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La parabola del seminatore — Matteo 13,1-23

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

La parabola del seminatore

1-23
Greco1 ⸀Ἐν τῇ ἡμέρᾳ ἐκείνῃ ἐξελθὼν ὁ Ἰησοῦς ⸀τῆς οἰκίας ἐκάθητο παρὰ τὴν θάλασσαν· 2 καὶ συνήχθησαν πρὸς αὐτὸν ὄχλοι πολλοί, ὥστε αὐτὸν ⸀εἰς πλοῖον ἐμβάντα καθῆσθαι, καὶ πᾶς ὁ ὄχλος ἐπὶ τὸν αἰγιαλὸν εἱστήκει. 3 καὶ ἐλάλησεν αὐτοῖς πολλὰ ἐν παραβολαῖς λέγων· Ἰδοὺ ἐξῆλθεν ὁ σπείρων τοῦ σπείρειν. 4 καὶ ἐν τῷ σπείρειν αὐτὸν ἃ μὲν ἔπεσεν παρὰ τὴν ὁδόν, καὶ ⸂ἐλθόντα τὰ πετεινὰ⸃ κατέφαγεν αὐτά. 5 ἄλλα δὲ ἔπεσεν ἐπὶ τὰ πετρώδη ὅπου οὐκ εἶχεν γῆν πολλήν, καὶ εὐθέως ἐξανέτειλεν διὰ τὸ μὴ ἔχειν βάθος γῆς, 6 ἡλίου δὲ ἀνατείλαντος ἐκαυματίσθη καὶ διὰ τὸ μὴ ἔχειν ῥίζαν ἐξηράνθη. 7 ἄλλα δὲ ἔπεσεν ἐπὶ τὰς ἀκάνθας, καὶ ἀνέβησαν αἱ ἄκανθαι καὶ ⸀ἔπνιξαν αὐτά. 8 ἄλλα δὲ ἔπεσεν ἐπὶ τὴν γῆν τὴν καλὴν καὶ ἐδίδου καρπόν, ὃ μὲν ἑκατὸν ὃ δὲ ἑξήκοντα ὃ δὲ τριάκοντα. 9 ὁ ἔχων ⸀ὦτα ἀκουέτω. 10 Καὶ προσελθόντες οἱ μαθηταὶ εἶπαν αὐτῷ· Διὰ τί ἐν παραβολαῖς λαλεῖς αὐτοῖς; 11 ὁ δὲ ἀποκριθεὶς εἶπεν ⸀αὐτοῖς· Ὅτι ὑμῖν δέδοται γνῶναι τὰ μυστήρια τῆς βασιλείας τῶν οὐρανῶν, ἐκείνοις δὲ οὐ δέδοται. 12 ὅστις γὰρ ἔχει, δοθήσεται αὐτῷ καὶ περισσευθήσεται· ὅστις δὲ οὐκ ἔχει, καὶ ὃ ἔχει ἀρθήσεται ἀπ’ αὐτοῦ. 13 διὰ τοῦτο ἐν παραβολαῖς αὐτοῖς λαλῶ, ὅτι βλέποντες οὐ βλέπουσιν καὶ ἀκούοντες οὐκ ἀκούουσιν οὐδὲ συνίουσιν· 14 καὶ ἀναπληροῦται αὐτοῖς ἡ προφητεία Ἠσαΐου ἡ λέγουσα· Ἀκοῇ ἀκούσετε καὶ οὐ μὴ συνῆτε, καὶ βλέποντες βλέψετε καὶ οὐ μὴ ἴδητε. 15 ἐπαχύνθη γὰρ ἡ καρδία τοῦ λαοῦ τούτου, καὶ τοῖς ὠσὶν βαρέως ἤκουσαν, καὶ τοὺς ὀφθαλμοὺς αὐτῶν ἐκάμμυσαν· μήποτε ἴδωσιν τοῖς ὀφθαλμοῖς καὶ τοῖς ὠσὶν ἀκούσωσιν καὶ τῇ καρδίᾳ συνῶσιν καὶ ἐπιστρέψωσιν, καὶ ἰάσομαι αὐτούς. 16 ὑμῶν δὲ μακάριοι οἱ ὀφθαλμοὶ ὅτι βλέπουσιν, καὶ τὰ ὦτα ὑμῶν ὅτι ⸀ἀκούουσιν. 17 ἀμὴν γὰρ λέγω ὑμῖν ὅτι πολλοὶ προφῆται καὶ δίκαιοι ἐπεθύμησαν ἰδεῖν ἃ βλέπετε καὶ οὐκ εἶδαν, καὶ ἀκοῦσαι ἃ ἀκούετε καὶ οὐκ ἤκουσαν. 18 Ὑμεῖς οὖν ἀκούσατε τὴν παραβολὴν τοῦ ⸀σπείραντος. 19 παντὸς ἀκούοντος τὸν λόγον τῆς βασιλείας καὶ μὴ συνιέντος, ἔρχεται ὁ πονηρὸς καὶ ἁρπάζει τὸ ἐσπαρμένον ἐν τῇ καρδίᾳ αὐτοῦ· οὗτός ἐστιν ὁ παρὰ τὴν ὁδὸν σπαρείς. 20 ὁ δὲ ἐπὶ τὰ πετρώδη σπαρείς, οὗτός ἐστιν ὁ τὸν λόγον ἀκούων καὶ εὐθὺς μετὰ χαρᾶς λαμβάνων αὐτόν, 21 οὐκ ἔχει δὲ ῥίζαν ἐν ἑαυτῷ ἀλλὰ πρόσκαιρός ἐστιν, γενομένης δὲ θλίψεως ἢ διωγμοῦ διὰ τὸν λόγον εὐθὺς σκανδαλίζεται. 22 ὁ δὲ εἰς τὰς ἀκάνθας σπαρείς, οὗτός ἐστιν ὁ τὸν λόγον ἀκούων, καὶ ἡ μέριμνα τοῦ αἰῶνος ⸀τούτου καὶ ἡ ἀπάτη τοῦ πλούτου συμπνίγει τὸν λόγον, καὶ ἄκαρπος γίνεται. 23 ὁ δὲ ἐπὶ τὴν ⸂καλὴν γῆν⸃ σπαρείς, οὗτός ἐστιν ὁ τὸν λόγον ἀκούων καὶ ⸀συνιείς, ὃς δὴ καρποφορεῖ καὶ ποιεῖ ὃ μὲν ἑκατὸν ὃ δὲ ἑξήκοντα ὃ δὲ τριάκοντα.
