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Gesù davanti a Pilato — Matteo 27,11-26

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Gesù davanti a Pilato

11-26
Greco11 Ὁ δὲ Ἰησοῦς ⸀ἐστάθη ἔμπροσθεν τοῦ ἡγεμόνος· καὶ ἐπηρώτησεν αὐτὸν ὁ ἡγεμὼν λέγων· Σὺ εἶ ὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων; ὁ δὲ Ἰησοῦς ⸀ἔφη· Σὺ λέγεις. 12 καὶ ἐν τῷ κατηγορεῖσθαι αὐτὸν ὑπὸ τῶν ἀρχιερέων ⸀καὶ πρεσβυτέρων οὐδὲν ἀπεκρίνατο. 13 τότε λέγει αὐτῷ ὁ Πιλᾶτος· Οὐκ ἀκούεις πόσα σου καταμαρτυροῦσιν; 14 καὶ οὐκ ἀπεκρίθη αὐτῷ πρὸς οὐδὲ ἓν ῥῆμα, ὥστε θαυμάζειν τὸν ἡγεμόνα λίαν. 15 Κατὰ δὲ ἑορτὴν εἰώθει ὁ ἡγεμὼν ἀπολύειν ἕνα τῷ ὄχλῳ δέσμιον ὃν ἤθελον. 16 εἶχον δὲ τότε δέσμιον ἐπίσημον λεγόμενον ⸀Ἰησοῦν Βαραββᾶν. 17 συνηγμένων οὖν αὐτῶν εἶπεν αὐτοῖς ὁ Πιλᾶτος· Τίνα θέλετε ἀπολύσω ὑμῖν, ⸂Ἰησοῦν τὸν⸃ Βαραββᾶν ἢ Ἰησοῦν τὸν λεγόμενον χριστόν; 18 ᾔδει γὰρ ὅτι διὰ φθόνον παρέδωκαν αὐτόν. 19 Καθημένου δὲ αὐτοῦ ἐπὶ τοῦ βήματος ἀπέστειλεν πρὸς αὐτὸν ἡ γυνὴ αὐτοῦ λέγουσα· Μηδὲν σοὶ καὶ τῷ δικαίῳ ἐκείνῳ, πολλὰ γὰρ ἔπαθον σήμερον κατ’ ὄναρ δι’ αὐτόν. 20 Οἱ δὲ ἀρχιερεῖς καὶ οἱ πρεσβύτεροι ἔπεισαν τοὺς ὄχλους ἵνα αἰτήσωνται τὸν Βαραββᾶν τὸν δὲ Ἰησοῦν ἀπολέσωσιν. 21 ἀποκριθεὶς δὲ ὁ ἡγεμὼν εἶπεν αὐτοῖς· Τίνα θέλετε ἀπὸ τῶν δύο ἀπολύσω ὑμῖν; οἱ δὲ εἶπαν· ⸀Τὸν Βαραββᾶν. 22 λέγει αὐτοῖς ὁ Πιλᾶτος· Τί οὖν ποιήσω Ἰησοῦν τὸν λεγόμενον χριστόν; ⸀λέγουσιν πάντες· Σταυρωθήτω. 23 ὁ ⸀δὲ ἔφη· Τί γὰρ κακὸν ἐποίησεν; οἱ δὲ περισσῶς ἔκραζον λέγοντες· Σταυρωθήτω. 24 ἰδὼν δὲ ὁ Πιλᾶτος ὅτι οὐδὲν ὠφελεῖ ἀλλὰ μᾶλλον θόρυβος γίνεται λαβὼν ὕδωρ ἀπενίψατο τὰς χεῖρας ⸀ἀπέναντι τοῦ ὄχλου λέγων· Ἀθῷός εἰμι ἀπὸ τοῦ ⸀αἵματος τούτου· ὑμεῖς ὄψεσθε. 25 καὶ ἀποκριθεὶς πᾶς ὁ λαὸς εἶπεν· Τὸ αἷμα αὐτοῦ ἐφ’ ἡμᾶς καὶ ἐπὶ τὰ τέκνα ἡμῶν. 26 τότε ἀπέλυσεν αὐτοῖς τὸν Βαραββᾶν, τὸν δὲ Ἰησοῦν φραγελλώσας παρέδωκεν ἵνα σταυρωθῇ.
Lettura Ortodossa11 Intanto Gesù fu fatto comparire davanti al prefetto romano (hēgemṓn) ⓘ, e il prefetto lo interrogò dicendo: «Sei tu il ⓘ?». E Gesù disse: «ⓘ». 12 E mentre lo accusavano i kohanim del vertice templare (archiereîs) e gli anziani (zeqenim, presbýteroi) ⓘ, egli non rispondeva ⓘ. 13 Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». 14 Ma egli non gli rispose neppure una parola, tanto che il prefetto restò assai ⓘ. 