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Il servo spietato — Matteo 18,21-35

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Il servo spietato

21-35
Greco21 Τότε προσελθὼν ⸂αὐτῷ ὁ Πέτρος εἶπεν⸃· Κύριε, ποσάκις ἁμαρτήσει εἰς ἐμὲ ὁ ἀδελφός μου καὶ ἀφήσω αὐτῷ; ἕως ἑπτάκις; 22 λέγει αὐτῷ ὁ Ἰησοῦς· Οὐ λέγω σοι ἕως ἑπτάκις ἀλλὰ ἕως ἑβδομηκοντάκις ἑπτά. 23 Διὰ τοῦτο ὡμοιώθη ἡ βασιλεία τῶν οὐρανῶν ἀνθρώπῳ βασιλεῖ ὃς ἠθέλησεν συνᾶραι λόγον μετὰ τῶν δούλων αὐτοῦ· 24 ἀρξαμένου δὲ αὐτοῦ συναίρειν ⸀προσηνέχθη ⸂αὐτῷ εἷς⸃ ὀφειλέτης μυρίων ταλάντων. 25 μὴ ἔχοντος δὲ αὐτοῦ ἀποδοῦναι ἐκέλευσεν αὐτὸν ὁ ⸀κύριος πραθῆναι καὶ τὴν ⸀γυναῖκα καὶ τὰ τέκνα καὶ πάντα ὅσα ⸀ἔχει καὶ ἀποδοθῆναι. 26 πεσὼν οὖν ὁ δοῦλος προσεκύνει αὐτῷ λέγων· ⸀Μακροθύμησον ἐπ’ ⸀ἐμοί, καὶ πάντα ⸂ἀποδώσω σοι⸃. 27 σπλαγχνισθεὶς δὲ ὁ κύριος τοῦ δούλου ἐκείνου ἀπέλυσεν αὐτόν, καὶ τὸ δάνειον ἀφῆκεν αὐτῷ. 28 ἐξελθὼν δὲ ὁ δοῦλος ἐκεῖνος εὗρεν ἕνα τῶν συνδούλων αὐτοῦ ὃς ὤφειλεν αὐτῷ ἑκατὸν δηνάρια, καὶ κρατήσας αὐτὸν ἔπνιγεν λέγων· ⸀Ἀπόδος εἴ τι ὀφείλεις. 29 πεσὼν οὖν ὁ σύνδουλος ⸀αὐτοῦ παρεκάλει αὐτὸν λέγων· Μακροθύμησον ἐπ’ ⸀ἐμοί, καὶ ἀποδώσω σοι. 30 ὁ δὲ οὐκ ἤθελεν, ἀλλὰ ἀπελθὼν ἔβαλεν αὐτὸν εἰς φυλακὴν ἕως ⸀οὗ ἀποδῷ τὸ ὀφειλόμενον. 31 ἰδόντες ⸀οὖν οἱ σύνδουλοι αὐτοῦ τὰ γενόμενα ἐλυπήθησαν σφόδρα, καὶ ἐλθόντες διεσάφησαν τῷ κυρίῳ ἑαυτῶν πάντα τὰ γενόμενα. 32 τότε προσκαλεσάμενος αὐτὸν ὁ κύριος αὐτοῦ λέγει αὐτῷ· Δοῦλε πονηρέ, πᾶσαν τὴν ὀφειλὴν ἐκείνην ἀφῆκά σοι, ἐπεὶ παρεκάλεσάς με· 33 οὐκ ἔδει καὶ σὲ ἐλεῆσαι τὸν σύνδουλόν σου, ὡς κἀγὼ σὲ ἠλέησα; 34 καὶ ὀργισθεὶς ὁ κύριος αὐτοῦ παρέδωκεν αὐτὸν τοῖς βασανισταῖς ἕως οὗ ἀποδῷ πᾶν τὸ ⸀ὀφειλόμενον. 35 Οὕτως καὶ ὁ πατήρ μου ὁ ⸀οὐράνιος ποιήσει ὑμῖν ἐὰν μὴ ἀφῆτε ἕκαστος τῷ ἀδελφῷ αὐτοῦ ἀπὸ τῶν καρδιῶν ⸀ὑμῶν.
