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Gesù davanti a Pilato — Giovanni 18,28-40

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Gesù davanti a Pilato

28-40
Greco28 Ἄγουσιν οὖν τὸν Ἰησοῦν ἀπὸ τοῦ Καϊάφα εἰς τὸ πραιτώριον· ἦν δὲ πρωΐ· καὶ αὐτοὶ οὐκ εἰσῆλθον εἰς τὸ πραιτώριον, ἵνα μὴ μιανθῶσιν ⸀ἀλλὰ φάγωσιν τὸ πάσχα. 29 ἐξῆλθεν οὖν ὁ Πιλᾶτος ⸀ἔξω πρὸς αὐτοὺς καὶ ⸀φησίν· Τίνα κατηγορίαν φέρετε ⸀κατὰ τοῦ ἀνθρώπου τούτου; 30 ἀπεκρίθησαν καὶ εἶπαν αὐτῷ· Εἰ μὴ ἦν οὗτος ⸂κακὸν ποιῶν⸃, οὐκ ἄν σοι παρεδώκαμεν αὐτόν. 31 εἶπεν οὖν αὐτοῖς ⸀ὁ Πιλᾶτος· Λάβετε αὐτὸν ὑμεῖς, καὶ κατὰ τὸν νόμον ὑμῶν κρίνατε αὐτόν. ⸀εἶπον αὐτῷ οἱ Ἰουδαῖοι· Ἡμῖν οὐκ ἔξεστιν ἀποκτεῖναι οὐδένα· 32 ἵνα ὁ λόγος τοῦ Ἰησοῦ πληρωθῇ ὃν εἶπεν σημαίνων ποίῳ θανάτῳ ἤμελλεν ἀποθνῄσκειν. 33 Εἰσῆλθεν οὖν ⸂πάλιν εἰς τὸ πραιτώριον⸃ ὁ Πιλᾶτος καὶ ἐφώνησεν τὸν Ἰησοῦν καὶ εἶπεν αὐτῷ· Σὺ εἶ ὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων; 34 ⸀ἀπεκρίθη Ἰησοῦς· ⸂Ἀπὸ σεαυτοῦ⸃ σὺ τοῦτο λέγεις ἢ ἄλλοι ⸂εἶπόν σοι⸃ περὶ ἐμοῦ; 35 ἀπεκρίθη ὁ Πιλᾶτος· Μήτι ἐγὼ Ἰουδαῖός εἰμι; τὸ ἔθνος τὸ σὸν καὶ οἱ ἀρχιερεῖς παρέδωκάν σε ἐμοί· τί ἐποίησας; 36 ἀπεκρίθη Ἰησοῦς· Ἡ βασιλεία ἡ ἐμὴ οὐκ ἔστιν ἐκ τοῦ κόσμου τούτου· εἰ ἐκ τοῦ κόσμου τούτου ἦν ἡ βασιλεία ἡ ἐμή, οἱ ὑπηρέται ⸂οἱ ἐμοὶ ἠγωνίζοντο ἄν⸃, ἵνα μὴ παραδοθῶ τοῖς Ἰουδαίοις· νῦν δὲ ἡ βασιλεία ἡ ἐμὴ οὐκ ἔστιν ἐντεῦθεν. 37 εἶπεν οὖν αὐτῷ ὁ Πιλᾶτος· Οὐκοῦν βασιλεὺς εἶ σύ; ἀπεκρίθη ⸀ὁ Ἰησοῦς· Σὺ λέγεις ὅτι βασιλεύς ⸀εἰμι. ἐγὼ εἰς τοῦτο γεγέννημαι καὶ εἰς τοῦτο ἐλήλυθα εἰς τὸν κόσμον ἵνα μαρτυρήσω τῇ ἀληθείᾳ· πᾶς ὁ ὢν ἐκ τῆς ἀληθείας ἀκούει μου τῆς φωνῆς. 38 λέγει αὐτῷ ὁ Πιλᾶτος· Τί ἐστιν ἀλήθεια; Καὶ τοῦτο εἰπὼν πάλιν ἐξῆλθεν πρὸς τοὺς Ἰουδαίους, καὶ λέγει αὐτοῖς· Ἐγὼ οὐδεμίαν ⸂εὑρίσκω ἐν αὐτῷ αἰτίαν⸃· 39 ἔστιν δὲ συνήθεια ὑμῖν ἵνα ἕνα ⸂ἀπολύσω ὑμῖν⸃ ἐν τῷ πάσχα· βούλεσθε οὖν ⸄ἀπολύσω ὑμῖν⸅ τὸν βασιλέα τῶν Ἰουδαίων; 40 ἐκραύγασαν οὖν ⸀πάλιν λέγοντες· Μὴ τοῦτον ἀλλὰ τὸν Βαραββᾶν. ἦν δὲ ὁ Βαραββᾶς λῃστής.
Lettura Ortodossa28 Conducono dunque Gesù dalla casa di Caifa, dei sommi sacerdoti del vertice templare (gli archiereîs kohanim del vertice, di estrazione sadducea, i Saddoukaioi) — ⓘ al ⓘ. Era l'ⓘ; ed essi non entrarono nel pretorio, per non contrarre l'impurità della dimora pagana (tum'at ohel, l'impurità rituale dell'abitazione gentile) — che avrebbe richiesto l'immersione (tevilah) precludendo la cena — e poter mangiare il korban Pesach (l'agnello pasquale sacrificale) della ⓘ. 29 Uscì dunque ⓘ fuori verso di loro e dice: «Quale accusa portate contro quest'uomo?». 30 Risposero e gli dissero: «Se costui non fosse un ⓘ, non te lo avremmo consegnato». 31 Disse loro dunque Pilato: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra ⓘ». Gli dissero i ⓘ: «A noi non è lecito mettere a morte nessuno» — i giudizi capitali (dinei nefashot) ci sono sottratti, riservati allo ius gladii del prefetto ⓘ. 32 Perché si compisse la parola di Gesù che aveva detto, ⓘ. 33 Entrò dunque di nuovo nel pretorio Pilato, chiamò Gesù e gli disse: «ⓘ?». 34 Rispose Gesù: «ⓘ, o altri te l'hanno detto di me?». 35 Rispose Pilato: «Sono forse io ⓘ? La ⓘ e i ⓘ ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». 36 Rispose Gesù: «La mia regalità — la malkhut messianica — ⓘ; se la mia regalità traesse origine da questo mondo, i miei ⓘ avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai ⓘ; ora invece la mia regalità non è di qui». 37 Disse dunque a lui Pilato: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «ⓘ che io sono re. Per questo sono nato e a tale scopo sono venuto nel mondo: perché ⓘ. Chiunque è ⓘ ascolta la mia voce». 38 Gli dice Pilato: «ⓘ?». E detto questo, uscì di nuovo verso i capi giudei e dice loro: «Io ⓘ. 39 C'è però una ⓘ presso di voi, che io ve ne liberi uno per la Pasqua (Pesach), ⓘ; volete dunque che vi liberi il re dei Giudei?». 40 Gridarono dunque di nuovo dicendo: «ⓘ!». Barabba era un ⓘ.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

