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Istituzione dell'Eucaristia — Marco 14,22-26

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Istituzione dell'Eucaristia

Mc 14,22-26·NA28·80/96·// Mt 26,26-30·Lc 22,19-20·1Cor 11,23-25
εὐλογήσας... κατέκλασεν=benedì e spezzò (Ha-Motzi — Dt 8,10)הַמּוֹצִיא ha-motziτοῦτό ἐστιν τὸ σῶμά μου=questo è il mio corpo (zikkuy)αἷμά μου τῆς διαθήκης=sangue del patto (Es 24,8; Zc 9,11)דַּם בְּרִיתִי dam beritiἐκχυννόμενον ὑπὲρ πολλῶν=versato per molti (Is 53,12)עֲבוּר רַבִּים 'avur rabbimκόπος τῆς βεράκας=kos shel berakhah — terzo calice Seder (Pesachim 10,7)כּוֹס שֶׁל בְּרָכָהὑμνήσαντες=cantato l'inno (Hallel Sal 115-118)הַלֵּל ha-Hallel
Giovedì Santo (In Coena Domini)
22-26
Greco22 Καὶ ἐσθιόντων αὐτῶν ⸀λαβὼν ἄρτον εὐλογήσας ἔκλασεν καὶ ἔδωκεν αὐτοῖς καὶ εἶπεν· ⸀Λάβετε, τοῦτό ἐστιν τὸ σῶμά μου. 23 καὶ ⸀λαβὼν ποτήριον εὐχαριστήσας ἔδωκεν αὐτοῖς, καὶ ἔπιον ἐξ αὐτοῦ πάντες. 24 καὶ εἶπεν αὐτοῖς· Τοῦτό ἐστιν τὸ αἷμά μου ⸀τῆς διαθήκης τὸ ⸂ἐκχυννόμενον ὑπὲρ πολλῶν⸃. 25 ἀμὴν λέγω ὑμῖν ὅτι οὐκέτι οὐ μὴ πίω ἐκ τοῦ γενήματος τῆς ἀμπέλου ἕως τῆς ἡμέρας ἐκείνης ὅταν αὐτὸ πίνω καινὸν ἐν τῇ βασιλείᾳ τοῦ θεοῦ. 26 Καὶ ὑμνήσαντες ἐξῆλθον εἰς τὸ Ὄρος τῶν Ἐλαιῶν.
Lettura Ortodossa22 Mentre mangiavano, prese il pane, ⓘ, lo spezzò: «Prendete, ⓘ». 23 Preso il ⓘ, lo diede, e ne bevvero tutti. 24 «Questo è il mio ⓘ, che è ⓘ. 25 Non berrò più del ⓘ fino al giorno in cui lo berrò ⓘ». 26 Cantato l'ⓘ, uscirono al monte degli Ulivi.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

La cena descritta in Marco 14,22-26 si colloca nella Gerusalemme del I secolo, durante la festa di Pesach, in un contesto dominato dalla tensione tra il movimento di Gesù e l'oligarchia sacerdotale (archiereîs) che gestiva il Tempio. Il Seder pasquale era un rituale domestico codificato: benedizioni sul pane e sul vino, recitazione dell'Haggadah, canto dell'Hallel (Salmi 113-118). La formula «frutto della vite» (genḗmatos tês ampélou) corrisponde quasi letteralmente alla berakhah sul vino attestata nella tradizione tannaitica. Il contesto del Secondo Tempio rende intelligibile anche il riferimento ai «molti» (rabbim): nei testi di Qumran (Regola della Comunità, 1QS 6,1) «i Molti» designa l'assemblea plenaria dei membri pienamente iniziati — un parallelo illuminante per comprendere l'idioma semitico utilizzato da Gesù nell'Ultima Cena.

Analisi lessicale

Il verbo eulogḗsas (v. 22) traduce la berakhah ebraica sul pane — «Benedetto sei tu, Signore nostro Dio, re dell'universo, che fai uscire il pane dalla terra» — e non indica un gesto di consacrazione nel senso ellenistico, ma una lode rivolta a Dio per il dono creaturale. Analogamente, eucharistḗsas (v. 23) corrisponde alla berakhah sul vino. L'espressione tò haîmá mou tês diathḗkēs (v. 24) cita Esodo 24,8 nella forma della Settanta: il termine diathḗkē (che in greco può indicare «testamento» con deriva platonica verso un rapporto unilaterale) va ancorato all'ebraico berît — patto bilaterale, alleanza vincolante tra Dio e Israele. Il participio presente ekchynnómenon («che è versato») marca un'azione in corso, non passata. Hypèr pollôn (v. 24) riflette il semitico rabbim — termine inclusivo per «la moltitudine», non una restrizione esclusiva. Hymnḗsantes (v. 26) designa il canto dell'Hallel pasquale.

Fonti ebraiche

Il nucleo della pericope è costruito su tre pilastri scritturistici e intertestamentali. Il primo è Esodo 24,8: «Mosè prese il sangue, ne asperse il popolo e disse: ecco il sangue dell'alleanza che il Signore ha concluso con voi». Gesù si colloca esplicitamente dentro questa logica sinaitica, annunciandone il rinnovamento. Il secondo pilastro è Geremia 31,31: la «nuova alleanza» promessa non abolisce quella mosaica, ma la rinnova dall'interno — compimento, non sostituzione. Il terzo è il quarto canto del Servo (Isaia 53,11-12): «il giusto mio servo giustificherà i molti… egli portò il peccato di molti» — il termine rabbim di Isaia 53 è esattamente l'idioma semitico riecheggiato in Marco 14,24. Il riferimento al «frutto della vite» (genḗmatos tês ampélou) riprende quasi alla lettera la formula della berakhah sul vino attestata nella tradizione tannaitica. L'Hallel pasquale (Salmi 113-118) — citato come «inno» al v. 26 — era parte integrante del rituale del Seder.

