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La tristezza si cambierà in gioia — Giovanni 16,16-33

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

La tristezza si cambierà in gioia

16-33
Greco16 Μικρὸν καὶ ⸀οὐκέτι θεωρεῖτέ με, καὶ πάλιν μικρὸν καὶ ὄψεσθέ ⸀με. 17 εἶπαν οὖν ἐκ τῶν μαθητῶν αὐτοῦ πρὸς ἀλλήλους· Τί ἐστιν τοῦτο ὃ λέγει ἡμῖν· Μικρὸν καὶ οὐ θεωρεῖτέ με, καὶ πάλιν μικρὸν καὶ ὄψεσθέ με; καί· ⸀Ὅτι ὑπάγω πρὸς τὸν πατέρα; 18 ἔλεγον οὖν· ⸂Τί ἐστιν τοῦτο⸃ ὃ ⸀λέγει μικρόν; οὐκ οἴδαμεν τί λαλεῖ. 19 ⸀ἔγνω Ἰησοῦς ὅτι ἤθελον αὐτὸν ἐρωτᾶν, καὶ εἶπεν αὐτοῖς· Περὶ τούτου ζητεῖτε μετ’ ἀλλήλων ὅτι εἶπον· Μικρὸν καὶ οὐ θεωρεῖτέ με, καὶ πάλιν μικρὸν καὶ ὄψεσθέ με; 20 ἀμὴν ἀμὴν λέγω ὑμῖν ὅτι κλαύσετε καὶ θρηνήσετε ὑμεῖς, ὁ δὲ κόσμος χαρήσεται· ⸀ὑμεῖς λυπηθήσεσθε, ἀλλ’ ἡ λύπη ὑμῶν εἰς χαρὰν γενήσεται. 21 ἡ γυνὴ ὅταν τίκτῃ λύπην ἔχει, ὅτι ἦλθεν ἡ ὥρα αὐτῆς· ὅταν δὲ γεννήσῃ τὸ παιδίον, οὐκέτι μνημονεύει τῆς θλίψεως διὰ τὴν χαρὰν ὅτι ἐγεννήθη ἄνθρωπος εἰς τὸν κόσμον. 22 καὶ ὑμεῖς οὖν ⸂νῦν μὲν λύπην⸃ ἔχετε· πάλιν δὲ ὄψομαι ὑμᾶς, καὶ χαρήσεται ὑμῶν ἡ καρδία, καὶ τὴν χαρὰν ὑμῶν οὐδεὶς ⸀αἴρει ἀφ’ ὑμῶν. 23 καὶ ἐν ἐκείνῃ τῇ ἡμέρᾳ ἐμὲ οὐκ ἐρωτήσετε οὐδέν· ἀμὴν ἀμὴν λέγω ὑμῖν, ⸂ἄν τι⸃ αἰτήσητε τὸν πατέρα ⸂δώσει ὑμῖν ἐν τῷ ὀνόματί μου⸃. 24 ἕως ἄρτι οὐκ ᾐτήσατε οὐδὲν ἐν τῷ ὀνόματί μου· αἰτεῖτε καὶ λήμψεσθε, ἵνα ἡ χαρὰ ὑμῶν ᾖ πεπληρωμένη. 25 Ταῦτα ἐν παροιμίαις λελάληκα ὑμῖν· ⸀ἔρχεται ὥρα ὅτε οὐκέτι ἐν παροιμίαις λαλήσω ὑμῖν ἀλλὰ παρρησίᾳ περὶ τοῦ πατρὸς ⸀ἀπαγγελῶ ὑμῖν. 26 ἐν ἐκείνῃ τῇ ἡμέρᾳ ἐν τῷ ὀνόματί μου αἰτήσεσθε, καὶ οὐ λέγω ὑμῖν ὅτι ἐγὼ ἐρωτήσω τὸν πατέρα περὶ ὑμῶν· 27 αὐτὸς γὰρ ὁ πατὴρ φιλεῖ ὑμᾶς, ὅτι ὑμεῖς ἐμὲ πεφιλήκατε καὶ πεπιστεύκατε ὅτι ἐγὼ παρὰ τοῦ ⸀θεοῦ ἐξῆλθον. 28 ἐξῆλθον ⸀ἐκ τοῦ πατρὸς καὶ ἐλήλυθα εἰς τὸν κόσμον· πάλιν ἀφίημι τὸν κόσμον καὶ πορεύομαι πρὸς τὸν πατέρα. 29 ⸀Λέγουσιν οἱ μαθηταὶ αὐτοῦ· Ἴδε νῦν ⸀ἐν παρρησίᾳ λαλεῖς, καὶ παροιμίαν οὐδεμίαν λέγεις. 30 νῦν οἴδαμεν ὅτι οἶδας πάντα καὶ οὐ χρείαν ἔχεις ἵνα τίς σε ἐρωτᾷ· ἐν τούτῳ πιστεύομεν ὅτι ἀπὸ θεοῦ ἐξῆλθες. 31 ἀπεκρίθη ⸀αὐτοῖς Ἰησοῦς· Ἄρτι πιστεύετε; 32 ἰδοὺ ἔρχεται ὥρα ⸀καὶ ἐλήλυθεν ἵνα σκορπισθῆτε ἕκαστος εἰς τὰ ἴδια κἀμὲ μόνον ἀφῆτε· καὶ οὐκ εἰμὶ μόνος, ὅτι ὁ πατὴρ μετ’ ἐμοῦ ἐστιν. 33 ταῦτα λελάληκα ὑμῖν ἵνα ἐν ἐμοὶ εἰρήνην ἔχητε· ἐν τῷ κόσμῳ θλῖψιν ἔχετε, ἀλλὰ θαρσεῖτε, ἐγὼ νενίκηκα τὸν κόσμον.
Lettura Ortodossa16 ⓘ. 19 ⓘ: 20 «ⓘ: voi ⓘ. Sarete nella ⓘ. 21 ⓘ. 22 Così anche voi: ora siete nel dolore, ma ⓘ, e ⓘ. 23 In quel giorno ⓘ. ⓘ: ⓘ ⓘ, ve la darà. 27 ⓘ ⓘ. 28 ⓘ». 33 Vi ho detto questo perché abbiate ⓘ. ⓘ, ma ⓘ: ⓘ!».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Giovanni 16,16-33 appartiene al discorso di addio (cc. 13–17), pronunciato nella notte prima della passione. Gesù si rivolge ai discepoli in un momento di rottura imminente: l'assenza breve («ancora un poco») anticipa la morte, il ritrovamento anticipa la risurrezione. Il v. 33 — «io ho vinto il mondo» — chiude l'intero discorso con una dichiarazione in forma di perfetto greco (neníkēka), che indica una vittoria già acquisita e perdurante. Il contesto è quello del mandato del Figlio-inviato (shaliach): «sono uscito dal Padre, sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo e vado al Padre» (v. 28). Lo schema uscita–presenza–ritorno è il cuore del movimento del Figlio dentro la storia, non un'evasione da essa.