All'alba (prōí, prima delle sei) del giorno che precede la Pasqua giovannea, Gesù è condotto dalla casa di Caifa — Yosef bar Kayafa, sommo sacerdote dal 18 al 36 d.C., attestato da Flavio Giuseppe (AJ 18,2,2 §35; 18,4,3 §95) e dall'ossuario di Gerusalemme (1990) — al praitṓrion, residenza del prefetto, identificabile con la fortezza Antonia o il palazzo erodiano (Filone, Legatio 38; Flavio Giuseppe, BJ 2,14,8 §301).

Le autorità che consegnano Gesù appartengono al sinedrio sacerdotale-templare: gli archiereîs (famiglie di Anna, Caifa, Boeto) e gli zeqenim del vertice, di orientamento sadduceo, aristocrazia filo-romana custode del Tempio (Flavio Giuseppe, AJ 20,9,1 §198-203). Non si tratta dell'intero sacerdozio né dei perushim. Pontius Pilatus, prefetto di Iudaea dal 26 al 36 d.C. (iscrizione di Cesarea, 1961; Tacito, Annales XV,44; Flavio Giuseppe, AJ 18,3,1 §55-59), detiene lo ius gladii: la pena capitale è prerogativa esclusiva del governatore, sicché la crocifissione è atto interamente romano.

Nella cronologia giovannea Gesù muore nel Yom ha-Hakhanah, vigilia di Pesach (19,14.31), mentre nel Tempio si immolano gli agnelli. La divergenza dai sinottici è spiegabile con la coesistenza di calendari concorrenti nel giudaismo del Secondo Tempio (Qumran, 4Q320-330).