Lettura Ortodossa21 Allora Pietro, avvicinatosi a lui, disse: «Signore, ⓘ? ⓘ?». 22 Gli dice Gesù: «Non ti dico fino a sette volte, ma ⓘ. 23 Per questo il ⓘ ⓘ a un re uomo che volle ⓘ con i suoi ⓘ. 24 Avendo cominciato, gli fu portato un debitore di ⓘ. 25 Non avendo egli di che restituire, il padrone comandò di ⓘ, e così saldasse. 26 Prostratosi, il servo ⓘ dicendo: «ⓘ con me e ti restituirò tutto». 27 ⓘ, il padrone lo liberò e gli ⓘ. 28 Uscito, quel servo trovò uno dei suoi con-servi che gli doveva ⓘ, e afferratolo lo ⓘ dicendo: «Restituisci quello che devi». 29 Prostratosi, il con-servo lo supplicava: «Sii longanime con me e ti restituirò». 30 Egli però non volle, ma lo ⓘ finché non avesse pagato. 31 I suoi con-servi, visto l'accaduto, si rattristarono molto e andarono a ⓘ tutto al padrone. 32 Allora, chiamatolo, il padrone gli dice: «ⓘ, tutto quel debito ti ho condonato perché mi hai supplicato; 33 non ⓘ anche tu aver ⓘ?». 34 E ⓘ il padrone lo consegnò ai ⓘ finché non avesse restituito tutto. 35 Così anche il ⓘ farà a voi, se non perdonate ciascuno al proprio fratello ⓘ».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Matteo 18,21-35 si colloca nel contesto del giudaismo del Secondo Tempio, in una Galilea sottoposta all'amministrazione romana e alla pressione fiscale dell'oligarchia templare di Gerusalemme. Il termine «servo» (doûlos) designa funzionari-amministratori di alto rango presso corti regali ellenistiche e erodiane, non manovali: Flavio Giuseppe attesta che le entrate annue dell'intera Giudea ammontavano a circa 600 talenti (AJ 17,318), rendendo i «diecimila talenti» della parabola una cifra matematicamente impossibile da restituire. Il carcere per debiti (eis phylakḗn) riflette la prassi romana del nexum, estranea al diritto biblico: la Torah prevedeva solo servitù temporanea fino all'anno giubilare (Lv 25,39-41). La vendita del debitore insolvente con moglie e figli richiama Es 22,2 LXX, regolato in m.Kiddushin 1,2. L'insieme delle istituzioni evocate — debito sovrano, carcere, tortura — rispecchia la realtà giuridica mista (giudaica e romana) della Palestina del I secolo.