15 A ogni festa di Pesach, la pasqua ebraica ⓘ, il prefetto era solito rimettere in libertà, per la folla dei popolani saliti alla festa (am ha-aretz) ⓘ, un carcerato, a loro scelta. 16 In quel momento tenevano un insorto noto (biryon), un ribelle politico armato, di nome ⓘ. 17 Perciò, alla gente radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba, o Gesù detto ⓘ?». 18 Sapeva infatti benissimo che glielo avevano consegnato per ⓘ. 19 Mentre egli sedeva in tribunale, sua ⓘ gli mandò a dire: «Non aver nulla a che fare con quel ⓘ, perché oggi, in sogno, ho molto sofferto per causa sua». 20 Ma i kohanim del vertice templare (archiereîs) e gli anziani (zeqenim) persuasero le folle dei popolani (am ha-aretz) ⓘ a chiedere Barabba e a far morire Gesù. 21 Allora il prefetto domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». E quelli risposero: «Barabba!». 22 Chiese loro Pilato: «E che farò di Gesù, detto Messia?». Tutti risposero: «Sia ⓘ!». 23 Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Quelli però gridavano più forte: «Sia crocifisso!». 24 Pilato, vedendo che non otteneva nulla, anzi che il tumulto cresceva, prese dell'acqua e ⓘ davanti alla folla, dicendo: «ⓘ: ⓘ!». 25 E tutto il popolo presente, i popolani del cortile (am ha-aretz) ⓘ rispose: «ⓘ». 26 Allora rimise loro in libertà Barabba e, dopo aver fatto ⓘ Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Matteo 27,11-26 si svolge nel pretorio di Gerusalemme durante la Pesach del 30 o 33 d.C., quando la città era affollata di pellegrini ʿam ha-areṣ saliti dalle campagne. Ponzio Pilato, praefectus Iudaeae dal 26 al 36 d.C., è descritto da Filone (Legatio ad Gaium 38) come «di natura inflessibile, cocciuto e crudele»; Giuseppe Flavio (Bell. 2,169-177; Ant. 18,55-62) documenta i suoi scontri sanguinosi con la popolazione di Gerusalemme. Il Sinedrio non deteneva lo ius gladii (Gv 18,31): solo il prefetto poteva emettere una condanna capitale per crocifissione, supplizio romano riservato a ribelli e non-cittadini. L'accusa religiosa di bestemmia (Mt 26,65) viene quindi tradotta dall'élite sacerdotale sadducea — gli archiereîs kaì presbýteroi — in capo politico di crimen maiestatis, l'unico che Pilato potesse processare.

