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Il potere del Figlio — Giovanni 5,19-47

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Il potere del Figlio

19-47
Greco19 Ἀπεκρίνατο οὖν ὁ Ἰησοῦς καὶ ⸀ἔλεγεν αὐτοῖς· Ἀμὴν ἀμὴν λέγω ὑμῖν, οὐ δύναται ὁ υἱὸς ποιεῖν ἀφ’ ἑαυτοῦ οὐδὲν ⸀ἐὰν μή τι βλέπῃ τὸν πατέρα ποιοῦντα· ἃ γὰρ ἂν ἐκεῖνος ποιῇ, ταῦτα καὶ ὁ υἱὸς ὁμοίως ποιεῖ. 20 ὁ γὰρ πατὴρ φιλεῖ τὸν υἱὸν καὶ πάντα δείκνυσιν αὐτῷ ἃ αὐτὸς ποιεῖ, καὶ μείζονα τούτων δείξει αὐτῷ ἔργα, ἵνα ὑμεῖς θαυμάζητε. 21 ὥσπερ γὰρ ὁ πατὴρ ἐγείρει τοὺς νεκροὺς καὶ ζῳοποιεῖ, οὕτως καὶ ὁ υἱὸς οὓς θέλει ζῳοποιεῖ. 22 οὐδὲ γὰρ ὁ πατὴρ κρίνει οὐδένα, ἀλλὰ τὴν κρίσιν πᾶσαν δέδωκεν τῷ υἱῷ, 23 ἵνα πάντες τιμῶσι τὸν υἱὸν καθὼς τιμῶσι τὸν πατέρα. ὁ μὴ τιμῶν τὸν υἱὸν οὐ τιμᾷ τὸν πατέρα τὸν πέμψαντα αὐτόν. 24 Ἀμὴν ἀμὴν λέγω ὑμῖν ὅτι ὁ τὸν λόγον μου ἀκούων καὶ πιστεύων τῷ πέμψαντί με ἔχει ζωὴν αἰώνιον, καὶ εἰς κρίσιν οὐκ ἔρχεται ἀλλὰ μεταβέβηκεν ἐκ τοῦ θανάτου εἰς τὴν ζωήν. 25 Ἀμὴν ἀμὴν λέγω ὑμῖν ὅτι ἔρχεται ὥρα καὶ νῦν ἐστιν ὅτε οἱ νεκροὶ ⸀ἀκούσουσιν τῆς φωνῆς τοῦ υἱοῦ τοῦ θεοῦ καὶ οἱ ἀκούσαντες ⸀ζήσουσιν. 26 ὥσπερ γὰρ ὁ πατὴρ ἔχει ζωὴν ἐν ἑαυτῷ, οὕτως ⸂καὶ τῷ υἱῷ ἔδωκεν⸃ ζωὴν ἔχειν ἐν ἑαυτῷ· 27 καὶ ἐξουσίαν ἔδωκεν ⸀αὐτῷ κρίσιν ποιεῖν, ὅτι υἱὸς ἀνθρώπου ἐστίν. 28 μὴ θαυμάζετε τοῦτο, ὅτι ἔρχεται ὥρα ἐν ᾗ πάντες οἱ ἐν τοῖς μνημείοις ⸀ἀκούσουσιν τῆς φωνῆς αὐτοῦ 29 καὶ ἐκπορεύσονται οἱ τὰ ἀγαθὰ ποιήσαντες εἰς ἀνάστασιν ζωῆς, οἱ ⸀δὲ τὰ φαῦλα πράξαντες εἰς ἀνάστασιν κρίσεως. 30 Οὐ δύναμαι ἐγὼ ποιεῖν ἀπ’ ἐμαυτοῦ οὐδέν· καθὼς ἀκούω κρίνω, καὶ ἡ κρίσις ἡ ἐμὴ δικαία ἐστίν, ὅτι οὐ ζητῶ τὸ θέλημα τὸ ἐμὸν ἀλλὰ τὸ θέλημα τοῦ πέμψαντός ⸀με. 31 Ἐὰν ἐγὼ μαρτυρῶ περὶ ἐμαυτοῦ, ἡ μαρτυρία μου οὐκ ἔστιν ἀληθής· 32 ἄλλος ἐστὶν ὁ μαρτυρῶν περὶ ἐμοῦ, καὶ οἶδα ὅτι ἀληθής ἐστιν ἡ μαρτυρία ἣν μαρτυρεῖ περὶ ἐμοῦ. 33 ὑμεῖς ἀπεστάλκατε πρὸς Ἰωάννην, καὶ μεμαρτύρηκε τῇ ἀληθείᾳ· 34 ἐγὼ δὲ οὐ παρὰ ἀνθρώπου τὴν μαρτυρίαν λαμβάνω, ἀλλὰ ταῦτα λέγω ἵνα ὑμεῖς σωθῆτε. 35 ἐκεῖνος ἦν ὁ λύχνος ὁ καιόμενος καὶ φαίνων, ὑμεῖς δὲ ἠθελήσατε ἀγαλλιαθῆναι πρὸς ὥραν ἐν τῷ φωτὶ αὐτοῦ· 36 ἐγὼ δὲ ἔχω τὴν μαρτυρίαν ⸀μείζω τοῦ Ἰωάννου, τὰ γὰρ ἔργα ἃ ⸀δέδωκέν μοι ὁ πατὴρ ἵνα τελειώσω αὐτά, αὐτὰ τὰ ἔργα ⸀ἃ ποιῶ, μαρτυρεῖ περὶ ἐμοῦ ὅτι ὁ πατήρ με ἀπέσταλκεν, 37 καὶ ὁ πέμψας με πατὴρ ⸀ἐκεῖνος μεμαρτύρηκεν περὶ ἐμοῦ. οὔτε φωνὴν αὐτοῦ ⸂πώποτε ἀκηκόατε⸃ οὔτε εἶδος αὐτοῦ ἑωράκατε, 38 καὶ τὸν λόγον αὐτοῦ οὐκ ἔχετε ⸂ἐν ὑμῖν μένοντα⸃, ὅτι ὃν ἀπέστειλεν ἐκεῖνος τούτῳ ὑμεῖς οὐ πιστεύετε. 