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I due indemoniati di Gergesa — Matteo 8,28-34

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

I due indemoniati di Gergesa

Mt 8,28-34·NA28·37/135·// Mc 5,1-20·Lc 8,26-39
δύο δαιμονιζόμενοι=due demonizzati (Dt 19,15 due testimoni)Γαδαρηνῶν=Gadareni (Decapoli)πρὸ καιροῦ=prima del tempo (1 Enoch 16,1; CD-A II,5)χοίρων=porci (impuri Lv 11,7)κρημνοῦ=dirupoמַחְצָב machtzavμεταβῇ ἀπὸ τῶν ὁρίων=andasse via dai confini (rigetto)
Mercoledì XIII settimana T.O. (anno II)
28-34
Greco28 Καὶ ⸂ἐλθόντος αὐτοῦ⸃ εἰς τὸ πέραν εἰς τὴν χώραν τῶν ⸀Γαδαρηνῶν ὑπήντησαν αὐτῷ δύο δαιμονιζόμενοι ἐκ τῶν μνημείων ἐξερχόμενοι, χαλεποὶ λίαν ὥστε μὴ ἰσχύειν τινὰ παρελθεῖν διὰ τῆς ὁδοῦ ἐκείνης. 29 καὶ ἰδοὺ ἔκραξαν λέγοντες· Τί ἡμῖν καὶ ⸀σοί, υἱὲ τοῦ θεοῦ; ἦλθες ὧδε πρὸ καιροῦ βασανίσαι ἡμᾶς; 30 ἦν δὲ μακρὰν ἀπ’ αὐτῶν ἀγέλη χοίρων πολλῶν βοσκομένη. 31 οἱ δὲ δαίμονες παρεκάλουν αὐτὸν λέγοντες· Εἰ ἐκβάλλεις ἡμᾶς, ⸂ἀπόστειλον ἡμᾶς⸃ εἰς τὴν ἀγέλην τῶν χοίρων. 32 καὶ εἶπεν αὐτοῖς· Ὑπάγετε. οἱ δὲ ἐξελθόντες ἀπῆλθον εἰς ⸂τοὺς χοίρους⸃· καὶ ἰδοὺ ὥρμησεν πᾶσα ἡ ⸀ἀγέλη κατὰ τοῦ κρημνοῦ εἰς τὴν θάλασσαν, καὶ ἀπέθανον ἐν τοῖς ὕδασιν. 33 οἱ δὲ βόσκοντες ἔφυγον, καὶ ἀπελθόντες εἰς τὴν πόλιν ἀπήγγειλαν πάντα καὶ τὰ τῶν δαιμονιζομένων. 34 καὶ ἰδοὺ πᾶσα ἡ πόλις ἐξῆλθεν εἰς ⸀ὑπάντησιν τῷ Ἰησοῦ, καὶ ἰδόντες αὐτὸν παρεκάλεσαν ὅπως μεταβῇ ἀπὸ τῶν ὁρίων αὐτῶν.
Lettura Ortodossa28 Giunto all'ⓘ, ⓘ, due ⓘ usciti ⓘ gli ⓘ, tanto ⓘ che nessuno passava di là. 29 E gridarono: «ⓘ? Sei venuto a ⓘ?». 30 Lontano pascolava una grande ⓘ. 31 I demoni lo scongiuravano: «Se ci scacci, ⓘ nella mandria dei porci». 32 Disse: «ⓘ!». Usciti, entrarono nei porci, e tutta la mandria si ⓘ nel mare e ⓘ. 33 I ⓘ fuggirono e in città raccontarono tutto. 34 E tutta la città ⓘ e lo pregò di ⓘ.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

La «regione dei Gadareni» appartiene alla Decapoli, area a est del lago di Tiberiade a maggioranza pagana, amministrata da città ellenistiche fondate dopo le campagne di Alessandro e riorganizzate sotto Roma nel 63 a.C. da Pompeo. La presenza di una mandria di porci (animali proibiti da Lv 11,7; Dt 14,8) è marcatore etnico-religioso: conferma un territorio dove la halakhah ebraica non governa le pratiche quotidiane. I sepolcri come dimora dei posseduti segnalano impurità cadaverica (Nm 19,16), accumulando su di essi una doppia esclusione: cultuale e sociale. Flavio Giuseppe (Bellum III, 446-461) descrive la Decapoli come regione cosmopolita, con presenza ebraica minoritaria e cultura prevalentemente greco-romana.

