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La risurrezione — Matteo 28,1-10

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

La risurrezione

Mt 28,1-10·NA28·134/135·// Mc 16,1-8·Lc 24,1-12·Gv 20,1-18
ὀψὲ σαββάτων=tardi del Sabatoמוֹצָאֵי שַׁבָּת motzaei shabbatσεισμός=terremoto (categoria apocalittica)λευκὸν ὡς χιών=bianco come neve (Dn 7,9)ἠγέρθη=fu risuscitato (passivum divinum)φόβος καὶ χαρά=timore e gioia (Sal 2,11)ἀδελφοί μου=miei fratelli (Sal 22,23)אַחַי achai
Veglia Pasquale — anno A
1-10
Greco1 Ὀψὲ δὲ σαββάτων, τῇ ἐπιφωσκούσῃ εἰς μίαν σαββάτων, ἦλθεν ⸀Μαριὰμ ἡ Μαγδαληνὴ καὶ ἡ ἄλλη Μαρία θεωρῆσαι τὸν τάφον. 2 καὶ ἰδοὺ σεισμὸς ἐγένετο μέγας· ἄγγελος γὰρ κυρίου καταβὰς ἐξ οὐρανοῦ ⸀καὶ προσελθὼν ἀπεκύλισε τὸν ⸀λίθον καὶ ἐκάθητο ἐπάνω αὐτοῦ. 3 ἦν δὲ ἡ εἰδέα αὐτοῦ ⸀ὡς ἀστραπὴ καὶ τὸ ἔνδυμα αὐτοῦ λευκὸν ὡς χιών. 4 ἀπὸ δὲ τοῦ φόβου αὐτοῦ ἐσείσθησαν οἱ τηροῦντες καὶ ἐγενήθησαν ⸀ὡς νεκροί. 5 ἀποκριθεὶς δὲ ὁ ἄγγελος εἶπεν ταῖς γυναιξίν· Μὴ φοβεῖσθε ὑμεῖς, οἶδα γὰρ ὅτι Ἰησοῦν τὸν ἐσταυρωμένον ζητεῖτε· 6 οὐκ ἔστιν ὧδε, ἠγέρθη γὰρ καθὼς εἶπεν· δεῦτε ἴδετε τὸν τόπον ὅπου ⸀ἔκειτο· 7 καὶ ταχὺ πορευθεῖσαι εἴπατε τοῖς μαθηταῖς αὐτοῦ ὅτι Ἠγέρθη ἀπὸ τῶν νεκρῶν, καὶ ἰδοὺ προάγει ὑμᾶς εἰς τὴν Γαλιλαίαν, ἐκεῖ αὐτὸν ὄψεσθε· ἰδοὺ εἶπον ὑμῖν. 8 καὶ ⸀ἀπελθοῦσαι ταχὺ ἀπὸ τοῦ μνημείου μετὰ φόβου καὶ χαρᾶς μεγάλης ἔδραμον ἀπαγγεῖλαι τοῖς μαθηταῖς αὐτοῦ. 9 ⸀καὶ ⸀ἰδοὺ Ἰησοῦς ⸀ὑπήντησεν αὐταῖς λέγων· Χαίρετε· αἱ δὲ προσελθοῦσαι ἐκράτησαν αὐτοῦ τοὺς πόδας καὶ προσεκύνησαν αὐτῷ. 10 τότε λέγει αὐταῖς ὁ Ἰησοῦς· Μὴ φοβεῖσθε· ὑπάγετε ἀπαγγείλατε τοῖς ἀδελφοῖς μου ἵνα ἀπέλθωσιν εἰς τὴν Γαλιλαίαν, κἀκεῖ με ὄψονται.
Lettura Ortodossa1 Dopo lo ⓘ, all'ⓘ, Maria di Màgdala e ⓘ andarono a ⓘ per compiere gli atti di cura al corpo (melakhah sospesa durante lo Shabbat). 2 Ed ecco, ci fu un ⓘ: un ⓘ, ⓘ, si avvicinò, ⓘ e vi sedette sopra. 3 Il suo ⓘ e la sua ⓘ. 4 Per lo spavento ⓘ, contraendo per giunta la tum'at met (l'impurità rituale da contatto col cadavere, Nm 19,16), mentre il «morto» è vivente. 5 L'angelo, prendendo la parola, disse alle donne: «ⓘ: so che cercate Gesù il ⓘ. 6 Non è qui: ⓘ, secondo la techiyat ha-metim (la risurrezione dei morti) attesa da Israele, come aveva detto: venite, ⓘ. 7 Presto, andate a dire ai suoi ⓘ: «È risorto dai morti, ed ecco, ⓘ; là lo vedrete. ⓘ». 8 Allontanatesi in fretta dal sepolcro, ⓘ corsero a portare la besorah (l'annuncio pasquale) ai suoi discepoli come ⓘ. 9 Ed ecco, Gesù ⓘ e disse: «ⓘ!». Esse, avvicinatesi, gli ⓘ e lo adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad ⓘ che vadano in Galilea: là mi vedranno».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Matteo 28,1-10 si colloca nella Gerusalemme del I secolo, nel contesto del Secondo Tempio, sotto l'occupazione romana e la supervisione dell'oligarchia sacerdotale (archiereîs). La menzione di una koustōdía al sepolcro (v.11) presuppone un distaccamento di guardia templare-romana, istituito dopo la morte di Gesù su richiesta dei capi sacerdotali (Mt 27,62-66). Il calcolo temporale «dopo il sabato» (opsè sabbátōn) riflette il computo ebraico del giorno dal tramonto: le donne sospendono le cure funebri — atti di melakhah vietata di Shabbat (cf. le trentanove opere proibite, m. Shabbat 7,2) — e le riprendono solo a riposo concluso. Flavio Giuseppe (Ant. 4,219) attesta che la testimonianza femminile era considerata giuridicamente debole nel mondo giudaico del I secolo, rendendo storicamente significativa la scelta narrativa di affidare proprio alle donne la prima testimonianza della risurrezione.

