Torna alle Fonti

La grande tribolazione — Matteo 24,15-28

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

La grande tribolazione

15-28
Greco15 Ὅταν οὖν ἴδητε τὸ βδέλυγμα τῆς ἐρημώσεως τὸ ῥηθὲν διὰ Δανιὴλ τοῦ προφήτου ⸀ἑστὸς ἐν τόπῳ ἁγίῳ, ὁ ἀναγινώσκων νοείτω, 16 τότε οἱ ἐν τῇ Ἰουδαίᾳ φευγέτωσαν ⸀ἐπὶ τὰ ὄρη, 17 ὁ ἐπὶ τοῦ δώματος μὴ ⸀καταβάτω ἆραι τὰ ἐκ τῆς οἰκίας αὐτοῦ, 18 καὶ ὁ ἐν τῷ ἀγρῷ μὴ ἐπιστρεψάτω ὀπίσω ἆραι ⸂τὸ ἱμάτιον⸃ αὐτοῦ. 19 οὐαὶ δὲ ταῖς ἐν γαστρὶ ἐχούσαις καὶ ταῖς θηλαζούσαις ἐν ἐκείναις ταῖς ἡμέραις. 20 προσεύχεσθε δὲ ἵνα μὴ γένηται ἡ φυγὴ ὑμῶν χειμῶνος μηδὲ σαββάτῳ· 21 ἔσται γὰρ τότε θλῖψις μεγάλη οἵα οὐ γέγονεν ἀπ’ ἀρχῆς κόσμου ἕως τοῦ νῦν οὐδ’ οὐ μὴ γένηται. 22 καὶ εἰ μὴ ἐκολοβώθησαν αἱ ἡμέραι ἐκεῖναι, οὐκ ἂν ἐσώθη πᾶσα σάρξ· διὰ δὲ τοὺς ἐκλεκτοὺς κολοβωθήσονται αἱ ἡμέραι ἐκεῖναι. 23 τότε ἐάν τις ὑμῖν εἴπῃ· Ἰδοὺ ὧδε ὁ χριστός, ἤ· Ὧδε, μὴ πιστεύσητε· 24 ἐγερθήσονται γὰρ ψευδόχριστοι καὶ ψευδοπροφῆται, καὶ δώσουσιν σημεῖα μεγάλα καὶ τέρατα ὥστε ⸀πλανῆσαι εἰ δυνατὸν καὶ τοὺς ἐκλεκτούς· 25 ἰδοὺ προείρηκα ὑμῖν. 26 ἐὰν οὖν εἴπωσιν ὑμῖν· Ἰδοὺ ἐν τῇ ἐρήμῳ ἐστίν, μὴ ἐξέλθητε· Ἰδοὺ ἐν τοῖς ταμείοις, μὴ πιστεύσητε· 27 ὥσπερ γὰρ ἡ ἀστραπὴ ἐξέρχεται ἀπὸ ἀνατολῶν καὶ φαίνεται ἕως δυσμῶν, οὕτως ⸀ἔσται ἡ παρουσία τοῦ υἱοῦ τοῦ ἀνθρώπου· 28 ⸀ὅπου ἐὰν ᾖ τὸ πτῶμα, ἐκεῖ συναχθήσονται οἱ ἀετοί.
Lettura Ortodossa15 Quando dunque vedrete l'ⓘ, di cui parlò il profeta Daniele, stante nel ⓘ — chi legge comprenda —, 16 allora chi è in ⓘ, 17 chi è sulla ⓘ non scenda a prendere la roba di casa, 18 e chi è nel campo non torni indietro per il ⓘ. 19 ⓘ alle incinte e a chi allatta in quei giorni! 20 Pregate che la vostra fuga non avvenga d'inverno né di ⓘ. 21 Vi sarà allora una ⓘ quale non vi fu dall'inizio del mondo né mai più vi sarà. 22 E se quei giorni non fossero ⓘ, nessuno si salverebbe; ma per gli ⓘ quei giorni saranno abbreviati. 23 Allora, se qualcuno vi dirà: «Ecco, il ⓘ è qui», o «È là», non credete: 24 sorgeranno infatti ⓘ e faranno grandi ⓘ, da sviare, se possibile, anche gli eletti. 25 ⓘ. 26 Se dunque vi diranno: «Ecco, è nel deserto», non uscite; «Ecco, è nelle ⓘ», non credete: 27 come la ⓘ esce da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la ⓘ. 28 ⓘ.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Matteo 24,15-28 si colloca nel discorso escatologico tenuto da Gesù sul Monte degli Ulivi, rivolto ai discepoli di fronte a Gerusalemme e al suo Tempio (Beit ha-Miqdash). Il terminus post quem narrativo è il ministero galileo-giudaico di Gesù, con la crisi del rapporto tra il movimento dei talmidim e l'oligarchia sacerdotale (archiereîs) che controlla il culto templare. L'espressione «abominio della desolazione» (shiqquts meshomem) cita esplicitamente Daniele (9,27; 11,31; 12,11) e storicamente rimandava alla profanazione del Tempio da parte di Antioco IV Epifane nel 167 a.C., quando fu eretto un altare pagano nel santuario (1Mac 1,54). Gesù riprende questo tipo profetico come prefigurazione di una nuova crisi del «luogo santo». Il clima del I secolo è segnato da attese messianiche febbrili, documentate da Flavio Giuseppe (Bellum Judaicum II-VI), che culmineranno nelle rivolte antiromane. La menzione del tehum shabbat al v. 20 inserisce la pericope nella prassi halakhica viva della comunità matteana, radicata nella Giudea ebraica.

