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L'unzione di Betania — Giovanni 12,1-11

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

L'unzione di Betania

Gv 12,1-11·NA28·48/84·// Mt 26,6-13·Mc 14,3-9
μύρου νάρδου=profumo di nardoτὸ γλωσσόκομον=la cassa (Giuda gizbar/tesoriere)גזבר gizbarτοῦ ἐνταφιασμοῦ μου=della mia sepoltura (unzione anticipata)τοὺς πτωχοὺς πάντοτε ἔχετε=i poveri li avete sempre (Dt 15,11)τὸν Λάζαρον ἀποκτείνωσιν=uccidere anche Lazzaro (il segno vivente)
Lunedì della Settimana Santa (Gv 12,1-11)
1-11
Greco1 Ὁ οὖν Ἰησοῦς πρὸ ἓξ ἡμερῶν τοῦ πάσχα ἦλθεν εἰς Βηθανίαν, ὅπου ἦν ⸀Λάζαρος, ὃν ἤγειρεν ἐκ νεκρῶν ⸀Ἰησοῦς. 2 ἐποίησαν οὖν αὐτῷ δεῖπνον ἐκεῖ, καὶ ἡ Μάρθα διηκόνει, ὁ δὲ Λάζαρος εἷς ἦν ⸀ἐκ τῶν ἀνακειμένων σὺν αὐτῷ· 3 ἡ οὖν ⸀Μαριὰμ λαβοῦσα λίτραν μύρου νάρδου πιστικῆς πολυτίμου ἤλειψεν τοὺς πόδας τοῦ Ἰησοῦ καὶ ἐξέμαξεν ταῖς θριξὶν αὐτῆς τοὺς πόδας αὐτοῦ· ἡ δὲ οἰκία ἐπληρώθη ἐκ τῆς ὀσμῆς τοῦ μύρου. 4 λέγει ⸀δὲ ⸂Ἰούδας ὁ Ἰσκαριώτης εἷς τῶν μαθητῶν αὐτοῦ⸃, ὁ μέλλων αὐτὸν παραδιδόναι· 5 Διὰ τί τοῦτο τὸ μύρον οὐκ ἐπράθη τριακοσίων δηναρίων καὶ ἐδόθη πτωχοῖς; 6 εἶπεν δὲ τοῦτο οὐχ ὅτι περὶ τῶν πτωχῶν ἔμελεν αὐτῷ, ἀλλ’ ὅτι κλέπτης ἦν καὶ τὸ γλωσσόκομον ⸀ἔχων τὰ βαλλόμενα ἐβάσταζεν. 7 εἶπεν οὖν ὁ Ἰησοῦς· Ἄφες αὐτήν, ⸀ἵνα εἰς τὴν ἡμέραν τοῦ ἐνταφιασμοῦ μου ⸀τηρήσῃ αὐτό· 8 τοὺς πτωχοὺς γὰρ πάντοτε ἔχετε μεθ’ ἑαυτῶν, ἐμὲ δὲ οὐ πάντοτε ἔχετε. 9 Ἔγνω ⸀οὖν ὄχλος πολὺς ἐκ τῶν Ἰουδαίων ὅτι ἐκεῖ ἐστιν, καὶ ἦλθον οὐ διὰ τὸν Ἰησοῦν μόνον, ἀλλ’ ἵνα καὶ τὸν Λάζαρον ἴδωσιν ὃν ἤγειρεν ἐκ νεκρῶν. 10 ἐβουλεύσαντο δὲ οἱ ἀρχιερεῖς ἵνα καὶ τὸν Λάζαρον ἀποκτείνωσιν, 11 ὅτι πολλοὶ δι’ αὐτὸν ὑπῆγον τῶν Ἰουδαίων καὶ ἐπίστευον εἰς τὸν Ἰησοῦν.
Lettura Ortodossa1 Gesù dunque, sei giorni prima della ⓘ, venne a ⓘ, dove stava Lazzaro, che egli aveva risuscitato ⓘ. 2 Gli fecero là una ⓘ, e Marta ⓘ, mentre Lazzaro era uno dei ⓘ con lui. 3 Allora Maria, presa una ⓘ, unse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli; e la casa si riempì del ⓘ. 4 Dice allora Giuda Iscariota, uno dei suoi ⓘ, colui che stava per ⓘ: 5 «Perché quest'unguento non fu venduto per ⓘ e dato ai poveri?». 6 Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era ⓘ e, tenendo la cassa, ⓘ ciò che vi si gettava. 7 Disse dunque Gesù: «ⓘ: lo serbi per il giorno della mia ⓘ. 8 I poveri infatti li avete ⓘ, me invece non sempre mi avete». 9 Seppe dunque una ⓘ tra i Giudei che egli era là, e vennero non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. 10 Deliberarono allora i ⓘ di uccidere anche Lazzaro, 11 perché molti dei Giudei, a causa di lui, ⓘ in Gesù.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

