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Ciò che contamina l'uomo — Marco 7,14-23

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Ciò che contamina l'uomo

Mc 7,14-23·NA28·35/96·// Mt 15,10-20
κοινῶσαι=rendere impuro (tum'ah)טֻמְאָה tum'ahκαθαρίζων πάντα τὰ βρώματα=purificando tutti i cibi (kasherut)ἐκ τῆς καρδίας=dal cuore (internalizzazione)לֵב levὀφθαλμὸς πονηρός=occhio malvagio (Avot 2,11)עַיִן הָרָע ayin ha-raοἱ διαλογισμοὶ οἱ κακοί=ragionamenti malvagiταῦτα κοινοῖ τὸν ἄνθρωπον=questi rendono impuro l'uomo
XXII domenica T.O. — anno B (Mc 7,1-23)
14-23
Greco14 Καὶ προσκαλεσάμενος ⸀πάλιν τὸν ὄχλον ἔλεγεν αὐτοῖς· ⸀Ἀκούσατέ μου πάντες καὶ ⸀σύνετε. 15 οὐδέν ἐστιν ἔξωθεν τοῦ ἀνθρώπου εἰσπορευόμενον εἰς αὐτὸν ὃ δύναται ⸂κοινῶσαι αὐτόν⸃· ἀλλὰ τὰ ⸂ἐκ τοῦ ἀνθρώπου ἐκπορευόμενά⸃ ἐστιν τὰ κοινοῦντα τὸν ⸀ἄνθρωπον. 17 Καὶ ὅτε εἰσῆλθεν ⸀εἰς οἶκον ἀπὸ τοῦ ὄχλου, ἐπηρώτων αὐτὸν οἱ μαθηταὶ αὐτοῦ ⸂τὴν παραβολήν⸃. 18 καὶ λέγει αὐτοῖς· Οὕτως καὶ ὑμεῖς ἀσύνετοί ἐστε; οὐ νοεῖτε ὅτι πᾶν τὸ ἔξωθεν εἰσπορευόμενον εἰς τὸν ἄνθρωπον οὐ δύναται αὐτὸν κοινῶσαι, 19 ὅτι οὐκ εἰσπορεύεται αὐτοῦ εἰς τὴν καρδίαν ἀλλ’ εἰς τὴν κοιλίαν, καὶ εἰς τὸν ἀφεδρῶνα ἐκπορεύεται; —⸀καθαρίζων πάντα τὰ βρώματα. 20 ἔλεγεν δὲ ὅτι Τὸ ἐκ τοῦ ἀνθρώπου ἐκπορευόμενον ἐκεῖνο κοινοῖ τὸν ἄνθρωπον· 21 ἔσωθεν γὰρ ἐκ τῆς καρδίας τῶν ἀνθρώπων οἱ διαλογισμοὶ οἱ κακοὶ ἐκπορεύονται, ⸂πορνεῖαι, κλοπαί, φόνοι, 22 μοιχεῖαι⸃, πλεονεξίαι, πονηρίαι, δόλος, ἀσέλγεια, ὀφθαλμὸς πονηρός, βλασφημία, ὑπερηφανία, ἀφροσύνη· 23 πάντα ταῦτα τὰ πονηρὰ ἔσωθεν ἐκπορεύεται καὶ κοινοῖ τὸν ἄνθρωπον.
Lettura Ortodossa14 E, chiamata di nuovo a sé la folla di am ha-aretz (i popolani non osservanti, non ḥaverim) ⓘ, Gesù diceva loro: «ⓘ tutti, e comprendete: 15 ⓘ; ma le cose che escono dall'uomo, quelle lo rendono impuro». 17 E quando entrò in casa, lontano dalla folla, i suoi ⓘ lo interrogavano sulla ⓘ. 18 E Gesù dice loro: «Così anche voi siete ⓘ? Non comprendete che tutto ciò che dal di fuori entra nell'uomo non può renderlo impuro, 19 perché ⓘ?». ⓘ. 20 E Gesù diceva: «Ciò che esce dall'uomo, quello rende impuro l'uomo. 21 Poiché dal di dentro, dal ⓘ degli uomini escono ⓘ: ⓘ, 22 ⓘ, ⓘ. 23 Tutte queste cose malvagie escono dal di dentro e rendono impuro l'uomo».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Marco 7,14-23 si colloca nella Galilea del I secolo, in un contesto di pluralismo halakhico vivace: i perushim (farisei) e i loro scribi avevano elaborato le «tradizioni degli anziani» (paradosis tōn presbyterōn), tra cui la netilat yadayim — il lavaggio rituale delle mani prima del pasto —, prassi attestata anche nella letteratura del Secondo Tempio e dibattuta nelle scuole di Hillel e Shammai (cf. m.Yadayim 1-2). L'interlocutore immediato di Gesù al v. 14 è l'óchlos, il popolo comune non-haver, convocato pubblicamente a ricevere un insegnamento sulla tum'ah (impurità). Flavio Giuseppe descrive la pressione sociale delle tradizioni farisaiche sul popolo (Ant. XIII, 10,6); i rotoli di Qumran testimoniano regole di purità ancor più severe (4QMMT, Regola della Comunità). La discussione sul v. 19 — l'inciso editoriale di Marco «dichiarando puri tutti i cibi» — anticipa le dispute delle comunità paoline di etnico-cristiani (Rm 14,14.20; At 10,15), ma il detto originario di Gesù verte sulla sede morale dell'impurità, non sull'abrogazione di Lv 11.