39 Ἐραυνᾶτε τὰς γραφάς, ὅτι ὑμεῖς δοκεῖτε ἐν αὐταῖς ζωὴν αἰώνιον ἔχειν· καὶ ἐκεῖναί εἰσιν αἱ μαρτυροῦσαι περὶ ἐμοῦ· 40 καὶ οὐ θέλετε ἐλθεῖν πρός με ἵνα ζωὴν ἔχητε. 41 δόξαν παρὰ ἀνθρώπων οὐ λαμβάνω, 42 ἀλλὰ ἔγνωκα ὑμᾶς ὅτι τὴν ἀγάπην τοῦ θεοῦ οὐκ ἔχετε ἐν ἑαυτοῖς. 43 ἐγὼ ἐλήλυθα ἐν τῷ ὀνόματι τοῦ πατρός μου καὶ οὐ λαμβάνετέ με· ἐὰν ἄλλος ἔλθῃ ἐν τῷ ὀνόματι τῷ ἰδίῳ, ἐκεῖνον λήμψεσθε. 44 πῶς δύνασθε ὑμεῖς πιστεῦσαι, δόξαν παρ’ ἀλλήλων λαμβάνοντες, καὶ τὴν δόξαν τὴν παρὰ τοῦ μόνου θεοῦ οὐ ζητεῖτε; 45 μὴ δοκεῖτε ὅτι ἐγὼ κατηγορήσω ὑμῶν πρὸς τὸν πατέρα· ἔστιν ὁ κατηγορῶν ὑμῶν Μωϋσῆς, εἰς ὃν ὑμεῖς ἠλπίκατε. 46 εἰ γὰρ ἐπιστεύετε Μωϋσεῖ, ἐπιστεύετε ἂν ἐμοί, περὶ γὰρ ἐμοῦ ἐκεῖνος ἔγραψεν. 47 εἰ δὲ τοῖς ἐκείνου γράμμασιν οὐ πιστεύετε, πῶς τοῖς ἐμοῖς ῥήμασιν πιστεύσετε;
Lettura Ortodossa19 Rispose dunque Gesù e diceva loro: «Amèn, amèn, io vi dico: il Figlio non può fare nulla da se stesso, se non ciò che ⓘ fare al Padre; quello che il Padre fa, anche il Figlio ugualmente lo fa. 20 Il Padre infatti ⓘ il Figlio e gli mostra tutto ciò che egli fa, e gli mostrerà ⓘ più grandi di queste, perché voi vi meravigliate. 21 Come infatti il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole. 22 Il Padre infatti non giudica nessuno, ma ⓘ, 23 perché tutti ⓘ il Figlio come onorano il Padre. Chi non onora il Figlio, non onora il Padre che lo ha ⓘ. 24 Amèn, amèn, io vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha ⓘ e non va incontro al giudizio, ma ⓘ dalla morte alla vita. 25 Amèn, amèn, io vi dico: viene l'ora — ed è ora — in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio e quelli che l'avranno udita vivranno. 26 Come infatti il Padre ha ⓘ, così ha dato anche al Figlio di avere vita in se stesso; 27 e gli ha dato ⓘ di fare giudizio, perché è ⓘ. 28 Non vi meravigliate di questo, perché viene l'ora in cui tutti coloro che sono nei ⓘ udranno la sua voce 29 e ne usciranno: quelli che fecero il bene per una ⓘ, quelli che fecero il male per una risurrezione di giudizio. 30 Non posso fare nulla da me stesso: come ascolto giudico, e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà ma la volontà di colui che mi ha mandato. 