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Gesù respinto a Nazaret — Matteo 13,53-58

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Gesù respinto a Nazaret

Mt 13,53-58·NA28·69/135·// Mc 6,1-6·Lc 4,16-30
ἐτέλεσεν τὰς παραβολάς=finì le parabole (4ª formula matteana)ὁ τοῦ τέκτονος υἱός=figlio del carpentiere (Avot 2,2)בֶּן הַנַּגָּר ben ha-nagarοἱ ἀδελφοί=i fratelli (achim — Ya'aqov fr. Signore)אַחִים achimπροφήτης ἄτιμος=profeta disprezzato (Ger 11,21)ἀπιστίαν=incredulità (reciprocità fede-miracolo)אֵין אֱמוּנָה ein emunahδυνάμεις=potenti attiגְּבוּרוֹת gevurot
Venerdì XVII settimana T.O. (anno II)
53-58
Greco53 καὶ ἐγένετο ὅτε ἐτέλεσεν ὁ Ἰησοῦς τὰς παραβολὰς ταύτας, μετῆρεν ἐκεῖθεν. 54 καὶ ἐλθὼν εἰς τὴν πατρίδα αὐτοῦ ἐδίδασκεν αὐτοὺς ἐν τῇ συναγωγῇ αὐτῶν, ὥστε ἐκπλήσσεσθαι αὐτοὺς καὶ λέγειν· Πόθεν τούτῳ ἡ σοφία αὕτη καὶ αἱ δυνάμεις; 55 οὐχ οὗτός ἐστιν ὁ τοῦ τέκτονος υἱός; ⸀οὐχ ἡ μήτηρ αὐτοῦ λέγεται Μαριὰμ καὶ οἱ ἀδελφοὶ αὐτοῦ Ἰάκωβος καὶ ⸀Ἰωσὴφ καὶ Σίμων καὶ Ἰούδας; 56 καὶ αἱ ἀδελφαὶ αὐτοῦ οὐχὶ πᾶσαι πρὸς ἡμᾶς εἰσιν; πόθεν οὖν τούτῳ ταῦτα πάντα; 57 καὶ ἐσκανδαλίζοντο ἐν αὐτῷ. ὁ δὲ Ἰησοῦς εἶπεν αὐτοῖς· Οὐκ ἔστιν προφήτης ἄτιμος εἰ μὴ ἐν τῇ ⸀πατρίδι καὶ ἐν τῇ οἰκίᾳ αὐτοῦ. 58 καὶ οὐκ ἐποίησεν ἐκεῖ δυνάμεις πολλὰς διὰ τὴν ἀπιστίαν αὐτῶν.
Lettura Ortodossa53 ⓘ, Gesù ⓘ di là. 54 Venuto nella sua ⓘ, ⓘ nella loro ⓘ e ⓘ: «Da dove gli vengono questa ⓘ e i ⓘ? 55 Non è il ⓘ? Sua madre non si chiama ⓘ, e i suoi ⓘ Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? 56 E le sue ⓘ non stanno tutte ⓘ? Da dove dunque tutto questo?». 57 Ed ⓘ di lui. Ma Gesù disse: «ⓘ». 58 E lì non fece ⓘ a causa della loro ⓘ.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Nazaret, nel I secolo, era un villaggio agricolo-artigianale della Bassa Galilea, privo di menzione nelle fonti pre-cristiane (Flavio Giuseppe non lo nomina nei suoi cataloghi della regione), tanto che Gv 1,46 ne sintetizza la reputazione: «da Nazaret può venire qualcosa di buono?». La sinagoga (synagōgê, il bet knesset) era il luogo comunitario della lettura e del commento della Torah di shabbat; il maestro itinerante che vi insegnava era atteso a produrre semikha o almeno un'attestazione di provenienza autorevole. Il téktōn era l'artigiano che lavorava legno e pietra: mestiere manuale, dignitoso ma collocato ai margini dell'élite scribal. Conoscere la famiglia e il mestiere di un maestro era pratica corrente nel giudaismo per valutarne l'autorità halakhica; qui quella stessa conoscenza diventa pietra d'inciampo.

Analisi lessicale

Il v. 53 apre con la formula clausolare etélesen tàs parabolàs («terminate le parabole»), chiusura tipica dei cinque grandi discorsi matteani. Il verbo edídasken (v. 54) è imperfetto: indica un insegnamento habituale, non un episodio isolato. Sophía (chokhmah) designa il sapere che promana da Dio, non una competenza tecnica. Dynámeis («prodigi», v. 54.58) sono letteralmente «opere di potenza»; la traduzione «miracoli» rischia di evocare categorie tardo-platoniche: il termine àncora l'azione al gevurah divino operante nella storia. Eskandalízonto (v. 57): inciampavano, trovavano in lui un ostacolo — il verbo evoca la mikhshol, la pietra d'inciampo della tradizione profetica (Is 8,14). Adelphoí ('ach ebr./aram.) ha campo semantico ampio: in Gn 13,8 Abramo chiama «fratello» il nipote Lot; in Gn 29,15 Làbano chiama «fratello» il nipote Giacobbe; il greco non risolve la disputa confessionale. Apistía (v. 58) non è semplice dubbio intellettuale ma chiusura relazionale al dono: la fede (emunah) è condizione di accoglienza, non leva coercitiva sull'azione divina.

