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Al Getsemani — Matteo 26,36-46

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Al Getsemani

Mt 26,36-46·NA28·128/135·// Mc 14,32-42·Lc 22,39-46
Γεθσημανεί=Frantoio dell'olioגַּת שְׁמָנִים gat-shemanimπερίλυπος=profondamente triste (Sal 42,6)ποτήριον=calice dell'ira (Is 51,17)כּוֹס kosγρηγορεῖτε=vegliate (ashmoret)אַשְׁמֹרֶת ashmoretπεῖρασμόν=prova (eco Padre Nostro)נִסָּיוֹן nissayónσὰρξ ἀσθενής=carne debole (yetzer ha-ra)יֵצֶר yetzer
Domenica delle Palme — anno A (Passione)
36-46
Greco36 Τότε ἔρχεται μετ’ αὐτῶν ὁ Ἰησοῦς εἰς χωρίον λεγόμενον Γεθσημανί, καὶ λέγει τοῖς μαθηταῖς· Καθίσατε αὐτοῦ ἕως οὗ ἀπελθὼν ⸂ἐκεῖ προσεύξωμαι⸃. 37 καὶ παραλαβὼν τὸν Πέτρον καὶ τοὺς δύο υἱοὺς Ζεβεδαίου ἤρξατο λυπεῖσθαι καὶ ἀδημονεῖν. 38 τότε λέγει ⸀αὐτοῖς· Περίλυπός ἐστιν ἡ ψυχή μου ἕως θανάτου· μείνατε ὧδε καὶ γρηγορεῖτε μετ’ ἐμοῦ. 39 καὶ ⸀προελθὼν μικρὸν ἔπεσεν ἐπὶ πρόσωπον αὐτοῦ προσευχόμενος καὶ λέγων· Πάτερ μου, εἰ δυνατόν ἐστιν, παρελθάτω ἀπ’ ἐμοῦ τὸ ποτήριον τοῦτο· πλὴν οὐχ ὡς ἐγὼ θέλω ἀλλ’ ὡς σύ. 40 καὶ ἔρχεται πρὸς τοὺς μαθητὰς καὶ εὑρίσκει αὐτοὺς καθεύδοντας, καὶ λέγει τῷ Πέτρῳ· Οὕτως οὐκ ἰσχύσατε μίαν ὥραν γρηγορῆσαι μετ’ ἐμοῦ; 41 γρηγορεῖτε καὶ προσεύχεσθε, ἵνα μὴ εἰσέλθητε εἰς πειρασμόν· τὸ μὲν πνεῦμα πρόθυμον ἡ δὲ σὰρξ ἀσθενής. 42 πάλιν ἐκ δευτέρου ἀπελθὼν προσηύξατο λέγων· Πάτερ μου, εἰ οὐ δύναται ⸀τοῦτο ⸀παρελθεῖν ἐὰν μὴ αὐτὸ πίω, γενηθήτω τὸ θέλημά σου. 43 καὶ ἐλθὼν ⸂πάλιν εὗρεν αὐτοὺς⸃ καθεύδοντας, ἦσαν γὰρ αὐτῶν οἱ ὀφθαλμοὶ βεβαρημένοι. 44 καὶ ἀφεὶς αὐτοὺς ⸂πάλιν ἀπελθὼν⸃ προσηύξατο ἐκ τρίτου τὸν αὐτὸν λόγον εἰπὼν ⸀πάλιν. 45 τότε ἔρχεται πρὸς τοὺς ⸀μαθητὰς καὶ λέγει αὐτοῖς· Καθεύδετε ⸀τὸ λοιπὸν καὶ ἀναπαύεσθε· ἰδοὺ ἤγγικεν ἡ ὥρα καὶ ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου παραδίδοται εἰς χεῖρας ἁμαρτωλῶν. 46 ἐγείρεσθε ἄγωμεν· ἰδοὺ ἤγγικεν ὁ παραδιδούς με.
Lettura Ortodossa36 Allora Gesù viene con loro in un appezzamento ⓘ, e dice ai discepoli: «Sedetevi qui ⓘ». 37 E ⓘ, cominciò ad ⓘ. 38 Allora dice loro: «ⓘ ⓘ fino alla morte; restate qui e ⓘ con me». 39 E avanzato un poco ⓘ pregando e dicendo: «ⓘ, se è possibile, ⓘ ⓘ! Però ⓘ». 40 E viene dai discepoli e li trova addormentati, e dice a Pietro: «Così, non aveste la forza di vegliare ⓘ con me? 41 Vegliate e pregate, perché non entriate ⓘ: ⓘ ⓘ». 42 ⓘ, andato via, pregò dicendo: «Padre mio, se non è possibile che questo passi oltre senza che io lo beva, ⓘ ⓘ». 43 E venuto di nuovo li trovò addormentati: erano infatti i loro occhi appesantiti. 44 E lasciatili, di nuovo andato via pregò una terza volta dicendo di nuovo la stessa parola. 45 Allora viene dai discepoli e dice loro: «Dormite ormai e riposatevi: ecco, ⓘ ⓘ ⓘ ⓘ in ⓘ. 46 ⓘ: ecco, ⓘ colui che mi sta consegnando».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Il Getsemani (gat-shemanim, «frantoio dell'olio») era un uliveto produttivo alle pendici occidentali del Monte degli Ulivi, a circa 600 metri dal Tempio, attraversato dal torrente Cedron. La scena si colloca nella notte del 14 Nisan, durante il periodo del Secondo Tempio (I sec. d.C.), in un contesto di alta tensione tra il movimento di Gesù e l'oligarchia sacerdotale (archiereîs): il vertice sadduceo controllava il Sinedrio e la polizia templare. Flavio Giuseppe attesta l'uso del Monte degli Ulivi come luogo di ritiro e preghiera (B.J. V,2,3). I Rotoli del Mar Morto documentano la prassi delle suppliche (tachanunim) appartate nei luoghi aperti (1QHa 4,30-37). L'arresto notturno che segue viola la procedura sinedriale ordinaria (m.Sanhedrin 4,1), configurando un'azione extra-giuridica da parte dell'autorità templare, non del popolo (laos).