Analisi lessicale

Il testo greco porta distinzioni che le traduzioni spesso appiattiscono. La parola lýpē (tristezza, dolore, vv. 20-22) non è sostituita dalla charà (gioia): il verbo usato è genḗsetai («si trasformerà in gioia»), cioè metamorfosi, non cancellazione. La tristezza genera la gioia come le doglie generano la vita.

Kósmos (v. 33) designa in questo contesto il sistema ostile a Dio — l'incredulità organizzata che «si rallegra» mentre i discepoli piangono (v. 20) — non il creato buono come opera di Dio. Thlîpsis (tribolazione, v. 33) è reale e concreta: «nel mondo avete tribolazione» è un'affermazione al presente, non una promessa futura rimossa. La eirḗnē promessa (v. 33) è lo shalom che coesiste con la tribolazione, non l'assenza di essa.

Al v. 27 il Padre «ama» (phileî) con philéō, termine che porta la sfumatura dell'affetto-amicizia, distinto da agapáō. Al v. 23 si distingue aitéō (chiedere, domandare — la richiesta orante) da erōtáō (interrogare — la domanda rivolta a Gesù che cesserà quando la conoscenza sarà piena). Tharseîte (v. 33) è imperativo presente: «continuate ad aver coraggio», esortazione continuativa, non promessa di immunità.

Fonti ebraiche

L'immagine della donna in travaglio (v. 21: hē gynḕ hótan tíktēi) non è un'invenzione giovannea: radica nel corpus profetico di Isaia. In Is 26,17 Israele è «come una partoriente» nel passaggio doloroso verso la nascita nuova; in Is 66,7-9 «la partoriente di Sion» porta a compimento il travaglio definitivo. Il dolore non è fine a se stesso: produce vita.

L'apocalittica giudaica del Secondo Tempio sviluppò questo tema nelle cosiddette chevlei mashiach (doglie del Messia): il travaglio che precede la redenzione finale. Il dolore dei discepoli per l'assenza di Gesù è letto nell'orizzonte di questa attesa: non coincidenza, ma compimento di una struttura teologica già conosciuta.

Lo schema di v. 28 — «sono uscito dal Padre (parà toû patrós), sono venuto nel mondo; ora lascio il mondo e vado al Padre (pròs tòn patéra)» — riecheggia il concetto giuridico-teologico dello shaliach: l'inviato (radice shalach) che compie il mandato e fa ritorno a chi lo ha inviato. Il movimento è circolare e comporta responsabilità dentro la storia, non evasione da essa. Infine, «chiedere nel mio nome» (v. 23) si inscrive nella tradizione del Nome divino come luogo della preghiera e della mediazione: la richiesta non è rivolta a un intermediario generico, ma al Padre attraverso il Nome dell'inviato.