Analisi lessicale

Il verbo chiave è koinóō (v. 15.18.20.23): «rendere comune/profano», opposto al santo/puro — corrisponde all'ebraico tame' (טָמֵא) e al sostantivo tum'ah (טֻמְאָה). Non si tratta di metafora generica: koinós è termine tecnico della purità rituale ellenistica che traduce il concetto di profanazione cultuale.

Al v. 14, Akoúsaté — imperativo aoristico — risuona dell'incipit dello Shema (Dt 6,4: «Shema' Yisra'el»), segnalando che il maestro sta per enunciare un principio fondante. La parabolḗn (v. 17) corrisponde al mashal ebraico, detto enigmatico che richiede spiegazione ai talmidim; i discepoli definiti asýnetoi (v. 18) — privi di binah, la capacità di discernimento — sono rimproverati per non aver còlto il senso.

Al v. 19 il participio katharízōn è al nominativo maschile singolare: non concorda né con aphedrôna (accusativo, «fogna») né con brṓmata (neutro plurale, «cibi»), ma con il soggetto narrante — è glossa editoriale del narratore, non parola diretta di Gesù. La kardía (v. 19.21) corrisponde al lev ebraico: centro del volere morale, non mera sede affettiva. I dialogismoì kakoí (v. 21) — «propositi malvagi» — evocano il yetzer ha-ra', l'inclinazione al male. L'ophthalmòs ponērós (v. 22) — «occhio cattivo» — è l'idioma ebraico ʿayin ha-raʿ, l'avidità invidiosa, non il malocchio magico. La aphrosýnē finale (v. 23) richiama la nevalah, l'agire da stolto-empio.

Fonti ebraiche

Il catalogo dei vizi ai vv. 21-22 — porneîai, klopaí, fónoi, moicheîai — rispecchia la seconda tavola del Decalogo (Es 20,13-17; Dt 5,17-21), tradizione consolidata nelle liste etiche del giudaismo del Secondo Tempio. La letteratura sapienziale (Pr 4,23: «custodisci il tuo cuore, perché da esso sgorga la vita») e profetica condivide l'accento: Is 29,13 («questo popolo si avvicina a me con la bocca... ma il suo cuore è lontano da me») è citato dallo stesso Gesù ai vv. 6-7 nella disputa precedente, e costituisce il sostrato teologico dell'insegnamento. Geremia 17,9 («il cuore è ingannatore più di ogni cosa») elabora ulteriormente questa linea.

I targumim e la tradizione tannaita condividono la priorità del lev: Sifré Devarim §45 commenta che le parole della Torah «devono essere fisse nel tuo cuore». Il Testamento dei Dodici Patriarchi (T.Beniamino 8,2; T.Asher 2-6) elenca vizi analoghi radicati nel cuore malvagio. Il principio che la vera impurità è morale prima che rituale non abolisce la distinzione rituale, ma la interiorizz secondo la linea profetica già presente in Isaia e Geremia.

Halakhah e dimensione pratica

Il principio halakhico sotteso al detto di Gesù è che la tum'ah rituale e la contaminazione morale operano su piani distinti: il cibo non entra nel lev (sede del volere e della responsabilità giuridica), dunque non può produrre impurità morale, che è l'unica a impedire la relazione con Dio secondo la linea profetica.

Sul piano giuridico-pratico, la disputa si colloca nel quadro della netilat yadayim (m.Yadayim 1-2): il lavaggio rituale delle mani prima del pasto era una taqqanah rabbinica («tradizione degli anziani»), non una prescrizione toraica diretta, e il suo statuto era discusso tra le scuole. La distinzione tra tum'ah de-oraita (biblica) e tum'ah de-rabbanan (rabbinica) era giuridicamente rilevante: la seconda ha forza minore e può essere oggetto di disputa senza violare la Torah scritta. Il catalogo dei vizi ai vv. 21-22 aggancia direttamente le proibizioni del Decalogo (Es 20; Dt 5), che appartengono al nucleo delle mitzvot di rango assoluto: furto (lo tignov), omicidio (lo tirtsach), adulterio (lo tin'af) sono elencati come mali del cuore, ribadendo che la halakhah più profonda è interiore. Secondo m.Sanhedrin 4,1, la responsabilità giuridica personale è inalienabile: ogni individuo risponde delle proprie azioni davanti al tribunale. Il yetzer ha-ra' — evocato dai dialogismoì kakoí — è la categoria rabbinica per l'inclinazione al male che ciascuno è chiamato a dominare (cf. Gn 4,7; Sifré Devarim §45), e il suo controllo è il compito halakhico fondamentale della vita morale.