Lettura Ortodossa1 In quel giorno Gesù uscì di casa e ⓘ in riva al mare. 2 Si radunò attorno a lui una grande ⓘ, tanto che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla riva. 3 Egli parlò loro di molte cose in parabole (meshalim) ⓘ. E disse: «Ecco, ⓘ uscì a seminare. 4 Mentre seminava, una parte cadde ⓘ; vennero ⓘ e la mangiarono. 5 Un'altra parte cadde sul ⓘ, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, 6 ma quando spuntò il sole, fu ⓘ e, non avendo ⓘ, si seccò. 7 Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la ⓘ. 8 Un'altra parte cadde sul ⓘ e ⓘ: il ⓘ. 9 Chi ha orecchi, ascolti — è lo shemà (l'ascolto che si fa obbedienza) ⓘ». 10 Gli si avvicinarono i ⓘ e gli dissero: «Perché parli loro in parabole?». 11 Egli rispose: «Perché a voi è dato conoscere i ⓘ, ma a loro non è dato. 12 Infatti a chi ha, ⓘ e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, sarà ⓘ. 13 Per questo parlo loro in parabole: perché ⓘ né comprendono. 14 Così si compie per loro ⓘ: 15 Perché il cuore di questo popolo ⓘ, sono diventati duri di orecchi e hanno serrato gli occhi: così con essi non vedono, ⓘ non odono, con il cuore non comprendono, e non compiono la teshuvah (il ritorno a Dio) ⓘ, perché io li ⓘ. 16 ⓘ invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. 17 ⓘ: molti profeti e giusti (i tzaddiqim) ⓘ hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono. 18 Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore. 19 Ogni volta che uno ascolta ⓘ e non la comprende, viene il ⓘ e ⓘ ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme caduto lungo la strada. 20 Quello seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la parola e subito l'accoglie con ⓘ, 21 ma non ha radici in sé ed è ⓘ: appena giungono ⓘ a causa della parola, subito si ⓘ. 22 Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la parola, ma ⓘ e la ⓘ soffocano la parola ed essa resta senza frutto. 23 Quello seminato sul terreno buono è colui che ⓘ: costui ⓘ e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Matteo 13,1-23 si colloca nella Galilea del primo secolo. Gesù siede (ekáthēto) su una barca mentre la folla (óchloi polloí) si raduna sulla riva: la postura seduta è quella del maestro che espone la Toràh, come attestato in Matteo 23,2 riguardo alla cattedra di Mosè. L'insegnamento pubblico, aperto a chiunque si radunasse, rispecchia la prassi dei maestri itineranti del periodo del Secondo Tempio.