Analisi lessicale

Il v. 22 introduce hebdomēkontákis heptá («settanta volte sette»), che rovescia verbalmente la formula greca di Gn 4,24 LXX — shiv'im veshiv'ah — con cui Lamec esaltava la vendetta senza misura: al computo della vendetta si sostituisce l'abrogazione del computo del perdono. Il v. 24 usa myríōn talántōn (diecimila talenti): myríoi indica la cifra massima esprimibile in greco, equivalente a circa 60 milioni di giornate-lavoro. Al v. 28, hekatòn dēnária (cento denari, cento giornate-lavoro secondo Mt 20,2) crea un contrasto grottesco nel rapporto di 1 a 600.000. Il v. 27 adopera splanchnistheís, dai splánchna (viscere): semitismo per il rachamim ebraico, l'amore-misericordioso di Es 34,6, attributo di YHWH. Al v. 30 l'imperfetto épnigen («strangolava») sottolinea l'azione continuata — violenza fisica concreta. Al v. 35, apò tôn kardiôn: lev/kardía è la sede della volontà deliberante (Dt 6,5), non il sentimento emotivo; il perdono richiesto è decisione integrale, non affetto.

Fonti ebraiche

Il rovesciamento del canto di Lamec (Gn 4,24) è un procedimento tipicamente midrashico: la cifra della vendetta illimitata diventa la cifra della grazia illimitata, senza residuo contabile. La tradizione tannaitica fissava il limite del perdono interpersonale a tre offese reiterate (b.Yoma 86b-87a); Pietro, proponendo «fino a sette volte», già eccede quel limite. La domanda di Pietro riflette il dibattito halakhico attestato in m.Yoma 8,9 sui confini del perdono tra persone. L'invocazione malkhut shamayim («Regno dei Cieli», v. 23) è la circonlocuzione standard per evitare il Nome divino, attestata in m.Berakhot 2,2. La formula introduttiva hōmoiṓthē (aoristo passivo, «è stato reso simile») rispecchia la struttura del mashal rabbinico. Il principio conclusivo della middah k'neged middah («misura per misura») è cardine della giustizia divina nel giudaismo, attestato in m.Sotah 1,7: la misericordia ricevuta da Dio è insieme dono e impegno verso il prossimo. La cancellazione totale del debito (tò dáneion aphêken) richiama l'istituto della shemittat kesafim (remissione dei debiti ogni sette anni) di Dt 15,2 LXX.

Halakhah e dimensione pratica

Il piano giuridico-pratico della pericope è strutturato: il perdono non è astrazione interiore, ma atto che produce effetti relazionali concreti nella comunità, secondo la logica della middah k'neged middah (m.Sotah 1,7), che vincola il trattamento ricevuto al trattamento dovuto.

Gli strumenti giuridici convocati dal testo sono precisi. La remissione totale del debito corrisponde alla shemittat kesafim di Dt 15,2, non a una dilazione: aphêken indica cancellazione, non rateazione. La vendita del debitore insolvente con i familiari rimanda a Es 22,2 LXX e a m.Kiddushin 1,2, che ne fissano i limiti. Il carcere per debiti (phylakḗ) è prassi romana del nexum, mai recepita dalla Torah, che prevedeva solo servitù temporanea fino al giubileo (Lv 25,39-41): l'istituto straniero è citato per marcare la durezza del servo spietato. La basanismós (tortura, v. 34) è procedure della quaestio romana (Dig. 48,18), esclusa dal diritto biblico che esige due o tre testimoni (Dt 19,15-21). Il termine diesáphēsan (v. 31, «chiarirono con precisione») è terminologia processuale, parallela a m.Sanhedrin 3,6. L'obbligo mancato è espresso dall'imperfetto deontico édei («dovevi»): non consiglio, ma norma halakhica violata. Il perdono apò tôn kardiôn (v. 35) è decisione della volontà deliberante (lev, Dt 6,5), non emozione: fonda l'atto esteriore, non lo sostituisce.

Lettura non sostitutiva

La pericope opera all'interno della tradizione di Israele, non contro di essa: il rovesciamento del canto di Lamec è un gesto midrashico che presuppone la Scrittura ebraica e la porta a compimento nel senso di pienezza, non di cancellazione. Il principio della middah k'neged middah non è abolito ma radicalizzato: la misericordia di Dio, già proclamata in Es 34,6 come attributo del Nome, diventa il fondamento e la misura del perdono interpersonale. Israele non è sostituito né condannato collettivamente: il «fratello» (adelphós) a cui si deve perdono è il membro della stessa comunità del patto. I perushim/farisei non compaiono in questa pericope; il testo non contiene alcuna contrapposizione tra Israele e una nuova entità. L'imperativo del perdono «di cuore» richiama Dt 6,5 e l'antropologia ebraica del lev come sede della volontà: nessuna fuga dal mondo, nessuna interiorizzazione gnostica, ma responsabilità concreta nella comunità del patto.

