Torna alle Fonti

Discussione sull’autorità di Gesù — Marco 11,27-33

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Discussione sull’autorità di Gesù

Mc 11,27-33·NA28·61/96·// Mt 21,23-27·Lc 20,1-8
ἐν ποίᾳ ἐξουσίᾳ=in quale autorità (reshut — Avot 1,1)רְשׁוּת reshutἐξ οὐρανοῦ ἢ ἐξ ἀνθρώπων=dal cielo o dagli uominiמִן הַשָּׁמַיִם min ha-shamayimὄντως προφήτης=veramente profeta (navi be-emet)οὐκ οἴδαμεν=non sappiamo (auto-squalifica halakhica)μέτρον ἀντὶ μέτρου=middah ke-neged middah (reciprocità)מִדָּה כְּנֶגֶד מִדָּהσεμίχα=semikhah — catena trasmissioneסְמִיכָה semikhah
Martedì Santo
27-33
Greco27 Καὶ ἔρχονται πάλιν εἰς Ἱεροσόλυμα. καὶ ἐν τῷ ἱερῷ περιπατοῦντος αὐτοῦ ἔρχονται πρὸς αὐτὸν οἱ ἀρχιερεῖς καὶ οἱ γραμματεῖς καὶ οἱ πρεσβύτεροι 28 καὶ ⸀ἔλεγον αὐτῷ· Ἐν ποίᾳ ἐξουσίᾳ ταῦτα ποιεῖς; ⸀ἢ τίς σοι ⸂ἔδωκεν τὴν ἐξουσίαν ταύτην⸃ ἵνα ταῦτα ποιῇς; 29 ὁ δὲ ⸀Ἰησοῦς εἶπεν αὐτοῖς· Ἐπερωτήσω ⸀ὑμᾶς ἕνα λόγον, καὶ ἀποκρίθητέ μοι, καὶ ἐρῶ ὑμῖν ἐν ποίᾳ ἐξουσίᾳ ταῦτα ποιῶ· 30 τὸ βάπτισμα ⸀τὸ Ἰωάννου ἐξ οὐρανοῦ ἦν ἢ ἐξ ἀνθρώπων; ἀποκρίθητέ μοι. 31 καὶ ⸀διελογίζοντο πρὸς ἑαυτοὺς λέγοντες· ⸂Τί εἴπωμεν;⸃ ἐὰν εἴπωμεν· Ἐξ οὐρανοῦ, ἐρεῖ· Διὰ τί ⸀οὖν οὐκ ἐπιστεύσατε αὐτῷ; 32 ἀλλὰ εἴπωμεν· Ἐξ ἀνθρώπων;— ἐφοβοῦντο τὸν ⸀ὄχλον, ἅπαντες γὰρ εἶχον τὸν Ἰωάννην ⸂ὄντως ὅτι⸃ προφήτης ἦν. 33 καὶ ἀποκριθέντες ⸂τῷ Ἰησοῦ λέγουσιν⸃· Οὐκ οἴδαμεν. καὶ ὁ ⸀Ἰησοῦς λέγει αὐτοῖς· Οὐδὲ ἐγὼ λέγω ὑμῖν ἐν ποίᾳ ἐξουσίᾳ ταῦτα ποιῶ.
Lettura Ortodossa27 Tornarono a ⓘ. Mentre egli camminava nel tempio, gli si fecero incontro i ⓘ, gli scribi e gli anziani 28 e gli dicevano: «Con quale ⓘ fai queste cose? O chi ti ha dato quest'autorità perché tu la eserciti?». 29 Gesù rispose loro: «Vi farò ⓘ; rispondetemi e vi dirò con quale autorità faccio queste cose. 30 Il ⓘ veniva ⓘ o dagli uomini? Rispondetemi». 31 Essi ⓘ tra loro dicendo: «Se diciamo dal cielo, dirà: ⓘ?». 32 «Ma diciamo dagli uomini?»: temevano la grande folla di ⓘ, perché tutti ritenevano che Giovanni fosse ⓘ. 33 Risposero allora a Gesù: «ⓘ». E Gesù disse loro: «ⓘ con quale autorità faccio queste cose».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

