtodossaE udii la voce di ⓘ che diceva: Chi manderò, e chi andrà ⓘ? E dissi: ⓘ, manda me — ⓘ.
91
Ebraico (MT)ויאמר לך ואמרת לעם הזה שמעו שמוע ואל תבינו וראו ראו ואל תדעו
Septuaginta (LXX)καὶ εἶπεν Πορεύθητι καὶ εἰπὸν τῷ λαῷ τούτῳ Ἀκοῇ ἀκούσετε καὶ οὐ μὴ συνῆτε καὶ βλέποντες βλέψετε καὶ οὐ μὴ ἴδητε·
Lettura OrtodossaE disse: Va' e di' a questo popolo: ⓘ.
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Ebraico (MT)השמן לב העם הזה ואזניו הכבד ועיניו השע פן יראה בעיניו ובאזניו ישמע ולבבו יבין ושב ורפא לו
Septuaginta (LXX)ἐπαχύνθη γὰρ ἡ καρδία τοῦ λαοῦ τούτου, καὶ τοῖς ὠσὶν αὐτῶν βαρέως ἤκουσαν καὶ τοὺς ὀφθαλμοὺς αὐτῶν ἐκάμμυσαν, μήποτε ἴδωσιν τοῖς ὀφθαλμοῖς καὶ τοῖς ὠσὶν ἀκούσωσιν καὶ τῇ καρδίᾳ συνῶσιν καὶ ἐπιστρέψωσιν καὶ ἰάσομαι αὐτούς.
Lettura Ortodossaⓘ il cuore di questo popolo, appesantisci i suoi orecchi, ⓘ i suoi occhi, ché non veda, non oda, non comprenda col cuore, non ⓘ e non sia guarito.
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Ebraico (MT)ואמר עד מתי אדני ויאמר עד אשר אם שאו ערים מאין יושב ובתים מאין אדם והאדמה תשאה שממה
Septuaginta (LXX)καὶ εἶπα Ἕως πότε, κύριε; καὶ εἶπεν Ἕως ἂν ἐρημωθῶσιν πόλεις παρὰ τὸ μὴ κατοικεῖσθαι καὶ οἶκοι παρὰ τὸ μὴ εἶναι ἀνθρώπους καὶ ἡ γῆ καταλειφθήσεται ἔρημος.
Lettura OrtodossaE dissi: Fino a quando, ⓘ? E disse: Finché le città non siano ⓘ, le case senza uomini, e il suolo ridotto a ⓘ.
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Ebraico (MT)ורחק יהוה את האדם ורבה העזובה בקרב הארץ
Septuaginta (LXX)καὶ μετὰ ταῦτα μακρυνεῖ ὁ θεὸς τοὺς ἀνθρώπους, καὶ οἱ καταλειφθέντες πληθυνθήσονται ἐπὶ τῆς γῆς·
Lettura Ortodossae il ⓘ abbia allontanato l'uomo, e grande sia l'ⓘ in mezzo al paese.
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Ebraico (MT)ועוד בה עשריה ושבה והיתה לבער כאלה וכאלון אשר בשלכת מצבת בם זרע קדש מצבתה
Septuaginta (LXX)καὶ ἔτι ἐπ’ αὐτῆς ἔστιν τὸ ἐπιδέκατον, καὶ πάλιν ἔσται εἰς προνομὴν ὡς τερέβινθος καὶ ὡς βάλανος ὅταν ἐκπέσῃ ἀπὸ τῆς θήκης αὐτῆς.
Lettura OrtodossaE se vi resterà un ⓘ, anch'esso sarà di nuovo arso, come il ⓘ che, abbattuti, conservano il ceppo vivo: ⓘ è quel ceppo.
Approfondimento storico-halakhico

La vocazione di Isaia, datata «l'anno della morte del re Uzziyàhu» (circa 740 a.C.), è una teofania nel Tempio di Gerusalemme: il profeta vede Adonài assiso su un trono altissimo, i serafìm («i brucianti») che proclamano il triplice Qadòsh, la purificazione delle sue labbra col carbone dell'altare, l'invio profetico e l'oracolo dell'indurimento del popolo. Il senso primario è storico: una chiamata situata in un anno preciso, non una scena atemporale; e cultuale: la scena si svolge nell'Hekhàl, secondo il linguaggio del culto del Tempio. La struttura segue lo schema classico dei racconti di vocazione — visione, invio, obiezione del chiamato, rassicurazione — lo stesso di Mosè al roveto (Es 3) e di Geremia (Ger 1): non un'esperienza privata, ma l'investitura giuridica di un inviato.

