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La preghiera sacerdotale — Giovanni 17,1-26

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

La preghiera sacerdotale

1-26
Greco1 Ταῦτα ⸀ἐλάλησεν Ἰησοῦς, καὶ ⸂ἐπάρας τοὺς ὀφθαλμοὺς αὐτοῦ εἰς τὸν οὐρανὸν εἶπεν⸃· Πάτερ, ἐλήλυθεν ἡ ὥρα· δόξασόν σου τὸν υἱόν, ⸀ἵνα ὁ ⸀υἱὸς δοξάσῃ σέ, 2 καθὼς ἔδωκας αὐτῷ ἐξουσίαν πάσης σαρκός, ἵνα πᾶν ὃ δέδωκας αὐτῷ ⸀δώσῃ αὐτοῖς ζωὴν αἰώνιον. 3 αὕτη δέ ἐστιν ἡ αἰώνιος ζωὴ ἵνα γινώσκωσι σὲ τὸν μόνον ἀληθινὸν θεὸν καὶ ὃν ἀπέστειλας Ἰησοῦν Χριστόν. 4 ἐγώ σε ἐδόξασα ἐπὶ τῆς γῆς, τὸ ἔργον ⸀τελειώσας ὃ δέδωκάς μοι ἵνα ποιήσω· 5 καὶ νῦν δόξασόν με σύ, πάτερ, παρὰ σεαυτῷ τῇ δόξῃ ᾗ εἶχον πρὸ τοῦ τὸν κόσμον εἶναι παρὰ σοί. 6 Ἐφανέρωσά σου τὸ ὄνομα τοῖς ἀνθρώποις οὓς ⸀ἔδωκάς μοι ἐκ τοῦ κόσμου. σοὶ ἦσαν κἀμοὶ αὐτοὺς ⸁ἔδωκας, καὶ τὸν λόγον σου τετήρηκαν. 7 νῦν ἔγνωκαν ὅτι πάντα ὅσα ⸀δέδωκάς μοι παρὰ σοῦ ⸀εἰσιν· 8 ὅτι τὰ ῥήματα ἃ ⸀ἔδωκάς μοι δέδωκα αὐτοῖς, καὶ αὐτοὶ ἔλαβον καὶ ἔγνωσαν ἀληθῶς ὅτι παρὰ σοῦ ἐξῆλθον, καὶ ἐπίστευσαν ὅτι σύ με ἀπέστειλας. 9 ἐγὼ περὶ αὐτῶν ἐρωτῶ· οὐ περὶ τοῦ κόσμου ἐρωτῶ ἀλλὰ περὶ ὧν δέδωκάς μοι, ὅτι σοί εἰσιν, 10 καὶ τὰ ἐμὰ πάντα σά ἐστιν καὶ τὰ σὰ ἐμά, καὶ δεδόξασμαι ἐν αὐτοῖς. 11 καὶ οὐκέτι εἰμὶ ἐν τῷ κόσμῳ, καὶ ⸀αὐτοὶ ἐν τῷ κόσμῳ εἰσίν, κἀγὼ πρὸς σὲ ἔρχομαι. πάτερ ἅγιε, τήρησον αὐτοὺς ἐν τῷ ὀνόματί σου ᾧ δέδωκάς μοι, ἵνα ὦσιν ἓν ⸀καθὼς ἡμεῖς. 12 ὅτε ἤμην μετ’ ⸀αὐτῶν ἐγὼ ἐτήρουν αὐτοὺς ἐν τῷ ὀνόματί σου ⸀ᾧ δέδωκάς μοι, ⸀καὶ ἐφύλαξα, καὶ οὐδεὶς ἐξ αὐτῶν ἀπώλετο εἰ μὴ ὁ υἱὸς τῆς ἀπωλείας, ἵνα ἡ γραφὴ πληρωθῇ. 13 νῦν δὲ πρὸς σὲ ἔρχομαι, καὶ ταῦτα λαλῶ ἐν τῷ κόσμῳ ἵνα ἔχωσιν τὴν χαρὰν τὴν ἐμὴν πεπληρωμένην ἐν ⸀ἑαυτοῖς. 14 ἐγὼ δέδωκα αὐτοῖς τὸν λόγον σου, καὶ ὁ κόσμος ἐμίσησεν αὐτούς, ὅτι οὐκ εἰσὶν ἐκ τοῦ κόσμου καθὼς ἐγὼ οὐκ εἰμὶ ἐκ τοῦ κόσμου. 15 οὐκ ἐρωτῶ ἵνα ἄρῃς αὐτοὺς ἐκ τοῦ κόσμου ἀλλ’ ἵνα τηρήσῃς αὐτοὺς ἐκ τοῦ πονηροῦ. 16 ἐκ τοῦ κόσμου οὐκ εἰσὶν καθὼς ἐγὼ ⸂οὐκ εἰμὶ ἐκ τοῦ κόσμου⸃. 17 ἁγίασον αὐτοὺς ἐν τῇ ⸀ἀληθείᾳ· ὁ λόγος ὁ σὸς ἀλήθειά ἐστιν. 18 καθὼς ἐμὲ ἀπέστειλας εἰς τὸν κόσμον, κἀγὼ ἀπέστειλα αὐτοὺς εἰς τὸν κόσμον· 19 καὶ ὑπὲρ αὐτῶν ἐγὼ ἁγιάζω ἐμαυτόν, ἵνα ⸂ὦσιν καὶ αὐτοὶ⸃ ἡγιασμένοι ἐν ἀληθείᾳ. 20 Οὐ περὶ τούτων δὲ ἐρωτῶ μόνον, ἀλλὰ καὶ περὶ τῶν πιστευόντων διὰ τοῦ λόγου αὐτῶν εἰς ἐμέ, 21 ἵνα πάντες ἓν ὦσιν, καθὼς σύ, ⸀πάτερ, ἐν ἐμοὶ κἀγὼ ἐν σοί, ἵνα καὶ αὐτοὶ ἐν ⸀ἡμῖν ὦσιν, ἵνα ὁ κόσμος ⸀πιστεύῃ ὅτι σύ με ἀπέστειλας. 