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La crocifissione — Giovanni 19,17-30

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

La crocifissione

Gv 19,17-30·NA28·73/84·// Mt 27,32-50·Mc 15,21-37·Lc 23,26-46
Γολγοθᾶ=Golgota (luogo del Cranio)גֻּלְגֹּלֶת gulgoletχιτὼν ἄραφος=tunica senza cuciture (veste sacerdotale Es 28,32)ὑσσώπῳ=issopo (Pesach — Es 12,22)γύναι=donna (registro alto, vocativo)τετέλεσται=è compiuto (conclusione sacrificio)παρέδωκεν τὸ πνεῦμα=consegnò lo Spirito (atto volontario)
Venerdì Santo — Passione del Signore (Gv 18,1-19,42)
17-30
Greco17 καὶ βαστάζων ⸂αὑτῷ τὸν σταυρὸν⸃ ἐξῆλθεν εἰς ⸀τὸν λεγόμενον Κρανίου Τόπον, ⸀ὃ λέγεται Ἑβραϊστὶ Γολγοθα, 18 ὅπου αὐτὸν ἐσταύρωσαν, καὶ μετ’ αὐτοῦ ἄλλους δύο ἐντεῦθεν καὶ ἐντεῦθεν, μέσον δὲ τὸν Ἰησοῦν. 19 ἔγραψεν δὲ καὶ τίτλον ὁ Πιλᾶτος καὶ ἔθηκεν ἐπὶ τοῦ σταυροῦ· ἦν δὲ γεγραμμένον· Ἰησοῦς ὁ Ναζωραῖος ὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων. 20 τοῦτον οὖν τὸν τίτλον πολλοὶ ἀνέγνωσαν τῶν Ἰουδαίων, ὅτι ἐγγὺς ἦν ὁ τόπος τῆς πόλεως ὅπου ἐσταυρώθη ὁ Ἰησοῦς· καὶ ἦν γεγραμμένον Ἑβραϊστί, ⸂Ῥωμαϊστί, Ἑλληνιστί⸃. 21 ἔλεγον οὖν τῷ Πιλάτῳ οἱ ἀρχιερεῖς τῶν Ἰουδαίων· Μὴ γράφε· Ὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων, ἀλλ’ ὅτι ἐκεῖνος εἶπεν Βασιλεὺς ⸂τῶν Ἰουδαίων εἰμί⸃. 22 ἀπεκρίθη ὁ Πιλᾶτος· Ὃ γέγραφα γέγραφα. 23 οἱ οὖν στρατιῶται ὅτε ἐσταύρωσαν τὸν Ἰησοῦν ἔλαβον τὰ ἱμάτια αὐτοῦ καὶ ἐποίησαν τέσσαρα μέρη, ἑκάστῳ στρατιώτῃ μέρος, καὶ τὸν χιτῶνα. ἦν δὲ ὁ χιτὼν ἄραφος, ἐκ τῶν ἄνωθεν ὑφαντὸς δι’ ὅλου· 24 εἶπαν οὖν πρὸς ἀλλήλους· Μὴ σχίσωμεν αὐτόν, ἀλλὰ λάχωμεν περὶ αὐτοῦ τίνος ἔσται· ἵνα ἡ γραφὴ πληρωθῇ ⸂ἡ λέγουσα⸃· Διεμερίσαντο τὰ ἱμάτιά μου ἑαυτοῖς καὶ ἐπὶ τὸν ἱματισμόν μου ἔβαλον κλῆρον. Οἱ μὲν οὖν στρατιῶται ταῦτα ἐποίησαν. 