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Apparizione ai discepoli — Giovanni 20,19-23

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Apparizione ai discepoli

Gv 20,19-23·NA28·78/84·// Lc 24,36-43
ὀψίας=sera (motzaei Shabbat)εἰρήνη ὑμῖν=shalom a voi (Is 52,7)שָׁלוֹם עֲלֵיכֶםἀπέστειλεν / πέμπω=shlichùt serialeἐνεφύσησεν=soffiò (Gn 2,7 LXX)נִשְׁמַת חַיִּים nishmat chayyimλάβετε Πνεῦμα Ἅγιον=ricevete Ruach ha-Qodeshἀφῆτε / κρατῆτε=rimettere / trattenere (l'hatir/l'esor)
Domenica di Pentecoste — anno A
19-23
Greco19 Οὔσης οὖν ὀψίας τῇ ἡμέρᾳ ἐκείνῃ τῇ ⸀μιᾷ σαββάτων, καὶ τῶν θυρῶν κεκλεισμένων ὅπου ἦσαν οἱ ⸀μαθηταὶ διὰ τὸν φόβον τῶν Ἰουδαίων, ἦλθεν ὁ Ἰησοῦς καὶ ἔστη εἰς τὸ μέσον, καὶ λέγει αὐτοῖς· Εἰρήνη ὑμῖν. 20 καὶ τοῦτο εἰπὼν ⸀ἔδειξεν τὰς χεῖρας καὶ τὴν πλευρὰν ⸀αὐτοῖς. ἐχάρησαν οὖν οἱ μαθηταὶ ἰδόντες τὸν κύριον. 21 εἶπεν οὖν αὐτοῖς ⸂ὁ Ἰησοῦς⸃ πάλιν· Εἰρήνη ὑμῖν· καθὼς ἀπέσταλκέν με ὁ πατήρ, κἀγὼ πέμπω ὑμᾶς. 22 καὶ τοῦτο εἰπὼν ἐνεφύσησεν καὶ λέγει αὐτοῖς· Λάβετε πνεῦμα ἅγιον· 23 ἄν τινων ἀφῆτε τὰς ἁμαρτίας ⸀ἀφέωνται αὐτοῖς· ἄν τινων κρατῆτε κεκράτηνται.
Lettura Ortodossa19 ⓘ, nel primo giorno dopo lo ⓘ (yom rishon), e ⓘ là dove erano i discepoli per timore dei capi giudaiti — gli ⓘ e gli ⓘ del ⓘ, ⓘ e ⓘ, e dice loro: «ⓘ!». 20 E detto questo ⓘ. ⓘ. 21 Disse loro dunque Gesù di nuovo: «Shalom a voi! ⓘ». 22 E detto questo ⓘ e dice loro: «ⓘ. 23 ⓘ, ⓘ; ⓘ».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

La sera del primo giorno della settimana — yom rishon nel computo halakhico ebraico, poiché il giorno inizia dall'imbrunire (m.Berakhot 1,1) — i discepoli sono riuniti a porte sbarrate. L'espressione greca tôn thyrôn kekleisménōn (genitivo assoluto stativo, perfetto passivo) indica porte chiuse con chiavistello (mocheloth, m.Eruvin 10,10). Il timore è delle autorità del Sinedrio — archiereis e zeqenim — non del popolo ebraico né del giudaismo nel suo insieme: i discepoli stessi sono ebrei galilei, e tôn Ioudaíōn nel linguaggio giovanneo designa il sistema di potere templare-sinedritico (cf. Gv 18,12; Nostra Aetate 4). Gesù appare in mezzo a loro: éstē eis tò méson (aoristo intransitivo, «si pose nel mezzo»), postura del moreh nella cattedra rabbinica (cf. Mt 18,20). Il saluto Eirḗnē hymîn (Εἰρήνη ὑμῖν) è la resa greca di Shalom aleichem: non un augurio convenzionale ma il dono pasquale integrale promesso in Gv 14,27, confermato dal shalom come nome divino attestato in b.Berakhot 64a e m.Berakhot 9,5.