22 κἀγὼ τὴν δόξαν ἣν δέδωκάς μοι δέδωκα αὐτοῖς, ἵνα ὦσιν ἓν καθὼς ἡμεῖς ⸀ἕν, 23 ἐγὼ ἐν αὐτοῖς καὶ σὺ ἐν ἐμοί, ἵνα ὦσιν τετελειωμένοι εἰς ἕν, ⸀ἵνα γινώσκῃ ὁ κόσμος ὅτι σύ με ἀπέστειλας καὶ ἠγάπησας αὐτοὺς καθὼς ἐμὲ ἠγάπησας. 24 ⸀πάτερ, ⸀ὃ δέδωκάς μοι, θέλω ἵνα ὅπου εἰμὶ ἐγὼ κἀκεῖνοι ὦσιν μετ’ ἐμοῦ, ἵνα θεωρῶσιν τὴν δόξαν τὴν ἐμὴν ἣν ⸀δέδωκάς μοι, ὅτι ἠγάπησάς με πρὸ καταβολῆς κόσμου. 25 ⸀Πάτερ δίκαιε, καὶ ὁ κόσμος σε οὐκ ἔγνω, ἐγὼ δέ σε ἔγνων, καὶ οὗτοι ἔγνωσαν ὅτι σύ με ἀπέστειλας, 26 καὶ ἐγνώρισα αὐτοῖς τὸ ὄνομά σου καὶ γνωρίσω, ἵνα ἡ ἀγάπη ἣν ἠγάπησάς με ἐν αὐτοῖς ᾖ κἀγὼ ἐν αὐτοῖς.
Lettura Ortodossa1 «Padre, è venuta l'ⓘ: glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glorifichi te. 2 Gli hai dato potere su ogni carne, perché dia la vita eterna a quanti gli hai dato. 3 ⓘ. 4 Io ti ho glorificato sulla terra, ⓘ. 5 ⓘ. 6 ⓘ che mi hai dato, ⓘ. 7 Ora hanno conosciuto che ⓘ. 8 Le ⓘ, e le hanno accolte. 9 ⓘ. 10 Tutto il mio è tuo e il tuo è mio. 11 ⓘ, perché ⓘ. 12 Nessuno di loro è andato perduto, se non il ⓘ. 13 Dico questo perché ⓘ. 14 Ho dato loro la tua parola, e ⓘ. 15 Non prego che tu li ⓘ. 17 ⓘ. 18 ⓘ. 19 ⓘ. 20 Non prego solo per questi, ma per quanti crederanno per la loro parola: 21 ⓘ; come tu, Padre, sei in me e io in te. 22 ⓘ. 23 Io in loro e tu in me, ⓘ. 24 Padre, voglio che siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, ⓘ. 25 ⓘ. 26 ⓘ, perché l'amore con cui mi hai amato sia in essi».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Giovanni 17 si colloca nella notte del giovedì, alla vigilia dell'arresto nel Getsemani. Nell'economia narrativa del quarto vangelo, il capitolo è preceduto dai discorsi di addio (Gv 13–16) e costituisce il vertice della sezione prima della passione. La preghiera è rivolta al Padre in presenza dei discepoli: ha un carattere pubblico e trasparente, non segreto. Il contesto storico è quello di una comunità giudaica del I secolo in cui il termine greco hṓra («ora») funge da indicatore narrativo ricorrente dell'ora decisiva della passione-glorificazione (cf. Gv 12,23; 16,32). Gesù si presenta come shaliach — inviato con mandato specifico e delimitato —, non come figura di culto misterioso. La preghiera è strutturata in tre movimenti: il Figlio prega per la propria glorificazione (vv. 1–5), per i discepoli presenti (vv. 6–19) e per quanti crederanno attraverso di loro (vv. 20–26).

