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I veri tesori e le preoccupazioni — Matteo 6,19-34

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

I veri tesori e le preoccupazioni

19-34
Greco19 Μὴ θησαυρίζετε ὑμῖν θησαυροὺς ἐπὶ τῆς γῆς, ὅπου σὴς καὶ βρῶσις ἀφανίζει, καὶ ὅπου κλέπται διορύσσουσιν καὶ κλέπτουσιν· 20 θησαυρίζετε δὲ ὑμῖν θησαυροὺς ἐν οὐρανῷ, ὅπου οὔτε σὴς οὔτε βρῶσις ἀφανίζει, καὶ ὅπου κλέπται οὐ διορύσσουσιν οὐδὲ κλέπτουσιν· 21 ὅπου γάρ ἐστιν ὁ θησαυρός ⸀σου, ἐκεῖ ἔσται καὶ ἡ καρδία ⸁σου. 22 Ὁ λύχνος τοῦ σώματός ἐστιν ὁ ὀφθαλμός. ἐὰν οὖν ⸂ᾖ ὁ ὀφθαλμός σου ἁπλοῦς⸃, ὅλον τὸ σῶμά σου φωτεινὸν ἔσται· 23 ἐὰν δὲ ὁ ὀφθαλμός σου πονηρὸς ᾖ, ὅλον τὸ σῶμά σου σκοτεινὸν ἔσται. εἰ οὖν τὸ φῶς τὸ ἐν σοὶ σκότος ἐστίν, τὸ σκότος πόσον. 24 Οὐδεὶς δύναται δυσὶ κυρίοις δουλεύειν· ἢ γὰρ τὸν ἕνα μισήσει καὶ τὸν ἕτερον ἀγαπήσει, ἢ ἑνὸς ἀνθέξεται καὶ τοῦ ἑτέρου καταφρονήσει. οὐ δύνασθε θεῷ δουλεύειν καὶ μαμωνᾷ. 25 Διὰ τοῦτο λέγω ὑμῖν· μὴ μεριμνᾶτε τῇ ψυχῇ ὑμῶν τί ⸀φάγητε, μηδὲ τῷ σώματι ὑμῶν τί ἐνδύσησθε· οὐχὶ ἡ ψυχὴ πλεῖόν ἐστι τῆς τροφῆς καὶ τὸ σῶμα τοῦ ἐνδύματος; 26 ἐμβλέψατε εἰς τὰ πετεινὰ τοῦ οὐρανοῦ ὅτι οὐ σπείρουσιν οὐδὲ θερίζουσιν οὐδὲ συνάγουσιν εἰς ἀποθήκας, καὶ ὁ πατὴρ ὑμῶν ὁ οὐράνιος τρέφει αὐτά· οὐχ ὑμεῖς μᾶλλον διαφέρετε αὐτῶν; 27 τίς δὲ ἐξ ὑμῶν μεριμνῶν δύναται προσθεῖναι ἐπὶ τὴν ἡλικίαν αὐτοῦ πῆχυν ἕνα; 28 καὶ περὶ ἐνδύματος τί μεριμνᾶτε; καταμάθετε τὰ κρίνα τοῦ ἀγροῦ πῶς ⸂αὐξάνουσιν· οὐ κοπιῶσιν οὐδὲ νήθουσιν⸃· 29 λέγω δὲ ὑμῖν ὅτι οὐδὲ Σολομὼν ἐν πάσῃ τῇ δόξῃ αὐτοῦ περιεβάλετο ὡς ἓν τούτων. 30 εἰ δὲ τὸν χόρτον τοῦ ἀγροῦ σήμερον ὄντα καὶ αὔριον εἰς κλίβανον βαλλόμενον ὁ θεὸς οὕτως ἀμφιέννυσιν, οὐ πολλῷ μᾶλλον ὑμᾶς, ὀλιγόπιστοι; 31 μὴ οὖν μεριμνήσητε λέγοντες· Τί φάγωμεν; ἤ· Τί πίωμεν; ἤ· Τί περιβαλώμεθα; 32 πάντα γὰρ ταῦτα τὰ ἔθνη ⸀ἐπιζητοῦσιν· οἶδεν γὰρ ὁ πατὴρ ὑμῶν ὁ οὐράνιος ὅτι χρῄζετε τούτων ἁπάντων. 33 ζητεῖτε δὲ πρῶτον τὴν ⸀βασιλείαν καὶ τὴν δικαιοσύνην αὐτοῦ, καὶ ταῦτα πάντα προστεθήσεται ὑμῖν. 34 μὴ οὖν μεριμνήσητε εἰς τὴν αὔριον, ἡ γὰρ αὔριον μεριμνήσει ⸀αὑτῆς· ἀρκετὸν τῇ ἡμέρᾳ ἡ κακία αὐτῆς.
Lettura Ortodossa19 Non accumulate per voi ⓘ sulla terra, dove ⓘ consumano e dove i ladri scassinano e rubano; 20 accumulate invece per voi un otzar nei Cieli, il ⓘ, dove né tarma né ruggine consumano e dove i ladri non scassinano né rubano. 21 Perché dov'è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo ⓘ. 22 La ⓘ del corpo è l'ⓘ; se dunque il tuo occhio è ayin tovah, l'ⓘ — l'occhio generoso —, tutto il tuo corpo sarà nella luce; 23 ma se il tuo occhio è ayin ra'ah, l'ⓘ — l'occhio gretto e avaro —, tutto il tuo corpo sarà nelle ⓘ. