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Il paralitico perdonato e guarito — Matteo 9,1-8

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Il paralitico perdonato e guarito

Mt 9,1-8·NA28·38/135·// Mc 2,1-12·Lc 5,17-26
πίστιν=fede (zekhut trasferibile)אֱמוּנָה emunahθάρσει τέκνον=coraggio figlio (Sal 27,14)ἀφέωνται=rimessi (passivum divinum)βλασφημεῖ=bestemmia (Sanhedrin 7,4-5)ἐνθυμήσεις=pensieri (bedikat ha-lev Ger 17,10)ἐξουσίαν τοῖς ἀνθρώποις=autorità agli uomini (collettivo)
Giovedì XIII settimana T.O. (anno II)
1-8
Greco1 Καὶ ⸀ἐμβὰς ⸀εἰς πλοῖον διεπέρασεν καὶ ἦλθεν εἰς τὴν ἰδίαν πόλιν. 2 Καὶ ἰδοὺ προσέφερον αὐτῷ παραλυτικὸν ἐπὶ κλίνης βεβλημένον. καὶ ἰδὼν ὁ Ἰησοῦς τὴν πίστιν αὐτῶν εἶπεν τῷ παραλυτικῷ· Θάρσει, τέκνον· ⸀ἀφίενταί ⸂σου αἱ ἁμαρτίαι⸃. 3 καὶ ἰδού τινες τῶν γραμματέων εἶπαν ἐν ἑαυτοῖς· Οὗτος βλασφημεῖ. 4 καὶ ⸀εἰδὼς ὁ Ἰησοῦς τὰς ἐνθυμήσεις αὐτῶν εἶπεν· ⸀Ἱνατί ἐνθυμεῖσθε πονηρὰ ἐν ταῖς καρδίαις ὑμῶν; 5 τί γάρ ἐστιν εὐκοπώτερον, εἰπεῖν· ⸀Ἀφίενταί σου αἱ ἁμαρτίαι, ἢ εἰπεῖν· ⸀Ἔγειρε καὶ περιπάτει; 6 ἵνα δὲ εἰδῆτε ὅτι ἐξουσίαν ἔχει ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου ἐπὶ τῆς γῆς ἀφιέναι ἁμαρτίας— τότε λέγει τῷ παραλυτικῷ· ⸀Ἐγερθεὶς ἆρόν σου τὴν κλίνην καὶ ὕπαγε εἰς τὸν οἶκόν σου. 7 καὶ ἐγερθεὶς ἀπῆλθεν εἰς τὸν οἶκον αὐτοῦ. 8 ἰδόντες δὲ οἱ ὄχλοι ⸀ἐφοβήθησαν καὶ ἐδόξασαν τὸν θεὸν τὸν δόντα ἐξουσίαν τοιαύτην τοῖς ἀνθρώποις.
Lettura Ortodossa1 Salito su una ⓘ, ⓘ e venne nella ⓘ. 2 Ed ecco, gli portavano un ⓘ steso su un ⓘ. Gesù, vista la ⓘ, disse al paralitico: «ⓘ, ⓘ». 3 Ed ecco, alcuni ⓘ dissero ⓘ: «ⓘ». 4 Gesù, ⓘ, disse: «Perché pensate ⓘ nel ⓘ? 5 Cos'è ⓘ, dire «ti sono rimessi i peccati» o «ⓘ»? 6 Ma perché sappiate che il ⓘ: àlzati, prendi il tuo ⓘ e va' a ⓘ». 7 Ed egli ⓘ e andò a casa. 8 Le ⓘ, prese da ⓘ, ⓘ ⓘ.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Cafarnao, centro di pesca sul lago di Genesaret, era un villaggio di confine con dogana (cf. Mt 9,9) e presidio militare romano, abitato da artigiani, pescatori e mercanti. Nel I secolo, la remissione dei peccati nel giudaismo del Secondo Tempio era mediata istituzionalmente dal sacerdozio templare tramite i sacrifici espiatori prescritti da Levitico 4–5; il sacerdote dichiarava la purità rituale e l'accettazione dell'offerta, ma la remissione restava prerogativa esclusiva di Dio. Gli soferim (scribi) presenti nella scena erano interpreti professionisti della Torah scritta e orale, non una categoria omogenea ostile: la loro obiezione a Gesù riflette un principio teologico condiviso, non un riflesso di malafede.