Analisi lessicale

Al v. 3, τὸν μόνον ἀληθινὸν θεόν («l'unico vero Dio») è un'affermazione monoteista esplicita: il Padre è l'unico vero Dio, mentre Gesù è «colui che hai mandato» (ὃν ἀπέστειλας). Il verbo γινώσκωσι (v. 3) corrisponde all'ebraico yd' / da'at: non conoscenza intellettuale o iniziatica di tipo greco, ma relazione viva di alleanza con Dio. La δόξα / kavod (vv. 1.5.22.24) è la gloria di YHWH visibile nel Figlio e destinata a essere condivisa con i discepoli. L'espressione τὸ ὄνομά σου (vv. 6.11.26) rimanda al ha-Shem giudaico: manifestare il Nome significa svelare l'identità stessa di YHWH. Al v. 11, ἕν è neutro greco — unità di comunione e di amore, non fusione ontologica di persone. Il verbo ἁγιάζω / hagiázō (vv. 17.19) è il greco della parola ebraica qadash (consacrare, rendere santo), con un fondamento sacerdotale e levítico. Infine, ἀλήθεια (v. 17) traduce l'ebraico emet — fedeltà, verità concreta della Parola di Dio — non il concetto astratto di verità della filosofia greca.

Fonti ebraiche

La «gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (v. 5) e l'«amore prima della creazione del mondo» (v. 24: πρὸ καταβολῆς κόσμου) risuonano con la figura della Sapienza/Hokhma di Proverbi 8,22-30 (LXX/TM): «il Signore mi ha creato all'inizio della sua via, prima delle sue opere di allora» — la Sapienza «accanto» a Dio da principio. Il Libro della Sapienza (Sap 7,25-26) descrive la Sophia come «emanazione» e «irradiazione» di Dio: un linguaggio affine alla pre-esistenza giovannea, che va reso fedelmente senza caricare retroattivamente le definizioni dei concili di Nicea o Calcedonia. La teologia del Nome in Gv 17,6.11.26 trova il suo sfondo diretto in Numeri 6,27 («pongano il mio Nome sui figli d'Israele»), dove il Nome divino è affidato ai sacerdoti come protezione e benedizione. Al v. 17, «la tua parola è verità» (emet) richiama direttamente il Salmo 119,142 (LXX 118,142): «la tua legge è verità». La consacrazione nella verità (hagiázō, v. 17) richiama il Levitico 19,2 («siate santi perché io sono santo»): linguaggio sacerdotale e della purità che attraversa tutto il Primo Testamento. Il tema del Qiddush ha-Shem (santificazione del Nome divino) informa la preghiera: custodire i discepoli «nel Nome» (v. 11) è un atto di protezione e di fedeltà all'alleanza.

Halakhah e dimensione pratica

La struttura del shaliach — l'inviato con mandato specifico che agisce in nome di chi lo manda — è una categoria giuridica e pratica del giudaismo del I secolo: il mandante che invia lo shaliach gli conferisce piena autorità nell'ambito del mandato. In Giovanni 17, Gesù è shaliach del Padre (vv. 3.8.18.25), e a sua volta invia i discepoli con lo stesso schema: «come tu mi hai inviato... anch'io li ho inviati» (v. 18). La Mishnah Avot testimonia la trasmissione a catena del mandato nella letteratura tannaita (la Torah fu trasmessa da Mosè, ai profeti, alla Grande Assemblea). Al v. 15, «non che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal Maligno» (ἐκ τοῦ πονηροῦ) nega esplicitamente qualsiasi separazione ascetica o fuga dal mondo: i discepoli restano nel creato, con il compito concreto di essere inviati (v. 18). La santificazione (qadash, v. 17) non è riservata a un gruppo iniziatico: la parola di Dio — emet, fedeltà/verità concreta — è il mezzo della santificazione, accessibile a tutti. Al v. 12, «figlio della perdizione» (υἱὸς τῆς ἀπωλείας) è un genitivo qualitativo semitico — costruzione dello stato costrutto — che indica la condizione di Giuda («destinato alla perdizione»), non un giudizio sul popolo ebraico.