25 Εἱστήκεισαν δὲ παρὰ τῷ σταυρῷ τοῦ Ἰησοῦ ἡ μήτηρ αὐτοῦ καὶ ἡ ἀδελφὴ τῆς μητρὸς αὐτοῦ, Μαρία ἡ τοῦ Κλωπᾶ καὶ Μαρία ἡ Μαγδαληνή. 26 Ἰησοῦς οὖν ἰδὼν τὴν μητέρα καὶ τὸν μαθητὴν παρεστῶτα ὃν ἠγάπα λέγει τῇ ⸀μητρί· Γύναι, ⸀ἴδε ὁ υἱός σου· 27 εἶτα λέγει τῷ μαθητῇ· ⸀Ἴδε ἡ μήτηρ σου. καὶ ἀπ’ ἐκείνης τῆς ὥρας ἔλαβεν ὁ μαθητὴς αὐτὴν εἰς τὰ ἴδια. 28 Μετὰ τοῦτο ⸀εἰδὼς ὁ Ἰησοῦς ὅτι ⸂ἤδη πάντα⸃ τετέλεσται ἵνα τελειωθῇ ἡ γραφὴ λέγει· Διψῶ. 29 ⸀σκεῦος ἔκειτο ὄξους μεστόν· ⸂σπόγγον οὖν μεστὸν τοῦ⸃ ὄξους ⸀ὑσσώπῳ περιθέντες προσήνεγκαν αὐτοῦ τῷ στόματι. 30 ὅτε οὖν ἔλαβεν τὸ ὄξος ὁ Ἰησοῦς εἶπεν· Τετέλεσται, καὶ κλίνας τὴν κεφαλὴν παρέδωκεν τὸ πνεῦμα.
Lettura Ortodossa17 Ed egli ⓘ ⓘ, ⓘ, 18 ⓘ, ⓘ, uno di qua e uno di là, e ⓘ. 19 ⓘ e lo pose sopra la croce; vi era scritto: «ⓘ». 20 ⓘ, perché vicino era il luogo dove ⓘ; ed era scritto ⓘ. 21 Dicevano dunque a Pilato gli ⓘ: «Non scrivere: il re dei giudaiti, ma che egli ha detto: Sono re dei giudaiti». 22 Rispose Pilato: «ⓘ». 23 ⓘ dunque, ⓘ, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la ⓘ. Era la tunica ⓘ, tessuta tutta d'un pezzo dall'alto. 24 ⓘ, ma tiriamo a sorte di chi sarà»; affinché ⓘ: «ⓘ». E i soldati fecero queste cose. 25 ⓘ di Gesù sua madre, e la sorella di sua madre, Maria di Clopa, e Maria ⓘ. 26 Gesù allora, vedendo la madre e ⓘ accanto, dice alla madre: «ⓘ»; 27 poi dice al discepolo: «ⓘ». E ⓘ. 28 Dopo questo, ⓘ, ⓘ dice: «ⓘ». 29 Era posto là un vaso pieno di ⓘ; ⓘ accostarono alla sua bocca. 30 Quando dunque prese l'aceto, Gesù disse: «ⓘ»; e chinato il capo, ⓘ.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

