Torna alle Fonti

La vera religiosità — Matteo 6,1-18

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

La vera religiosità

1-18
Greco1 Προσέχετε ⸀δὲ τὴν ⸀δικαιοσύνην ὑμῶν μὴ ποιεῖν ἔμπροσθεν τῶν ἀνθρώπων πρὸς τὸ θεαθῆναι αὐτοῖς· εἰ δὲ μή γε, μισθὸν οὐκ ἔχετε παρὰ τῷ πατρὶ ὑμῶν τῷ ἐν τοῖς οὐρανοῖς. 2 Ὅταν οὖν ποιῇς ἐλεημοσύνην, μὴ σαλπίσῃς ἔμπροσθέν σου, ὥσπερ οἱ ὑποκριταὶ ποιοῦσιν ἐν ταῖς συναγωγαῖς καὶ ἐν ταῖς ῥύμαις, ὅπως δοξασθῶσιν ὑπὸ τῶν ἀνθρώπων· ἀμὴν λέγω ὑμῖν, ἀπέχουσιν τὸν μισθὸν αὐτῶν. 3 σοῦ δὲ ποιοῦντος ἐλεημοσύνην μὴ γνώτω ἡ ἀριστερά σου τί ποιεῖ ἡ δεξιά σου, 4 ὅπως ᾖ σου ἡ ἐλεημοσύνη ἐν τῷ κρυπτῷ· καὶ ὁ πατήρ σου ὁ βλέπων ἐν τῷ ⸀κρυπτῷ ἀποδώσει ⸀σοι. 5 Καὶ ὅταν ⸂προσεύχησθε, οὐκ ἔσεσθε ὡς⸃ οἱ ὑποκριταί· ὅτι φιλοῦσιν ἐν ταῖς συναγωγαῖς καὶ ἐν ταῖς γωνίαις τῶν πλατειῶν ἑστῶτες προσεύχεσθαι, ⸀ὅπως φανῶσιν τοῖς ἀνθρώποις· ἀμὴν λέγω ⸀ὑμῖν, ἀπέχουσι τὸν μισθὸν αὐτῶν. 6 σὺ δὲ ὅταν προσεύχῃ, εἴσελθε εἰς τὸ ταμεῖόν σου καὶ κλείσας τὴν θύραν σου πρόσευξαι τῷ πατρί σου τῷ ἐν τῷ κρυπτῷ· καὶ ὁ πατήρ σου ὁ βλέπων ἐν τῷ κρυπτῷ ἀποδώσει ⸀σοι. 7 Προσευχόμενοι δὲ μὴ βατταλογήσητε ὥσπερ οἱ ἐθνικοί, δοκοῦσιν γὰρ ὅτι ἐν τῇ πολυλογίᾳ αὐτῶν εἰσακουσθήσονται· 8 μὴ οὖν ὁμοιωθῆτε αὐτοῖς, οἶδεν γὰρ ⸀ὁ πατὴρ ὑμῶν ὧν χρείαν ἔχετε πρὸ τοῦ ὑμᾶς αἰτῆσαι αὐτόν. 9 Οὕτως οὖν προσεύχεσθε ὑμεῖς· Πάτερ ἡμῶν ὁ ἐν τοῖς οὐρανοῖς· ἁγιασθήτω τὸ ὄνομά σου, 10 ἐλθέτω ἡ βασιλεία σου, γενηθήτω τὸ θέλημά σου, ὡς ἐν οὐρανῷ καὶ ⸀ἐπὶ γῆς· 11 τὸν ἄρτον ἡμῶν τὸν ἐπιούσιον δὸς ἡμῖν σήμερον· 12 καὶ ἄφες ἡμῖν τὰ ὀφειλήματα ἡμῶν, ὡς καὶ ἡμεῖς ⸀ἀφήκαμεν τοῖς ὀφειλέταις ἡμῶν· 13 καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν, ἀλλὰ ῥῦσαι ἡμᾶς ἀπὸ τοῦ ⸀πονηροῦ. 14 ἐὰν γὰρ ἀφῆτε τοῖς ἀνθρώποις τὰ παραπτώματα αὐτῶν, ἀφήσει καὶ ὑμῖν ὁ πατὴρ ὑμῶν ὁ οὐράνιος· 15 ἐὰν δὲ μὴ ἀφῆτε τοῖς ⸀ἀνθρώποις, οὐδὲ ὁ πατὴρ ὑμῶν ἀφήσει τὰ παραπτώματα ὑμῶν. 16 Ὅταν δὲ νηστεύητε, μὴ γίνεσθε ⸀ὡς οἱ ὑποκριταὶ σκυθρωποί, ἀφανίζουσιν γὰρ τὰ πρόσωπα αὐτῶν ὅπως φανῶσιν τοῖς ἀνθρώποις νηστεύοντες· ἀμὴν λέγω ⸀ὑμῖν, ἀπέχουσιν τὸν μισθὸν αὐτῶν. 17 σὺ δὲ νηστεύων ἄλειψαί σου τὴν κεφαλὴν καὶ τὸ πρόσωπόν σου νίψαι, 18 ὅπως μὴ φανῇς τοῖς ἀνθρώποις νηστεύων ἀλλὰ τῷ πατρί σου τῷ ἐν τῷ ⸀κρυφαίῳ· καὶ ὁ πατήρ σου ὁ βλέπων ἐν τῷ ⸁κρυφαίῳ ἀποδώσει σοι.