Analisi lessicale

Il v. 28 introduce la purità rituale: le autorità non entrano nel praitṓrion — dimora pagana — ἵνα μὴ μιανθῶσιν («per non contaminarsi»), per poter φάγωσιν τὸ πάσχα («mangiare la Pasqua»). Il verbo miaínō è il lessema tecnico della contaminazione rituale; il timore è giuridicamente fondato e va letto con neutralità storica, non come sarcasmo.

Al v. 31 Pilato usa nómos in senso amministrativo per declinare la competenza; Ἡμῖν οὐκ ἔξεστιν ἀποκτεῖναι οὐδένa («a noi non è lecito mettere a morte nessuno») riflette la realtà giuridica provinciale. Al v. 36 la preposizione ek indica origine, non collocazione: la malkhut non trae origine dalle strutture di potere mondane e non si impone con le armi (hypērétai), ma non è realtà disincarnata: Gesù dichiara al v. 37 di essere «venuto nel kósmos».

Al v. 37 Σὺ λέγεις corrisponde all'aramaico 'attah amarta: formula di non-negazione qualificata, non assenso pieno. Martyrḗsō tê alētheíāi usa martyréō in senso giuridico-profetico; alḗtheia giovannea traduce l'ebraico emet — fedeltà al patto, non mera corrispondenza logico-noetica. Al v. 40 lēistḗs designa nel lessico di Flavio Giuseppe (BJ 2,13,2 §253-254; AJ 20,8,5 §160-161) i ribelli antiromani della resistenza armata (biryōn).

Fonti ebraiche

La preoccupazione di purità al v. 28 è radicata nella halakhah mishnaica: m.Ohalot 18,7 stabilisce che le dimore dei gentili sono impure; m.Pesachim 8,8 regola la purificazione necessaria prima del Pesach. Il titolo basileùs tôn Ioudaíōn (v. 33) ricorre nella titolatura asmonea — sulle monete di Alessandro Janneo (103-76 a.C.) e per Erode il Grande (Flavio Giuseppe, AJ 16,10,2 §311).

L'espressione del v. 36 riecheggia Dn 7,13-14 (la malkhut conferita al Bar Enash) e il concetto di malkhut shamayim, il cui giogo si assume nella recitazione dello Shema' (m.Berakhot 2,2). Il dato del v. 31 trova riscontro in b.Sanhedrin 41a, dove si attesta che quaranta anni prima della distruzione del Tempio i giudizi capitali (dinei nefashot, דִּינֵי נְפָשׁוֹת) furono tolti a Israele (m.Sanhedrin 4,1; 7,2). Il supplizio della crocifissione è romano, non la lapidazione halakhica (m.Sanhedrin 6,1.4). Il patronimico Bar-Abbâ (v. 40) è aramaico comune («figlio del padre»); alcuni testimoni testuali (Mt 27,16-17 in Θ, f¹, citati da Origene) leggono «Iēsoûs Barabbâs»: ironia narrativa tra un «figlio del padre» violento e il Figlio del Padre.

Halakhah e dimensione pratica

Il nucleo halakhico della pericope è il principio di purità rituale (tahorah). L'ingresso in una dimora pagana comporta contaminazione da ohel (tenda/tetto condiviso con un cadavere o con un gentile): m.Ohalot 18,7 classifica le dimore dei gentili come impure, rendendo necessaria l'immersione (tevilah) e l'attesa fino al tramonto (m.Pesachim 8,8) per tornare puri e partecipare alla cena pasquale. Le autorità templari agiscono in perfetta coerenza con questi principi: il loro scrupolo è legittimo sul piano giuridico-rituale.

Sul piano processuale, la competenza per i dinei nefashot (cause capitali) segue regole stringenti: m.Sanhedrin 4,1 richiede un collegio di 23 giudici, dibattimento diurno, voto a maggioranza e un giorno di attesa prima della sentenza di morte. La trasmissione dello ius gladii al prefetto romano svuota di fatto questa procedura: la condanna è emessa da Pilato e l'esecuzione avviene per crocifissione, pena servile romana estranea al catalogo halakhico delle quattro pene capitali (m.Sanhedrin 7,1: lapidazione, rogo, decapitazione, strangolamento). La responsabilità giuridica della morte ricade dunque sull'autorità romana, come Tacito attesta (Annales XV,44: per procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfectus erat).

