Torna alle Fonti

La malattia e morte di Lazzaro — Giovanni 11,1-16

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

La malattia e morte di Lazzaro

Gv 11,1-16·NA28·42/84
ὑπὲρ τῆς δόξης τοῦ θεοῦ=per la gloria di Dio (la δόξα → croce)κεκοίμηται=si è addormentato (morte come sonno)παρρησίᾳ=apertamenteΘωμᾶς ὁ λεγόμενος Δίδυμος=Tommaso detto Dìdimo (il Gemello)ἀποθάνωμεν μετ' αὐτοῦ=moriamo con lui (fedeltà tragica)
V domenica di Quaresima — anno A (Gv 11,1-45)
1-16
Greco1 Ἦν δέ τις ἀσθενῶν, Λάζαρος ἀπὸ Βηθανίας ἐκ τῆς κώμης Μαρίας καὶ Μάρθας τῆς ἀδελφῆς αὐτῆς. 2 ἦν δὲ ⸀Μαριὰμ ἡ ἀλείψασα τὸν κύριον μύρῳ καὶ ἐκμάξασα τοὺς πόδας αὐτοῦ ταῖς θριξὶν αὐτῆς, ἧς ὁ ἀδελφὸς Λάζαρος ἠσθένει. 3 ἀπέστειλαν οὖν αἱ ἀδελφαὶ πρὸς αὐτὸν λέγουσαι· Κύριε, ἴδε ὃν φιλεῖς ἀσθενεῖ. 4 ἀκούσας δὲ ὁ Ἰησοῦς εἶπεν· Αὕτη ἡ ἀσθένεια οὐκ ἔστιν πρὸς θάνατον ἀλλ’ ὑπὲρ τῆς δόξης τοῦ θεοῦ ἵνα δοξασθῇ ὁ υἱὸς τοῦ θεοῦ δι’ αὐτῆς. 5 ἠγάπα δὲ ὁ Ἰησοῦς τὴν Μάρθαν καὶ τὴν ἀδελφὴν αὐτῆς καὶ τὸν Λάζαρον. 6 ὡς οὖν ἤκουσεν ὅτι ἀσθενεῖ, τότε μὲν ἔμεινεν ἐν ᾧ ἦν τόπῳ δύο ἡμέρας· 7 ἔπειτα μετὰ τοῦτο λέγει τοῖς μαθηταῖς· Ἄγωμεν εἰς τὴν Ἰουδαίαν πάλιν. 8 λέγουσιν αὐτῷ οἱ μαθηταί· Ῥαββί, νῦν ἐζήτουν σε λιθάσαι οἱ Ἰουδαῖοι, καὶ πάλιν ὑπάγεις ἐκεῖ; 9 ἀπεκρίθη Ἰησοῦς· Οὐχὶ δώδεκα ⸂ὧραί εἰσιν⸃ τῆς ἡμέρας; ἐάν τις περιπατῇ ἐν τῇ ἡμέρᾳ, οὐ προσκόπτει, ὅτι τὸ φῶς τοῦ κόσμου τούτου βλέπει· 10 ἐὰν δέ τις περιπατῇ ἐν τῇ νυκτί, προσκόπτει, ὅτι τὸ φῶς οὐκ ἔστιν ἐν αὐτῷ. 11 ταῦτα εἶπεν, καὶ μετὰ τοῦτο λέγει αὐτοῖς· Λάζαρος ὁ φίλος ἡμῶν κεκοίμηται, ἀλλὰ πορεύομαι ἵνα ἐξυπνίσω αὐτόν. 12 εἶπαν οὖν οἱ μαθηταὶ ⸀αὐτῷ· Κύριε, εἰ κεκοίμηται σωθήσεται. 13 εἰρήκει δὲ ὁ Ἰησοῦς περὶ τοῦ θανάτου αὐτοῦ. ἐκεῖνοι δὲ ἔδοξαν ὅτι περὶ τῆς κοιμήσεως τοῦ ὕπνου λέγει. 14 τότε οὖν εἶπεν αὐτοῖς ὁ Ἰησοῦς παρρησίᾳ· Λάζαρος ἀπέθανεν, 15 καὶ χαίρω δι’ ὑμᾶς, ἵνα πιστεύσητε, ὅτι οὐκ ἤμην ἐκεῖ· ἀλλὰ ἄγωμεν πρὸς αὐτόν. 16 εἶπεν οὖν Θωμᾶς ὁ λεγόμενος Δίδυμος τοῖς συμμαθηταῖς· Ἄγωμεν καὶ ἡμεῖς ἵνα ἀποθάνωμεν μετ’ αὐτοῦ.
Lettura Ortodossa1 Era malato un certo ⓘ, dal villaggio di ⓘ e di ⓘ. 2 Era Miryam ⓘ e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello El'azar era malato. 3 Mandarono dunque le sorelle a dirgli: «ⓘ, ecco, ⓘ». 4 Udito ciò, Gesù disse: «Questa malattia ⓘ, ma è ⓘ, ⓘ». 5 ⓘ. 6 ⓘ nel luogo dov'era. 7 Poi, dopo questo, dice ai discepoli: «ⓘ». 8 Gli dicono i discepoli: «ⓘ, ⓘ, e di nuovo vai là?». 9 Rispose Gesù: «ⓘ? ⓘ, perché ⓘ. 10 Ma se uno cammina di notte, ⓘ». 11 Disse queste cose, e poi soggiunge: «ⓘ, ma vado per ⓘ». 12 Dissero allora i discepoli: «Signore, se ⓘ». 13 Aveva detto invece Gesù della sua morte; ⓘ. 14 Allora Gesù disse loro ⓘ: «ⓘ, 15 e ⓘ, ⓘ; ma andiamo da lui». 16 Disse allora ⓘ ai condiscepoli: «ⓘ».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Betania — in aramaico Bet-'Anyah («casa del povero» o «casa di 'Anan») — si trovava sul versante orientale del Monte degli Ulivi, a quindici stadi da Gerusalemme (circa tre chilometri, Gv 11,18). Era il villaggio di Marta, Maria e Lazzaro: una famiglia amica di Gesù, attestata nei vangeli sinottici e in Giovanni. Il nome Lazzaro corrisponde all'ebraico El'azar (אֶלְעָזָר, «Dio ha aiutato»), ampiamente documentato nell'epigrafia funeraria della Giudea del I secolo; non è un nome simbolico costruito dall'evangelista. Maria è identificata anticipatamente con la donna dell'unzione narrata al capitolo 12: una prolessi narrativa che presuppone un pubblico già informato. L'attesa di due giorni (v. 6) prima di ripartire non esprime indifferenza — il testo sottolinea esplicitamente l'affetto duraturo di Gesù per quella famiglia (v. 5, imperfetto ēgápa) — ma prepara narrativamente il «quarto giorno» di v. 17, dettaglio che avrà peso decisivo nel seguito del racconto.

