Torna alle Fonti

Tentazioni nel deserto — Matteo 4,1-11

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Tentazioni nel deserto

Mt 4,1-11·NA28·9/135·// Mc 1,12-13·Lc 4,1-13
πειρασθῆναι=essere tentatoנסיון nissayónΟὐκ ἐπ' ἄρτῳ μόνῳ=non di solo pane (Dt 8,3)Οὐκ ἐκπειράσεις=non tenterai (Dt 6,16)αὐτῷ μόνῳ λατρεύσεις=a lui solo renderai culto (Dt 6,13)διηκόνουν=lo servivano (eco manna, Es 16)
I domenica di Quaresima — anno A (Mt 4,1-11)
1-11
Greco1 Τότε ὁ Ἰησοῦς ἀνήχθη εἰς τὴν ἔρημον ὑπὸ τοῦ πνεύματος, πειρασθῆναι ὑπὸ τοῦ διαβόλου. 2 καὶ νηστεύσας ἡμέρας τεσσεράκοντα καὶ νύκτας τεσσεράκοντα ὕστερον ἐπείνασεν. 3 καὶ προσελθὼν ⸂ὁ πειράζων εἶπεν αὐτῷ⸃· Εἰ υἱὸς εἶ τοῦ θεοῦ, εἰπὲ ἵνα οἱ λίθοι οὗτοι ἄρτοι γένωνται. 4 ὁ δὲ ἀποκριθεὶς εἶπεν· Γέγραπται· Οὐκ ἐπ’ ἄρτῳ μόνῳ ζήσεται ⸀ὁ ἄνθρωπος, ἀλλ’ ⸀ἐπὶ παντὶ ῥήματι ἐκπορευομένῳ διὰ στόματος θεοῦ. 5 Τότε παραλαμβάνει αὐτὸν ὁ διάβολος εἰς τὴν ἁγίαν πόλιν, καὶ ⸀ἔστησεν αὐτὸν ἐπὶ τὸ πτερύγιον τοῦ ἱεροῦ, 6 καὶ λέγει αὐτῷ· Εἰ υἱὸς εἶ τοῦ θεοῦ, βάλε σεαυτὸν κάτω· γέγραπται γὰρ ὅτι Τοῖς ἀγγέλοις αὐτοῦ ἐντελεῖται περὶ σοῦ καὶ ἐπὶ χειρῶν ἀροῦσίν σε, μήποτε προσκόψῃς πρὸς λίθον τὸν πόδα σου. 7 ἔφη αὐτῷ ὁ Ἰησοῦς· Πάλιν γέγραπται· Οὐκ ἐκπειράσεις κύριον τὸν θεόν σου. 8 Πάλιν παραλαμβάνει αὐτὸν ὁ διάβολος εἰς ὄρος ὑψηλὸν λίαν, καὶ δείκνυσιν αὐτῷ πάσας τὰς βασιλείας τοῦ κόσμου καὶ τὴν δόξαν αὐτῶν 9 καὶ ⸀εἶπεν αὐτῷ· Ταῦτά ⸂σοι πάντα⸃ δώσω, ἐὰν πεσὼν προσκυνήσῃς μοι. 10 τότε λέγει αὐτῷ ὁ Ἰησοῦς· ⸀Ὕπαγε, Σατανᾶ· γέγραπται γάρ· Κύριον τὸν θεόν σου προσκυνήσεις καὶ αὐτῷ μόνῳ λατρεύσεις. 11 τότε ἀφίησιν αὐτὸν ὁ διάβολος, καὶ ἰδοὺ ἄγγελοι προσῆλθον καὶ διηκόνουν αὐτῷ.
Lettura Ortodossa1 Allora Gesù fu condotto nel ⓘ dallo Spirito, per essere ⓘ dall'accusatore. 2 E, avendo compiuto il digiuno (il ⓘ, l'astinenza rituale) per ⓘ, ebbe fame. 3 E il ⓘ, avvicinatosi, gli disse: «Se sei ⓘ, comanda che queste ⓘ diventino ⓘ». 4 Ma egli rispose: ⓘ. 5 Allora l'accusatore lo prende a ⓘ, la città santa, e lo pone sul pinnacolo del Tempio (il ⓘ, il santuario), 6 e gli dice: «Se sei Figlio di Dio, ⓘ; sta scritto: ⓘ, ed essi ti porteranno sulle mani, perché il tuo ⓘ». 7 Gli disse Gesù: ⓘ. 8 Di nuovo l'accusatore lo prende su un ⓘ e gli mostra tutti i ⓘ e la loro ⓘ, 9 e gli dice: «Tutte queste cose ti darò, se ⓘ mi ⓘ». 10 Allora gli dice Gesù: «Vattene, ⓘ!»; sta scritto infatti: ⓘ. 11 Allora l'accusatore lo lascia, ed ecco ⓘ si accostarono e lo ⓘ.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