La scena si colloca «sei giorni prima della Pasqua» (páscha, פֶּסַח), ovvero all'inizio della settimana che culminerà nella passione, in un momento in cui Gerusalemme si riempiva di pellegrini per la festa di pellegrinaggio. Betania (Bēthanía), il villaggio sul Monte degli Ulivi a circa tre chilometri dalla città santa, era fuori dalla cerchia urbana ma abbastanza vicina da ospitare chi voleva essere presente ai riti pasquali. Il contesto sociale è quello di un deîpnon, un banchetto serale, con i commensali distesi a mensa secondo l'usanza ellenistico-giudaica del periodo (anakeiménōn). Lazzaro, rianimato poco prima secondo il racconto giovanneo, siede tra i commensali; Marta, con un imperfetto durativo (diēkónei: «continuava a servire»), svolge il ruolo di servizio pratico radicato nella tradizione sociale del giudaismo del Secondo Tempio. La figura dei kohanim del vertice del Tempio (archiereîs, כֹּהֲנִים) che tramano contro Gesù e Lazzaro riflette la realtà del sacerdozio sadduceo del periodo, documentata da Flavio Giuseppe nelle Antichità giudaiche: un'oligarchia templare che amministrava tanto il culto quanto il potere politico. La netta distinzione giovannea tra il popolo (am ha-aretz, עַם הָאָרֶץ) che accorre e crede, e le autorità sacerdotali che tramano, corrisponde a una tensione storicamente attestata nel giudaismo del I secolo tra classi popolari e vertici del Tempio.

Analisi lessicale

Il termine centrale è nárdou pistikês polytímou («libbra di nardo puro di gran pregio»): lítran indica una libbra romana di circa 327 grammi; pistikḗ qualifica il nardo come «puro» o «autentico», distinguendolo da prodotti adulterati. Il gesto di versare il nardo sui piedi (toùs pódas) — non sul capo, come nelle unzioni regali — è interpretato da Gesù stesso come anticipo dell'entaphiasmós (sepoltura, תַּכְרִיכִין: i panni e la preparazione funebre del corpo). La osmḕ toû mýrou («fragranza dell'unguento») che invade la casa (oikía) ha risonanze con il profumo del Tempio e con le tradizioni di unzione del Cantico dei Cantici. L'imperativo áphes autḗn («lasciala fare») ha forza giuridica: è un'autorizzazione esplicita. Il termine kléptēs ên («era un ladro») è all'imperfetto, indicando una condizione stabile; l'imperfetto iterativo ebástazen («sottraeva di continuo») rafforza il ritratto di sottrazione sistematica. L'avverbio pántote («sempre») in «i poveri li avete sempre con voi» rimanda direttamente a Devarim 15,11. Nei vv. 9 e 11, gli imperfetti iterativi hypêgon e epísteuon («di continuo si staccavano e credevano») descrivono un processo progressivo e continuato di adesione da parte della folla.