Analisi lessicale

Il testo greco (SBLGNT) offre una serie di termini tecnici che rimandano a un sostrato semitico preciso. Tò péran («l'altra riva») indica la sponda orientale, già associata nel pensiero giudaico al territorio dei gentili. Daimonizómenoi («indemoniati», v. 28) traduce una condizione di possessione concreta, non metaforica; il sostrato aramaico conosce shaydim (spiriti maligni) come entità reali operanti nella storia. Tí hēmîn kaì soí (v. 29) è calco esatto dell'ebraico mah li va-lakh, formula di presa di distanza attestata in 1Re 17,18 e 2Sam 16,10, che segnala l'assenza di legame o accordo tra due parti. Prò kairoû («prima del tempo», v. 29) presuppone un qets — un termine escatologico fissato — concezione centrale nei testi di Qumran (1QS IV, 18-19) e nella letteratura enochica. Hypágete («andate», v. 32) è imperativo che concede l'istanza dei demoni: il comando è atto di autorità sovrana, non negoziazione. Hōrmēsen katà toû krēmnoû («si lanciò giù per il dirupo», v. 32) usa l'aoristo ingressivo per marcare l'azione improvvisa e definitiva. Metabê apò tôn horíōn autôn («allontanarsi dal loro territorio», v. 34) descrive la richiesta della città: il confine geografico diventa confine della disponibilità alla liberazione.

Fonti ebraiche

La formula mah li va-lakh ricorre nell'AT come dichiarazione di non-relazione: Eliah a Elia (1Re 17,18), Simei a Davide (2Sam 16,10), la donna di Sunem a Eliseo (2Re 4,13). L'uso demoniaco in Mt 8,29 inserisce la scena nel filone profetico dell'incontro tra il messaggero divino e le potenze ostili. La concezione di un «tempo fissato» per il giudizio degli spiriti impuri è documentata in 1 Enoch 16,1: gli spiriti che escono dai corpi dei Giganti sono destinati a opprimere fino al giorno del grande giudizio; l'esorcismo anticipa e prefigura quel giorno. Il tema degli spiriti impuri legati ai sepolcri riecheggia in Nm 19,16 (impurità da contatto con osso o cadavere) e trova sviluppo nel Libro dei Giubilei (10,1-11), dove Noè prega contro gli spiriti malvagi che tormentano i suoi figli. La distinzione tra laos (il popolo) e le autorità locali pagane nella pericope ribalta la dinamica dei conflitti urbani descritti da Giuseppe Flavio nelle città della Decapoli.

Halakhah e dimensione pratica

Il principio halakhico fondamentale è che la tutela della vita umana (pikku'aḥ nefesh) prevale su qualsiasi considerazione economica o di purità rituale: il recupero dei due uomini alla vita sociale costituisce adempimento di un obbligo superiore a ogni perdita materiale (cf. m.Yoma 8,6 sull'obbligo di violare il sabato per salvare una vita).

Sul piano giuridico-pratico emergono più strumenti: (1) L'esclusione sociale dei posseduti parallelava quella di certi mumim (persone con difetti fisici) rispetto alla partecipazione cultuale (m.Bekhorot 7,1-6); il loro reinserimento equivale a una restituzione di status. (2) La presenza in territorio pagano attivava le norme di tumah (impurità) da terra dei gentili (eretz ha-amim), codificate successivamente in m.Ohalot 18,7, che rendevano ogni contatto con quel suolo fonte di impurità. (3) Il fatto che i demoni riconoscano un'autorità superiore al di fuori del normale canale sacerdotale-templare risuona con la discussione tannaitica sull'autorità del shaliach: «sheliaḥ adam kemoto» (l'inviato di un uomo è come lui stesso, m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a), principio che qualifica il mandato ricevuto e la sua efficacia giuridica. (4) La perdita economica lamentata dagli abitanti rimanda alla categoria talmudica del nezek (danno), ma nessuna norma halakhica tutela il danno derivante da animali impuri il cui allevamento era già illecito nel quadro giuridico ebraico.