La pericope si colloca nel Giudaismo del Secondo Tempio, probabilmente tra il 27 e il 30 e.v., in un contesto in cui il deserto giudaico era luogo teologicamente carico: vi si ritiravano i movimenti penitenziali (cf. Giovanni Battista, comunità di Qumran, cf. 1QS 8,13-14 che cita Is 40,3 «nel deserto preparate la via»). Flavio Giuseppe attesta figure carismatiche che guidavano seguaci nel deserto promettendo segni (Ant. XX 97-98; XX 169-170), rendendo il motivo del «profeta nel deserto» riconoscibile e socialmente situato. Il Tempio di Gerusalemme — miqdash — è al centro della seconda tentazione: il suo pterýgion (parapetto sud-est) dominava il valle del Cedron con un dislivello di circa 45 metri. I «regni del mondo» della terza tentazione rispecchiano la realtà geopolitica romana: la Galilea e la Giudea erano sotto controllo imperiale mediato da Erode Antipa e dal prefetto Pilato. La struttura narrativa richiama la tipologia dell'Esodo, riconoscibile a ogni ascoltatore giudaico del I secolo.

Analisi lessicale

Il verbo peirasthênai (v. 1, aoristo passivo infinito di peirázō) corrisponde all'ebraico nissayon, «prova», attestato in Gn 22,1 per la prova di Abramo e in Dt 8,2 per le prove nel deserto. Non denota tentazione morale isolata ma il test di fedeltà all'alleanza. Ho diábolos (v. 1) traduce ha-satan, «l'accusatore», figura che in Gb 1-2 e Zc 3,1-2 opera nella corte celeste come avversario giuridico, non come principio dualistico autonomo. Huiòs toû theoû (v. 3.6) è titolo regale-messianico (Sal 2,7; 2Sam 7,14), non affermazione di natura divina in senso ellenistico-platonico: àncorarlo alla matrice ebraica evita derive ontologiche estranee al testo. Hē hagía pólis (v. 5) è Yerushalayim, «la città santa», sede del Nome secondo Dt 12,5. Pterýgion toû hieroû (v. 5) indica il parapetto del santuario. Proskynḗseis (v. 9) rende l'avodah, il servizio cultuale dovuto a Dio solo. Diēkónoun (v. 11) è imperfetto durativo: «continuavano a servirlo», come i malakhim a Eliyahu (1Re 19,5-7).

Fonti ebraiche

Il racconto è costruito come tipologia dell'Esodo: i «quaranta» giorni richiamano i quarant'anni d'Israele nel deserto (Dt 8,2; Nm 14,34) e i quaranta giorni di Mosè sul Sinai (Es 34,28). La fame e la prova del cibo evocano la manna di Es 16; il «non mettere alla prova il Signore» richiama Massa ed Merivah (Es 17,1-7; Dt 6,16). Le tre risposte di Gesù — Dt 8,3; Dt 6,16; Dt 6,13 — sono tutte dalla sezione del Deuteronomio che rievoca le prove del deserto e lo Shema. Il ha-satan come accusatore/provocatore è parallelo a Gb 1,6-12 e Zc 3,1-2. La letteratura intertestamentale (Giubilei 17,15-18,19; Vita di Adamo ed Eva 12-16) sviluppa il motivo della prova e della figura di ha-satan come teste d'accusa. Il Sal 91,11-12, citato dal tentatore (v. 6), è testo di protezione divina attestato anche a Qumran (11Q11) come salmo apotropaico contro i demoni; l'uso strumentale che ne fa il tentatore taglia il v. 13 (il fedele calpesta il leone e il serpente), alterando il senso dell'insieme. La tradizione targumistica al Dt 8,3 sottolinea che «ogni parola» (davar) che esce dalla bocca di Dio è fonte di vita, anticipando la lettura gesuana.

Halakhah e dimensione pratica

Il nucleo halakhico della pericope è il principio che nessun nissayon autorizza a derogare all'obbedienza alla Torah: la fedeltà all'alleanza non ammette scorciatoie, nemmeno per il Messia. Concretamente, la terza tentazione — prostrarsi davanti a un potere diverso da Dio — viola il primo e secondo comandamento del Decalogo (Es 20,2-5; Dt 5,6-9) e il principio dello Shema (Dt 6,4-5), fondamento dell'avodah zarah (idolatria), che la Mishnah tratta in m.Sanhedrin 7,6 come tra le trasgressioni più gravi. La seconda tentazione — costringere Dio a un prodigio spettacolare — viola il divieto di «tentare il Signore» codificato in Dt 6,16 e discusso nella tradizione tannaitica in relazione all'episodio di Massa. Il principio dello shaliach — «sheliaḥ adam kemoto» (m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a) — è rilevante: il shaliach (inviato) agisce nell'autorità di chi lo manda e non può eccedere il mandato ricevuto; Gesù, come inviato del Padre, non può usare il mandato per fini propri (trasformare pietre in pane per sé) né per spettacolo. Il digiuno di quaranta giorni — nēsteúsas, taanit — richiama il digiuno di Mosè sul Sinai (Es 34,28) e di Eliyahu verso Horeb (1Re 19,8), contesti di purificazione e preparazione al servizio divino.