Fonti ebraiche

Il fondamento scritturistico più esplicito è Deuteronomio 15,11: «i bisognosi non mancheranno mai nel paese; perciò apri la tua mano al tuo fratello povero». Il versetto giovannео «i poveri li avete sempre con voi» (toùs ptōchoùs pántote échete) non è un relativizzare la cura dei poveri, ma un suo riconoscimento comandato: la tzedakah è obbligo permanente, mentre il gesto di Maria appartiene a un momento irripetibile. La tradizione targumico-rabbinica su Dt 15,11 insiste proprio sul carattere vincolante dell'elemosina: il povero «non cesserà dalla terra» è premessa dell'obbligo, non constatazione rassegnata. L'unzione con oli aromatici trova paralleli nell'unzione dei re d'Israele (1 Sam 10,1; 1 Re 1,39) e nel linguaggio del Cantico dei Cantici (Ct 1,3: «il tuo nome è come unguento versato»). La preparazione funebre (tachrikhin, תַּכְרִיכִין) era un atto di chesed shel emet (bontà disinteressata verso i morti), considerato dalla tradizione rabbinica la forma più alta di carità, perché il defunto non può ricambiare. L'interpretazione giovannea del gesto di Maria come «profezia della sepoltura» si inscrive in questa sensibilità.

Halakhah e dimensione pratica

Sul piano halakhico, il brano tocca diversi istituti fondamentali. La tzedakah (giustizia-elemosina) è una mitzvah de-oraita, derivata direttamente da Dt 15,11: la preoccupazione di Giuda per i poveri, anche se l'evangelista la smaschera come pretesto, si inserisce in un quadro normativo reale in cui la distribuzione ai bisognosi era obbligo giuridico-religioso. La risposta di Gesù non abolisce questa mitzvah, ma distingue tra l'obbligo permanente della cura dei poveri e l'unicità del gesto funerario. Sul piano della purità rituale, il contatto fisico di Maria con Gesù — i capelli sciolti usati per asciugare i piedi — sarebbe stato gesto di notevole intimità e abbassamento sociale; la halakhah discuteva i limiti del contatto fisico tra uomini e donne non imparentate. Il servizio di Marta (diēkónei) richiama le forme di assistenza pratica documentate nelle comunità del Secondo Tempio, dove il servizio materiale era parte integrante della vita comunitaria. L'istituto dello shaliach (שָׁלִיחַ, mandatario) è rilevante per comprendere il ruolo di Giuda come tesoriere del gruppo: tenere la cassa (glōssókomon) implicava un mandato fiduciario la cui violazione (kléptēs ên) costituiva una grave trasgressione halakhica. Infine, la decisione dei kohanim di uccidere Lazzaro rientra nella logica del controllo templare sull'ordine pubblico in vista della Pasqua: Flavio Giuseppe documenta ripetutamente come le autorità sacerdotali fossero preoccupate delle assemblee popolari durante le feste di pellegrinaggio.

Lettura non sostitutiva

Il brano di Gv 12,1-11 offre uno dei contrappesi più netti all'uso ostile del termine «i Giudei» nel Vangelo di Giovanni. Ai vv. 9 e 11, «una grande folla dei Giudei» (óchlos polùs ek tôn Ioudaíōn) accorre a Betania, e «molti dei Giudei» (polloi tôn Ioudaíōn) «credevano in Gesù» proprio a motivo di Lazzaro: il termine Ioudaîoi è qui usato in senso chiaramente positivo, a designare il popolo d'Israele che riconosce e aderisce. L'ostilità è attribuita esclusivamente ai «capi dei sacerdoti» (archiereîs), ovvero a un'oligarchia istituzionale, non all'insieme del popolo. Questo uso differenziato dimostra che «i Giudei» in Giovanni non è un'etichetta monolitica: il testo stesso impedisce ogni generalizzazione. Il gesto di Maria — un atto d'amore concreto, radicato nella sensibilità ebraica per la cura del corpo e la preparazione funebre — è riconosciuto e difeso da Gesù come azione profetica. Il richiamo a Dt 15,11 non sminuisce la mitzvah dell'elemosina, ma la conferma: Israele non è sostituito, la Torah non è abolita, l'obbligo verso i poveri rimane intatto. Il «compimento» (plēróō) che attraversa la teologia giovannea va inteso come realizzazione piena delle promesse d'Israele, non come loro cancellazione.