Note testuali

  • v. 21 — aphíēmi: «sciogliere/rimettere» il debito; la domanda riflette il dibattito halakhico sui limiti del perdono interpersonale (m.Yoma 8,9); héōs heptákis: «fino a sette volte», già oltre il limite tannaitico di tre (b.Yoma 86b-87a).
  • v. 22 — hebdomēkontákis heptá: «settanta volte sette»; rovesciamento esplicito della vendetta di Lamec, shiv'im veshiv'ah di Gn 4,24 LXX — abrogazione del computo.
  • v. 23 — malkhut shamayim: «Regno dei Cieli», circonlocuzione per il Nome (m.Berakhot 2,2); hōmoiṓthē: aoristo passivo, formula introduttiva del mashal rabbinico; doúlōn: funzionari-amministratori regi, non manovali.
  • v. 24 — myríōn talántōn: cifra massima esprimibile; ≈ 60 milioni di giornate-lavoro; le entrate annue della Giudea erano ~600 talenti (Jos. AJ 17,318): somma impagabile per costruzione.
  • v. 26 — prosekýnei: imperfetto durativo, proskýnesis orientale di omaggio, non culto divino; Makrothýmēson: makrothymía, attributo di YHWH in Es 34,6 LXX.
  • v. 27 — splanchnistheís: dai splánchna = viscere, semitismo per rachamim (Es 34,6); tò dáneion aphêken: cancellazione totale, non dilazione — analogo alla shemittat kesafim di Dt 15,2 LXX.
  • v. 28 — hekatòn dēnária: cento giornate-lavoro (Mt 20,2); rapporto col debito condonato ≈ 1:600.000; épnigen: imperfetto, violenza fisica continuata.
  • v. 30 — eis phylakḗn: carcere per debiti, prassi romana del nexum, non istituto biblico (Lv 25,39-41 prevede solo servitù giubilare).
  • v. 31 — diesáphēsan: «chiarirono con precisione», terminologia processuale (m.Sanhedrin 3,6).
  • v. 32 — Doûle ponēré: ponērós = «complice del Maligno» nel lessico matteano (Mt 6,13); édei: imperfetto deontico, obbligo halakhico mancato.
  • v. 33 — principio della middah k'neged middah (m.Sotah 1,7): la misericordia ricevuta obbliga a quella verso il con-servo.
  • v. 34 — basanistaîs: funzionari della quaestio romana (Dig. 48,18), esclusa dal diritto biblico (Dt 19,15-21); orgistheís: atto giudiziario formale, non passione.
  • v. 35 — apò tôn kardiôn: lev/kardía = sede della volontà deliberante (Dt 6,5); il perdono è decisione integrale, non affetto emotivo.

Domande Frequenti

Perché Gesù risponde «settanta volte sette» e non dà un numero preciso?

La formula hebdomēkontákis heptá rovescia deliberatamente Gn 4,24 LXX (Lamec). Non fissa un nuovo limite: abroga il computo stesso. Il procedimento è midrashico — la cifra della vendetta illimitata di Lamec diventa la cifra della grazia illimitata, rendendo impossibile ogni calcolo residuo.

I «diecimila talenti» hanno una corrispondenza con le cifre reali dell'economia del I secolo?

Sì, e il contrasto è voluto. Flavio Giuseppe attesta entrate annue della Giudea di circa 600 talenti (AJ 17,318); un talento equivale a circa 6.000 denari. I diecimila talenti corrispondono a circa 60 milioni di giornate-lavoro: una cifra matematicamente impagabile, scelta per rendere evidente l'enormità del condono ricevuto.

Il perdono «di cuore» del v. 35 esclude le conseguenze giuridiche o pratiche dell'offesa?

No. Apò tôn kardiôn radica il perdono nel lev come sede della volontà deliberante (Dt 6,5), non nell'emozione. La logica è quella della middah k'neged middah (m.Sotah 1,7): fonda l'atto concreto nella disposizione interiore, senza sostituirlo né dissolverlo in un'astrazione.

Il carcere per debiti e la tortura descritti nella parabola erano istituti giudaici?

No. Il carcere per debiti (phylakḗ) riflette il nexum romano; la Torah prevedeva solo servitù temporanea fino al giubileo (Lv 25,39-41). La basanismós (v. 34) è la quaestio romana (Dig. 48,18), esclusa dal diritto biblico che richiedeva due o tre testimoni (Dt 19,15-21). Il testo cita questi istituti per marcare la durezza del servo spietato.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.