Lettura non sostitutiva

La pericope non propone un Israele fallito sostituito da un nuovo popolo, ma un singolo Israelita fedele che ricapitola la storia del popolo e la porta a compimento (Mt 5,17). Dove il popolo nel deserto aveva mormorato e ceduto, Gesù resiste — non annullando la Torah ma applicandola con radicalità. Le tre citazioni dal Deuteronomio mostrano che la Torah resta la norma valida e sufficiente: non è superata, è confermata. Ha-satan come accusatore non rappresenta il popolo ebraico né alcuna categoria collettiva: è una figura teologica trasversale. Nessun elemento del testo autorizza una lettura che contrapponga «il vecchio Israele infedele» a «il nuovo popolo fedele»: la tipologia è individuale e messianica, non sostitutiva. Il servizio degli angeli al termine (v. 11) evoca la cura di Dio per il fedele, parallelo alla protezione di Eliyahu (1Re 19,5-7), figure entrambe radicate nella tradizione profetica d'Israele.

Note testuali

  • v. 1 — peirasthênai: aoristo passivo di peirázō = nissayon, prova di fedeltà all'alleanza; ho diábolos = ha-satan, l'accusatore (cf. Gb 1,6).
  • v. 2 — nēsteúsas: participio aoristo, «avendo digiunato»; taanit, il digiuno rituale della prova; i «quaranta» = tipologia d'Israele (Dt 8,2; Nm 14,34) e di Mosè (Es 34,28).
  • v. 3 — huiòs toû theoû: titolo regale-messianico (Sal 2,7), non affermazione di natura divina in senso ellenistico; líthoi = pietre del deserto; ártoi = lechem, il pane.
  • v. 4 — citazione di Dt 8,3: «non di solo pane»; davar = «ogni parola che esce dalla bocca di Dio», il verbo creatore e normativo.
  • v. 5 — hē hagía pólis = Yerushalayim; pterýgion toû hieroû = parapetto del miqdash.
  • v. 6 — citazione di Sal 91,11-12 da parte del tentatore; la citazione si arresta prima del v. 13, omettendo il contesto della fedeltà a Dio.
  • v. 7 — citazione di Dt 6,16: «non metterai alla prova il TetraGramma tuo Dio»; ekpeiráseis: futuro indicativo, divieto assoluto.
  • v. 9 — pesṑn proskynḗseis: «cadendo a terra adorerai»; proskynḗseis = avodah, il servizio cultuale dovuto a Dio solo.
  • v. 10 — citazione di Dt 6,13: «il TetraGramma tuo Dio adorerai e a lui solo renderai culto»; ha-satan, l'accusatore.
  • v. 11 — ángeloi = malakhim, i messaggeri; diēkónoun: imperfetto durativo, «continuavano a servirlo» (cf. 1Re 19,5-7 per Eliyahu).

Domande Frequenti

Perché Gesù risponde sempre con versetti del Deuteronomio e non con altri libri della Scrittura?

Le tre citazioni (Dt 8,3; 6,16; 6,13) provengono dai capitoli che nel Deuteronomio rievocano le prove del deserto e lo Shema. Gesù non sceglie a caso: risponde con la sezione della Torah che tematizza esattamente quella situazione — la fedeltà a Dio nelle condizioni di prova — mostrando che la Torah va letta nel suo contesto e non strumentalizzata.

Ha-satan in questo testo è il 'diavolo' della tradizione cristiana posteriore?

No. Ha-satan è l'accusatore/provocatore, figura che in Gb 1-2 e Zc 3,1-2 opera nella corte celeste come teste d'accusa, non come principio del male autonomo. Il dualismo cosmico tra Dio e Satana come potenze equiparate è estraneo alla matrice ebraica del testo; la tentazione riguarda la fedeltà concreta all'alleanza.

Cosa significa che il tentatore cita il Salmo 91 'strumentalizzandolo'?

Il Sal 91,11-12 citato al v. 6 viene troncato prima del v. 13, che descrive il fedele che calpesta il leone e il serpente — cioè proprio la vittoria sul tentatore. La citazione decontestualizzata trasforma una promessa di protezione per il fedele in un invito a forzare la mano di Dio, capovolgendo il senso originale del salmo.

Qual è il legame tra i 'quaranta giorni' di Gesù e i quarant'anni d'Israele nel deserto?

Il numero quaranta è cifra tipologica: i quarant'anni del deserto (Dt 8,2; Nm 14,34) e i quaranta giorni di Mosè sul Sinai (Es 34,28) sono entrambi evocati. Gesù ricapitola la prova del popolo e quella del suo legislatore, ma — dove Israele aveva mormorato — resiste con la Torah, compiendo ciò che il popolo non aveva portato a termine.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.