Analisi lessicale

Il nome Gethsēmanî (v. 36) trascrive l'aramaico gat-shemanê: gat = torchio, shemen = olio. L'oliva schiacciata è immagine non casuale per l'angoscia che «schiaccia» il protagonista. Al v. 38, perílypos è composto intensivo (perí + lýpē): «tutto circondato dal dolore», citazione quasi letterale del Sal 41(42),6.12 LXX. Psychḗ mou traduce nefesh ebraico: non «anima immortale» di derivazione platonica, ma la persona intera, la vita pulsante nel suo essere creaturale. Al v. 39, potḗrion (kos) è il calice profetico dell'ira di YHWH (Is 51,17; Ger 25,15; Sal 75,9); parelthátō è aoristo congiuntivo di parérchomai, semitismo per l'ebraico 'avar: richiesta puntuale. La formula ouch hōs egṑ thélō all' hōs sý distingue narrativamente il volere umano (egṑ thélō) dalla volontà del Padre, senza che si possa risolvere con lessico calcedonese o monotelita anacronistico. Al v. 41, pneûma/sárx traducono ruach/basar: il dittico semitico indica l'unico essere umano integrale — slancio interiore e fragilità creaturale — non la contrapposizione platonica anima/corpo. Al v. 45, ḗngiken (perfetto attivo di engízō) marca azione conclusa con effetti presenti: lo stesso verbo della predicazione del Regno (Mt 4,17). Bar-enash (Dn 7,13) è titolo apocalittico-escatologico, non parafrasi di «l'Umanità». Paradídotai è presente passivo storico, passivum divinum con eco di Is 53,6.12 LXX.