L'immagine agricola è radicata nella realtà galilaica: in quella regione si seminava prima di arare, per cui il seme cadeva anche sul sentiero battuto, sulla roccia affiorante, tra i rovi non ancora estirpati. I rendimenti citati — cento, sessanta, trenta — sono ben al di sopra delle rese ordinarie (sette-decuplo al massimo) e costituiscono un'iperbole deliberata che segnala la sovrabbondanza escatologica del Regno.

Il genere usato è il mashal (מָשָׁל), forma didattica per eccellenza della tradizione ebraica: similitudine narrativa che vela e svela simultaneamente. I «misteri del Regno» (razei malkuta) rimandano al linguaggio dell'apocalittica giudaica: in Daniele 2 il termine raz (רָז) designa il segreto rivelato da Dio a chi è disposto a riceverlo. A Qumran i razim sono i misteri del piano divino svelati al Maestro di Giustizia (cf. 1QS III-IV; 1QpHab VII). La citazione di Isaia 6,9-10 ai versetti 14-15 era un testo classico nell'esegesi giudaica per spiegare il rifiuto profetico: già il Targum di Isaia legge quel passo come responsabilità di chi liberamente non vuole convertirsi, non come predestinazione divina al male.

Analisi lessicale

Il versetto 3 introduce le parabolaí (παραβολαί), corrispondenti ai meshalim (מְשָׁלִים): non allegorie platoniche, ma similitudini narrative che richiedono un interlocutore attivo.

Al versetto 11 compaiono i mystḗria tês basileías (μυστήρια τῆς βασιλείας), «misteri del Regno dei Cieli» (Malkhut Shamayim, מַלְכוּת שָׁמַיִם). Il dothḗsetai (δοθήσεται, v.12) è un passivum divinum — è Dio il soggetto implicito — in eco alla logica sapienziale di Proverbi 9,9.

Ai versetti 14-15 la citazione di Isaia 6,9-10 usa epachýnthē (ἐπαχύνθη), «si è ingrassato/appesantito», descrivendo un cuore incapace di teshuvah (תְּשׁוּבָה). L'espressione blépontes ou blépousin (v.13) costruisce un paradosso profetico: l'organo visivo funziona, ma la percezione interiore è bloccata — ribaltamento dello shemà (שְׁמַע, Dt 6,4).

Al versetto 19 ho ponērós (ὁ πονηρός) designa il Maligno; harpázei (ἁρπάζει) significa «strappa con violenza». Il versetto 21 usa próskairos (πρόσκαιρος), «di un momento», privo della rhíza (ῥίζα) che consente di resistere a thlîpsis ḕ diōgmós (θλῖψις ἢ διωγμός).

Il versetto 23 descrive chi syníēsin (συνίησιν): non comprensione intellettuale astratta, ma ascolto che diventa prassi feconda. Il participio imperfetto edídou karpón (ἐδίδου καρπόν) ha valore durativo: «continuava a dare frutto».

Fonti ebraiche

Il mashal era la forma didattica dominante nell'insegnamento tannaïtico. La similitudine del seme e del terreno ha radici nell'ipotesto scritturistico: Isaia 55,10-11 afferma che la parola di Dio, come la pioggia che feconda la terra, non torna a vuoto ma compie ciò per cui è stata inviata. Osea 10,12 invita a seminare nella giustizia per raccogliere secondo la misericordia. In questi testi il seme è già metafora della Parola divina che attende un terreno ricettivo.

La citazione di Isaia 6,9-10 ai versetti 14-15 è riportata quasi alla lettera dalla LXX. Il Targum di Isaia parafrasa quei versetti sottolineando la responsabilità morale di chi rifiuta di ascoltare, non un decreto predestinatario. I «misteri» (razin) sono lessico tecnico dell'apocalittica: in Daniele 2,18-19.27-30 il raz è il segreto cosmico che Dio rivela a chi gli è fedele. A Qumran (1QS III-IV; 1QpHab VII,1-5) i razei El sono i piani divini svelati alla comunità degli eletti.

Halakhah e dimensione pratica

La parabola non è priva di implicazioni sul piano giuridico-pratico. L'ascolto della Parola (shemà, שְׁמַע) nel giudaismo del Secondo Tempio non era un atto devozionale privato: la qeriat shemà era obbligo quotidiano che impegnava corpo, mente e volontà, configurando un atto halakhico fondamentale. «Ascoltare» significava assumere il giogo del Regno dei Cieli (ol malkhut shamayim), impegno che comportava conseguenze pratiche nell'osservanza delle mitzvot.

Il frutto (karpós) come metro del discernimento richiama la logica del mashal tannaïtico: l'albero si giudica dai frutti, formula che nell'halakhah designa la coerenza tra intenzione (kavvanah) e azione concreta. Il terreno che «comprende e porta frutto» (syníēsin... karpophoreî) descrive la figura del talmid chakham (תַּלְמִיד חָכָם), l'allievo che non solo apprende ma mette in pratica.