Analisi lessicale

Il sintagma opsè sabbátōn ... mían sabbátōn (v.1) calca l'ebraico yom rishon: non «domenica» come astrazione liturgica posteriore, ma «alba della prima ora dopo lo Shabbat osservato». Il verbo theōréō («visitare la tomba», v.1) indica osservazione giuridicamente rilevante, non semplice visita devozionale: le donne sono testimoni oculari. Il termine seismòs mégas (v.2) è segno teofanico veterotestamentario (Es 19,18; Gdc 5,4; Sal 68,9), non dato sismologico neutro. L'ángelos kyríou traduce l'ebraico mal'akh YHWH delle teofanie bibliche (Gn 16,7; Es 3,2; Gdc 6,11). Il verbo ēgérthē (v.6) è passivum divinum: agente implicito è il Padre; la risurrezione è atto di Dio sul Figlio, non auto-risurrezione metafisica, in compimento di Mt 16,21; 17,23; 20,19. Ekrátēsan toùs pódas (v.9) — «abbracciarono i piedi» — è atto giuridico di omaggio (proskynēsis) e attestazione corporea: il Risorto ha corpo reale, palpabile, radicato nella fede ebraica nella risurrezione dei corpi (cf. Dn 12,2). Il cambio da mathētaí («discepoli», talmidim) ad adelphoí («fratelli», v.10) segna una nuova relazione post-pasquale (cf. Sal 22,23).