La disputa di Marco 11,27-33 si svolge nel recinto del Tempio di Gerusalemme (Hierosólyma, Yerushalayim) nei giorni immediatamente successivi alla cacciata dei venditori (Mc 11,15-19), atto pubblico che aveva provocato la reazione istituzionale dell'oligarchia templare. Gli interlocutori sono «capi dei sacerdoti, scribi e anziani» (archiereîs, grammateîs, presbyteroi): le tre componenti del Sinedrio (cf. Mc 8,31; 14,53), non «gli ebrei» come categoria indistinta. Giovanni Battista, il cui mandato è al centro del dilemma, è attestato da Flavio Giuseppe (Ant. XVIII,5,2 §117) come figura profetica di enorme prestigio popolare: il suo rito non era una semplice purificazione (tevilah ordinaria), ma un battesimo escatologico di conversione. Il periodo pasquale portava a Gerusalemme centinaia di migliaia di pellegrini, rendendo la folla (ochlos, am ha-aretz) un arbitro di fatto dell'autorità pubblica.

Analisi lessicale

Il termine centrale è exousía (v. 28), «autorità»: in ambito tannaitico corrisponde alla semikha, l'ordinazione che abilita a insegnare e a emettere sentenze halakhiche. La domanda «con quale autorità fai queste cose?» (Ἐν ποίᾳ ἐξουσίᾳ ταῦτα ποιεῖς) è dunque una sfida giuridica precisa, non un'interrogazione generica sul permesso. La contro-domanda di Gesù è introdotta come hena lógon, «una sola parola/domanda», tecnica disputativa rabbinica che costringe l'interlocutore a esplicitare i propri presupposti. L'espressione ex ouranoû (v. 30), «dal cielo», è calco greco di min ha-Shamayim, la circonlocuzione con cui si evitava il Nome divino: «battesimo dal cielo» equivale inequivocabilmente a «battesimo da Dio». Il verbo dielogízonto (v. 31) denota calcolo strategico, non ragionamento halakhico onesto (cf. Mc 2,6.8). La locuzione finale Oudè egṑ légō hymîn (v. 33) — «neanch'io ve lo dico» — attua lo shtikah ke-hoda'ah: nella tradizione tannaitica il silenzio del maestro è già risposta.

Fonti ebraiche

Il sostrato scritturistico è Deuteronomio 18,15-19, dove Mosè annuncia un profeta futuro al cui messaggio Israele è tenuto a obbedire: non riconoscerne il mandato costituisce colpa grave (dià tí oûn ouk episteúsate autôi, v. 31). La domanda di Gesù presuppone il criterio deuteronomico di verifica profetica (Dt 18,22): la folla riconosce Giovanni óntōs hóti prophḗtēs ên, «veramente un profeta», applicando questo metro carismatico-storico. La tecnica della contro-domanda che smonta le premesse dell'avversario è strutturale nelle dispute della letteratura tannaitica; analoghe strutture dialogiche si ritrovano nelle dispute dei maestri del Secondo Tempio attestate nella letteratura della Mishnah. L'uso di Shamayim come metonimia del Nome è documentato diffusamente nel giudaismo del Secondo Tempio e nella letteratura targumica, dove il Memra (la Parola divina) funge da intermediario linguistico per evitare l'anthropomorfismo diretto.

Halakhah e dimensione pratica

Il principio halakhico sotteso alla pericope è che ogni insegnante o agente pubblico deve esibire il proprio mandato: la semikha (ordinazione rabbinica) o un'altra forma di autorizzazione riconosciuta, poiché senza titolo valido l'atto giuridico è nullo. La domanda dei capi è dunque tecnicamente fondata sul quadro giuridico del tempo. La risposta di Gesù applica il principio dello sheliaḥ (mandatario): secondo m.Berakhot 5,5 e Qiddushin 43a, il mandatario è come il mandante (sheliaḥ adam kemoto); chi riconosce Giovanni come inviato profetico (sheliaḥ) di Dio deve riconoscere analoga origine a chi agisce nella stessa linea. La dottrina tannaitica del discernimento profetico (cf. m.Sanhedrin 11,5 sul profeta che parla in nome di Dio) stabilisce che il rifiuto deliberato del profeta autentico è colpa giuridicamente qualificata. Il calcolo politico («temiamo la folla», ochlos) che i capi esibiscono al v. 32 rivela che il loro non è un'indagine halakhica autentica ma un ragionamento strumentale, condizione che secondo la tradizione giuridica ebraica invalida la competenza del giudice (cf. m.Sanhedrin 4,1 sui requisiti di imparzialità del tribunale). Il silenzio conclusivo di Gesù è esso stesso un atto halakhico: chi ha perso la legittimità di giudicare perde anche il diritto alla risposta del maestro.