Ricostruzione storica: il 740 e la crisi assira

La morte di Uzziyàhu (Ozia) segna la fine di un lungo regno e l'inizio dell'ombra assira che incombe su Giuda. La cronaca ricorda che il re era morto lebbroso, escluso dal Tempio (2Cr 26,21): il trono terreno resta vacante e contaminato, e proprio in quell'anno il profeta vede il vero Re assiso sul trono celeste, alto ed elevato (v. 1.5: «i miei occhi hanno visto il Re, il TetraGramma Tzevaòt»). Il titolo che attraversa tutto il libro — il «Santo d'Israele» — nasce qui, dal triplice Qadòsh. L'oracolo dell'indurimento (vv. 9-13) e l'annuncio della desolazione delle città trovano il loro orizzonte storico nelle campagne assire che, di lì a pochi decenni, deporteranno il regno del Nord e ridurranno Giuda a un «decimo» superstite: la profezia non descrive scenari atemporali ma la catastrofe politica imminente, letta come giudizio.

Note testuali: masoretico e Settanta

Il testo ebraico (MT) e la versione greca dei Settanta (LXX) divergono in punti rilevanti, qui marcati nella colonna ortodossa. Al v. 1 il MT legge Adonài («il Signore»), non il Nome proprio, che comparirà solo ai vv. 3, 5 e 12; la LXX rende uniformemente kýrios, appiattendo la distinzione. Al v. 2 il MT colloca i serafìm «al di sopra di lui» (mimmà'al lo), mentre la LXX li pone «attorno a lui» (kýklō). Al v. 6 il serafino «vola» (vayyà'af) nel MT, ma «è inviato» (apestálē) nella LXX. Al v. 13 il MT conserva la clausola «seme santo è il suo ceppo» (zèra qòdesh matzavtàh), assente nella LXX, che termina con la sola immagine dell'albero abbattuto: è il fondamento testuale della teologia del «resto». La tradizione targumica (Targum Jonathan), per evitare l'antropomorfismo, non dice che Isaia «vide il Signore» ma che ne «vide la gloria» — una cautela che, come si vedrà, il Nuovo Testamento riprenderà in altra chiave.

Ricezione ebraica: la Qedushàh e il consiglio celeste

Il triplice Qadòsh, qadòsh, qadòsh (v. 3) è divenuto il nucleo della Qedushàh, la santificazione liturgica del Nome recitata nella preghiera comunitaria: la triplice ripetizione esprime il grado supremo e assoluto della santità divina, non un'enumerazione. La tradizione halakhica ne discute la recitazione, che richiede la presenza dell'assemblea (cfr. Tosefta Berakhot; b. Kiddushin 31a). Il plurale del v. 8 — «chi andrà per noi?» (lanu) — è letto come il consiglio celeste, la corte dei messaggeri che circonda il trono, e non come pluralità di soggetti divini: è lo stesso «facciamo» di Gn 1,26 letto nel suo senso di deliberazione regale. La tradizione rabbinica si interroga inoltre sul fatto che Isaia «vide il Re»: in b. Yevamot 49b si confronta la visione di Isaia con quella di Mosè (cfr. Es 33,20: «nessun uomo può vedermi e vivere»), distinguendo i gradi della percezione profetica — Mosè attraverso una «lente chiara», gli altri profeti attraverso una «lente offuscata».