Fonti ebraiche

La struttura temporale «dopo lo Shabbat» presuppone la fedeltà sabbatica delle donne: il Shabbat è pienamente osservato prima di ogni azione. Le trentanove opere proibite (m. Shabbat 7,2) includono le cure corporee che le donne rimandano. Il doppio seismòs matteano (27,51 e 28,2) forma un'inclusione teofanica ancorata a Es 19,18 e Sal 68,9, tipologia del giorno del Signore. La figura dell'ángelos kyríou con veste «bianca come neve» richiama Dn 7,9 («la sua veste era bianca come neve»), mentre l'«aspetto come folgore» rimanda a Dn 10,6 LXX. Il passivo ēgérthē si inserisce nella teologia ebraica della risurrezione dei morti (tehiyyat ha-meitim), attestata in Dn 12,2 e nel Shemoneh Esreh (seconda benedizione). Il dittico phóbos kaì chará (v.8) riprende Sal 2,11 «esultate con tremore», tipico della rivelazione biblica. Il mandato affidato alle donne (apaggeílate, v.7) usa il sostrato del shaliach, l'inviato con mandato formale: «sheliaḥ adam kemoto» (m. Berakhot 5,5; Qiddushin 43a). La redenominazione «fratelli» (v.10) echeggia Sal 22,23: «annuncerò il tuo nome ai miei fratelli».

Halakhah e dimensione pratica

Il principio fondamentale è che nessun atto giuridicamente rilevante può essere compiuto di Shabbat: le donne osservano il riposo sabbatico e sospendono le cure funebri in quanto melakhah vietata secondo le trentanove opere proibite (m. Shabbat 7,2), riprendendo l'azione solo a Shabbat concluso.

Sul piano della testimonianza, m. Rosh haShanah 1,8 esclude le donne dalla testimonianza pubblica formale. Flavio Giuseppe (Ant. 4,219) conferma questo stato giuridico. Eppure le donne ricevono il mandato di annuncio (apaggeílate): assumono così la funzione di shaliach, mandataria inviata con autorità delegata — istituto halakhico per cui l'inviato agisce con la piena autorità del mandante («sheliaḥ adam kemoto», m. Berakhot 5,5; Qiddushin 43a). Il verbo theōréō (v.1) designa un'ispezione oculare giuridicamente rilevante: le donne non visitano devotamente ma constatano con i propri occhi (deûte ídete tòn tópon hópou ékeito, v.6), fondando la testimonianza sul principio dell'evidenza diretta. L'atto di abbracciare i piedi (ekrátēsan toùs pódas, v.9) costituisce una forma di proskynēsis, omaggio giuridico al Risorto corporeo. La koustōdía (v.11) rappresenta il polo opposto: le guardie, testimoni involontarie, diventano «come morti» mentre le vere testimoni corrono ad annunciare.

Lettura non sostitutiva

Il testo non configura alcuna sostituzione di Israele né condanna collettiva del popolo ebraico. Le prime testimoni della risurrezione sono donne ebree osservanti: attendono la fine dello Shabbat, praticano le cure funebri secondo la tradizione, e sono mandate a proclamare l'annuncio ai talmidim — anch'essi ebrei. Il passivo divino ēgérthē àncora la risurrezione alla teologia ebraica della tehiyyat ha-meitim: non rottura ma compimento di Dn 12,2 e della seconda benedizione dello Shemoneh Esreh. La Galilea (v.7) è la terra di Israele, non uno spazio simbolico de-ebraicizzato. Il cambio da «discepoli» a «fratelli» (v.10) non esclude Israele ma costituisce una nuova fraternità messianica interna alla tradizione, radicata in Sal 22,23. I perushim non compaiono in questo testo; la resistenza alla risurrezione proviene dall'oligarchia templare (archiereîs), distinta dal popolo (laos). Il compimento non è abolizione: lo Shabbat è osservato, la testimonianza è affidata secondo le categorie giuridiche ebraiche, e il Risorto è il Crocifisso — identità mantenuta contro ogni docetismo.