Lettura non sostitutiva

La pericope non oppone Gesù a «Israele» né sostituisce il popolo con una nuova comunità: gli interlocutori sono l'oligarchia templare (archiereîs), non il laos, non i perushim/farisei, non l'am ha-aretz che riconosce Giovanni come profeta. La folla che i capi temono è parte di Israele che ha già esercitato un discernimento più acuto di quello dei suoi capi istituzionali. La continuità con Giovanni Battista — profeta israelitico riconosciuto dal popolo — àncora l'intera scena all'interno della tradizione profetica di Israele, non fuori di essa. Il «compimento» che la scena suggerisce è nella linea di Dt 18: un profeta atteso che il popolo può riconoscere, non una rottura con la Torah. Nessun elemento del testo autorizza una lettura collettivamente condannatoria del popolo ebraico; la critica è puntuale e circoscritta a chi detiene il potere istituzionale e lo esercita con calcolo politico anziché con ricerca della verità.

Note testuali

  • v. 27 — archiereîs kaì grammateîs kaì presbyteroi: «capi dei sacerdoti, scribi e anziani» = le tre componenti del Sinedrio; non «gli ebrei» indistinti.
  • v. 28 — exousía: «autorità» nel senso tecnico di semikha, mandato giuridico-halakhico; la domanda è una sfida istituzionale formale.
  • v. 30 — ex ouranoû: trascrizione greca di min ha-Shamayim, circonlocuzione per «da Dio»; hena lógon: tecnica disputativa rabbinica della contro-domanda.
  • v. 31 — dielogízonto: calcolo strategico, non discernimento halakhico (cf. Mc 2,6.8); dià tí oûn ouk episteúsate autôi: rifiuto del profeta = colpa qualificata (Dt 18,15-19).
  • v. 32 — ochlos / am ha-aretz: pellegrini pasquali, arbitri di fatto dell'ordine pubblico; óntōs hóti prophḗtēs ên: riconoscimento profetico popolare secondo il criterio di Dt 18,22.
  • v. 33 — Ouk oídamen: confessione di non-competenza halakhica; Oudè egṑ légō hymîn: shtikah ke-hoda'ah — il silenzio del maestro come risposta giuridica.

Domande Frequenti

Perché Gesù risponde con una contro-domanda anziché dichiarare direttamente la propria autorità?

La contro-domanda (hena lógon) è una tecnica standard del dibattito rabbinico: obbliga l'interlocutore a esplicitare i propri presupposti. Se i capi non riescono a pronunciarsi sul mandato di Giovanni, attestato dal popolo come profetico secondo Dt 18,22, dimostrano di non possedere il discernimento necessario per giudicare un'autorità analoga.

Chi sono esattamente i «capi dei sacerdoti, scribi e anziani» che interrogano Gesù?

Sono le tre componenti del Sinedrio (cf. Mc 8,31; 14,53): le famiglie sacerdotali dominanti (archiereîs), i dottori della Legge (grammateîs) e gli anziani laici (presbyteroi). Non rappresentano «gli ebrei» come categoria, ma l'oligarchia istituzionale del Tempio, distinta dal popolo (laos) e dai pellegrini (ochlos).

Che significato ha la risposta «non lo sappiamo» dei capi del Sinedrio?

Secondo la tradizione tannaitica, chi non sa pronunciarsi sull'autorità di un profeta — materia centrale della competenza del Sinedrio — confessa la propria incompetenza halakhica (cf. m.Sanhedrin 4,1 sui requisiti di imparzialità). La loro resa è già una risposta: l'incapacità di giudicare l'autorità di Giovanni li priva del titolo per giudicare quella di Gesù.

Il silenzio finale di Gesù è un'evasione o ha un valore giuridico preciso?

È un atto halakhico deliberato: lo shtikah ke-hoda'ah, il silenzio del maestro come risposta riconosciuta nella tradizione tannaitica. Gesù non rifiuta di rispondere sull'autorità, ma rifiuta interlocutori che, avendo già deciso di non riconoscere il mandato profetico di Giovanni, hanno perso la legittimità giuridica di interrogare.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.