Torna alle Fonti

Non giudicare e la regola d'oro — Matteo 7,1-12

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Non giudicare e la regola d'oro

1-12
Greco1 Μὴ κρίνετε, ἵνα μὴ κριθῆτε· 2 ἐν ᾧ γὰρ κρίματι κρίνετε κριθήσεσθε, καὶ ἐν ᾧ μέτρῳ μετρεῖτε μετρηθήσεται ὑμῖν. 3 τί δὲ βλέπεις τὸ κάρφος τὸ ἐν τῷ ὀφθαλμῷ τοῦ ἀδελφοῦ σου, τὴν δὲ ἐν τῷ σῷ ὀφθαλμῷ δοκὸν οὐ κατανοεῖς; 4 ἢ πῶς ἐρεῖς τῷ ἀδελφῷ σου· Ἄφες ἐκβάλω τὸ κάρφος ⸀ἐκ τοῦ ὀφθαλμοῦ σου, καὶ ἰδοὺ ἡ δοκὸς ἐν τῷ ὀφθαλμῷ σοῦ; 5 ὑποκριτά, ἔκβαλε πρῶτον ⸂ἐκ τοῦ ὀφθαλμοῦ σοῦ τὴν δοκόν⸃, καὶ τότε διαβλέψεις ἐκβαλεῖν τὸ κάρφος ἐκ τοῦ ὀφθαλμοῦ τοῦ ἀδελφοῦ σου. 6 Μὴ δῶτε τὸ ἅγιον τοῖς κυσίν, μηδὲ βάλητε τοὺς μαργαρίτας ὑμῶν ἔμπροσθεν τῶν χοίρων, μήποτε ⸀καταπατήσουσιν αὐτοὺς ἐν τοῖς ποσὶν αὐτῶν καὶ στραφέντες ῥήξωσιν ὑμᾶς. 7 Αἰτεῖτε, καὶ δοθήσεται ὑμῖν· ζητεῖτε, καὶ εὑρήσετε· κρούετε, καὶ ἀνοιγήσεται ὑμῖν. 8 πᾶς γὰρ ὁ αἰτῶν λαμβάνει καὶ ὁ ζητῶν εὑρίσκει καὶ τῷ κρούοντι ⸀ἀνοιγήσεται. 9 ἢ τίς ⸀ἐστιν ἐξ ὑμῶν ἄνθρωπος, ὃν ⸀αἰτήσει ὁ υἱὸς αὐτοῦ ἄρτον— μὴ λίθον ἐπιδώσει αὐτῷ; 10 ⸀ἢ καὶ ⸂ἰχθὺν αἰτήσει⸃— μὴ ὄφιν ἐπιδώσει αὐτῷ; 11 εἰ οὖν ὑμεῖς πονηροὶ ὄντες οἴδατε δόματα ἀγαθὰ διδόναι τοῖς τέκνοις ὑμῶν, πόσῳ μᾶλλον ὁ πατὴρ ὑμῶν ὁ ἐν τοῖς οὐρανοῖς δώσει ἀγαθὰ τοῖς αἰτοῦσιν αὐτόν. 12 Πάντα οὖν ὅσα ⸀ἐὰν θέλητε ἵνα ποιῶσιν ὑμῖν οἱ ἄνθρωποι, οὕτως καὶ ὑμεῖς ποιεῖτε αὐτοῖς· οὗτος γάρ ἐστιν ὁ νόμος καὶ οἱ προφῆται.
Lettura Ortodossa1 ⓘ — giudicate con favore, dan le-kaf zechut ⓘ — per non essere giudicati; 2 perché ⓘ, e con la misura con cui misurate sarà misurato a voi, misura per misura, middah ke-neged middah ⓘ — ⓘ. 3 Perché guardi ⓘ nell'occhio di tuo ⓘ e non ti accorgi ⓘ nel tuo occhio? 4 O come dirai a tuo fratello: «Lascia che tolga la pagliuzza dal tuo occhio», mentre ecco la trave nel tuo ⓘ? 5 ⓘ, togli prima la trave dal tuo occhio, e allora ⓘ per togliere la pagliuzza dall'occhio di tuo fratello. 6 Non date ciò che è santo, le cose sante, qodashim ⓘ, ai ⓘ, e non gettate le vostre ⓘ davanti ai ⓘ, perché non le calpestino con le zampe e, rivoltandosi, vi sbranino. 7 ⓘ, cercate e troverete, ⓘ; 8 perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. 9 O chi tra voi, se il figlio gli chiede ⓘ, gli darà ⓘ? 10 O se gli chiede ⓘ, gli darà ⓘ? 11 Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare ⓘ ai vostri figli, quanto più il ⓘ darà cose buone a chi gliele chiede! 12 Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro, regola d'oro che compendia la ⓘ: questa è la Torah e i ⓘ.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Matteo 7,1-12 appartiene al Discorso della Montagna, pronunciato verosimilmente in Galilea durante il ministero pubblico di Gesù, in un contesto segnato dal pluralismo halakhico del Secondo Tempio: perushim, sadducei, esseni di Qumran e am ha-aretz condividevano il medesimo spazio simbolico della Torah, disputando sulla corretta interpretazione, non sulla sua validità. Flavio Giuseppe documenta come i perushim fossero riconosciuti dal popolo come autorità nell'interpretazione della Legge orale (Ant. 18,12-15). Il principio del dan le-kaf zechut — giudicare benevolmente il prossimo — era già pratica corrente nelle scuole tannaitiche, attestato in m.Avot 1,6. La formulazione della regola d'oro in forma positiva da parte di Gesù si inscrive in un dibattito vivo: Hillel aveva risposto a un proselito con la versione negativa («ciò che è odioso a te non farlo al prossimo: questa è tutta la Torah», b.Shabbat 31a), indicando che la sintesi della Torah era oggetto di riflessione attiva nelle scuole del I secolo.