Note testuali

  • v.1 — opsè sabbátōn («tardi dello Shabbat»): designa la fine del riposo sabbatico secondo il calcolo ebraico (giorno dal tramonto); mían sabbátōn = yom rishon, «primo dopo lo Shabbat», non «domenica» astratta; epiphōskoúsē = «al biancheggiare dell'alba»; theōréō = ispezione oculare giuridicamente rilevante.
  • v.2 — seismòs mégas: segno teofanico (Es 19,18; Gdc 5,4; Sal 68,9); forma inclusione con 27,51; ángelos kyríou = mal'akh YHWH (Gn 16,7; Es 3,2; Gdc 6,11); apekýlisen tòn líthon: il gōlel è rimosso per consentire alle testimoni di vedere il sepolcro vuoto, non per far uscire il Risorto.
  • v.3 — idéa autoû hōs astrapē: Dn 10,6 LXX; éndyma autoû leukòn hōs chiōn: Dn 7,9.
  • v.4 — hoi tēroûntes ... hōs nekroì: tipologia rovesciata — i custodi del «morto» diventano «come morti».
  • v.6 — ēgérthē: passivum divinum, agente è il Padre; compimento di Mt 16,21; 17,23; 20,19; deûte ídete tòn tópon hópou ékeito: invito all'ispezione diretta del kokh vuoto.
  • v.7 — proágei hymâs eis tēn Galilaían: il pastore che va avanti al gregge (Mt 26,32; Gv 10,4); apaggeílate: mandato formale di shaliach (m. Berakhot 5,5; Qiddushin 43a).
  • v.8 — metà phóbou kaì charâs megálēs: dittico rivelativo (Sal 2,11); phóbos = timor sacro, non terrore.
  • v.9 — chairete: calco del semitico shalom/shelama; ekrátēsan autoû toùs pódas: corpo reale del Risorto, anti-docetico (Dn 12,2); proskynēsis = omaggio giuridico.
  • v.10 — toîs adelphoîs mou: da mathētaí (talmidim) ad adelphoí; nuova fraternità messianica (Sal 22,23); hypḗntēsen autaîs: prima apparizione del Risorto è alle donne (criterio di imbarazzo; cf. Flavio Giuseppe, Ant. 4,219; m. Rosh haShanah 1,8).

Domande Frequenti

Perché le donne attendono la fine del sabato prima di recarsi alla tomba?

Le cure funebri rientrano nella melakhah vietata di Shabbat secondo le trentanove opere proibite (m. Shabbat 7,2). Le donne osservano il riposo sabbatico fino al tramonto e riprendono l'azione solo a Shabbat concluso: il dettaglio presuppone piena fedeltà alla prassi halakhica ebraica del I secolo.

Cosa significa che ēgérthē è un 'passivo divino'?

Il verbo ēgérthē (v.6) è passivo con agente implicito: è il Padre che risuscita il Figlio, non una auto-risurrezione metafisica. La forma si inserisce nella teologia ebraica della tehiyyat ha-meitim attestata in Dn 12,2 e costituisce compimento delle predizioni di Mt 16,21; 17,23; 20,19.

Perché affidare la prima testimonianza alle donne è storicamente significativo?

Flavio Giuseppe (Ant. 4,219) e m. Rosh haShanah 1,8 attestano che la testimonianza femminile aveva scarso peso giuridico nel I secolo. Nessuno avrebbe costruito un annuncio fondante su testimoni considerate poco credibili: il «criterio di imbarazzo» storico indica che il dato è autentico, non inventato.

Cosa implica giuridicamente il fatto che le donne 'abbracciano i piedi' del Risorto?

L'atto di ekrátēsan autoû toùs pódas (v.9) è una proskynēsis, omaggio giuridico di riconoscimento. Attesta contemporaneamente la corporeità reale del Risorto — contro ogni docetismo — e la continuità d'identità tra il Crocifisso e il Risorto, radicata nella fede ebraica della risurrezione dei corpi (Dn 12,2).

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.