Analisi lessicale

Il v. 2 presenta aphíentai (ἀφίενταί): presente passivo, «sono rimessi»; il passivo è teologico, detto «passivo divino» (passivum divinum), convenzionalmente usato per evitare di nominare Dio come soggetto diretto. Il sostrato aramaico è sheviqin (שְׁבִיקִין), perfetto participiale aramaico con valore di stato risultante. Thársei (θάρσει), imperativo durativo, «fatti animo», è formula di incoraggiamento attestata nell'AT (cf. Is 35,4 LXX). Téknon (τέκνον) — «figlio» — evoca la relazione paterna di cura, non l'adozione giuridica. Exousía (ἐξουσία) al v. 6 vale «autorità conferita», non potere autonomo; corrisponde all'ebraico reshut (רְשׁוּת), facoltà delegata. Kardía (καρδία) al v. 4 rende il לֵב lev, sede ebraica del pensiero e della volontà, non il sentimento emotivo greco. Edóxasan (ἐδόξασαν) al v. 8 traduce il riconoscimento del kavod (כָּבוֹד), il peso/gloria di Dio, non la gloria estetica ellenistica.

Fonti ebraiche

L'affermazione che solo Dio perdona i peccati è radicata nella Torah: «Chi può rimettere i peccati se non Dio solo?» (cf. Is 43,25; Sal 103,3; Mic 7,18). Il Salmo 103,3 loda Dio «che perdona tutte le tue colpe». La tradizione targumico-rabbinica amplifica questa esclusività: il Targum di Isaia 43,25 rende «Io, io sono colui che cancella le tue trasgressioni». Il titolo bar enash (בַּר אֱנָשׁ) al v. 6 rimanda direttamente a Daniele 7,13-14 LXX, dove «uno simile a un figlio d'uomo» riceve da Dio «potere, gloria e regno» — autorità ricevuta, non intrinseca. La letteratura di Qumran conosce figure di intermediazione escatologica (4Q246; 11QMelchizedek), ma senza attribuire a uomini la remissione diretta dei peccati fuori dal culto templare. Il nesso tra peccato e malattia è attestato in Siracide 38,10 («allontana l'iniquità, raddrizza le tue mani, purifica il cuore da ogni peccato») e in alcuni testi di Qumran (4Q242).

Halakhah e dimensione pratica

Il principio halakhico fondamentale della pericope è che la remissione dei peccati appartiene a Dio e può essere dichiarata solo da chi riceve esplicita autorità delegata (reshut): nessun privato poteva pronunciare assoluzioni al di fuori del meccanismo sacrificale templare regolato da Levitico 4–5 e dalla prassi sacerdotale.

Strumenti giuridici rilevanti: (1) Il principio dello shaliach — «l'inviato di un uomo è come lui stesso» (sheliaḥ adam kemoto, m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a) — fornisce la categoria giuridica entro cui l'evangelista colloca l'exousía di Gesù: non un'autorità propria ma delegata dal mittente divino. (2) La distinzione tra dichiarazione sacerdotale di purità (taharah) e remissione divina del peccato (seliḥah) era ben codificata: il sacerdote dichiara, Dio rimette (cf. Lv 13,13; m.Negaim 3,1). (3) Il nesso peccato-malattia nel pensiero halakhico non implica automatismo punitivo; tuttavia alcune tradizioni tannaite (cf. b.Nedarim 41a: «il malato non guarisce finché non gli sono rimessi tutti i peccati») attestano il collegamento che la pericope presuppone. (4) Il v. 8 — «ha dato tale autorità agli uomini» (plurale) — apre uno spazio di shlichut comunitaria coerente con la delega apostolica di Mt 18,18, strutturata anch'essa secondo il modello giuridico dell'inviato.

