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Guarigione di un paralitico — Marco 2,1-12

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Guarigione di un paralitico

Mc 2,1-12·NA28·11/96·// Mt 9,1-8·Lc 5,17-26
κράββατον=lettiga (latinismo grabattus)πίστιν=fede (operativa)אֱמוּנָה emunahἀφέωνται=sono stati rimessi (passivum divinum)βλασφημίας=bestemmia (Mishnah Sanhedrin 7,5)υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου=Figlio dell'Uomo (Dn 7,13)בֶּן אָדָם ben adamἐξουσίαν=autorità halakhicaרְשׁוּת reshut
VII domenica del Tempo Ordinario — anno B
1-12
Greco1 Καὶ ⸀εἰσελθὼν πάλιν εἰς Καφαρναοὺμ δι’ ⸀ἡμερῶν ἠκούσθη ὅτι ⸂ἐν οἴκῳ⸃ ἐστίν· 2 ⸀καὶ συνήχθησαν πολλοὶ ὥστε μηκέτι χωρεῖν μηδὲ τὰ πρὸς τὴν θύραν, καὶ ἐλάλει αὐτοῖς τὸν λόγον. 3 καὶ ἔρχονται ⸂φέροντες πρὸς αὐτὸν παραλυτικὸν⸃ αἰρόμενον ὑπὸ τεσσάρων. 4 καὶ μὴ δυνάμενοι ⸀προσενέγκαι αὐτῷ διὰ τὸν ὄχλον ἀπεστέγασαν τὴν στέγην ὅπου ἦν, καὶ ἐξορύξαντες χαλῶσι τὸν κράβαττον ⸀ὅπου ὁ παραλυτικὸς κατέκειτο. 5 ⸂καὶ ἰδὼν⸃ ὁ Ἰησοῦς τὴν πίστιν αὐτῶν λέγει τῷ παραλυτικῷ· Τέκνον, ⸂ἀφίενταί σου⸃ αἱ ⸀ἁμαρτίαι. 6 ἦσαν δέ τινες τῶν γραμματέων ἐκεῖ καθήμενοι καὶ διαλογιζόμενοι ἐν ταῖς καρδίαις αὐτῶν· 7 Τί οὗτος οὕτως λαλεῖ; ⸀βλασφημεῖ· τίς δύναται ἀφιέναι ἁμαρτίας εἰ μὴ εἷς ὁ θεός; 8 καὶ ⸀εὐθὺς ἐπιγνοὺς ὁ Ἰησοῦς τῷ πνεύματι αὐτοῦ ὅτι ⸀οὕτως διαλογίζονται ἐν ἑαυτοῖς ⸀λέγει αὐτοῖς· Τί ταῦτα διαλογίζεσθε ἐν ταῖς καρδίαις ὑμῶν; 9 τί ἐστιν εὐκοπώτερον, εἰπεῖν τῷ παραλυτικῷ· ⸀Ἀφίενταί σου αἱ ἁμαρτίαι, ἢ εἰπεῖν· ⸀Ἔγειρε καὶ ἆρον ⸂τὸν κράβαττόν σου⸃ καὶ περιπάτει; 10 ἵνα δὲ εἰδῆτε ὅτι ἐξουσίαν ἔχει ὁ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου ⸂ἐπὶ τῆς γῆς ἀφιέναι ἁμαρτίας⸃— λέγει τῷ παραλυτικῷ· 11 Σοὶ λέγω, ⸀ἔγειρε ἆρον τὸν κράβαττόν σου καὶ ὕπαγε εἰς τὸν οἶκόν σου. 12 καὶ ἠγέρθη ⸂καὶ εὐθὺς⸃ ἄρας τὸν κράβαττον ἐξῆλθεν ⸀ἔμπροσθεν πάντων, ὥστε ἐξίστασθαι πάντας καὶ δοξάζειν τὸν θεὸν λέγοντας ὅτι ⸂Οὕτως οὐδέποτε⸃ εἴδομεν.
Lettura Ortodossa1 Entrò di nuovo a ⓘ, dopo alcuni giorni; si seppe che era ⓘ 2 e si radunarono in molti, tanto che non c'era più posto neppure davanti alla porta; ed egli ⓘ. 3 Vennero portando un ⓘ sorretto da ⓘ. 4 Non potendo entrare per la folla, ⓘ dove era Gesù, e calarono la ⓘ. 5 Gesù, vista la ⓘ, disse al paralitico: «ⓘ, ⓘ». 6 Erano seduti là alcuni ⓘ, i dottori della Torah orale, 7 e ⓘ: «Perché costui parla così? ⓘ?» — ché nel Secondo Tempio la remissione passava per il ⓘ. 8 E subito Gesù, ⓘ che così pensavano tra sé, disse: «Perché pensate queste cose nel cuore? 9 Che cosa è più ⓘ, dire «ti sono rimessi» oppure «àlzati e cammina»? 10 Ma perché sappiate che il Figlio dell'uomo (bar enàsh, l'umano-celeste di Dn 7) ⓘ»: 11 «A te dico: àlzati, prendi la tua barella e va' a casa tua». 12 Si alzò e subito, presa la barella, ⓘ, sicché tutti erano ⓘ e ⓘ, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Cafarnao (Kefar Naḥum), villaggio di pescatori sulla riva nord-ovest del lago di Genesaret, base operativa galilaica di Gesù, è il teatro del primo dei cinque «racconti di controversia» che Marco raggruppa in 2,1–3,6. Gli scavi francescani del primo secolo attestano una casa a Cafarnao identificabile con quella di Pietro, sede della prima assemblea domestica galilaica. I tetti delle case palestinesi erano piani, costruiti con travi, frasche e fango battuto, raggiungibili da una scala esterna: «scoperchiare» il tetto era un'operazione concreta e faticosa. Nel giudaismo del Secondo Tempio il perdono dei peccati era mediato dal sistema templare: il korban espiatorio (ḥattat, asham; Lv 4–5) e il Yom ha-Kippurim, officiato dai kohanim nel santuario, costituivano il canale istituzionale della remissione. Gli scribi (soferìm), custodi della Torah scritta e della sua applicazione halakhica, esercitavano una funzione di vigilanza teologica distinta da quella dei farisei e dei sacerdoti.