Aggadah: i serafìm, il carbone, l'indurimento

Le sei ali di ciascun serafino sono lette secondo le tre funzioni: due velano il volto (non si può fissare la gloria divina), due velano i piedi — eufemismo per le parti basse, segno di pudore davanti al Santo — e due servono al volo, cioè al servizio. I serafìm, «i brucianti», appartengono all'ordine più alto della corte celeste. Il carbone ardente preso con le molle dall'altare (vv. 6-7) purifica le labbra del profeta col fuoco del culto: l'espiazione (kippùr) precede l'invio, e le «labbra impure» di chi vive «in mezzo a un popolo dalle labbra impure» dicono la solidarietà del profeta con la sua gente, non un distacco. L'oracolo dell'indurimento (vv. 9-10) è discusso nel midrash halakhico tannaitico — Mekhilta DeRabbi Yishmael, Bachodesh 1:17 — e collegato dalla tradizione al tema del ritorno: il versetto si chiude infatti con «we-shav... e sia guarito», dove la radice shuv è quella della teshuvàh, il pentimento-ritorno. L'indurimento, dunque, non è destino irrevocabile ma diagnosi di una sordità che resta reversibile.

Ricezione neotestamentaria e tipologia

L'oracolo dell'indurimento (Is 6,9-10) è il passo dell'Antico Testamento più citato nei vangeli a proposito dell'incomprensione: lo riprendono Gesù davanti alle folle (Mt 13,14-15; Mc 4,12; Lc 8,10), Giovanni a sigillo del ministero pubblico (Gv 12,40), e Paolo lo applica a Israele alla fine degli Atti (At 28,26-27) e in Rm 11,8, dentro il discorso sul «resto» e sull'indurimento parziale e temporaneo. Decisivo è Gv 12,41: «Isaia disse questo perché vide la sua gloria, e parlò di lui» — riferito alla gloria del Cristo. Dove il Targum aveva detto «la gloria del Signore» per cautela, il quarto vangelo identifica quella gloria con quella del Verbo: la tradizione cristiana legge così la visione del trono come cristofania, manifestazione del Verbo preincarnato, l'Angelo-Signore che già nell'Antico Testamento rende presente la gloria divina.

Osservanza e liturgia: il Sanctus e la teshuvàh

Dal v. 3 nascono due usi liturgici paralleli e duraturi. Nella preghiera ebraica, la Qedushàh riprende «Santo, Santo, Santo» nella ripetizione comunitaria dell'Amidah, e fa dell'assemblea orante un'eco del coro dei serafìm. Nella liturgia cristiana, lo stesso versetto è entrato come Sanctus (il Trisagio) al cuore dell'anafora eucaristica, dove la Chiesa canta con «gli angeli e i serafìm». La dimensione pratica della pericope non è dunque un comando halakhico nuovo, ma un atto di culto: unirsi al canto dei serafìm nella santificazione del Nome, e farlo nell'assemblea. A questo si lega l'appello alla teshuvàh implicito nel v. 10 e sviluppato dalla tradizione (cfr. b. Megillah 17b, sull'ordine delle benedizioni dell'Amidah «conoscenza → ritorno → perdono»): l'indurimento non è l'ultima parola, perché il «seme santo» (v. 13) custodisce, nel ceppo dell'albero abbattuto, la possibilità del ritorno e della rinascita del popolo.

Domande Frequenti

Il «andrà per noi» di Is 6,8 prova la Trinità?

No. È il plurale del consiglio celeste (la sōd dei bnè ha-Elohìm), lo stesso schema di Gn 1,26 e di 1Re 22,19-23, dove il profeta è inviato dalla camera di consiglio divina. Leggervi la Trinità è anacronismo: è una rilettura cristiana posteriore del testo profetico.

Perché il NT cita Is 6,9-10 in forma diversa dall'ebraico?

Perché cita la LXX. Il TM ha l'imperativo («ingrassa il cuore di questo popolo» — comando ironico al profeta), la LXX il passivo («si è ingrassato»). Il NT (Mt 13; Mc 4; Lc 8; Gv 12; At 28; Rm 11) usa la forma greca. La colonna ebraica e quella greca divergono qui per scelta interpretativa, non per errore.

Cos'è il «seme santo» del v. 13?

È la teologia del resto: anche dopo la devastazione totale, dal ceppo abbattuto (come terebinto e quercia) resta un germoglio — zèraʿ qòdesh. Il giudizio non è annientamento definitivo; il residuo custodito è la promessa dentro la catastrofe storica.

Riferimenti biblici