Analisi lessicale

Il sintagma tò bdélygma tês erēmṓseōs (v. 15) traduce l'ebraico shiqquts meshomem di Daniele: shiqquts indica l'abominio cultuale, la cosa esecranda che profana; meshomem richiama la desolazione del santuario svuotato della presenza divina (Shekhinah). Il sostantivo parousía (v. 27) — «venuta», «presenza» — non va letto in senso ellenistico come epifania di un sovrano divino distante, ma va ancorato alla categoria ebraica della rivelazione pubblica e manifesta del Bar Enash di Daniele 7,13, la figura che si avvicina all'Antico di giorni. Il termine eklektoús (v. 22), «eletti», corrisponde all'ebraico beḥirim, i prescelti del patto, attestati in Is 65,9.22 e nei testi di Qumran (1QS). Il verbo ekolobṓthēsan (v. 22, «furono abbreviati») è un passivo divino: è Dio l'agente sottinteso che accorcia il tempo dell'angoscia, secondo il motivo della tzarah escatologica (Dn 12,1). I pseudóchristoi kaì pseudoprophêtai (v. 24) riprendono la coppia profetica di Dt 13,2-6, che mette in guardia contro il profeta che induce all'idolatria con segni e prodigi ('otot u-mofetim, Es 7,3). Il termine astrapḗ (v. 27), «folgore», descrive la visibilità universale e simultanea: il contrario di ogni rivelazione esoterica nelle «stanze interne» (tameîois).

Fonti ebraiche

La radice profetica della pericope è Daniele: il «figlio d'uomo» (Bar Enash) di Dn 7,13 «veniva con le nubi del cielo» verso l'Antico di giorni — immagine di investitura e giudizio pubblico. L'«abominio della desolazione» di Dn 9,27; 11,31; 12,11 fornisce il lessico della profanazione templare riattivato da Gesù come tipo profetico. La «grande tribolazione» (thlîpsis megálē) corrisponde alla tzarah senza pari di Dn 12,1, ripresa nella letteratura apocalittica intertestamentale (1Enoch 99-100; 4Ezra 13). La guardia contro i profeti che operano segni per sedurre Israele all'idolatria è codificata in Dt 13,2-6 e richiamata nella letteratura tannaitica. Il detto proverbiale finale (v. 28: «Dovunque sarà il corpo, là si raduneranno le aquile») rispecchia una forma di mashal: gli aetoí — propriamente avvoltoi — individuano infallibilmente la carogna, come il giudizio divino trova il suo oggetto senza possibilità di errore o occultamento. Il documento di Damasco (CD) e i Rotoli di Qumran attestano l'uso di beḥirim per la comunità del patto, confermando la vitalità del concetto di elezione nel giudaismo del Secondo Tempio.

Halakhah e dimensione pratica

La Torah non è sfondo neutro della pericope: è la struttura giuridica dentro cui si articola ogni avvertimento concreto. Il principio dominante è il pikuaḥ nefesh — la salvaguardia della vita umana, che sospende quasi ogni prescrizione — eppure il v. 20 non lo invoca per abolire lo Shabbat, ma registra che la fuga ostacolata dal tehum shabbat (il limite di cammino sabbatico, circa duemila cubiti, secondo m.Eruvin 4,3) è un costo reale per la comunità osservante, e per questo va prevenuta con la preghiera. Il tetto piano (tò dôma, v. 17) è munito di parapetto obbligatorio per legge (Dt 22,8): scendevane direttamente senza rientrare nell'abitazione è una fuga rapida entro lo spazio abitativo codificato dalla halakhah. Il mantello (tò himátion, v. 18), veste essenziale, è protetto dalla legislazione sociale: Es 22,25-26 ordina di restituirlo al povero prima del tramonto come suo solo riparo notturno. La raccomandazione di non tornare a prenderlo mostra che la crisi supera persino le tutele giuridiche ordinarie. Il monito contro i pseudóchristoi si colloca nel quadro di Dt 13,2-6, che dà alla comunità strumenti di discernimento halakhico per valutare ogni pretesa profetica o messianica: il criterio è la fedeltà alla Torah, non il prodotto segnico ('otot u-mofetim). Il «luogo santo» violato rimanda alla halakhah della purità templare e all'accesso riservato (qodesh), la cui profanazione da parte di un potere idolatrico costituisce la massima trasgressione dell'ordine cultuale.