Lettura non sostitutiva

La pericope non istituisce un'abolizione del sistema sacrificale templare né una sostituzione del sacerdozio. Il principio affermato dagli scribi — solo Dio rimette i peccati — non viene negato da Gesù, ma confermato: il passivo divino del v. 2 e la lode a Dio del v. 8 ribadiscono che la remissione è atto di Dio. L'autorità di Gesù è data (v. 8: tòn dónta), delegata, non sottratta al Padre. La folla che rende gloria a Dio è ebrea; il destinatario della guarigione è un membro di Israele; gli attori sono tutti interni al giudaismo del I secolo. Non vi è condanna collettiva degli scribi: la loro obiezione è presentata come teologicamente fondata; il dissenso riguarda l'identità di chi parla, non la verità del principio. Il «Figlio dell'uomo» di Daniele 7,13-14 è figura interna alla tradizione profetica di Israele: il compimento avviene dentro quella tradizione, non contro di essa.

Note testuali

  • v. 1 — diepérasen: «attraversò», aoristo puntuale; tḕn idían pólin: «la sua città», ossia Cafarnao (cf. Mt 4,13).
  • v. 2 — paralytikón: «paralitico, immobilizzato»; klínē: barella/giaciglio da trasporto; tḕn pístin autôn: «la loro fede», di chi porta, non solo del malato; Thársei, téknon: «fatti animo, figlio mio», formula di incoraggiamento paterno; aphíentaí sou hai hamartíai: passivo divino — i peccati sono rimessi da Dio, Gesù ne pronuncia la remissione.
  • v. 3 — grammatéōn / soferim (סוֹפְרִים): esperti della Torah scritta e orale, gruppo determinato; hoûtos blasphēmeî: «costui bestemmia» — obiezione fondata sul principio che solo Dio rimette.
  • v. 4 — eidṑs tàs enthymḗseis autôn: «conoscendo le riflessioni del loro cuore»; kardíais: לֵב lev, sede ebraica del pensiero e della volontà, non sentimento emotivo.
  • v. 5 — eukopṓteron: «più facile», comparativo di comodità argomentativa, non di efficacia ontologica.
  • v. 6 — exousían ... ho hyiòs toû anthrṓpou: bar enash (בַּר אֱנָשׁ), titolo con sfondo Dn 7,13; exousía = reshut, autorità delegata, esercitata «sulla terra»; égeire kaì peripátei: due imperativi aoristi puntuali, «sii destato e mettiti a camminare».
  • v. 7 — egertheìs: «rialzatosi», participio aoristo passivo; oîkon: «alla sua dimora».
  • v. 8 — ephobḗthēsan: timore reverenziale (yir'ah) davanti all'agire di Dio; edóxasan tòn theón: kavod (כָּבוֹד), gloria/peso riconosciuto a Dio; tòn dónta exousían toiaútēn toîs anthrṓpois: «agli uomini» al plurale — la delega è aperta alla comunità dei discepoli (cf. Mt 18,18; Gv 20,23).

Domande Frequenti

Perché Gesù usa il passivo «ti sono rimessi i peccati» invece di dire «io ti perdono»?

Il passivo divino (aphíentai) è una convenzione linguistica ebraica per indicare Dio come soggetto senza nominarlo. Gesù pronuncia la remissione che appartiene a Dio; la forma passiva esclude qualsiasi lettura di autonomia rispetto al Padre, confermata dalla lode finale della folla a Dio al v. 8.

L'obiezione degli scribi era teologicamente infondata?

No. Il principio «solo Dio rimette i peccati» (cf. Is 43,25; Sal 103,3) era e rimane fondamento del giudaismo. La loro obiezione è presentata dall'evangelista come teologicamente corretta; il punto in questione è l'identità del bar enash che parla, non la validità del principio.

Cosa significa che l'autorità è data «agli uomini» al plurale nel v. 8?

Il plurale toîs anthrṓpois apre la delega oltre il solo Gesù, verso la comunità dei discepoli. Secondo la categoria giuridica dello shaliach (m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a), l'inviato agisce con l'autorità del mittente: Mt 18,18 e Gv 20,23 sviluppano esplicitamente questa shlichut.

Il collegamento tra peccato e paralisi implica che la malattia sia sempre punizione divina?

Il testo non lo afferma come principio generale. La tradizione tannaitica conosce il nesso (b.Nedarim 41a), ma senza automatismo punitivo. L'evangelista usa la guarigione come segno visibile di una remissione invisibile, non come dimostrazione che ogni malattia derivi da peccato personale (cf. Gv 9,3).

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.