Analisi lessicale

Al v. 3 le sorelle usano philéō («tu ami», phileîs) per descrivere il legame di Gesù con Lazzaro; al v. 5 l'evangelista usa agapáō per lo stesso legame con la stessa famiglia. Nella koinè giovannea i due verbi sono sinonimi (cf. Gv 21,15-17, dove alternano senza variazione di significato): non designano gradi gerarchici di affetto. Il complemento hypèr tês dóxēs toû theoû (v. 4, «per la gloria di Dio») richiama il kavod ha-Shem veterotestamentario — la manifestazione visibile della Presenza divina (cf. Ez 39,21 LXX). La forma verbale doxasthê è un passivum divinum: l'agente sottinteso è Dio; il Figlio viene glorificato, non si glorifica autonomamente. Il v. 9 usa peripatéō («camminare»), verbo che nella tradizione ebraica è termine tecnico dell'osservanza: halakhah deriva da halakh, «camminare». Al v. 11 kekoímētai è perfetto passivo di koimáō: «è stato addormentato», con valore di stato risultante. Al v. 14 Gesù parla parrhēsíāi, con «franchezza aperta», dopo il fraintendimento. Il termine symmathētaîs al v. 16 («condiscepoli») è raro nel greco del Nuovo Testamento e sottolinea la struttura del gruppo come comunità di talmidim attorno a un rabbi.

