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La venuta del Figlio dell’uomo — Marco 13,24-27

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

La venuta del Figlio dell’uomo

24-27
Greco24 Ἀλλὰ ἐν ἐκείναις ταῖς ἡμέραις μετὰ τὴν θλῖψιν ἐκείνην ὁ ἥλιος σκοτισθήσεται, καὶ ἡ σελήνη οὐ δώσει τὸ φέγγος αὐτῆς, 25 καὶ οἱ ἀστέρες ⸂ἔσονται ἐκ τοῦ οὐρανοῦ πίπτοντες⸃, καὶ αἱ δυνάμεις αἱ ἐν τοῖς οὐρανοῖς σαλευθήσονται. 26 καὶ τότε ὄψονται τὸν υἱὸν τοῦ ἀνθρώπου ἐρχόμενον ἐν νεφέλαις μετὰ δυνάμεως πολλῆς καὶ δόξης· 27 καὶ τότε ἀποστελεῖ τοὺς ⸀ἀγγέλους καὶ ἐπισυνάξει τοὺς ⸀ἐκλεκτοὺς ἐκ τῶν τεσσάρων ἀνέμων ἀπ’ ἄκρου γῆς ἕως ἄκρου οὐρανοῦ.
Lettura Ortodossa24 In quei giorni, dopo la ⓘ, il ⓘ, 25 le ⓘ dal cielo e le ⓘ. 26 Allora vedranno il Figlio dell'uomo (ⓘ) ⓘ con grande potenza e gloria (ⓘ). 27 Egli ⓘ e ⓘ, da un estremo della terra fino a un estremo del cielo.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Marco 13,24-27 appartiene al cosiddetto «discorso escatologico» pronunciato sul Monte degli Ulivi, tradizionalmente datato alla settimana della Passione (30-33 e.v.), in un contesto di acuta tensione tra il movimento di Gesù e l'oligarchia templare (archiereîs). Il Tempio di Erode, completato in parte sotto Erode Agrippa I, era il centro cultuale e politico-economico della Giudea romana. La tradizione apocalittica fioriva in questo periodo: i Rotoli del Mar Morto (1QM, «Regola della Guerra») e il Libro delle Parabole enochici (1Enoc 37-71) testimoniano l'attesa diffusa di un intervento divino risolutivo preceduto da una «grande tribolazione». Flavio Giuseppe (Bellum Iudaicum IV-VI) documenta i «segni nel cielo» attesi prima della caduta di Gerusalemme (70 e.v.), confermando che il linguaggio cosmico-profetico era registro condiviso nel giudaismo coevo, non speculazione astratta.

Analisi lessicale

Il v. 24 introduce thlîpsis (θλῖψις), «tribolazione», termine che nel sostrato aramaico-ebraico rimanda ai chevlè mashiach, «doglie del Messia», attese prima della redenzione finale (m.Sotah 9,15; Daniele 12,1). I futuri passivi skotisthḗsetai (σκοτισθήσεται) e saleuthḗsontai (σαλευθήσονται) sono passiva divina: l'agente sottinteso è Dio stesso, secondo la consuetudine grammaticale ebraica che evita di nominare direttamente YHWH. Il participio píptontes (πίπτοντες, v. 25) ha aspetto durativo: un «cadere in atto», processo in corso. Al v. 26, erchómenon en nephélais (ἐρχόμενον ἐν νεφέλαις) cita verbatim Daniele 7,13 (LXX/Teodozione), dove il Bar Enash (בַּר אֱנָשׁ) aramaico riceve sovranità da YHWH. Il termine dóxa (δόξα, «gloria») traduce l'ebraico kavod (כָּבוֹד), il «peso» della presenza manifesta di Dio, categoria teologica irriducibile a concetti ellenistici di splendore estetico. Al v. 27, apostelei (ἀποστελεῖ) deriva dalla stessa radice di shaliach, l'inviato-mandatario del diritto ebraico; episynáxei (ἐπισυνάξει) è il verbo tecnico del raduno escatologico.

Fonti ebraiche

Il «crollo» di sole, luna e stelle (vv. 24-25) non è astronomia letterale: è il repertorio fisso degli oracoli profetici contro le nazioni. Isaia 13,10 lo usa contro Babilonia; Ezechiele 32,7 contro l'Egitto; Gioele 2,10 nel contesto del «giorno del Signore». Isaia 34,4 aggiunge la caduta delle «schiere celesti» (hai dynámeis, v. 25), identificate con le potenze cosmiche che sorreggono i regni terreni. La visione del v. 26 cita esplicitamente Daniele 7,13-14, dove «uno simile a un figlio d'uomo» si presenta all'«Antico dei giorni» e riceve «potenza, gloria e regno» eterno. Questa figura è il nucleo del titolo Figlio dell'uomo nei vangeli: non designa la sola dimensione umana, ma la figura regale-celeste investita da Dio del giudizio universale. Il «raduno dai quattro venti» (v. 27) è la trasposizione escatologica della qibbutz galuyot, la riunione degli esuli, promessa centrale nella speranza d'Israele: Deuteronomio 30,4 («se anche tu fossi disperso all'estremità dei cieli, di là il Signore tuo Dio ti raccoglierà») e Isaia 11,12 («raccoglierà i dispersi di Israele dai quattro angoli della terra»). Zaccaria 2,10 aggiunge la dimensione universale del raduno. Il Libro delle Parabole enochici (1Enoc 62) attesta la tradizione del Figlio dell'uomo come giudice escatologico nel giudaismo del Secondo Tempio, indipendentemente dalla tradizione evangelica.