Analisi lessicale

Il versetto 22 è il fulcro lessicale della pericope. Il verbo enephýsēsen (ἐνεφύσησεν, aoristo di emphysáō) significa «soffiare dentro/su» ed è un hapax narrativo nel Nuovo Testamento per il dono dello Spirito. La scelta del termine non è casuale: la Settanta usa lo stesso verbo in Gn 2,7 (ἐνεφύσησεν εἰς τὸ πρόσωπον αὐτοῦ πνοὴν ζωῆς, «soffiò sul suo volto un alito di vita») e in Ez 37,9 («soffia su questi uccisi perché rivivano»), rendendo il gesto di Gesù una citazione scritturistica riconoscibile per qualunque ascoltatore formato nelle Scritture ebraiche. Al versetto 21, la distinzione tra ἀπέσταλκέν (perfetto di apostellō, missione permanente del Padre) e πέμπω (presente di pempō, invio continuativo dei discepoli) non è stilistica: il perfetto sottolinea la realtà duratura della missione del Figlio come fondamento della missione apostolica, non come semplice delega. Al versetto 23, ἀφεωνται e κεκράτηνται sono perfetti passivi teologici (passivum divinum): il perdono e la ritenzione sono già effettuati in cielo; la comunità non decide in autonomia ma dichiara ciò che Dio compie.

Fonti ebraiche

Il gesto del soffio (v.22) richiama due testi delle Scritture ebraiche in modo diretto. In Gn 2,7 LXX, il medesimo verbo enephýsēsen descrive il soffio di vita divino in Adamo: il dono dello Spirito ai discepoli è letto come atto di nuova creazione, inizio di un'umanità rinnovata. In Ez 37,9, il profeta è chiamato a soffiare sulle ossa aride affinché rivivano per opera del ruach/pneuma: il Risorto ripete il gesto profetico sulla comunità dispersa e spaventata, immagine di risurrezione del popolo. Il principio dello shaliach (שָׁלִיחַ) — «l'inviato è come chi lo manda» (m.Berakhot 1,1; cf. Mt 10,40) — fonda il kaθὼς ἀπέσταλκέν / κἀγὼ πέμπω di v.21: la missione dei Dodici non è una delega istituzionale autonoma ma partecipazione alla missione eterna del Figlio. L'istituzione del shaliach è attestata anche in Avot 1,4 nel contesto della trasmissione del Torah per sequela attiva (shimush talmidim), sfondo coerente con il mandato di v.21. Quanto alla semikhah (סְמִיכָה) — imposizione delle mani per trasmettere autorità halakhica —, la documentazione del periodo distingue la semikhah classica (autorità permanente) dall'autorità temporanea conferita qui, invitando cautela nell'assimilazione diretta tra le due forme.

Halakhah e dimensione pratica

Diversi elementi della pericope si leggono meglio sullo sfondo della pratica halakhica. Le porte «sbarrate» (kekleisménai) corrispondono alle porte con chiavistello (mocheloth) descritte in m.Eruvin 10,10, spazio domestico chiuso che il Risorto attraversa senza che il testo spieghi il come. La distinzione tra Ḥaver e Am ha'Aretz (m.Demai 2,3; cf. b.Bekhorot 36a, b.Pesachim 4b) è pertinente al principio di affidabilità della testimonianza richiesto in v.23: la comunità che «rimette o ritiene» opera con la presunzione di credibilità che il diritto ebraico assegna al testimone qualificato. L'autorità bilaterale di ἀφῆτε / κρατῆτε (condizionale eventuale) è affidata alla comunità apostolica nel suo insieme, non a un singolo ufficio: il testo non supporta da solo sistemazioni dottrinali posteriori che lo restringano o lo amplino oltre il senso grammaticale. Infine, il computo halakhico del giorno dall'imbrunire (m.Berakhot 1,1) fa sì che la «sera» (opsías, v.19) sia già l'inizio halakhico del giorno successivo: la risurrezione avviene il yom rishon, il primo giorno della settimana, con piena coerenza con le tradizioni sinottiche.