31 Se io ⓘ di me stesso, la mia testimonianza non è valida; 32 altro è colui che testimonia di me, e so che è vera la testimonianza che rende di me. 33 Voi avete inviato presso ⓘ, ed egli ha reso testimonianza alla verità; 34 io però non ricevo la testimonianza da un uomo, ma dico queste cose perché voi siate salvati. 35 Quello era la ⓘ che arde e brilla, e voi avete voluto esultare per un'ora alla sua luce. 36 Io però ho una testimonianza più grande di quella di Giovanni: le ⓘ che il Padre mi ha dato di portare a compimento, queste opere che faccio testimoniano di me, che il Padre mi ha ⓘ. 37 E il Padre che mi ha mandato, egli stesso ha reso testimonianza di me. Né mai avete udito la sua ⓘ né avete visto il suo ⓘ, 38 e non avete la sua parola dimorante in voi, perché a colui che egli ha inviato voi non credete. 39 Voi ⓘ le ⓘ, perché pensate di avere in esse vita eterna; ed esse sono proprio quelle che testimoniano di me; 40 e non volete venire a me per avere la vita. 41 ⓘ dagli uomini io non ricevo, 42 ma vi ho conosciuti: non avete in voi l'ⓘ. 43 Io sono venuto nel ⓘ del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro verrà nel proprio nome, quello lo riceverete. 44 Come potete voi credere, voi che ricevete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene ⓘ? 45 Non pensate che io vi accuserò davanti al Padre: vi è chi vi accusa, ⓘ, nel quale avete sperato. 46 Se infatti credeste a Mosè, credereste a me, perché egli ⓘ di me. 47 Ma se non credete ai suoi ⓘ, come crederete alle mie ⓘ?».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Il discorso di Giovanni 5,19-47 si svolge a Gerusalemme dopo la guarigione di un uomo al portico di Betzaeta. L'interlocuzione si situa nel giudaismo del Secondo Tempio, in un ambiente familiare alle categorie giuridiche ebraiche: lo shaliach (מַשְׁלִיחַ, mandatario), la doppia risurrezione dei giusti e dei malvagi, il metodo rabbinico del darash per lo studio della Torah. Gesù parla a interlocutori che conoscono il principio processuale enunciato in Deuteronomio 19,15 («in bocca a due o tre testimoni»), la speranza farisaica della risurrezione dei morti radicata in Daniele 12,2, e la figura del Bar Enash (בַּר אֱנָשׁ) di Daniele 7,13, a cui è affidato il dominio e il giudizio. Il discorso costruisce un sistema processuale di quattro testimoni — Giovanni il Battista, le opere compiute dal Figlio, il Padre, le Scritture e Mosè — secondo la regola ebraica sulla pluralità dei testimoni.