Fonti ebraiche

L'espressione «triste fino alla morte» (perílypos… héōs thanátou) cita il ritornello del Sal 41-42 LXX (mah-tishtohachi nafshi: «perché ti abbatti, anima mia?»), preghiera del giusto che si appella a Dio nel momento di massima prova. Il «calice» dell'ira trova il suo ipotesto in Is 51,17.22 (kos chamatô), Ger 25,15-17 (kos ha-yayin ha-chemah), Sal 75,9 (kos beyad-YHWH) ed Ez 23,31-34: in tutti questi testi il calice designa la partecipazione al giudizio divino, non una generica sofferenza. La postura della nefilat appayim (v. 39: épesen epì prósōpon) è attestata come postura halakhica della supplica straordinaria (b. Megillah 22b), documentata anche in 1QHa 4,30-37 e in Filone, De vita contemplativa 27. La triplice ripetizione della preghiera (vv. 39, 42, 44) riflette la prassi tannaitica della preghiera intensificata quando la prima supplica non viene esaudita (b. Berakhot 32b). Il termine peirasmós (nissayon, v. 41) corrisponde alla formula liturgica giudaica «al tevi'enu lidei nissayon» (b. Berakhot 60b): non «tentazione» morale astratta ma prova escatologica dell'ora ultima. Genēthḗtō tò thélēmá sou (v. 42) è identico a Mt 6,10, terza petizione del Padre Nostro: il Getsemani è il Padre Nostro vissuto fino in fondo. Il dittico ruach/basar ha un preciso parallelo in 1QS 4,20-22 (Regola della Comunità di Qumran, II sec. a.C. - I sec. d.C.), dove l'uomo è descritto nella tensione tra slancio interiore e fragilità creaturale senza dualismo ontologico.

Halakhah e dimensione pratica

Il piano giuridico-pratico della pericope si struttura attorno a istituti halakhici precisi, che conferiscono all'agonia del Getsemani una dimensione non solo interiore ma normativa: Gesù osserva e radicalizza le forme della supplica ebraica del Secondo Tempio, dimostrando piena coerenza con la halakhah della preghiera.

La separazione dal gruppo per la preghiera appartata (héōs hou apelthṑn proseúxōmai) rispecchia la prassi tannaitica delle tachanunim (suppliche personali) distinte dalla tefillah kevu'ah recitata con il minyan (m. Berakhot 4,4): la preghiera di Gesù non è eccentrica ma si inscrive nella regola halakhica della supplica individuale straordinaria. La postura della nefilat appayim — prostrarsi col volto a terra — è prevista dalla normativa per le suppliche solenni (b. Megillah 22b), non per la tefillah quotidiana ordinaria. La triplice iterazione della preghiera (vv. 39, 42, 44) attualizza la prassi documentata in b. Berakhot 32b per la preghiera intensificata quando la prima istanza rimane senza risposta visibile. Il termine ratzon (tò thélēmá sou) rimanda alla kavvanah — l'orientamento intenzionale del cuore al ratzon ha-Shem (m. Berakhot 4,4): non rinuncia stoica ma allineamento attivo della volontà umana. L'arresto notturno che segue (v. 46) viola m. Sanhedrin 4,1 (divieto di istruttoria notturna), configurando un'azione extra-giuridica da parte dell'oligarchia templare (archiereîs), distinta dalla comunità osservante (laos).

Lettura non sostitutiva

Il Getsemani non segna la rottura con Israele ma il suo compimento covenantale più profondo. La preghiera di Gesù si articola nelle forme della supplica giudaica del Secondo Tempio; il «calice» rimanda alla teologia profetica dell'alleanza; il passivum divinum di paradídotai (v. 45) richiama Is 53,6.12 LXX nella sua continuità con il piano salvifico di YHWH, senza che il «compimento» annulli o sostituisca l'alleanza con Israele. I perushim non compaiono in questa scena: gli attori dell'arresto sono l'oligarchia sacerdotale sadducea (archiereîs) e la polizia templare, non il popolo né i maestri osservanti. Hamartōloí (v. 45) designa i posh'im, «trasgressori dell'alleanza» che agiscono in violazione della halakhah processuale, non i giudei nel loro insieme né le genti (éthnē). L'iniziativa di Gesù — «alzatevi, andiamo» (egeíresthe ágōmen, v. 46) — configura un andare incontro consapevole all'evento, coerente con il ministero pubblico e con la logica covenantale del servo di YHWH, non con una logica di condanna collettiva.