Lettura non sostitutiva

Il monoteismo di Gv 17,3 («te, l'unico vero Dio») non deve essere letto come svalutazione del Figlio, né come argomento per teologie adozioniste o subordinazioniste. Il versetto afferma la distinzione tra il Padre e il Figlio-inviato, non una gerarchia ontologica. Il linguaggio della pre-esistenza (vv. 5.24) attinge alla tradizione sapienziale giudaica: va reso fedelmente, senza né deflazionarne la portata né sovraccaricarlo con categorie conciliari posteriori. L'unità («che siano una cosa sola», v. 21) è proposta come modello per i credenti — un'unità di comunione e di amore — il che presuppone la distinzione delle persone, non la loro identità numerica. Gesù afferma di aver «custodito» i discepoli nel Nome del Padre (v. 12), con il verbo tēréō / shamar (custodire la parola del patto): il testo rimanda alla pratica ebraica della fedeltà all'alleanza, senza sostituire Israele con la comunità dei credenti. La preghiera è rivolta al Padre da parte del Figlio: la struttura dialogica esclude ogni lettura che fonda le due figure in un'unica identità indistinta.

Note testuali

  • v. 1 — ὥρα (hṓra): termine tecnico giovanneo della passione-glorificazione (cf. Gv 12,23; 16,32); non semplice indicazione temporale.
  • v. 3 — τὸν μόνον ἀληθινὸν θεόν: superlativo qualitativo, non comparativo; afferma il monoteismo del Padre. ἀπέστειλας: radice apostellō = shaliach, con mandato delimitato.
  • v. 5.24 — πρὸ τοῦ τὸν κόσμον εἶναι / πρὸ καταβολῆς κόσμου: formula di pre-esistenza (cf. Ef 1,4; 1Pt 1,20); parallelo con Pr 8,22-30 e Sap 7,25-26.
  • v. 6.11.26 — τὸ ὄνομά σου: ha-Shem; «manifestare» e «custodire nel Nome» è categoria centrale nel giudaismo del I sec. (cf. Nm 6,27).
  • v. 11.21-23 — ἕν: neutro greco = unità di comunione, non identità numerica; il modello è l'unione Padre-Figlio applicata ai discepoli.
  • v. 12 — υἱὸς τῆς ἀπωλείας: genitivo qualitativo semitico (stato costrutto) = «destinato alla perdizione»; ἵνα ἡ γραφὴ πληρωθῇ: compimento scritturistico.
  • v. 15 — ἐκ τοῦ πονηροῦ: «dal Maligno» (personale); anti-fuga gnostica esplicita.
  • v. 17 — ἁγίασον ἐν τῇ ἀληθείᾳ: hagiázō = qadash (cf. Lv 19,2); ἀλήθεια = emet (cf. Sal 119,142); la verità santificante è la Parola, non un sapere iniziatico.

Domande Frequenti

Perché Gesù chiama il Padre «l'unico vero Dio» senza includersi?

In Giovanni 17,3 Gesù parla come shaliach — inviato con mandato specifico. Il versetto afferma il monoteismo del Padre e la distinzione tra il Padre e il Figlio-inviato, non una gerarchia ontologica definitiva. La struttura dialogica della preghiera (il Figlio che prega il Padre) presuppone la distinzione delle persone.

Cosa significa «conoscere» Dio nel senso di questo testo?

Il verbo greco ginṓskō corrisponde all'ebraico yd' / da'at: non conoscenza intellettuale o iniziatica, ma relazione viva di alleanza. «Conoscere Dio» in senso biblico è entrare in un legame di fedeltà reciproca, come accade tra sposi o tra un popolo e il suo Signore.

«Che siano una cosa sola» significa che tutti i cristiani debbano fondersi in un'unica istituzione?

No. Il termine greco hén è neutro e indica unità di comunione e di amore — lo stesso tipo di unità che esiste tra il Padre e il Figlio, i quali rimangono distinti. Il versetto è un modello relazionale, non un programma di fusione istituzionale.

Qual è il significato della «gloria prima che il mondo fosse»?

Il linguaggio di Gv 17,5.24 attinge alla tradizione sapienziale giudaica: la Sapienza/Hokhma di Proverbi 8,22-30 è «presso Dio da principio», e il Libro della Sapienza (7,25-26) la descrive come irradiazione divina. Il testo va reso fedelmente come linguaggio di pre-esistenza, senza né deflazionarlo né sovraccaricarlo con definizioni dei concili posteriori.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.