Analisi lessicale

Il v. 1 apre con krínete (κρίνετε), imperativo presente con forza durativa: «non continuate a giudicare per abitudine». Il senso non è abolire il discernimento, ma la condanna presuntuosa e sistematica. Il v. 2 introduce krimati e métron (μέτρον): «col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con cui misurate sarà misurato a voi» — passivum divinum, è Dio il soggetto implicito. Il sostrato aramaico rimanda al principio di middah ke-neged middah (מִדָּה כְּנֶגֶד מִדָּה), misura contro misura. Ai vv. 3-4, kárphos (κάρφος, festuca/pagliuzza) e dokós (δοκός, trave) costruiscono un'iperbole sapienziale tipicamente semitica; al v. 5 hypokritá (ὑποκριτά) designa l'«attore teatrale», chi recita la pietà — non un gruppo etnico o religioso specifico. Al v. 6 tò hágion traduce qodashim (קָדָשִׁים), le offerte consacrate. Ai vv. 7-8 gli imperativi aitéite, zēteîte, krouéte sono presenti con valore iterativo («continuate a chiedere, cercare, bussare»); anoigésetai è nuovo passivum divinum. Al v. 11 Avinu shebashamayim (אָבִינוּ שֶׁבַּשָּׁמַיִם) è l'appellativo liturgico ebraico del Padre. Al v. 12 ho nómos kaì hoi prophêtai (ὁ νόμος καὶ οἱ προφῆται) usa nómos come resa di Torah (תּוֹרָה) nel senso di «istruzione», non di codice penale — la regola d'oro è dichiarata sintesi dell'intera rivelazione.

Fonti ebraiche

Il parallelo più diretto è b.Shabbat 31a, dove Hillel sintetizza la Torah in forma negativa: «ciò che è odioso a te non farlo al tuo prossimo; il resto è commento, va' e studia». Gesù adopera la forma positiva e amplia il campo di applicazione («tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro»), dichiarandola compendio di «tutta la Torah e i Profeti». Il principio di middah ke-neged middah è codificato in m.Sotah 1,7: Dio tratta l'uomo secondo il metro che questi usa col prossimo — il versetto 2 di Matteo 7 ne è applicazione diretta. Il dan le-kaf zechut (דָּן לְכַף זְכוּת, «inclinare verso il piatto del merito») è precetto esplicito in m.Avot 1,6: «giudica ogni uomo favorevolmente». L'immagine della pagliuzza e della trave trova eco nel dibattito tannaitico sulla correzione fraterna (tokheḥah), attestato in b.Arakhin 16b e b.Bava Batra 15b, dove si discute del limite tra correzione legittima e presunzione. Il qodashim del v. 6 rimanda a Levitico 22,10-16, che regola l'accesso alle offerte consacrate: solo chi è ritualmente puro e appartiene all'alleanza vi ha diritto — la terumah era negata al non-puro.

Halakhah e dimensione pratica

Il giudice che condanna il prossimo senza prima esaminare la propria condotta viola il principio codificato in m.Sanhedrin 4,1, che prescrive al tribunale di esaminare ogni caso con equità e senza pregiudizio; il dan le-kaf zechut di m.Avot 1,6 trasforma la benevolenza nel giudizio da virtù facoltativa a obbligo halakhico. Il principio di middah ke-neged middah (m.Sotah 1,7) àncora la retribuzione divina al metro usato con il prossimo: chi giudica con severità sproporzionata attira su di sé la medesima misura. La tokheḥah (correzione fraterna, Lv 19,17) impone di ammonire il prossimo, ma solo dopo aver rimosso il proprio difetto — il che corrisponde precisamente all'imperativo del v. 5 («togli prima la trave dal tuo occhio»). Il v. 6 riflette le norme di purità sui qodashim (Lv 22,10-16): il sacro richiede discernimento, non indiscriminata distribuzione. La preghiera fiduciosa dei vv. 7-11 si inserisce nella pratica della tefillah quotidiana, in cui il fedele si rivolge ad Avinu shebashamayim come al Padre garante dei doni necessari alla vita. La regola d'oro al v. 12, infine, opera come principio ermeneutico generale (klal gadol ba-Torah): non aggiunge una norma, ma fornisce il criterio interpretativo per l'intera halakhah interpersonale.