Fonti ebraiche

L'eufemismo «dormire» per la morte è linguaggio biblico standard. In Genesi 47,30 LXX si legge «sono stato addormentato con i miei padri» (koimēthḗsomai); la formula ritorna in tutto il ciclo dei Re. Il parallelo più diretto a kekoímētai di v. 11 è Daniele 12,2 LXX: «molti di quelli che dormono (koimōménōn) nella polvere della terra si risveglieranno» — testo che articola esplicitamente la speranza della techiyat ha-metim, la risurrezione dei morti nella teologia farisaica del I secolo. Il verbo exypnísō al v. 11 («vado a svegliarlo») riprende la stessa semantica di Giobbe 14,12 LXX, dove exypnízō descrive il risveglio escatologico. Questi paralleli mostrano che il linguaggio del «sonno» non è metafora psicologica né negazione del realismo della morte: è il vocabolario della speranza nella risurrezione, condiviso tra Gesù e i farisei suoi contemporanei. L'imperfetto ezḗtoun al v. 8 («cercavano», conativo) rimanda ai tentativi di lapidazione di Gv 8,59 e 10,31: atti extra-processuali, perché secondo m.Sanhedrin 4,1 nessun tribunale poteva emettere una condanna a morte con seduta notturna o in un giorno solo. Quei gesti erano quindi linciaggi illegali anche secondo la halakhah farisaica. Il titolo Rhabbi al v. 8 traslittera il rabbí ebraico («mio maestro»), titolo dei chakhamim farisei documentato in m.Avot 1,6: il suo uso da parte dei discepoli riconosce la funzione magisteriale di Gesù nell'orizzonte del giudaismo del Secondo Tempio.

Halakhah e dimensione pratica

Il versetto 9 formula una domanda retorica sulle «dodici ore del giorno»: la suddivisione del giorno in dodici parti orarie è attestata in m.Berakhot 1,2 e riflette il computo del tempo nella Palestina del I secolo. La metafora funziona all'interno di quel sistema: chi cammina di giorno non inciampa perché ha luce; chi cammina di notte inciampa perché la luce manca. Il verbo peripatéō («camminare») è qui più che letterale: nella letteratura giudaica il «camminare» designa l'osservanza concreta dei comandamenti (halakhah, da halakh). L'idea che ci sia un tempo determinato per agire — «dodici ore di giorno» — appartiene alla riflessione sapienziale sull'agire umano nel tempo assegnato da Dio. Il gruppo dei discepoli come symmathētaî (v. 16) rispecchia la struttura del talmid che segue il proprio maestro anche nei tragitti fisici pericolosi: la devozione di Tommaso («andiamo anche noi a morire con lui») non è scetticismo, ma fedeltà al maestro nel rischio, coerente con il modello del discepolo che accompagna il rabbi.

Lettura non sostitutiva

Il racconto di Gv 11,1-16 non sostituisce né supera le categorie ebraiche che usa: le assume. La speranza nella risurrezione che affiora nel linguaggio del «sonno» e del «risveglio» era condivisa dalla corrente farisaica del giudaismo del I secolo; Gesù parla all'interno di quell'orizzonte, non contro di esso. I discepoli che obiettano sul pericolo (v. 8), Tommaso che propone di morire insieme al maestro (v. 16): sono figure ebraiche che ragionano con le categorie della fedeltà al maestro e della comunità dei discepoli. «I Giudei» di v. 8 designa le autorità templari di Gerusalemme, non il popolo, né la diaspora, né i galilei: l'imperfetto conativo ezḗtoun indica tentativi reiterati da parte di un gruppo specifico. Leggere quel sintagma come generalizzazione etnica è un errore di referenza, documentato anche dal confronto con Gv 8,59 e 10,31.