Fonti ebraiche

Il proverbio del v. 57 — «un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua» — si inscrive nella tradizione dei profeti rigettati dai propri: Geremia fu minacciato dai compaesani di Anatot (Ger 11,21), e la tradizione deuteronomistica registra il motivo del profeta incompreso come struttura narrativa ricorrente. Il riconoscimento mediante la famiglia e il mestiere rispecchia il principio ebraico antico per cui l'identità del maestro è inseparabile dalla sua yichus (genealogia e contesto familiare). Il campo semantico di 'ach è esplicitamente documentato in Gn 13,8 e Gn 29,15, dove il termine include parenti di grado diverso. La sophía/chokhmah che stupisce i compaesani richiama il profilo sapienziale del servo di YHWH e la figura del maestro che porta frutti nuovi dal tesoro antico (cf. Mt 13,52, immediato contesto).

Halakhah e dimensione pratica

Nel giudaismo del Secondo Tempio il riconoscimento dell'autorità di un maestro seguiva criteri giuridici precisi: la semikha (ordinazione rabbinica) richiedeva trasmissione da maestro riconosciuto, e l'identità familiare (yichus) era elemento di verifica. L'insegnamento di Gesù nella sinagoga si inserisce nel quadro del darshan itinerante, figura ammessa dal diritto comunitario purché la comunità lo accettasse; il rifiuto nazaretano è dunque anche un atto giuridico-comunitario di non-accoglienza. Il principio dello sheliaḥ (mandatario) è codificato nella formula tannaitica «sheliaḥ adam kemoto» (m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a): il mandatario è come il mandante stesso; il rigetto del profeta-mandatario equivale al rigetto di Colui che lo invia. Sul piano della purità rituale, l'ambiente galileo era percepito da certa tradizione giudeana come meno rigoroso, il che contribuiva a svalutare l'autorità di un maestro proveniente dalla Galilea. La apistía dei compaesani non è irrilevante sul piano giuridico-pratico: la ricezione del maestro da parte della comunità era condizione di efficacia della sua funzione pubblica, come attestano le procedure comunitarie della sinagoga (cf. m.Megillah 4,1-3 sul lettorato e il commento comunitario).

Lettura non sostitutiva

Il brano non oppone Israele alla Chiesa né costituisce una condanna collettiva dei nazaretani o del popolo ebraico. Il rifiuto è localizzato (en tê patrídi, nella sua patria) e motivato dalla familiarità, non dall'appartenenza etnica o religiosa. Gesù si colloca esplicitamente nella linea dei profeti d'Israele — Geremia, Elia, Eliseo — che incontrarono resistenza dai propri: il proverbio del v. 57 è un atto di auto-identificazione con quella tradizione profetica, non una rottura con essa. La chokhmah e le dynámeis che suscitano stupore sono riconosciute come reali anche da chi poi inciampa: lo scandalo nasce dall'eccesso di familiarità, non dalla negazione del dono. Il compimento della tradizione profetica d'Israele non comporta la sua sostituzione; Israele resta il contesto vivente in cui si svolge l'intera vicenda.

Note testuali

  • v. 53 — etélesen tàs parabolàs: formula clausolare dei cinque discorsi matteani; metêren: si spostò, levò le tende.
  • v. 54 — edídasken (impf.): insegnamento abituale; sophía = chokhmah, sapere che viene da Dio; dynámeis: opere di potenza, non «miracoli» nel senso speculativo tardo.
  • v. 55 — téktōn: artigiano del legno o della pietra; adelphós (ebr. 'ach): fratelli o parenti più ampiamente (cf. Gn 13,8; 29,15); Mariàm: forma semitica di Miryam.
  • v. 57 — eskandalízonto: inciampavano; «profeta senza onore in patria»: proverbio che colloca Gesù nella linea dei profeti incompresi (cf. Ger 11,21).
  • v. 58 — apistía: chiusura relazionale al dono; la fede è condizione di accoglienza, non costrizione su Dio.

Domande Frequenti

Perché i compaesani di Nazaret si scandalizzano proprio perché conoscono Gesù?

Lo scandalo nasce dall'eccesso di familiarità: conoscono la sua famiglia, il mestiere del padre, i parenti. Nel giudaismo del I secolo la yichus (identità familiare) era criterio di valutazione del maestro; qui la stessa conoscenza diventa ostacolo, perché la novità del dono non si lascia ridurre alla categoria del noto.

Il termine 'fratelli' indica necessariamente fratelli di sangue?

No. Adelphós riproduce l'ebraico-aramaico 'ach, che ha campo semantico ampio: in Gn 13,8 Abramo chiama «fratello» il nipote Lot; in Gn 29,15 Làbano chiama «fratello» il nipote Giacobbe. Le tradizioni cristiane divergono (fratelli di sangue, fratellastri, cugini) e il testo greco non risolve la questione.

Perché Gesù 'non compie molti prodigi' a Nazaret?

La apistía (mancanza di fede, v. 58) non è un limite alla potenza divina ma una chiusura relazionale: la fede (emunah) è la condizione di accoglienza del dono. Il principio è coerente con la tradizione profetica: il profeta opera là dove trova apertura alla Parola, non dove impone la propria azione.

In che senso Gesù si identifica con i profeti d'Israele citando quel proverbio?

Citando il proverbio del profeta senza onore in patria (v. 57), Gesù si inserisce esplicitamente nella linea di Geremia (cf. Ger 11,21, i compaesani di Anatot) e dei profeti rigettati dalla tradizione deuteronomistica. Non è rottura con Israele, ma auto-collocazione nella sua memoria profetica più autentica.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.