Lettura non sostitutiva

La pericope non registra un abbandono di Israele né una sostituzione dell'alleanza: al contrario, l'intera architettura profetica è costruita su Daniele, su Deuteronomio, su Isaia — la profezia di Israele riattivata dall'interno. Gli «eletti» (beḥirim) per i quali il tempo viene abbreviato (v. 22) sono i prescelti del patto, categoria che la tradizione ebraica riconosce come propria. Il dettaglio del sabato (v. 20) — assente in Marco — è una firma matteana: la comunità dei discepoli osserva ancora la Torah, vive dentro le sue strutture halakhiche, e non ne è uscita. I «falsi messia» non sono tutti i non-credenti in Gesù, ma coloro che usurpano il titolo messianico con inganno e segni prodigiosi. La «venuta del Figlio dell'uomo» è compimento della profezia di Dn 7,13, non sua sostituzione: Israele resta soggetto e destinatario della storia della salvezza, non oggetto di condanna collettiva. Il lamento profetico (ouaí, v. 19) non è maledizione ma allarme compassionevole — la voce dei profeti che piangono il pericolo imminente sul popolo.

Note testuali

  • v. 15 — tò bdélygma tês erēmṓseōs: «abominio della desolazione» = shiqquts meshomem (Dn 9,27; 11,31; 12,11); storicamente la profanazione di Antioco IV (1Mac 1,54), qui riletto come tipo di una nuova violazione del Beit ha-Miqdash.
  • v. 17 — toû dṓmatos: il tetto piano della casa giudaica, con parapetto obbligatorio (Dt 22,8); scendere senza rientrare è fuga rapida entro lo spazio domestico legalmente definito.
  • v. 18 — tò himátion: il mantello, veste essenziale tutelata da Es 22,25-26; non tornare a prenderlo segnala l'urgenza che sovrasta le protezioni giuridiche ordinarie.
  • v. 19 — ouaí: l'esclamazione profetica veterotestamentaria, non maledizione ma lamento d'allarme compassionevole.
  • v. 20 — mēdè sabbátōi: «né di sabato» — assente in Marco (che ha solo «d'inverno»); presuppone l'osservanza del tehum shabbat (m.Eruvin 4,3) da parte della comunità — dato inequivocabilmente anti-anomico.
  • v. 21 — thlîpsis megálē: la tzarah escatologica senza pari di Dn 12,1.
  • v. 22 — ekolobṓthēsan: passivo divino; toùs eklektoús: i beḥirim, prescelti del patto (Is 65,9.22; 1QS).
  • v. 24 — pseudóchristoi kaì pseudoprophêtai: contraffattori dell'unto e profeti menzogneri, categoria halakhica di Dt 13,2-6; sēmeîa kaì térata: la coppia 'otot u-mofetim dell'esodo (Es 7,3) usurpata dall'inganno.
  • v. 26 — tameîois: le «stanze interne», camere segrete; l'antitesi alla parousía pubblica come folgore.
  • v. 27 — hē parousía toû hyioû toû anthrṓpou: la venuta del Bar Enash (Dn 7,13), pubblica e improvvisa come astrapḗ da oriente a occidente — contro ogni pretesa di rivelazione esoterica.
  • v. 28 — hoi aetoí: propriamente avvoltoi, non aquile; detto proverbiale (mashal): il giudizio trova infallibilmente il suo oggetto, come gli avvoltoi fiutano la carogna.

Domande Frequenti

Perché Gesù menziona specificamente il sabato al v. 20, dato che Marco non lo riporta?

Il dettaglio è esclusivamente matteano e presuppone che la comunità osservi il tehum shabbat (m.Eruvin 4,3): il limite di cammino sabbatico ostacolerebbe una fuga precipitosa. È un dato anti-anomico diretto, che attesta la continuità dell'osservanza della Torah nel gruppo dei discepoli.

L'«abominio della desolazione» si riferisce solo ad Antioco IV o ha un senso più ampio?

Daniele (9,27; 11,31; 12,11) lo applica storicamente ad Antioco IV (1Mac 1,54), ma Gesù lo rilegge come tipo profetico di una nuova profanazione del luogo santo collegata alla crisi imminente di Gerusalemme: il testo opera dentro la logica del mashal tipologico, non dell'allegoria sostitutiva.

Chi sono gli «eletti» per i quali il tempo viene abbreviato?

Il termine greco eklektoí corrisponde all'ebraico beḥirim, i prescelti del patto, attestati in Is 65,9.22 e nei testi di Qumran (1QS). L'abbreviazione del tempo è un passivo divino (ekolobṓthēsan): è Dio che interviene a protezione dei suoi prescelti nell'angoscia escatologica (Dn 12,1).

Perché la «venuta del Figlio dell'uomo» non può essere un evento segreto?

L'immagine della folgore (astrapḗ) visibile istantaneamente da oriente a occidente esclude ogni manifestazione occulta. La radice è Dn 7,13: il Bar Enash viene sulle nubi davanti all'Antico di giorni — investitura pubblica e universale, l'opposto della rivelazione esoterica nelle «stanze interne» (tameîois).

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.