Lettura Ortodossa1 State attenti a non praticare la vostra tzedakah ⓘ davanti agli uomini per essere ammirati da loro; altrimenti non avrete ricompensa presso il ⓘ. 2 Quando dunque compi una mitzvah ⓘ di tzedakah, l'elemosina come gemilut chasadim ⓘ, non suonare la tromba davanti a te, come fanno i ⓘ nella sinagoga ⓘ e nelle strade, per essere lodati dagli uomini. In verità vi dico: hanno già la loro ricompensa. 3 Tu invece, quando fai la tzedakah, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4 perché la tua elemosina resti nel ⓘ; e il Padre tuo, che vede nel nascosto, ti ricompenserà. 5 E quando recitate la tefillah ⓘ, non siate come i simulatori che amano pregare stando ritti nella sinagoga e agli angoli delle piazze — la postura dell'Amidah ⓘ — per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già la loro ricompensa. 6 Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel nascosto, ti ricompenserà. 7 Pregando, non sprecate parole come i ⓘ, che credono di essere esauditi per la loro loquacità. 8 Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro, nella emunah ⓘ a cui vi chiama, sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. 9 Voi dunque pregate così: ⓘ, ⓘ, 10 venga il tuo ⓘ, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11 Dacci oggi il nostro ⓘ; 12 e rimetti a noi i nostri ⓘ, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13 e non ⓘ alla ⓘ, ma liberaci dal ⓘ. 14 Se infatti perdonerete agli uomini le loro colpe — il perdono che apre alla teshuvah ⓘ —, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; 15 ma se non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe. 16 Quando osservate il digiuno ⓘ, non diventate tristi in volto come i ⓘ, che si sfigurano la faccia per mostrare agli uomini che digiunano. In verità vi dico: hanno già la loro ricompensa. 17 Tu invece, quando osservi il taanit ⓘ, ungiti il capo e lavati il volto ⓘ, 18 perché non agli uomini tu appaia digiunare, ma al ⓘ; e il Padre tuo, che vede nel nascosto, ti ricompenserà.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Matteo 6,1-18 si colloca nel giudaismo del Secondo Tempio, in Galilea, durante il ministero di Gesù (ca. 27-30 e.v.), quando le tre opere della pietà — tzedaqah (elemosina), tefillah (preghiera) e tzom (digiuno) — strutturavano la vita religiosa di ogni ebreo osservante. Tobia 12,8 le elenca come pilastri della devozione; Pirqe Avot 1,2 (Avot 1) pone a fondamento del mondo la Torah, il culto (ʿavodah) e le opere di carità (gemilut chasadim). La preghiera sinagogale ʿAmidah si recitava in piedi tre volte al giorno nelle battei knesset; il Qaddish aramaico santificava il Nome di Dio e invocava il regno. Il digiuno individuale (taʿanit) si distingueva dai digiuni pubblici (taʿanit tzibbur) del calendario liturgico. Gesù non abolisce queste pratiche: ne corregge l'intenzione.