Halakhah e dimensione pratica

La logica giuridico-pratica di questo testo si fonda sul principio che il giudizio e il raduno escatologici sono atti sovrani di Dio, delegati secondo il modello dello shaliach: «il mandatario di un uomo è come lui stesso» (sheliaḥ adam kemoto, m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a). Gli angeli inviati (apostelei toùs angélous, v. 27) operano come sheluḥim divini nel raduno degli eletti, con piena validità giuridica dell'atto compiuto in nome del mandante.

Sul piano della purità e dell'appartenenza comunitaria, il termine eklektoí (ἐκλεκτοί, «eletti») riprende la categoria ebraica di beḥirim, usata a Qumran (1QS 8,6; 1QM 12,1) per indicare i membri del patto rinnovato: non una selezione arbitraria, ma un'appartenenza definita da fedeltà all'alleanza (berit). La sequenza escatologica «tribolazione → manifestazione → raduno» rispecchia lo schema halakhico del processo giudiziario: din (giudizio), pesiqa (sentenza), biẓẓua (esecuzione). Il raduno «dall'estremità della terra all'estremità del cielo» (v. 27) evoca il precetto del qibbutz galuyot come obbligo teologico-pratico, non solo speranza mistica: la teshuvah collettiva d'Israele e il ritorno alla terra sono condizioni enunciate in Deuteronomio 30,2-4 come prerequisiti del raduno stesso.

Lettura non sostitutiva

La pericope è costruita interamente con la Scrittura d'Israele: Daniele 7 per il Figlio dell'uomo, i profeti del «giorno del Signore» per il crollo cosmico, Deuteronomio e Isaia per il raduno. Non c'è fuga gnostica dal mondo verso un pleroma spirituale: c'è il raduno concreto degli eletti «dai quattro venti», nella linea della qibbutz galuyot. L'estensione della promessa «a tutti gli eletti» non revoca l'alleanza con Israele: coerentemente con l'annuncio «a tutte le genti» di Marco 13,10, la salvezza si allarga senza abrogare la promessa originaria. Il popolo dell'alleanza (laos) non è sostituito né condannato collettivamente; la distinzione va mantenuta tra l'oligarchia templare (archiereîs) e il popolo. Il compimento di Daniele 7 non è abolizione della Torah ma sua realizzazione: il regno dato al Figlio dell'uomo è il regno che Daniele prometteva al «popolo dei santi dell'Altissimo» (Daniele 7,27).

Note testuali

  • v. 24 — thlîpsis (θλῖψις): «tribolazione», le doglie del Messia (chevlè mashiach); skotisthḗsetai (σκοτισθήσεται): futuro passivo divino, «sarà oscurato» da Dio.
  • v. 24-25 — ho hḗlios ... hē selḗnē ... hoi astéres: sole, luna, stelle come simboli delle potenze cosmico-politiche nel linguaggio profetico del «giorno del Signore» (Is 13,10; Ez 32,7; Gl 2,10; Is 34,4); nessuna astronomia letterale.
  • v. 25 — píptontes (πίπτοντες): participio durativo, «cadendo»; hai dynámeis ... saleuthḗsontai: «le potenze saranno scosse», passivo divino; dynámeis = schiere celesti, non semplici astri.
  • v. 26 — tòn hyiòn toû anthrṓpou erchómenon en nephélais: citazione di Daniele 7,13; Bar Enash (בַּר אֱנָשׁ) = figura regale-celeste; dóxa (δόξα) = kavod (כָּבוֹד), presenza manifesta di Dio.
  • v. 27 — apostelei toùs angélous: radice di shaliach, inviato-mandatario; episynáxei toùs eklektoùs ek tôn tessárōn anémōn: qibbutz galuyot, raduno degli esuli (Dt 30,4; Is 11,12; Zc 2,10).

Domande Frequenti

Il crollo di sole, luna e stelle descrive la fine fisica dell'universo?

No. È il linguaggio profetico convenzionale del «giorno del Signore» (Is 13,10; Ez 32,7; Gl 2,10) per indicare la caduta delle potenze politico-cosmiche. Isaia lo usa contro Babilonia, Ezechiele contro l'Egitto: si tratta di sconvolgimenti storico-politici epocali, non di astronomia letterale.

Chi è il «Figlio dell'uomo» che viene sulle nubi?

È la figura del Bar Enash di Daniele 7,13-14, che riceve da Dio «potenza, gloria e regno». Marco cita verbatim il testo aramaico: non designa la sola umanità di Gesù, ma la figura regale-celeste investita del giudizio universale, attestata anche nel Libro delle Parabole enochici (1Enoc 62).

Il «raduno degli eletti» esclude Israele o lo sostituisce con la Chiesa?

No. Il raduno riprende la qibbutz galuyot, la riunione degli esuli promessa in Dt 30,4 e Is 11,12: è la speranza centrale d'Israele. L'estensione «a tutti gli eletti» allarga la promessa coerentemente con Mc 13,10, senza revocarla al popolo dell'alleanza.

Qual è il ruolo degli angeli nel raduno escatologico?

Operano come sheluḥim, mandatari divini, secondo il principio halakhico «il mandatario di un uomo è come lui stesso» (sheliaḥ adam kemoto, m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a). Il loro atto di raduno ha piena validità giuridica in quanto compiuto per mandato esplicito del mittente.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.