Note testuali

  • v. 1 — páscha (פֶּסַח): la Pasqua, festa di pellegrinaggio; Bēthanía: il villaggio sul Monte degli Ulivi presso Gerusalemme.
  • v. 2 — deîpnon: il banchetto serale; diēkónei: imperfetto durativo, «continuava a servire»; anakeiménōn: i distesi a mensa secondo l'usanza.
  • v. 3 — lítran mýrou nárdou pistikês polytímou: una libbra (~327 g) di nardo puro di gran pregio, valutata circa 300 denari (quasi un anno di salario); l'unzione dei piedi = anticipo dell'entaphiasmós (תַּכְרִיכִין, preparazione funebre); osmḕ toû mýrou: la fragranza che invade la casa.
  • v. 5 — triakosíōn dēnaríōn: trecento denari, quasi il salario annuo di un lavoratore.
  • v. 6 — kléptēs ên: «era un ladro», imperfetto di stato; ebástazen: imperfetto iterativo, «sottraeva di continuo».
  • v. 7 — áphes autḗn: imperativo con forza giuridica, «lasciala fare»; entaphiasmós: la sepoltura, con allusione ai tachrikhin.
  • v. 8 — pántote: «sempre», eco diretta di Dt 15,11; la tzedakah è comandata, il gesto di Maria è unico e irripetibile.
  • v. 9 — óchlos polùs ek tôn Ioudaíōn: «grande folla dei Giudei» = am ha-aretz (עַם הָאָרֶץ), il popolo in senso positivo; ek nekrôn: la rianimazione di Lazzaro che precede e prefigura.
  • v. 10 — archiereîs (כֹּהֲנִים): i capi dei sacerdoti, l'oligarchia templare; tramano di uccidere anche Lazzaro: contrasto netto popolo-credente / capi-ostili.
  • v. 11 — hypêgon ... epísteuon: imperfetti iterativi, «di continuo si staccavano e credevano»; polloi tôn Ioudaíōn: «molti dei Giudei», in senso positivo — prova che Ioudaîoi in Giovanni non è etichetta monolitica.

Domande Frequenti

Perché Gesù difende il gesto di Maria invece di lodare la proposta di donare ai poveri?

La risposta di Gesù si fonda su Deuteronomio 15,11, che comanda la cura permanente dei bisognosi: l'obbligo della tzedakah non è messo in discussione. La distinzione operata è tra un dovere continuativo — la cura dei poveri, che rimane — e un gesto unico e irripetibile, letto come anticipazione profetica dell'unzione funebre (entaphiasmós, תַּכְרִיכִין). Il piano halakhico e quello del momento escatologico sono tenuti distinti, non contrapposti.

Il termine 'i Giudei' in questo brano ha valore negativo come altrove in Giovanni?

No: ai vv. 9 e 11 il termine Ioudaîoi designa il popolo (am ha-aretz, עַם הָאָרֶץ) che accorre e crede, con gli imperfetti iterativi hypêgon ed epísteuon che descrivono un'adesione progressiva e continuata. L'ostilità è attribuita esclusivamente ai archiereîs (כֹּהֲנִים), l'oligarchia sacerdotale. Il brano dimostra che «i Giudei» in Giovanni non è un'etichetta monolitica ostile: lo stesso termine copre sia il popolo credente sia le autorità istituzionali avverse.

Qual è il significato dell'unzione dei piedi invece del capo?

L'unzione del capo era gesto regale e sacerdotale (cfr. 1 Sam 10,1; 1 Re 1,39); l'unzione dei piedi, con asciugatura tramite i capelli, è invece gesto di umiltà estrema e amore personale. Gesù interpreta questo gesto specifico come profezia della preparazione funebre (entaphiasmós), collegandosi alla tradizione ebraica del chesed shel emet, la bontà verso i morti considerata dalla tradizione rabbinica la forma più alta di carità perché il defunto non può ricambiare.

Perché i capi dei sacerdoti vogliono uccidere anche Lazzaro?

Secondo il testo giovanneo, la rianimazione di Lazzaro (ek nekrôn) era la causa diretta per cui «molti dei Giudei credevano in Gesù» (v. 11). Eliminare Lazzaro significava eliminare la testimonianza vivente del segno. Questo comportamento riflette la logica politico-religiosa dell'oligarchia sacerdotale documentata da Flavio Giuseppe: in prossimità della Pasqua, le autorità templari erano preoccupate di ogni elemento che potesse aggregare folle e turbare l'ordine pubblico, con conseguenze sui rapporti con l'amministrazione romana.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.