La tribolazione e la persecuzione a causa della parola (v.21, thlîpsis ḕ diōgmós) evocano il contesto delle prime comunità: la perseveranza nell'osservanza nonostante la prova è tema centrale della letteratura sapienziale e dei testi di Qumran, dove la fedeltà alla Torah sotto pressione è criterio di appartenenza alla comunità del patto.

Lettura non sostitutiva

La parabola non introduce una rottura con Israele né una sostituzione del popolo dell'alleanza. Il seme — la parola del Regno — è gettato su tutti senza discriminazione: la differenza è nel terreno, cioè nella risposta concreta di ciascuno, non nell'appartenenza etnica o religiosa. I «misteri del Regno» concessi ai talmidim non sono un privilegio esoterico che esclude Israele, ma il frutto dell'ascolto che diventa prassi.

I profeti e i giusti (prophêtai kaì díkaioi, v.17) — i nevi'im e i tzaddiqim di Israele — sono presentati come figure dell'attesa che hanno desiderato vedere il compimento: il testo afferma continuità, non rottura. La citazione di Isaia 6,9-10 non è condanna collettiva di Israele, ma diagnosi di una chiusura volontaria del cuore possibile per chiunque. Il compimento evocato (Isaia 55,10-11; Osea 10,12) è radicato nella rivelazione a Israele e si estende senza abolirla.

Note testuali

  • v.3 — parabolaí: meshalim (מְשָׁלִים), genere didattico ebraico, similitudine narrativa che vela e svela.
  • v.11 — mystḗria tês basileías: razei malkuta; raz in Daniele 2 e a Qumran (1QS III-IV).
  • v.12 — dothḗsetai: passivum divinum; eco di Proverbi 9,9.
  • v.13 — blépontes ou blépousin: paradosso profetico, ribaltamento dello shemà (Dt 6,4).
  • v.14-15 — citazione di Isaia 6,9-10 (LXX); epachýnthē: cuore incapace di teshuvah.
  • v.19 — ho ponērós: il Maligno (cf. v.39); harpázei: strappa con violenza.
  • v.21 — próskairos: di un momento, senza rhíza; thlîpsis ḕ diōgmós: prova e persecuzione.
  • v.22 — mérimna toû aiônos: ansia dell'età presente; apátē toû ploútou: seduzione della ricchezza; terreno ákarpos.
  • v.23 — syníēsin: ascolto che diventa prassi; edídou karpón: imperfetto durativo, «continuava a dare frutto».

Domande Frequenti

Perché Gesù usa le parabole invece di spiegare direttamente?

Il mashal ebraico è una forma didattica che vela e svela simultaneamente secondo la disposizione del cuore dell'ascoltatore. La parabola non nasconde per escludere, ma rivela a chi è disponibile ad ascoltare con la totalità della persona, come richiede lo shemà (Dt 6,4). Il «dato» ai discepoli (passivum divinum, v.12) è frutto dell'ascolto che diventa prassi, non iniziazione esoterica.

I quattro terreni descrivono categorie fisse di persone?

No: i quattro terreni descrivono quattro modi dell'ascolto, che restano possibilità aperte per ciascuno. La responsabilità è del terreno (la risposta concreta della persona), non del seminatore né del seme, che sono sempre gli stessi. La logica halakhica del frutto come metro del discernimento (kavvanah + azione) conferma che si tratta di disposizioni mutabili, non di destini predeterminati.

La citazione di Isaia 6,9-10 implica che Dio condanni Israele?

No. Nell'esegesi giudaica antica, incluso il Targum di Isaia, questo passo era letto come diagnosi della chiusura volontaria del cuore, non come decreto predestinatario. L'indurimento (epachýnthē) è conseguenza di scelte reiterate di chi rifiuta la teshuvah, il ritorno-conversione a Dio. La citazione non è condanna collettiva di Israele ma descrizione di una possibilità di chiusura presente in chiunque.

Che relazione c'è tra i «misteri del Regno» e la tradizione apocalittica giudaica?

Il termine raz (רָז) in Daniele 2,18-19.27-30 designa il segreto cosmico che Dio rivela ai fedeli; a Qumran (1QS III-IV; 1QpHab VII) i razei El sono i piani divini svelati alla comunità. Matteo 13,11 usa lo stesso campo semantico: i misteri del Regno (razei malkuta) non sono gnosi astratta ma la comprensione del piano di Dio che si manifesta nella prassi feconda — il terreno che porta cento, sessanta, trenta per uno.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.