Analisi lessicale

La chiave ermeneutica dell'intera pericope è il termine shaliach (שָׁלִיחַ), che non compare esplicitamente nel testo greco ma ne governa la logica. L'espressione greca aph' heautou (ἀφ' ἑαυτοῦ, «da se stesso», vv.19.30) indica l'assenza di autonomia dell'inviato rispetto al mandante: non un'affermazione di subordinazione ontologica, ma la descrizione del mandato delegato. Il ratzon (רָצוֹן, volontà del mandante, v.30: thelēma tou pempsantos) che il Figlio compie senza perseguire interessi propri è la caratteristica propria dello shaliach fedele.

Il verbo eraunate tas graphas (ἐρευνᾶτε τὰς γραφάς, v.39) usa il termine tecnico del darash (דָּרַשׁ) rabbinico: lo studio approfondito, sistematico, che coglie il senso oltre la lettera. La parola kavod (כָּבוֹד, gloria-onore, vv.41.44: doxa) distingue l'onore autentico che proviene dall'unico Dio — il Dio di Israele dello Shemà — dalla gloria degli uomini. L'espressione ba-shem (בַּשֵּׁם, nel Nome, v.43: en tō onomati) indica il mandato delegato con l'autorità del Padre, non una formula magica autonoma.

Il sintagma zōē aiōnios (ζωὴ αἰώνιος, v.24.39) corrisponde al termine apocalittico farisaico chayyei olam (חַיֵּי עוֹלָם), la vita del mondo veniente, che non ha origine platonica ma è radicata nella speranza di Israele. Infine techiyat ha-metim (תְּחִיַּת הַמֵּתִים, risurrezione dei morti, vv.21.28-29) è la seconda benedizione dell'Amidah, la preghiera centrale del giudaismo farisaico.

Fonti ebraiche

Il principio fondante lo shaliach è formulato nella Mishnah: «shelucho shel adam kemoto» — «l'inviato di un uomo è come l'uomo stesso» (m.Berakhot 5,5). Questo principio chiarisce il paradosso apparente di Giovanni 5: il Figlio può agire con piena autorità del Padre (v.19: «ciò che il Padre fa, il Figlio lo fa») e al tempo stesso non agire «da se stesso» (v.30), perché lo shaliach fedele esercita il mandato del mittente, non un potere autonomo. L'onore reso allo shaliach ricade sul mandante (v.23), secondo la stessa logica giuridica.

La formula dell'amèn amèn (ἀμὴν ἀμήν, vv.19.24.25) riflette l'uso vincolante dell'amèn come ratifica oracolare, documentato in m.Berakhot 5,5. La risurrezione duplice di v.29 — «di vita» e «di giudizio» — riprende letteralmente Daniele 12,2: «molti si risveglieranno, gli uni alla vita eterna, gli altri all'obbrobrio e alla vergogna eterna». Questa è la dottrina farisaica condivisa, non un'innovazione: Gesù la conferma e vi inscrive il proprio ruolo di giudice, secondo la figura danielica del Bar Enash (Dn 7,13-14). Il giudaismo del Secondo Tempio aveva già sviluppato questa figura in testi come 1 Enoch 46-48, dove il Figlio dell'Uomo è associato al giudizio universale.

L'invito a «scrutare le Scritture» (v.39) presuppone la pratica del bet ha-midrash, la casa dello studio, dove il darash — l'esegesi approfondita — cercava il senso pieno dei testi. L'affermazione che Mosè «ha scritto di me» (v.46) richiama la tradizione ebraica che leggeva nella Torah anticipazioni del Messia: Deuteronomio 18,15 («un profeta come me ti susciterà il Signore»), Genesi 49,10 («non sarà tolto lo scettro da Giuda») e Numeri 24,17 («una stella sorgerà da Giacobbe»).

Il sistema dei quattro testimoni (v.33-39) rispetta il principio processuale di Deuteronomio 19,15: «in bocca a due o tre testimoni la cosa sarà stabilita». Il discorso costruisce dunque una difesa secondo le regole del diritto ebraico della testimonianza.

Halakhah e dimensione pratica

La pericope pone una questione pratica irrisolta per chi studia la Torah: come si riconosce l'autenticità di un mandato divino? La risposta del discorso è strutturata in modo halakhico: si verificano i testimoni. Giovanni il Battista ha testimoniato (v.33-35); le opere compiute dal Figlio testimoniano (v.36); il Padre stesso ha testimoniato (v.37); le Scritture, scrutate con il metodo del darash, testimoniano (v.39). Il fallimento degli interlocutori non è nell'ignorare la Torah, ma nel non proseguire fino alla sua testimonianza messianica.

Il principio dello shaliach genera un'implicazione pratica: l'accoglienza o il rifiuto dell'inviato è accoglienza o rifiuto del mittente (v.23). Questo spiega la formulazione di v.43: «io sono venuto nel nome del Padre mio e non mi ricevete; se un altro verrà nel proprio nome, lo riceverete». Chi viene ba-shem del Padre esercita il mandato altrui e non cerca la gloria propria (v.41: «io non ricevo gloria dagli uomini»); chi viene nel proprio nome cerca la propria gloria — la critica non è alla Torah ma alla ricerca di approvazione umana a scapito del riconoscimento di Dio.

La chiamata all'ascolto di v.24 — «chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato ha la vita eterna» — usa la struttura del shema ebraico: ascoltare-e-fare, non mera adesione intellettuale. La davar (דָּבָר, parola che opera ciò che dice, cf. Is 55,11) non è un concetto astratto ma un atto che trasforma chi la riceve.