Lettura non sostitutiva

L'ostensione delle piaghe (v.20) è il discriminante anti-docetico della pericope: l'identità tra il Crocifisso e il Risorto è garantita dal corpo che conserva le ferite. Il sôma pneumatikón di 1 Cor 15,44 attraversa le porte chiuse ma non è un corpo privo di storia: le piaghe restano. Questa lettura non sostituisce né svaluta la tradizione ebraica del soffio divino; al contrario, la pericope mostra il Risorto che agisce all'interno del vocabolario e dei gesti delle Scritture di Israele. Il «timore dei Giudei» (v.19) non istituisce un'opposizione tra la comunità nascente e il popolo ebraico: i discepoli condividono la stessa tradizione e lo stesso rischio; il conflitto è con le autorità di un sistema specifico, non con un'etnia o una fede. Il mandato missionario di v.21 prolonga la missione del Figlio senza sostituire Israele nella storia della salvezza.

Note testuali

  • v.19 — tôn Ioudaíōn: le autorità templari-sinedritiche, non il popolo ebraico (cf. Nostra Aetate 4). Eirḗnē hymîn: resa di Shalom aleichem, dono pasquale (cf. 14,27; b.Berakhot 64a). éstē eis tò méson: postura del moreh.
  • v.20 — ostensione delle mani e del fianco: discriminante anti-docetica; identità Crocifisso/Risorto.
  • v.21 — ἀπέσταλκέν (perfetto) / πέμπω (presente): distinzione temporale e teologica; principio dello shaliach (b.Berakhot 34b).
  • v.22 — enephýsēsen: hapax NT per il dono dello Spirito; stesso verbo di Gn 2,7 LXX e Ez 37,9 — nuova creazione e risurrezione del popolo.
  • v.23 — ἀφεωνται / κεκράτηνται: perfetti passivi (passivum divinum); la comunità dichiara ciò che Dio compie, senza autonomia decisionale unilaterale.

Domande Frequenti

Perché il testo dice «timore dei Giudei» se i discepoli erano anch'essi ebrei?

Nel linguaggio del quarto vangelo, l'espressione designa le autorità del sistema templare-sinedritico (sommi sacerdoti e anziani), non il popolo ebraico né il giudaismo come religione. I discepoli erano ebrei galilei; il timore era della polizia del Sinedrio (cf. Gv 18,12). Il Concilio Vaticano II (Nostra Aetate 4) esclude esplicitamente che il termine possa essere usato per imputare responsabilità collettiva.

Qual è il significato del gesto del «soffiare» (enephýsēsen) al versetto 22?

Il verbo greco è lo stesso usato dalla Settanta in Genesi 2,7 (il soffio di vita divino in Adamo) e in Ezechiele 37,9 (il vento/spirito sulle ossa aride). Il gesto del Risorto è una citazione scritturistica: il dono dello Spirito è presentato come nuova creazione e risurrezione della comunità dispersa, non come effusione carismatica generica.

Cosa significa l'autorità di «rimettere o ritenere» i peccati (v.23)?

I verbi ἀφεωνται e κεκράτηνται sono perfetti passivi teologici (passivum divinum): indicano che il perdono o la ritenzione sono già effettuati da Dio; la comunità apostolica dichiara ciò che Dio compie. L'autorità è affidata alla comunità nel suo insieme (condizionale bilaterale), non a un singolo ufficio. Il testo non autorizza da solo sistemazioni dottrinali posteriori che lo restringano o amplino oltre il senso grammaticale.

In che senso la risurrezione «corporea» è attestata da questa pericope?

Gesù mostra le mani e il fianco (le ferite della crocifissione) prima di donare lo Spirito. Il corpo risorto attraversa le porte chiuse ma conserva le piaghe: è lo stesso corpo del Crocifisso, non un'apparenza (discriminante anti-docetico). Questa identità tra il Crocifisso e il Risorto è il fondamento teologico dell'intera pericope.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.