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra! 24 Nessuno può ⓘ: o infatti ⓘ, oppure sarà devoto all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire ⓘ e Mammona, ⓘ. 25 Per questo io vi dico: ⓘ per la vostra ⓘ, di che cosa mangerete, né per il vostro corpo, di che cosa vi vestirete. La vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli ⓘ: non seminano, né mietono, né raccolgono in granai, e il ⓘ li nutre. Non valete voi forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un solo ⓘ alla durata della sua vita? 28 E perché vi affannate per il vestito? ⓘ i gigli del campo, come crescono: non faticano e non filano; 29 eppure io vi dico che neppure ⓘ, con tutta la sua ⓘ, fu vestito come uno di loro. 30 Se dunque Dio riveste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani è gettata nel ⓘ, non farà molto più per voi, ⓘ? 31 Non affannatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Di che cosa ci vestiremo?». 32 Di tutte queste cose vanno in cerca le ⓘ; il Padre vostro celeste sa bene che ne avete bisogno. 33 Cercate invece prima il ⓘ e la sua ⓘ, e tutte queste cose ⓘ. 34 Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani si affannerà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua ⓘ.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Matteo 6,19-34 si colloca nel discorso della montagna, pronunciato in Galilea durante il ministero pubblico di Gesù, in un contesto economico segnato dalla pressione fiscale romana e dalla concentrazione fondiaria dell'aristocrazia templare (archiereîs). La Galilea del I secolo d.C. era attraversata da tensioni tra chi accumulava terre e chi sopravviveva a giornata: l'immagine degli uccelli e dei gigli non è retorica bucolica, ma osservazione di una realtà rurale vissuta quotidianamente. Il termine mamōnâ è attestato nei manoscritti di Qumran (es. 1QS VI, dove la gestione dei beni comunitari è regolamentata con rigore) e nella letteratura rabbinica tannaitica, a conferma che la tensione tra servizio a Dio e attaccamento alla ricchezza era un tema vivo nel giudaismo del Secondo Tempio, non una proiezione ellenistica. Flavio Giuseppe descrive la cupidigia dell'oligarchia sacerdotale come causa di divisione interna al popolo (Antiquitates XX,9), offrendo uno sfondo storico preciso a un insegnamento che distingue il Padre dell'alleanza dai meccanismi dell'accumulazione.