Analisi lessicale

Al v. 1 dikaiosýnē traduce l'ebraico tzedaqah צְדָקָה, termine che abbraccia insieme giustizia e carità verso il povero: renderlo con solo «giustizia» impoverisce il campo semantico. Al v. 5 hestôtes proseúchesthai descrive il pregare in piedi della ʿAmidah, postura liturgica codificata. Al v. 6 en tō kryptō indica il nascondimento del gesto, contrapposto all'ostentazione pubblica. Al v. 7 battalogéō designa la preghiera vana e ripetitiva degli ethnikoí (le genti, i goyim), estranea alla logica dell'emunah אֱמוּנָה — la fede-affidamento di chi sa che il Padre conosce i bisogni prima che vengano espressi. Al v. 9 Páter hēmôn rispecchia Avinu shebashamayim אָבִינוּ שֶׁבַּשָּׁמַיִם; hagiasthḗto tò ónoma è il qiddush ha-Shem קִדּוּשׁ הַשֵּׁם; elthétō hē basileía sou invoca la malkut shamayim מַלְכוּת שָׁמַיִם. Al v. 11 epioúsios è hapax di senso incerto: «necessario all'esistenza» oppure «del giorno che viene» in senso escatologico. Al v. 12 opheilḗmata rende l'aramaico chova חוֹבָה, il peccato inteso come debito. Al v. 13 peirasmós corrisponde al nisayon נִסָּיוֹן; mḕ eisenénkēis (aoristo congiuntivo) esprime una richiesta puntuale: «non farci entrare». Il termine hypokritaí designa gli «attori» che recitano la pietà: non è sinonimo di perushim (farisei osservanti).

Fonti ebraiche

La triade elemosina-preghiera-digiuno è presente in Tobia 12,8 come compendio della vita pia. Pirqe Avot 1,2 (Avot 1) afferma che il mondo poggia su tre colonne: la Torah, il culto (ʿavodah) e le opere di carità (gemilut chasadim), confermando che il discorso di Gesù opera all'interno di una tradizione consolidata e non la rovescia. L'incipit Avinu Malkenu («Padre nostro, Re nostro») apre una delle preghiere più antiche del calendario liturgico ebraico, in risonanza con l'invocazione del Padre Nostro. Il Qaddish aramaico — «sia magnificato e santificato il suo grande Nome… venga il suo regno» — è il parallelo più stringente per i vv. 9-10, attestando che la formulazione è una sintesi della liturgia sinagogale, non un'innovazione. Il concetto di peccato come chova (debito) è idioma aramaico-rabbinico corrente: il perdono corrisponde alla remissione del debito (mehilah). Il legame tra perdono ricevuto e perdono accordato (vv. 14-15) rispecchia la logica della teshuvah תְּשׁוּבָה, il ritorno a Dio condizionato dal ristabilimento delle relazioni con il prossimo, principio attestato nella tradizione tannaitica. La ʿAmidah, recitata in piedi tre volte al giorno (m.Berakhot 4,1), fornisce il contesto per l'immagine del v. 5. Pirke Avot 1,2) pone a fondamento del mondo: l' elemosina ( tzedaqah ), la preghiera ( tefillah ) e il digiuno ( tzom ).

Halakhah e dimensione pratica

Il principio halakhico sotteso all'intera pericope è che le opere di pietà (mitzvot) obbligano l'osservante indipendentemente dalla visibilità sociale: l'intenzione (kavanah) orienta l'atto verso Dio, non verso il riconoscimento umano — in accordo con quanto Pirqe Avot 1,2 (Avot 1) pone a fondamento dell'ordine del mondo: Torah, culto e gemilut chasadim.

Sul piano giuridico-pratico, la tzedaqah è obbligo codificato, non scelta volontaria; la gemilut chasadim גְּמִילוּת חֲסָדִים include prestazioni personali che trascendono il semplice trasferimento economico. La preghiera statutaria è strutturata in orari fissi: la ʿAmidah definisce postura, direzione verso Gerusalemme e contenuto minimo obbligatorio (m.Berakhot 4,1), con obbligo di kavanah nel primo paragrafo (ʿAvot). Il digiuno individuale (taʿanit תַּעֲנִית, m.Taʿanit 1,1) comporta l'astensione da cibo e da gesti di benessere; Gesù ordina di ungere il capo e lavarsi il volto (v. 17), gesti normalmente sospesi nei digiuni pubblici (taʿanit tzibbur), invertendo l'ostentazione rituale. Il perdono interpersonale (vv. 14-15) è condizione della teshuvah valida: la tradizione tannaitica distingue trasgressioni verso Dio — espiabili tramite preghiera — da quelle verso il prossimo, che richiedono riconciliazione effettiva prima che il digiuno espiatorio sia accettato. La doxologia finale è modellata su 1 Cronache 29,11 ed è aggiunta liturgica del Textus Receptus, assente nei manoscritti più antichi (ℵ, B, D) secondo NA28.