Lettura non sostitutiva

Il detto di Gesù in Mc 7,14-23 si inscrive pienamente nella linea profetica di Israele: l'accento sul cuore come sede della vera impurità è elaborazione di Is 29,13 e Ger 17,9, non loro revoca. La categoria di koinóō — rendere impuro — resta operante come termine tecnico rituale: il detto non abolisce la distinzione puro/impuro, ma ne individua il fondamento morale, esattamente come la tradizione tannaita che radica le mitzvot nell'intenzione del cuore.

L'inciso editoriale di Marco al v. 19 («dichiarando puri tutti i cibi») è una inferenza del narratore, non una parola diretta di Gesù: la sua portata è limitata dal confronto con Matteo 15,17-20, che omette la glossa e mantiene il detto sul piano del lavaggio delle mani. Israele non è sostituito da una nuova comunità senza radici: il richiamo al Decalogo ai vv. 21-22 ancóra il detto nella Torah ricevuta a Sinai. I perushim del testo sono osservanti che dibattono una taqqanah specifica — non stereotipi dell'ipocrisia —, e il popolo (óchlos, laos) è destinatario privilegiato dell'insegnamento, non oggetto di condanna collettiva.

Note testuali

  • v. 14 — óchlon: il popolino non-haver, convocato in pubblico; Akoúsaté: imperativo che risuona dello Shema (Dt 6,4).
  • v. 15 — koinóō: «rendere comune/impuro» = tame' (טָמֵא); il detto verte sulla sede della vera contaminazione (il cuore), interiorizzazione profetica (cf. Is 29,13).
  • v. 17 — parabolḗn: mashal, detto enigmatico che chiede spiegazione; talmidim: allievi del maestro.
  • v. 18 — asýnetoi: privi di binah, la capacità di discernimento.
  • v. 19 — ouk eisporeúetai ... eis tḕn kardían all' eis tḕn koilían ... eis tòn aphedrôna: il cibo non raggiunge il lev (sede del volere morale), ma solo il corpo; katharízōn pánta tà brṓmata: glossa editoriale di Marco (participio al nominativo = voce del narratore, non parola diretta di Gesù); senso: il cibo non contamina moralmente; Matteo (15,17-20) la omette e resta sul lavaggio delle mani; il wording è ampio («tutti i cibi») e la ricezione (At 10,15; Rm 14,14.20) lo lesse sulle leggi alimentari.
  • v. 21 — kardías: lev, centro del volere e del pensiero; dialogismoì kakoí: i ragionamenti del yetzer ha-ra', l'inclinazione al male.
  • vv. 21-22 — porneîai, klopaí, fónoi, moicheîai: eco della seconda tavola del Decalogo (Es 20; Dt 5); ophthalmòs ponērós: «occhio cattivo» = ʿayin ha-raʿ, idioma ebraico per l'avidità invidiosa, non il malocchio magico; aphrosýnē: nevalah, l'agire da stolto-empio.

Domande Frequenti

Mc 7,19 («dichiarando puri tutti i cibi») è una parola diretta di Gesù?

No. Il participio katharízōn al nominativo maschile singolare non concorda grammaticalmente né con «fogna» né con «cibi»: è glossa editoriale del narratore Marco. Matteo 15,17-20 omette l'inciso e restringe il detto al lavaggio delle mani, mostrando che la tradizione non era unanime nell'inferirne l'abrogazione delle leggi alimentari di Lv 11.

Il detto di Gesù abolisce le leggi di purità della Torah?

Il detto verte sulla sede della vera contaminazione — il lev (cuore) — non sull'abrogazione della categoria rituale. Il termine koinóō resta tecnico-rituale; l'accento è morale, in linea con Is 29,13 e Ger 17,9. La distinzione puro/impuro come categoria rituale non è dichiarata abolita dal testo di Gesù.

Che cosa sono i «propositi malvagi» (dialogismoì kakoí) del v. 21?

Corrispondono al yetzer ha-ra' rabbinico, l'inclinazione al male radicata nel cuore. Il catalogo che segue — furto, omicidio, adulterio, cupidigia — rispecchia la seconda tavola del Decalogo (Es 20; Dt 5), ribadendo che la responsabilità morale è personale e inalienabile secondo m.Sanhedrin 4,1.

L'«occhio cattivo» del v. 22 ha a che fare con il malocchio?

No. Ophthalmòs ponērós è la resa greca dell'idioma ebraico ʿayin ha-raʿ: nell'uso biblico e rabbinico indica l'avidità invidiosa, la meschinità verso il prossimo. Non ha nessun riferimento a pratiche magiche, ma appartiene alla sfera etica del rapporto con i beni e con gli altri.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.