Analisi lessicale

Il titolo «re dei Giudei» (basileùs tôn Ioudaíōn) è formulato in chiave romana: rivendicare la regalità in una provincia imperiale equivaleva a sedizione contro Cesare. La risposta di Gesù, Sỳ légeis («tu lo dici»), è formula che non nega ma non conferma nei termini dell'accusatore: il titolo è vero, ma non nel senso politico-zelota inteso dal prefetto. Il silenzio successivo (oudén, «nulla») evoca il Servo sofferente «come pecora muta» (Is 53,7); l'imperfetto durativo ethaúmazen lían («continuava a stupirsi molto») segnala che il giudicato impressionava il giudice. Il verbo anépeisan toùs óchlous («persuasero le folle», v. 20) — composto di peíthō — sottolinea l'induzione attiva dell'élite: la folla non agisce spontaneamente. Il termine phthónos («invidia», v. 18) svela il movente dei capi: rivalità di potere, non zelo per la Torah. Phragellṓsas (v. 26) è latinismo tecnico (flagellare) per la verberatio romana col flagellum taxillatum, supplizio preparatorio che spesso uccideva prima della croce.

Fonti ebraiche

Il gesto di Pilato che si lava le mani (apenípsato tàs cheîras, v. 24) riprende il rito di Dt 21,6-8, dove gli anziani israelitici dichiaravano di non aver versato il sangue trovato sul territorio, e Sal 26,6. La formula Athôós eimi apò toû haímatos toútou («innocente io del sangue di costui») è calco semitico della tradizione biblica per addossare ad altri il sangue di un giusto (cf. 2Sam 3,28). L'espressione hymeîs ópsesthe («vedetevela voi») ricorre identica in 27,4, dove i capi la rivolgono a Giuda: ironia narrativa che fa rimbalzare le parole. Il versetto 25 — «il sangue suo su di noi e sui figli nostri» (Tò haîma autoû eph' hēmâs kaì epì tà tékna hēmôn) — appartiene a un consolidato idioma giuridico ebraico di assunzione di responsabilità per una sentenza capitale: «il tuo sangue sul tuo capo» (2Sam 1,16), «sangue su di te e sulla tua casa» (2Sam 3,29; 1Re 2,33), «sangue innocente su di voi» (Ger 26,15), «il suo sangue su di noi» (At 5,28; 18,6; 20,26). Non è una maledizione trans-generazionale: è la formula con cui ci si assume la responsabilità legale di una decisione nel presente, con l'estensione consueta alla propria casa. La variante testuale «Gesù Barabba» (bar-Abbà = «figlio del padre»), attestata in manoscritti autorevoli (Θ, fam. 1, sir sin), crea un'ironia testuale deliberata tra i due omonimi.

Halakhah e dimensione pratica

La pericope mobilita strumenti del diritto giudaico del Secondo Tempio che strutturano l'intera dinamica processuale: identificarli è indispensabile per non leggere il testo in chiave anacronistica.

Sul piano dello ius gladii: il Sinedrio poteva giudicare cause capitali secondo la propria procedura (m.Sanhedrin 4,1 fissa il quorum di 23 giudici per i processi di morte), ma non poteva eseguire la pena di morte senza ratifica romana (Gv 18,31). L'élite sacerdotale — sadducea, non farisaica — converte l'accusa religiosa in imputazione politica per aggirare questo limite: un uso strumentale del diritto procedurale romano. Sul piano del shaliach: i capi agiscono come deleganti che «persuadono» la folla, esercitando una funzione di mandato che la tradizione giuridica conosce nel principio sheliaḥ adam kemoto (m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a): chi invia un agente ne porta la responsabilità. Pilato, pronunciando la formula di innocenza dal sangue, utilizza un registro halakhico ebraico (Dt 21,6-8) in contesto pagano: il gesto è giuridicamente vuoto perché chi detiene l'autorità e ordina la croce (v. 26) non può trasferire ad altri la responsabilità dell'atto. La distinzione tra archiereîs (oligarchia sacerdotale sadducea) e laós/óchlos (ʿam ha-areṣ, popolani non coinvolti nella decisione) è essa stessa una categoria halakhica: la colpa non si trasmette all'intera comunità senza partecipazione deliberata (cf. Dt 24,16; Ez 18,20).

Lettura non sostitutiva

La teologia del sangue in Matteo fornisce il correttivo interno al rischio di lettura condannante: il sangue di Gesù è «versato per molti per il perdono dei peccati» (26,28) — redentivo, non condannante, nemmeno per coloro che lo invocano al v. 25. Luca 23,34 («non sanno quello che fanno») e At 3,17 (Pietro a Gerusalemme: «so che per ignoranza avete agito») confermano che la tradizione apostolica stessa escludeva la colpevolizzazione collettiva. Paolo in Rm 11,28-29 afferma esplicitamente che Israele rimane «amato a causa dei padri, perché i doni di Dio sono irrevocabili». Il Concilio Vaticano II (Nostra Aetate 4) ha sancito il rigetto magisteriale dell'accusa di deicidio. Il compimento che Matteo vede nella vicenda di Gesù non sostituisce Israele né ne trasferisce l'elezione: le promesse rimangono su Israele, e la folla presente al pretorio — indotta, non rappresentativa dell'intero popolo — non può essere proiettata su tutte le generazioni ebraiche. La distinzione narrativa tra archiereîs (responsabili primari) e óchlos (indotto) è già nel testo greco e va mantenuta in ogni lettura.