Halakhah e dimensione pratica

Il rito descritto da Marco aderisce in ogni dettaglio alla prassi halakhica della tavola ebraica festiva: le berakhot sul pane e sul vino sono obbligazioni rituali codificate, non gesti simbolici spontanei. Il modello giuridico sottostante all'«alleanza nel sangue» è quello della berît sinaitica, con i suoi elementi costitutivi: la parola (davar), il segno e la comunità dei contraenti. Il concetto di rinnovo dell'alleanza — distinto dall'abrogazione — è halakhicamente fondamentale: anche la «nuova alleanza» di Geremia 31,31 non annulla la Torah, ma la interiorizza. Il voto escatologico di Gesù («non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio», v. 25) richiama la categoria del neder (voto formale) e proietta il convivio verso il banchetto messianico, attesa concreta del giudaismo del Secondo Tempio. Sul piano della trasmissione e del mandato, il gesto dello spezzare e distribuire evoca la figura dello shaliach (il mandatario plenipotenziale), principio codificato in m.Berakhot 5,5 con la formula «sheliaḥ adam kemoto» — il mandatario è come colui che lo ha inviato. Marco non aggiunge «per la remissione dei peccati» (cf. Mt 26,28): la sobrietà redazionale marciana preserva la dimensione di rinnovo dell'alleanza senza ridurla a meccanismo espiatorio isolato.

Lettura non sostitutiva

L'eucaristia marciana nasce dall'interno del giudaismo del Secondo Tempio e non lo sostituisce. Le berakhot sul pane e sul vino, l'Hallel pasquale, il richiamo al sangue dell'alleanza sinaitica, il riferimento al servo dei «molti» di Isaia 53: tutti questi elementi attestano un compimento che presuppone la continuità, non la rottura. «Sangue dell'alleanza» è citazione di Esodo 24,8 — Israele non è abrogato ma incluso nel rinnovo promesso da Geremia 31,31. «Per molti» (rabbim) allarga la salvezza alla moltitudine, senza escludere nessuno: non è una restrizione etnica o numerica. Il popolo (laos) di Israele non è condannato collettivamente; la tensione narrativa di Marco 14 riguarda l'oligarchia sacerdotale (archiereîs), non il popolo. I perushim (farisei) appaiono altrove nel vangelo come interlocutori dell'osservanza — non come archetipo di ipocrisia. Lo sguardo finale al «regno di Dio» (v. 25) è la speranza messianica di Israele, concretissima, non una fuga spiritualistica verso un altrove platonico.

Note testuali

  • v. 22 — eulogḗsas: la berakhah ebraica sul pane («Benedetto sei tu… che fai uscire il pane dalla terra»); toûtó estin tò sômá mou: «questo è il mio corpo» — sôma va ancorato all'ebraico gûf/basar (corpo fisico vivente), non alla dicotomia platonica corpo/anima.
  • v. 23 — potḗrion eucharistḗsas: il calice; eucharistḗsas traduce la berakhah sul vino («…che crei il frutto della vite»).
  • v. 24 — tò haîmá mou tês diathḗkēs: eco di Esodo 24,8 (LXX) — rinnovo dell'alleanza sinaitica, non abolizione; diathḗkē = berît (patto), non testamento unilaterale; ekchynnómenon hypèr pollôn: participio presente («che è versato per i molti») — rabbim = la moltitudine inclusiva (cf. Isaia 53,11-12); Marco non aggiunge «per la remissione dei peccati» (diff. Mt 26,28).
  • v. 25 — genḗmatos tês ampélou: «frutto della vite», formula della berakhah sul vino; kainòn en têi basileíai toû theoû: «nuovo nel regno di Dio» — il banchetto messianico come speranza escatologica concreta.
  • v. 26 — hymnḗsantes: «cantato l'inno» = l'Hallel pasquale (Salmi 113-118), parte integrante del Seder di Pesach.

Domande Frequenti

Perché Marco non aggiunge «per la remissione dei peccati» come fa Matteo 26,28?

La sobrietà redazionale di Marco preserva il significato primario di rinnovo dell'alleanza (Esodo 24,8; Geremia 31,31) senza ridurlo a meccanismo espiatorio isolato. L'aggiunta matteana è una specificazione teologica successiva; il testo marciano resta ancorato al paradigma sinaitico.

«Versato per molti» esclude qualcuno dalla salvezza?

No. Il termine greco hypèr pollôn riflette il semitico rabbim — «la moltitudine» inclusiva, lo stesso idioma del quarto canto del Servo (Isaia 53,11-12: «giustificherà i molti»). In quel contesto linguistico rabbim indica la grande massa, non un gruppo ristretto selezionato per esclusione.

Qual è il rapporto tra l'eucaristia di Marco e il Seder pasquale ebraico?

I gesti descritti — berakhah sul pane, berakhah sul vino con la formula «frutto della vite», canto dell'Hallel finale — corrispondono punto per punto al rituale del Seder di Pesach attestato nella tradizione tannaitica. L'eucaristia nasce dall'interno di quel rito, come compimento, non come sua sostituzione.

Cosa significa il voto escatologico di Gesù al v. 25?

Il voto «non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio» proietta la cena verso il banchetto messianico — attesa concreta del giudaismo del Secondo Tempio, non fuga spiritualistica. Richiama la categoria del neder (voto formale) e orienta la comunità verso la speranza del regno.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.