La crocifissione di Giovanni 19,17-30 si colloca nel contesto del dominio romano sulla provincia di Iudaea sotto Ponzio Pilato (26-36 d.C.), governatore equestre dipendente dal legato di Siria. La pena capitale per crocifissione appartiene esclusivamente al ius gladii romano — Tacito (Ann. XV,44) conferma che Gesù fu giustiziato sotto Pilato — mentre la halakhah giudaica prevedeva la lapidazione (sqila) per la blasfemia (m.Sanhedrin 7,4), non la crocifissione. Il titulus con il capo d'accusa era prassi documentata nelle esecuzioni romane (Svetonio, Cal. 32). La triglossia dell'iscrizione — ebraico/aramaico, latino, greco — riflette l'amministrazione della Iudaea: ebraico per la popolazione locale, latino lingua dell'imperium, greco lingua franca. La scena si svolge al Golgota (golgolta, aramaico: «cranio»), fuori dalle mura di Gerusalemme, nel periodo pasquale in cui nel Tempio venivano immolati gli agnelli del korban Pesach.

Analisi lessicale

Il termine títlos (v.19) è il titulus latino, cartello d'accusa romano (causa damnationis). Il titolo basileùs tôn Ioudaíōn — «re dei Giudei/d'Israele» — è titolo regale-messianico distinto dall'uso narrativo di hoi Ioudaîoi, che al v.20 designa gli abitanti della Giudea presenti come folla mista, non una categoria etnica omogenea. Áraphos (v.23: «senza cuciture») è hapax del Nuovo Testamento: tessuto «dall'alto attraverso tutto», con possibile risonanza con il chetonet del sommo sacerdote (m.Yoma 7,5). Gýnai (v.26) è vocativo solenne, non freddo, come a Cana (Gv 2,4). Dipsô (v.28) è presente reale, corporeo, anti-docetico. Tetélestai (v.30) è perfetto passivo (passivum divinum): «è stato portato a compimento» — radice tel- di telos, «fine/compimento»; in ebraico richiama il shlichùt portato a termine. Parédōken tò pneûma (v.30): il verbo paradídōmi connota trasmissione volontaria, atto sovrano; pneûma va ancorato alla matrice ebraica di ruach, non a un dualismo platonico corpo/anima.

Fonti ebraiche

La trama narrativa è costruita come midrash di adempimento delle Scritture d'Israele. La divisione delle vesti e il sorteggio della tunica (vv.23-24) adempiono esplicitamente il Salmo 22,19 (LXX 21,19): «Si divisero le mie vesti tra loro e sulla mia veste gettarono la sorte» — Giovanni cita con formula hína plērōthê hē graphē. Il Salmo 22 è il salmo del giusto sofferente, usato come midrash narrativo della passione. «Ho sete» (v.28) compie il Salmo 69,22 (LXX 68,22) e richiama Salmo 22,16. L'hyssōpos (v.29) richiama Esodo 12,22, dove l'issopo serve per aspergere il sangue dell'agnello pasquale sugli stipiti: Giovanni costruisce il parallelismo con il vero Agnello (Gv 1,29; 19,36 cita Es 12,46 «non gli sarà spezzato alcun osso»), che muore precisamente mentre nel Tempio si immolavano gli agnelli. Il Nazōraîos richiama Isaia 11,1 (netzer, germoglio davidico). La possibile eco della veste sacerdotale (áraphos/Es 28; Giuseppe Flavio) apre un typos sacerdotale: Gesù come sommo sacerdote escatologico.

Halakhah e dimensione pratica

L'esecuzione capitale appartiene al diritto romano (ius gladii), non alla giurisdizione del Sinedrio: la halakhah non prevedeva la crocifissione, e il processo formale di condanna è pilastiano, non sanhedrico (m.Sanhedrin 4,1 stabilisce le procedure di giudizio capitali ebraiche, inapplicabili qui). L'archiereîs — l'oligarchia sadducea del Tempio (Caifa, Anna, cf. Giuseppe Flavio, AJ 18,33-35) — non è «i Giudei» bensì un gruppo minoritario collaborazionista; i Saddoukaîoi controllavano il sommo sacerdozio (At 5,17). L'atto di affidamento al v.26-27 («Donna, ecco tuo figlio… ecco tua madre», con eis tà ídia, «nelle proprie cose», v.27) ha struttura di atto giuridico di accoglienza tutoriale: costituisce una nuova unità familiare presso la croce, rilevante per il diritto di tutela (apotropos). Il concetto di shlichùt (mandato giuridico del mandatario) — «sheliaḥ adam kemoto», m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a — informa il tetélestai: il Figlio-shaliach porta a termine l'opera affidata (cf. Gv 4,34; 17,4), restituendo il mandato al Padre con la paradosis del v.30. Il verbo parédōken usa il medesimo campo semantico della trasmissione halakhica (paradosis).