Note testuali

  • v. 11 — basileùs tôn Ioudaíōn: «re dei Giudei», accusa politica romana (crimen maiestatis); Sỳ légeis: «tu lo dici», formula che non afferma nei termini dell'accusatore.
  • v. 14 — oudén: «nulla», silenzio del Servo sofferente (Is 53,7); ethaúmazen lían: imperfetto durativo, «continuava a stupirsi molto».
  • v. 16-18 — variante testuale «Gesù Barabba» (bar-Abbà = «figlio del padre»); dià phthónon: «per invidia», movente dei capi svelato dal narratore.
  • v. 19 — díkaios: «giusto», lo ṣaddiq biblico; la moglie pagana (gynḗ) lo riconosce — ironia del testimone inatteso (tradizione apocrifa: Claudia Procula).
  • v. 20 — anépeisan toùs óchlous: «persuasero le folle», composto che sottolinea l'induzione; la folla è ʿam ha-areṣ manovrata, non il popolo deliberante.
  • v. 22 — staurōthḗtō: imperativo passivo, «sia crocifisso»; la croce è supplizio romano, richiederla significa chiedere al prefetto l'esecuzione (il Sinedrio non ha ius gladii).
  • v. 24 — apenípsato tàs cheîras: rito di Dt 21,6-8 e Sal 26,6; Athôós eimi apò toû haímatos toútou: calco semitico (2Sam 3,28); gesto giuridicamente vuoto: chi ordina la croce (v. 26) non si purifica lavandosi.
  • v. 25 — pâs ho laós: la folla presente in quell'ora (indotta, v. 20), non il popolo ebraico di ogni tempo; Tò haîma autoû eph' hēmâs kaì epì tà tékna hēmôn: idioma giuridico di assunzione di responsabilità (2Sam 1,16; 3,29; 1Re 2,33; Ger 26,15; At 18,6), non maledizione perpetua; nessun fondamento per colpa collettiva o «deicidio».
  • v. 26 — phragellṓsas: latinismo tecnico (flagellare), la verberatio col flagellum taxillatum, supplizio preparatorio alla croce.

Domande Frequenti

Perché Pilato usa un gesto rituale ebraico come lavarsi le mani?

Pilato adotta il rito di Dt 21,6-8, in cui le autorità israelitiche dichiaravano di non aver versato sangue innocente. Applicato al prefetto che detiene il potere e ordina la croce al v. 26, il gesto è giuridicamente vuoto: è evasione cinica della responsabilità, non purificazione reale. L'acqua non trasferisce la colpa che i verbi del racconto gli attribuiscono.

Il v. 25 implica una colpa ereditaria di tutti gli ebrei?

No. Il soggetto pâs ho laós è la folla presente in quel momento, persuasa dai capi (v. 20). La formula «sangue su di noi e sui figli» è idioma giuridico di assunzione di responsabilità (2Sam 1,16; Ger 26,15; At 18,6), non maledizione etnica trans-generazionale. Dt 24,16 ed Ez 18,20 escludono esplicitamente la trasmissione collettiva della colpa.

Chi porta la responsabilità principale nel racconto matteano?

Il narratore la attribuisce agli archiereîs kaì presbýteroi — l'oligarchia sadducea del Tempio — che «persuadono» la folla (anépeisan, v. 20) e consegnano Gesù «per invidia» (phthónos, v. 18). Pilato, che ha l'autorità e ordina la croce (v. 26), condivide la responsabilità esecutiva. La folla è indotta, non agente primario.

Come si concilia il 'sangue' invocato al v. 25 con la teologia di Matteo?

Matteo stesso fornisce il correttivo: il sangue di Gesù è «versato per molti per il perdono dei peccati» (26,28) — redentivo, non condannante. Il sangue invocato dalla folla è paradossalmente il sangue che salva anche coloro che lo invocano. Lc 23,34 e At 3,17 confermano che la tradizione apostolica escludeva la colpevolizzazione collettiva.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.