Analisi lessicale

Il verbo merimnáō (v. 25, «affannarsi») designa un'ansia che frantuma, opposta alla emunah, la fiducia operosa nell'alleanza. Il sostantivo psychḗ (v. 25) traduce la nefesh biblica, la vita-respiro che dipende dal sostentamento, non l'anima immortale in senso platonico: la deriva ellenistica va evitata ancorando il termine alla matrice ebraica. Thēsaurós (vv. 19-20) rende l'otzar, il deposito di ricchezze o di merito; haploûs (v. 22) traduce l'ayin tovah, la generosità verso il prossimo; ponērós (v. 23) traduce l'ayin ra'ah, la grettezza avara. Mamōnâ (v. 24) è l'aramaico mamona, la ricchezza personificata come padrone rivale: servirla è avodah zarah. Basileía (v. 33) traduce Malkhut Shamayim, la sovranità dei Cieli; dikaiosýnē traduce tzedaqah, la giustizia-rettitudine dell'alleanza che include la cura del povero. Il prostethḗsetai (v. 33) è un passivum divinum: Dio è l'agente sottinteso che aggiunge il necessario.

Fonti ebraiche

L'idioma dell'ayin tovah e dell'ayin ra'ah è radicato nella sapienza biblica: «chi ha l'occhio buono (tov ayin) sarà benedetto, perché dà del suo pane al povero» (Pr 22,9; cf. 23,6; 28,22). La Mishnah codifica questa polarità come disposizione etica fondamentale (m.Avot 2,9; 2,11; 5,13). L'immagine dell'otzar celeste — il merito depositato presso Dio mediante opere di misericordia e tzedaqah — è diffusa nella letteratura rabbinica (cf. m.Peah 1,1; t.Peah 4,18): «questi sono i beni di cui si mangia il frutto in questo mondo, mentre il capitale rimane per il mondo a venire». La provvidenza del Creatore che nutre gli uccelli e veste i campi riprende la riflessione sapienziale dei Salmi (Sal 104; 147) e di Giobbe 38, dove Dio interroga l'uomo sulla sua incapacità di governare il creato. La logica della manna raccolta «giorno per giorno» senza accumulo (Es 16,4.19-20) è il sottotesto esplicito del v. 34: l'ansia per il domani è sottrazione di fiducia, come dimostrò chi tentò di accumulare la manna oltre il permesso.

Halakhah e dimensione pratica

Il principio regolativo della pericope è che nessuno può adempiere simultaneamente obblighi di servizio (douleúō, v. 24) verso due padroni in conflitto: la tradizione halakhica conosce bene l'incompatibilità tra impegni concorrenti e il principio che un'obbligazione prioritaria sospende quella secondaria (cf. m.Berakhot 2,1 sul dovere di recitare lo Shema che prevale su altri compiti). La tzedaqah — «cercate prima la giustizia» (v. 33) — non è un consiglio di perfezione ma una mitzvah obbligatoria: secondo m.Peah 1,1, la tzedaqah è tra le opere il cui frutto si gode in questo mondo. L'invito a non accumulare tesori corruttibili richiama il principio che il beit din può limitare l'accumulo ingiusto (cf. m.Sanhedrin 4,1 sul valore infinito di ogni anima, che impedisce di anteporre il proprio vantaggio economico alla vita del prossimo). Il divieto di idolatrare la ricchezza (mamōnâ come avodah zarah) ha rilievo giuridico preciso: ogni atto che sostituisce Dio con un altro oggetto di deduzione assoluta viola il primo comandamento del Decalogo, fondamento di tutta la halakhah. La locuzione Avinu shebashamayim (v. 26) è la stessa dell'Amidah e del Kaddish, ancorando l'insegnamento alla liturgia viva del giudaismo.

Lettura non sostitutiva

La pericope non enuncia un superamento della Torah né una spiritualità che abbandona i bisogni materiali: il Padre che nutre gli uccelli e veste i gigli è il medesimo Creatore cantato nei Salmi e in Giobbe, non una divinità nuova. «Cercate prima il Regno» (v. 33) è un imperativo che presuppone la fedeltà all'alleanza, non la sua abolizione: la Malkhut Shamayim è categoria centrale del giudaismo del Secondo Tempio, e cercarla significa vivere la tzedaqah che la Torah già prescrive. Israele non è sostituito da una comunità spiritualizzata: l'invito è rivolto a discepoli ebrei che pregano lo stesso Avinu shebashamayim della liturgia sinagogale. I perushim non sono bersaglio di questa pericope, che non nomina nessun gruppo; la critica, se presente, è rivolta all'attaccamento alla ricchezza come tale, non a un partito. La menzione delle ethnē (v. 32, i goyim) non denigra le nazioni ma distingue chi conosce il Padre dell'alleanza da chi ne è ignaro: la distinzione è teologica, non etnica.