Lettura non sostitutiva

La scena si svolge in terra pagana e i beneficiari diretti sono due uomini esclusi da qualsiasi comunità. Questo non indica che Israele sia sostituito dalle nazioni: indica che la potenza liberatrice già operante nella storia d'Israele — nelle parole dei profeti, nell'azione degli shofetim — si estende verso chi ne era escluso per condizione e geografia. Il compimento non cancella il quadro giudaico: la formula mah li va-lakh, il riferimento al giudizio escatologico, la concezione degli spiriti impuri, il qets — tutto appartiene all'orizzonte del giudaismo del Secondo Tempio. I perushim e gli osservanti della Torah non sono i bersagli polemici di questa pericope; la resistenza proviene dalla città pagana che sceglie la perdita economica sulla liberazione. Israele come popolo (laos) non è menzionato, né condannato: la scena è ambientata fuori dai confini geografici e simbolici della terra d'Israele.

Note testuali

  • v. 28 — tò péran: la sponda orientale del lago, territorio pagano; tôn Gadarēnôn: area della Decapoli, maggioranza pagana, confermata dalla mandria di porci (Lv 11,7); ek tôn mnēmeíōn: dai sepolcri, luoghi di impurità rituale (Nm 19,16); chalepoì lían: estremamente violenti, intrattabili.
  • v. 29 — Tí hēmîn kaì soí: semitismo (mah li va-lakh), formula di presa di distanza (1Re 17,18; 2Sam 16,10); Hyiè toû Theoû: i demoni riconoscono l'identità prima che lo faccia la città; prò kairoû basanísai: «tormentarci prima del tempo», presuppone un qets fissato per il giudizio degli spiriti (1 Enoch 16,1).
  • v. 30 — agélē choírōn: mandria di porci, animali impuri (Lv 11,7; Dt 14,8), marcatore di territorio pagano.
  • v. 31 — apósteilon hēmâs: «mandaci», richiesta formale di trasferimento in un altro supporto corporeo.
  • v. 32 — Hypágete: imperativo di concessione, atto di autorità sovrana; hōrmēsen katà toû krēmnoû: aoristo ingressivo, azione improvvisa e definitiva; apéthanon en toîs hýdasin: morte nelle acque.
  • v. 34 — exêlthen eis hypántēsin: uscita in massa della città; metabê apò tôn horíōn autôn: richiesta di allontanamento dal territorio, la paura e la perdita economica prevalgono sulla gratitudine per la liberazione.

Domande Frequenti

Perché i demoni chiedono di non essere tormentati «prima del tempo»?

La formula prò kairoû riflette la concezione giudaica del Secondo Tempio, attestata in 1 Enoch 16,1, secondo cui gli spiriti impuri sono destinati a un giudizio in un momento escatologico fissato (qets). L'esorcismo di Gesù è percepito dai demoni stessi come anticipazione di quel giudizio finale.

Qual è il significato della formula «che c'è fra noi e te?»

Tí hēmîn kaì soí è calco dell'ebraico mah li va-lakh, formula di presa di distanza usata nell'AT per dichiarare assenza di legame o accordo (1Re 17,18; 2Sam 16,10). I demoni non negano l'identità di Gesù — la affermano — ma dichiarano di non avere nulla in comune con lui.

Perché la città chiede a Gesù di andarsene invece di gioire?

La reazione riflette la priorità economica sulla liberazione umana: la perdita della mandria (animali impuri, il cui allevamento era illecito nella halakhah ebraica) prevale sulla restituzione di due uomini alla vita sociale. La scena si svolge in territorio pagano, e la resistenza non proviene dal popolo d'Israele.

Che ruolo ha l'impurità rituale nella struttura narrativa della pericope?

L'impurità si accumula a più livelli: terra pagana (eretz ha-amim, m.Ohalot 18,7), sepolcri (Nm 19,16), porci (Lv 11,7). I posseduti vivono nell'epicentro dell'impurità. La liberazione inverte tutti e tre i livelli simultaneamente, restituendo agli uomini la possibilità di reinserimento comunitario.

Riferimenti biblici

Citati nel commento

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.