Note testuali

  • v. 36 — Gethsēmanî: trascrizione greca di gat-shemanê, «frantoio dell'olio»; uliveto produttivo ~600m dal Tempio, attraversato dal Cedron; le olive schiacciate anticipano l'immagine dell'angoscia.
  • v. 37 — ḗrxato lypeîsthai kaì adēmoneîn: incoativo + due infiniti presenti; adēmonéō indica turbamento somatico profondo (cf. Fil 2,26); dato anti-docetico: la corporeità soffre realmente.
  • v. 38 — perílypos: «tutto circondato dal dolore» (Sal 41-42 LXX); psychḗ mou = nefesh, persona intera, non «anima» platonica.
  • v. 39 — épesen epì prósōpon: nefilat appayim, postura halakhica della supplica straordinaria (b. Megillah 22b; 1QHa 4,30-37); Páter mou: vocativo aramaico Abbà conservato in Mc 14,36 come ipsissima vox; potḗrion: calice profetico dell'ira (Is 51,17; Ger 25,15; Sal 75,9); ouch hōs egṑ thélō all' hōs sý: reale sottomissione della volontà umana.
  • v. 41 — tò mèn pneûma próthymon / hē dè sàrx asthenḗs: dittico ruach/basar (1QS 4,20-22); l'uomo integrale tra slancio e fragilità, NON dualismo platonico; peirasmós = nissayon, prova escatologica (b. Berakhot 60b).
  • v. 42 — genēthḗtō tò thélēmá sou: identico a Mt 6,10; ratzon come kavvanah (m. Berakhot 4,4); triplice iterazione = prassi tannaitica (b. Berakhot 32b).
  • v. 45 — ḗngiken hē hṓra: perfetto attivo, irruzione dell'eth ha-qetz (cf. 4QFlor; 1QM 1,11-12); ho hyiòs toû anthrṓpou = bar-enash di Dn 7,13; paradídotai: passivum divinum, eco Is 53,6.12 LXX.
  • v. 46 — hamartōloí = posh'im, trasgressori della halakhah, non «i giudei»; egeíresthe ágōmen: iniziativa attiva, non subire l'arresto.

Domande Frequenti

Perché Gesù prega tre volte con parole quasi identiche nel Getsemani?

La triplice ripetizione rispecchia la prassi tannaitica documentata in b. Berakhot 32b: quando la prima supplica non riceve risposta visibile, la tradizione giudaica prevede una preghiera intensificata. Non si tratta di ridondanza ma di forma halakhica riconoscibile, che segnala la massima urgenza della petizione.

Cosa significa «calice» nella richiesta di Gesù?

Il potḗrion (kos) è terminus technicus profetico: il «calice dell'ira di YHWH» che le nazioni e Gerusalemme devono bere (Is 51,17; Ger 25,15; Sal 75,9; Ez 23,31-34). Chiedere che «passi» significa affrontare consapevolmente il peso del giudizio divino, non rifiutarlo.

«Spirito pronto, carne debole» è dualismo greco?

No. Pneûma/sárx traduce il dittico semitico ruach/basar attestato anche in 1QS 4,20-22 (Qumran): designa l'unico essere umano integrale nella tensione tra slancio interiore e fragilità creaturale. La derive platonica anima/corpo è da evitare: il testo non oppone due sostanze ma due dimensioni dell'uomo ebraico.

Chi sono i «peccatori» (hamartōloí) nelle cui mani è consegnato il Figlio dell'uomo?

Hamartōloí traduce posh'im, «trasgressori dell'alleanza»: designa l'oligarchia sacerdotale (archiereîs) che agisce in violazione della procedura sinedriale notturna (m. Sanhedrin 4,1), non il popolo ebraico nel suo insieme né le genti (éthnē).

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.