Halakhah e dimensione pratica

Il passaggio dalla tristezza alla gioia non è un precetto morale ma descrive una struttura dell'esperienza dei discepoli: la tristezza è attraversata, non evitata. Tharseîte (v. 33) è l'imperativo pratico che ne consegue — non un invito all'ottimismo, ma un'esortazione a mantenere il coraggio dentro la tribolazione reale. La tribolazione (thlîpsis) rimane presente nel mondo; la pace promessa non la rimuove.

La preghiera «nel nome» di Gesù (v. 23) acquista una concretezza liturgica: il Nome è il luogo della relazione con il Padre. La tradizione della preghiera mediata dal Nome ha radici nella halakhah della sinagoga, dove invocare il Nome di Dio era atto strutturato e non arbitrario. Il v. 27 aggiunge che il Padre stesso ama (phileî) chi ha amato Gesù e ha creduto nella sua origine: il rapporto non è mediato da un sistema di meriti ma dall'adesione di fede alla missione del Figlio-inviato.

Lettura non sostitutiva

La struttura pasquale di questo testo è di metamorfosi, non di sostituzione. La lýpē non viene cancellata o rimossa: diventa charà perché attraverso il dolore si genera vita, come attraverso le doglie si genera il figlio. Ogni lettura che riduca la tribolazione a un problema provvisorio da eliminare («poi sarà tutto risolto») tradisce il testo: «nel mondo avete tribolazione» rimane un'affermazione presente reale.

Allo stesso modo, la vittoria di Gesù (neníkēka tòn kósmon, v. 33) non è fuga dal mondo né disprezzo del creato: è vittoria sul sistema ostile dentro la storia. Il Figlio è uscito dal Padre, è entrato nel mondo, vi ha compiuto il mandato, e ritorna al Padre — tutto dentro la storia materiale. L'eirḗnē donata è lo shalom concreto: una pace che tiene insieme la tribolazione e la vittoria, senza eliminare né l'una né l'altra.

Note testuali

  • v. 16 — NA28 ha ⸀οὐκέτι; variante minore senza impatto sul senso. Mikrón (poco) è usato due volte: prima della morte (assenza), poi della risurrezione (ritrovamento).
  • v. 20 — ἡ λύπη ... εἰς χαρὰν γενήσεται: la tristezza si trasforma in gioia (non viene sostituita). Doppia amèn giovannea (amḕn amḕn légō hymîn) come formula solenne di garanzia.
  • v. 21 — ἡ γυνὴ ὅταν τίκτῃ: eco di Is 26,17 e 66,7-9; le chevlei mashiach (doglie messianiche).
  • v. 23 — distinzione tra aitéō (chiedere al Padre) ed erōtáō (interrogare Gesù, che cesserà). Phileî al v. 27: philéō, non agapáō.
  • v. 28 — coppia preposizionale parà toû patrós / pròs tòn patéra: movimento circolare del Figlio-inviato (shaliach).
  • v. 33 — neníkēka: perfetto di nikáō — vittoria già compiuta e perdurante. Tharseîte: imperativo presente, esortazione continuativa. Kósmos = sistema ostile (non il creato).

Domande Frequenti

Che cosa significa «la tristezza si cambierà in gioia» (v. 20)?

Il verbo greco genḗsetai indica trasformazione, non sostituzione: la tristezza non viene cancellata ma diventa gioia, come le doglie del parto producono vita. La struttura è pasquale — metamorfosi, non fuga dal dolore.

Che cosa intende Gesù con «io ho vinto il mondo» (v. 33)?

Il verbo neníkēka è al perfetto greco: una vittoria già acquisita e perdurante. «Mondo» (kósmos) designa qui il sistema ostile a Dio — l'incredulità organizzata — non il creato buono. La vittoria è compiuta dentro la storia, non è evasione da essa.

Che cosa sono le «doglie del Messia» (chevlei mashiach) richiamate al v. 21?

È un tema dell'apocalittica giudaica del Secondo Tempio: il travaglio doloroso che precede la redenzione finale. Gesù usa l'immagine della donna in travaglio (Is 26,17; 66,7-9) per descrivere il breve dolore dell'assenza, seguito dalla gioia indistruttibile del Risorto.

La pace promessa al v. 33 elimina la tribolazione?

No. «Nel mondo avete tribolazione» (thlîpsis) è un'affermazione al presente reale, non un problema rimosso. La eirḗnē (shalom) coesiste con la tribolazione: è una pace più forte di essa, non assenza di essa. Tharseîte è un imperativo presente — «continuate ad aver coraggio» — non una promessa di immunità.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.