Lettura non sostitutiva

Giovanni 19,17-30 non è un documento di sostituzione di Israele bensì di compimento delle Scritture d'Israele nella loro integralità. Il tetélestai richiama Matteo 5,17: «Non sono venuto ad abolire ma a compiere». Ogni elemento narrativo — il Salmo 22, il Salmo 69, l'issopo di Esodo 12, l'agnello pasquale, la veste sacerdotale — è radicato nel corpus scritturistico ebraico e lo porta a pienezza senza annullarlo. L'iscrizione trilingue proclama la regalità messianica non come superamento di Israele ma come apertura universale della promessa davidica a tutti i popoli. L'archiereîs che protesta la formulazione è l'oligarchia sadducea del Tempio, non il popolo (laos) né i perushim (farisei), qui assenti dalla scena. I perushim non sono i responsabili della passione: la responsabilità formale è di Pilato e dell'oligarchia templare collaborazionista. La morte corporea e reale (aceto, issopo, spirito consegnato) esclude qualsiasi lettura docetista o gnostico-anomica: non un mito cosmico, ma un evento storico in carne e ossa (basar), compimento dell'alleanza.

Note testuali

  • v.17 — bastázōn hautô tòn staurón: «portando per sé la croce» — il condannato porta il patibulum (traversa orizzontale), procedura romana standard (cf. Plutarco, Mor. 554a); Golgothâ: aramaico golgolta = «cranio», tradotto per il lettore ellenofono — segnale di Sitz im Leben palestinese.
  • vv.19-22 — títlos: cartello d'accusa romano (causa damnationis), iniziativa di Pilato; basileùs tôn Ioudaíōn: titolo regale-messianico, accusa politica di sedizione, ironicamente vera; Hebraïstí, Rhōmaïstí, Hellēnistí: triglossia dell'amministrazione romana; Hò gégrapha gégrapha: perfetto performativo — irrevocabilità giuridica del decreto.
  • vv.23-24 — hoi stratiôtai: soldati romani, esecutori materiali; áraphos: hapax NT, tunica «senza cuciture dall'alto», eco di m.Yoma 7,5 (chetonet del kohen gadol); adempimento del Salmo 22,19 (LXX 21,19) con formula esplicita.
  • vv.26-27 — gýnai: vocativo solenne (cf. Gv 2,4); eis tà ídia: formula giuridica di accoglienza tutoriale; istituzione di nuova unità familiare.
  • vv.28-29 — Dipsô: presente corporeo (anti-docetico), adempie Salmo 69,22 e 22,16; hyssōpos: richiama Es 12,22 (aspersione pasquale); óxos: posca, vino diluito dei soldati, non gesto di scherno.
  • v.30 — Tetélestai: perfetto passivo (passivum divinum), «portato a compimento» (cf. Gv 4,34; 17,4), non «finito»; parédōken tò pneûma: trasmissione volontaria (paradosis), morte sovrana e libera (cf. Gv 10,18), anti-docetismo.

Domande Frequenti

Perché l'iscrizione è scritta in tre lingue?

La triglossia riflette l'amministrazione romana della Iudaea: ebraico/aramaico per la popolazione locale, latino lingua dell'imperium, greco lingua franca. Per Giovanni significa la proclamazione universale della regalità messianica a tutti i popoli, non solo a Israele.

Chi sono concretamente gli archiereîs che protestano a Pilato?

Sono l'oligarchia sadducea del Tempio — Caifa, Anna e il loro gruppo — collaborazionisti con Roma (Giuseppe Flavio, AJ 18,33-35). Non rappresentano «i Giudei» come popolo né i farisei (perushim), assenti da questa scena.

Cosa significa esattamente tetélestai?

È perfetto passivo greco, passivum divinum: «è stato portato a compimento». La radice tel- indica telos, fine/compimento. Richiama il shlichùt (mandato) del Figlio: l'opera affidata dal Padre è conclusa, non abbandonata (cf. Gv 4,34; 17,4).

Perché Giovanni menziona l'issopo e cosa aggiunge alla scena?

L'hyssōpos richiama Esodo 12,22, dove l'issopo serve per aspergere il sangue dell'agnello pasquale. Giovanni costruisce il parallelismo: Gesù muore come vero Agnello pasquale (Gv 1,29; 19,36 cita Es 12,46) nel momento stesso in cui nel Tempio si immolavano gli agnelli.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.