Lettura non sostitutiva

La dichiarazione del v. 12 — «questa è la Torah e i Profeti» — non abroga la rivelazione sinaitica, ma la porta al suo compimento organico, in linea con Matteo 5,17 («non sono venuto ad abolire ma a portare a compimento»). Il kárphos e la dokós, la preghiera al Padre, la regola d'oro: tutto rimane dentro il perimetro del patrimonio ebraico del I secolo, non fuori di esso. I perushim citati implicitamente al v. 5 non sono «ipocriti» come categoria collettiva: hypokritá è rivolta a chiunque reciti la pietà senza praticarla, indipendentemente dall'appartenenza a un gruppo. La distinzione tra archiereîs (oligarchia templare sadducea) e laos (popolo) è essenziale: nessuna condanna collettiva può essere inferita da questo testo. Israele non è sostituito; la regola d'oro come sintesi della Torah conferma che l'alleanza con il popolo di Dio resta il quadro dentro cui l'insegnamento ha senso e vigore. Il compimento è intensificazione, non revoca: il dan le-kaf zechut e la middah ke-neged middah non vengono abrogati, ma portati alla loro radice più profonda nell'amore concreto del prossimo.

Note testuali

  • v. 1 — krínete (κρίνετε): imperativo presente, «non giudicate per abitudine»; sostrato: dan le-kaf zechut (m.Avot 1,6).
  • v. 2 — métron (μέτρον): misura; passivum divinum; riflette middah ke-neged middah (m.Sotah 1,7).
  • v. 3 — kárphos (κάρφος): festuca/pagliuzza, difetto minimo; adelphós: il prossimo nell'alleanza, ḥaver.
  • v. 4 — dokós (δοκός): trave, iperbole rabbinica; cf. b.Arakhin 16b; b.Bava Batra 15b.
  • v. 5 — hypokritá (ὑποκριτά): attore/simulatore, non «Fariseo»; diablépseis: vedrai con chiarezza dopo la correzione di sé.
  • v. 6 — tò hágion: qodashim (קָדָשִׁים), offerte consacrate; kusín: cani, immagine di chi è fuori dall'alleanza; choíron: porci (Lv 11,7); margarítas: perle, prezioso come la Torah nell'aggadah.
  • vv. 7-8 — aitéite, krouéte: imperativi presenti iterativi; anoigésetai: passivum divinum.
  • v. 9 — árton: pane quotidiano; líthos: pietra, dall'aspetto simile al pane.
  • v. 10 — ichthýn: pesce, cibo comune in Galilea; óphis: serpente, simile al pesce nell'aspetto.
  • v. 11 — dómata agathá: doni buoni; ho patḕr... en toîs ouranoîs = Avinu shebashamayim (אָבִינוּ שֶׁבַּשָּׁמַיִם), appellativo liturgico ebraico.
  • v. 12 — ho nómos kaì hoi prophêtai: la Torah e i Profeti; regola d'oro in forma positiva; cf. Hillel, b.Shabbat 31a (forma negativa).

Domande Frequenti

Quale differenza c'è tra la regola d'oro di Gesù e quella di Hillel?

Hillel la formula in negativo («non fare al prossimo ciò che è odioso a te», b.Shabbat 31a); Gesù in positivo («fate agli altri ciò che volete che facciano a voi»). Entrambe dichiarano la sintesi della Torah, ma la forma positiva richiede un'azione, non solo un'astensione.

«Non giudicate» significa che è proibito ogni giudizio morale?

No. Il termine greco krínete è imperativo presente con valore iterativo: vieta la condanna presuntuosa e abituale. Il discorso prosegue con il «non date le cose sante ai cani» (v. 6), che presuppone un discernimento. Il principio di middah ke-neged middah (m.Sotah 1,7) non abolisce il giudizio ma lo relativizza alla condotta di chi giudica.

Chi è l'«ipocrita» del v. 5?

Hypokritá (ὑποκριτά) designa l'attore teatrale, chi recita la pietà senza praticarla. Non è un'etichetta per i perushim: è rivolta a chiunque pretenda di correggere il difetto altrui ignorando il proprio ben più grave, indipendentemente da appartenenze religiose.

Cosa sono le «cose sante» del v. 6?

Tò hágion traduce qodashim (קָדָשִׁים), le offerte consacrate del culto templare. Levtico 22,10-16 ne regola l'accesso: solo chi è puro e appartiene all'alleanza vi ha diritto. Il versetto non depreca persone ma prescrive discernimento nella trasmissione del sacro.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.