Il dialogo sul regno introduce inoltre la categoria dello shaliach (mandatario): Gesù si presenta come inviato del Padre per «rendere testimonianza alla verità» (martyrḗsō tê alētheíāi, v. 37), ruolo analogo a quello del profeta-messaggero nella tradizione biblica (Is 61,1; cf. m.Berakhot 5,5: «lo shaliach di un uomo è come lui stesso»). La sua regalità non si fonda su forza militare ma su fedeltà all'emet del Padre.

Lettura non sostitutiva

La pericope non autorizza letture antigiudaiche. Pilato stesso chiarisce la distinzione degli attori: «la tua nazione (tò éthnos tò sòn) e i capi dei sacerdoti» (v. 35) — il popolo di Israele non è qui implicato nella consegna. Il termine hoi Ioudaîoi designa il sinedrio sacerdotale-templare, non il popolo ebraico nel suo insieme, in linea con la distinzione ribadita da Nostra Aetate 4. La condanna capitale è atto romano: Pilato riconosce tre volte l'innocenza di Gesù (vv. 38; 19,4.6) e ciononostante non lo libera, portando piena responsabilità giuridica.

Il compimento non implica sostituzione: la malkhut shamayim proclamata da Gesù è la stessa che lo Shema' confessa; la fedeltà all'emet è la stessa emunah dell'alleanza sinaitica. Israele non è sostituito; la sua vocazione è confermata nell'identità stessa di Gesù, ebreo del Secondo Tempio, appartenente al popolo d'Israele (tò éthnos tò sòn).

Note testuali

  • v. 28 — praitṓrion: residenza del prefetto, dimora pagana che comporta impurità rituale; miaínō: contaminarsi; páscha: la cena pasquale ancora futura nella cronologia giovannea.
  • v. 31 — nómos: Torah, usato da Pilato in senso amministrativo; ouk ékestin apokteinai: non è lecito mettere a morte — lo ius gladii appartiene al prefetto.
  • v. 33 — basileùs tôn Ioudaíōn: titolo etnico-regale/messianico, non semplice accusa politica.
  • v. 36 — ek toû kósmou toútou: ek di origine, non di collocazione; hypērétai: subordinati militari-amministrativi.
  • v. 37 — Sỳ légeis: formula di non-negazione qualificata; alḗtheia: emet ebraica, fedeltà al patto.
  • v. 38 — oudemían aitían: nessuna colpa — dichiarazione formale di innocenza giuridica romana.
  • v. 40 — lēistḗs: ribelle armato antioromano (biryōn); Bar-Abbâ: aramaico «figlio del padre».

Domande Frequenti

Perché le autorità non entrano nel pretorio?

Il pretorio è dimora pagana: entrarvi comporta impurità rituale secondo m.Ohalot 18,7, che richiede immersione e attesa fino al tramonto (m.Pesachim 8,8) per partecipare alla cena pasquale. Lo scrupolo è giuridicamente fondato, non ironico.

Chi sono «i Giudei» che accusano Gesù?

Nel quarto vangelo il termine designa il sinedrio sacerdotale-templare (archiereîs e zeqenim del vertice). Pilato stesso lo chiarisce: «la tua nazione e i capi dei sacerdoti» (v. 35). Il popolo ebraico nel suo insieme non è implicato, come ribadisce Nostra Aetate 4.

Cosa significa «il mio regno non è di questo mondo»?

La preposizione ek indica origine, non collocazione: la malkhut non trae origine dalle strutture di potere mondane e non si impone con le armi. Non è evasione spiritualistica: Gesù afferma di essere «venuto nel kósmos» (v. 37), riecheggiando la malkhut shamayim di Dn 7,13-14 e dello Shema' (m.Berakhot 2,2).

Chi è responsabile della condanna a morte?

La responsabilità giuridica è romana: lo ius gladii appartiene al prefetto (b.Sanhedrin 41a; m.Sanhedrin 4,1), la crocifissione è supplizio romano estraneo alle pene capitali halakhiche (m.Sanhedrin 7,1). Pilato riconosce tre volte l'innocenza di Gesù e ciononostante lo condanna, come attesta Tacito (Annales XV,44).

Riferimenti biblici

Citati nel commento

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.