Note testuali

  • v. 19 — thēsauroús: thēsaurós rende l'otzar, il deposito di ricchezze; il tesoro terreno è destinato a corrompersi (cf. Pr 10,2).
  • v. 19 — sḕs kaì brôsis: «tignola e logorio», coppia del consumo che corrode ogni accumulo terreno.
  • v. 20 — thēsauroùs en ouranô: l'otzar celeste, il merito delle opere di tzedaqah depositato presso Dio (cf. m.Peah 1,1; t.Peah 4,18).
  • v. 21 — kardía: il lev, sede biblica della volontà e dell'intelligenza, non la sola affettività.
  • v. 22 — lýchnos: la piccola lucerna a olio, sorgente di luce della casa; ophthalmós: nella mentalità ebraica l'occhio è la finestra per cui la luce entra nell'uomo.
  • v. 22 — haploûs: «semplice, integro»; rende l'ayin tovah, la disposizione generosa verso il prossimo (m.Avot 2,9; 5,13; Pr 22,9).
  • v. 23 — ponērós: rende l'ayin ra'ah, la grettezza avara (m.Avot 2,11; Pr 23,6); skoteinón: «tenebroso», l'avarizia acceca l'uomo intero.
  • v. 24 — mamōnâ: aramaico mamona, ricchezza personificata come padrone rivale; servirla è avodah zarah; misḗsei … agapḗsei: «odiare/amare» in senso semitico significa preferire l'uno e posporre l'altro.
  • v. 25 — merimnâte: merimnáō, l'ansia che frantuma; psychḗ: la nefesh, la vita-respiro (non l'anima platonica).
  • v. 26 — peteinà toû ouranoû: gli uccelli liberi dei campi; ho patḕr hymôn ho ouránios: Avinu shebashamayim, invocazione tipica della preghiera ebraica.
  • v. 27 — pêchyn: il pêchys, misura di circa mezzo metro; figura dell'impotenza umana sul corso della vita.
  • v. 28 — katamáthete: katamanthánō, «considerate attentamente», imperativo di apprendimento sapienziale.
  • v. 29 — Solomôn: Shlomoh, proverbiale per gloria e ricchezza; dóxa: il kavod, lo splendore regale.
  • v. 30 — klíbanon: il forno di argilla in cui l'erba secca serviva da combustibile; oligópistoi: «di poca emunah».
  • v. 32 — tà éthnē: i goyim, le nazioni che non conoscono il Padre dell'alleanza.
  • v. 33 — tḕn basileían: Malkhut Shamayim; tḕn dikaiosýnēn: tzedaqah; prostethḗsetai: passivum divinum.
  • v. 34 — kakía: «male, affanno» del giorno; la fatica propria di ciascuna giornata.

Domande Frequenti

Che cosa significa concretamente «tesori in cielo» nel giudaismo del Secondo Tempio?

L'immagine rimanda all'otzar celeste, il deposito di merito formato dalle opere di tzedaqah e misericordia. La Mishnah (m.Peah 1,1) afferma che di tali opere si gode il frutto in questo mondo, mentre il capitale resta per il mondo a venire: non metafora vaga, ma categoria giuridico-teologica operativa.

Perché «occhio buono» e «occhio cattivo» non vanno intesi come metafore della vista?

Sono idiomi ebraici consolidati: ayin tovah indica la generosità verso il povero (Pr 22,9), ayin ra'ah la grettezza avara (Pr 23,6; m.Avot 2,9.11). Tradurre haploûs con «semplice» senza ancorare all'idioma perde il significato economico-etico che il testo intende.

L'invito a «non affannarsi» è un appello al quietismo o all'inerzia economica?

No: «cercate prima il Regno» (v. 33) è un imperativo attivo, non una rinuncia. Il modello è la manna raccolta giorno per giorno (Es 16,4), che richiede lavoro quotidiano ma vieta l'accumulo ansioso. La fiducia operosa nel Padre, non la passività, è la risposta all'ansia.

Il riferimento alle «genti» (v. 32) implica una condanna delle nazioni?

No. Tà éthnē descrive chi non conosce il Padre dell'alleanza, non chi è inferiore. La distinzione è teologica: chi conosce Avinu shebashamayim ha una risorsa che le nazioni non possiedono ancora, e quindi non ha motivo di adottarne l'ansia.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.