Note testuali

  • v. 1-2 — Betania sul versante orientale del Monte degli Ulivi, 15 stadi da Gerusalemme (Gv 11,18). Lazzaro = El'azar (אֶלְעָזָר), «Dio ha aiutato»; nome epigrafico attestato in Giudea del I sec. Maria identificata anticipatamente con la donna dell'unzione (Gv 12): prolessi narrativa.
  • v. 3-5 — phileîs (v. 3) e agapáō (v. 5) sono sinonimi giovannei (cf. Gv 21,15-17): non indicano gradi di affetto diversi. Imperfetto ēgápa (v. 5) = affetto duraturo; esclude indifferenza nell'attesa di v. 6. doxasthê (v. 4) = passivum divinum; agente sottinteso: Dio.
  • v. 8 — Ioudaîoi = autorità templari di Gerusalemme; ezḗtoun = imperfetto conativo, tentativi reiterati (Gv 8,59; 10,31). Rhabbi = traslitterazione di rabbí, titolo dei chakhamim (m.Avot 1,6).
  • v. 11-14 — kekoímētai (perfetto passivo): «è stato addormentato», eufemismo biblico standard (Gn 47,30 LXX; Dn 12,2 LXX). Non nega il realismo della morte; porta in sé la speranza della techiyat ha-metim. exypnísō (futuro): semantica del risveglio escatologico (Gb 14,12 LXX). parrhēsíāi (v. 14): franchezza aperta dopo il fraintendimento.
  • v. 16 — Tommaso Dídymos («il gemello»): soprannome aramaico-greco. symmathētaîs = «condiscepoli», termine raro; sottolinea la struttura della comunità di talmidim. La proposta di Tommaso («andiamo a morire con lui») è devozione coraggiosa, non scetticismo.

Domande Frequenti

Perché Gesù aspetta due giorni prima di andare da Lazzaro?

Il testo esclude l'indifferenza: l'imperfetto ēgápa (v. 5) indica un affetto duraturo verso Marta, Maria e Lazzaro. L'attesa di due giorni prepara narrativamente il «quarto giorno» di v. 17, dettaglio che il racconto utilizzerà nel seguito. Il v. 4 offre la motivazione esplicita: «questa malattia è per la gloria di Dio».

La morte detta «sonno» significa che l'anima è incosciente dopo la morte?

No. Il linguaggio del «sonno» per la morte è un eufemismo biblico standard (Gn 47,30 LXX; Dn 12,2 LXX) condiviso dal giudaismo del I secolo, in particolare dalla corrente farisaica. Non afferma nulla sull'incoscienza dell'anima: porta in sé la speranza della risurrezione, come mostra il parallelo con Dn 12,2 («coloro che dormono nella polvere si risveglieranno»).

Chi sono «i Giudei» che cercavano di lapidare Gesù (v. 8)?

L'espressione designa le autorità templari di Gerusalemme, non il popolo ebraico né la Galilea. L'imperfetto conativo ezḗtoun («cercavano») rimanda ai tentativi di linciaggio di Gv 8,59 e 10,31, che erano atti extra-processuali: secondo m.Sanhedrin 4,1 nessun tribunale poteva emettere una condanna a morte in una sola seduta o di notte.

Tommaso è un personaggio scettico?

In questo passo no. La sua proposta «andiamo anche noi a morire con lui» (v. 16) esprime fedeltà coraggiosa al maestro di fronte al pericolo reale, non dubbio. Il soprannome Dídymos («il gemello») anticipa il personaggio che nel capitolo 20 chiederà prove tangibili: qui la sua reazione è di devozione, pur nell'incomprensione della situazione.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.