Lettura non sostitutiva

Il discorso di Giovanni 5 non oppone Gesù a Mosè, né la fede cristiana alla Torah. L'affermazione di v.46 — «se credeste a Mosè, credereste a me, perché egli ha scritto di me» — presuppone che le due fedi siano strutturalmente solidali: non si può credere autenticamente a Mosè senza aprirsi alla testimonianza che la Torah porta al Messia. Allo stesso modo, non si può accogliere il Messia ignorando Mosè.

La critica ai destinatari del discorso non è anti-israelitica né anti-Torah: è una critica interna al giudaismo del Secondo Tempio, rivolta a chi «scruta le Scritture» (v.39) ma non ne coglie la direzione messianica. La dottrina della risurrezione (vv.28-29), il ruolo del giudice escatologico (v.22.27), la vita del mondo veniente (v.24) — tutto questo appartiene alla speranza di Israele. Gesù si inscrive dentro quella speranza, non al di sopra di essa come sostituto.

L'escatologia della pericope è inaugurata-non-completata: «viene un'ora ed è ora» (v.25) descrive la vita già presente per chi ascolta il Figlio, mentre «viene un'ora» (v.28) riguarda la risurrezione universale futura. I due momenti — il «già» e il «non ancora» — devono coesistere senza collasso nell'uno o nell'altro: né un vittorialismo che neghi l'attesa futura, né un futurismo che ignori la vita già donata.

Note testuali

  • vv.19.30 — aph' heautou (ἀφ' ἑαυτοῦ): la dipendenza del Figlio è la categoria dello shaliach che agisce secondo il mandante, non subordinazionismo ontologico (m.Berakhot 5,5).
  • v.23 — «onorare il Figlio come il Padre»: l'onore reso allo shaliach ricade sul mandante; non un secondo culto parallelo, ma riconoscimento dell'agire unico di Dio.
  • v.25 — «viene un'ora ed è ora» (erchetai hōra kai nyn estin): escatologia inaugurata, vita già presente; distinguere da v.28 («viene un'ora», senza «ed è ora») che indica la risurrezione futura universale.
  • v.29 — anastasin zōēs / kriseōs: risurrezione «di vita / di giudizio» = Dan 12,2; dottrina farisaica condivisa, non innovazione cristiana.
  • vv.39-40 — eraunate tas graphas: il verbo tecnico del darash rabbinico; le Scritture testimoniano di Gesù — la critica non è anti-Torah ma contro chi si ferma alla lettera.
  • vv.45-47 — Mosè testimone di Gesù (Dt 18,15; Gn 49,10; Nm 24,17), non superato; la fede in Mosè e la fede in Gesù sono strutturalmente solidali.

Domande Frequenti

Che cosa significa «il Figlio non può fare nulla da se stesso»?

È la descrizione halakhica dello shaliach (mandatario): l'inviato agisce con piena autorità del mittente ma sempre secondo la sua volontà, senza autonomia propria. Non è un'affermazione di inferiorità ontologica, ma la definizione del mandato fedele (m.Berakhot 5,5: «l'inviato di un uomo è come l'uomo stesso»).

La frase «scrutate le Scritture» è un'accusa contro chi studia la Torah?

No. Il verbo greco eraunate corrisponde al termine rabbinico darash, lo studio approfondito praticato nel bet ha-midrash. La critica non è allo studio della Torah, ma al fermarsi alla lettera senza cogliere la testimonianza messianica che le Scritture portano.

Cosa sono la risurrezione «di vita» e la risurrezione «di giudizio» di v.29?

Sono la dottrina farisaica della duplice risurrezione, fondata su Daniele 12,2 («molti si risveglieranno, gli uni alla vita eterna, gli altri all'obbrobrio»). Non è un'innovazione cristiana: Gesù condivide e porta a compimento la speranza di Israele, inscrivendo il proprio ruolo di giudice nella figura danielica del Bar Enash (Dn 7,13-14).

«Mosè ha scritto di me» significa che Mosè è superato?

Il contrario. Mosè è il quarto testimone del sistema processuale costruito nel discorso (con Giovanni, le opere e il Padre). «Se credeste a Mosè, credereste a me»: la fede in Mosè e la fede in Gesù sono strutturalmente solidali. La Torah non è abolita ma letta nel suo orientamento messianico, secondo tradizioni ebraiche come Deuteronomio 18,15 e Genesi 49,10.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.