Lettura non sostitutiva

Matteo 6,1-18 non introduce una spiritualità che sostituisce le pratiche ebraiche con un culto interiore astratto. Il testo presuppone le tre opere come ovvie e vincolanti: «quando fai l'elemosina», «quando preghi», «quando digiuni» — il verbo è all'indicativo della pratica reale, non al congiuntivo dell'ipotesi. Il compimento non è abolizione: Gesù si colloca nella linea dei maestri che correggono l'intenzione senza cancellare l'obbligo. I hypokritaí non sono identificati con i perushim: sono coloro che — da qualunque gruppo provengano — usano le opere di pietà come strumento di visibilità sociale. Israele non è sostituito da una nuova comunità: il discorso si rivolge a discepoli ebrei che continuano a praticare tzedaqah, tefillah e tzom nella cornice della Torah. La preghiera modello non è una formula magica alternativa alla liturgia sinagogale, ma una sintesi filiale della stessa: Avinu shebashamayim, qiddush ha-Shem, malkut shamayim sono categorie proprie del giudaismo del Secondo Tempio.

Note testuali

  • v. 1 — dikaiosýnē = tzedaqah צְדָקָה: giustizia e carità insieme, non solo «giustizia» forense.
  • v. 2 — hypokritaí: «attori»; synagōgaîs = battei knesset בֵּית הַכְּנֶסֶת.
  • v. 5 — hestôtes proseúchesthai: pregare in piedi, postura della ʿAmidah.
  • v. 7 — battalogéō: chiacchiera vana degli ethnikoí; emunah אֱמוּנָה: fede-affidamento.
  • v. 9 — Páter hēmôn = Avinu shebashamayim; hagiasthḗto tò ónoma = qiddush ha-Shem (eco del Qaddish); elthétō hē basileía = malkut shamayim.
  • v. 11 — epioúsios: hapax, «necessario all'esistenza» oppure «del giorno che viene».
  • v. 12 — opheilḗmata = chova חוֹבָה: peccato-debito, idioma aramaico-rabbinico.
  • v. 13 — peirasmós = nisayon נִסָּיוֹן; mḕ eisenénkēis: aoristo congiuntivo, richiesta puntuale; doxologia finale assente in NA28 (ℵ, B, D), aggiunta del Textus Receptus su modello di 1 Cronache 29,11.
  • vv. 14-15 — teshuvah תְּשׁוּבָה: il ritorno a Dio richiede riconciliazione con il prossimo come condizione previa.

Domande Frequenti

Perché Gesù dice 'quando fate l'elemosina' e non 'se fate'?

L'indicativo presuppone la pratica come obbligo già vigente. La tzedaqah è una mitzvah codificata, non una scelta. Pirqe Avot 1,2 (Avot 1) la colloca tra i fondamenti del mondo. Gesù corregge l'intenzione, non abolisce l'obbligo.

Il Padre Nostro è una preghiera originale o derivata dalla liturgia ebraica?

È una sintesi della liturgia sinagogale: Avinu shebashamayim apre preghiere come l'Avinu Malkenu; «sia santificato il tuo Nome, venga il tuo Regno» rispecchia il Qaddish aramaico. La doxologia finale è aggiunta del Textus Receptus, assente in NA28.

Chi sono gli 'ipocriti' di Mt 6: i farisei?

No. Hypokritaí significa «attori», chi ostenta la pietà per ottenere riconoscimento pubblico. Non è sinonimo di perushim (farisei), che erano osservanti della Torah. Il termine indica un comportamento trasversale ai gruppi, non un'identità di parte.

Perché ungere il capo e lavarsi il volto durante il digiuno?

Nei digiuni pubblici (taʿanit tzibbur) tali gesti erano sospesi come segno di lutto. Ordinarli nel digiuno individuale (m.Taʿanit 1,1) inverte l'ostentazione: il tzom resta rivolto a Dio, non al pubblico, in linea con il principio della kavanah.

Riferimenti biblici

Citati nel commento

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.