Analisi lessicale

Il termine centrale è aphíentai (v. 5): presente passivo di aphíēmi, «sono rimessi». Si tratta di un passivum divinum: soggetto implicito è Dio, non Gesù. L'aspetto presente-perfettivo del greco rende un'azione già compiuta nel cielo; Gesù la dichiara, non la origina in proprio. Il sostrato aramaico è shevaq / meḥal, termine tecnico della remissione divina. Blasphēmeî (v. 7) richiama la categoria halakhica della bestemmia (m.Sanhedrin 7,5); l'obiezione «ei mḕ heîs ho theós» è eco diretta dello Shema (Dt 6,4): «YHWH è uno». Ho hyiòs toû anthrṓpou (v. 10) traduce l'aramaico bar enash, con sfondo esplicito in Dn 7,13-14, dove la figura riceve exousía — dominio delegato — da Dio. Exousían échei ... epì tês gês: l'espressione «sulla terra» circoscrive la delega: l'autorità è ricevuta, non auto-attribuita. Epignoùs tô pneúmati autoû (v. 8): discernimento profetico (il pneûma va ancorato all'ebraico ruach, soffio vitale-profetico, evitando deriva platonica verso interiorità psichica). Krábatton: lettuccio di paglia tipico degli ánawîm, i poveri della terra. Tḕn pístin autôn (v. 5): la fede dei quattro portatori, non solo del malato — pístis comunitaria. Edóxazon tòn theón (v. 12): glorificavano Dio, non Gesù: il segno rinvia alla sua sorgente.

Fonti ebraiche

Il principio teologico invocato dagli scribi — «solo Dio rimette i peccati» — è convinzione condivisa nel giudaismo del Secondo Tempio. Isaia 43,25 («Io, io solo, cancello le tue trasgressioni») e Isaia 44,22 costituiscono il fondamento scritturistico; lo Shema (Dt 6,4) ne è la cornice monoteista. La figura del «Figlio dell'uomo» in Daniele 7,13-14 riceve da Dio «dominio, gloria e regno»: l'exousía è dono ricevuto, schema di delega non di identità autonoma. Il titolo bar enash nel contesto aramaico del Secondo Tempio designa una figura escatologica investita di autorità vicaria. Il sistema espiatorio del Tempio — korban ḥattat (Lv 4) e asham (Lv 5), culminante nel Yom ha-Kippurim (Lv 16) — affidava ai kohanim la mediazione rituale, ma la remissione restava prerogativa divina: il sacerdote dichiarava il perdono, Dio lo operava. La tradizione tannaitica conosce il principio per cui un'azione illecita compiuta da un inviato non ricade sul mandante («non c'è shaliach per un peccato»; Qiddushin 41b, Nazir 12a). La «fede comunitaria» dei quattro che portano il paralitico trova eco nelle tradizioni di intercessione del libro di Giobbe (Gb 42,8) e nei testi di preghiera del Secondo Tempio, dove la solidarietà nella supplica è valorizzata.

Halakhah e dimensione pratica

Il piano giuridico-pratico del brano ruota attorno alla questione di chi sia autorizzato a dichiarare la remissione divina «sulla terra», in un sistema halakhico in cui il perdono era istituzionalmente mediato dal Tempio.

Gli strumenti halakhici rilevanti sono i seguenti. Primo: il monopolio templare sull'espiazione si fondava sul sistema dei korbanot (Lv 4–5; m.Keritot 1,1-2): solo il kohén officiante poteva dichiarare il perdono dopo il sacrificio. Gli scribi applicano coerentemente questo schema quando obiettano. Secondo: la categoria della bestemmia (m.Sanhedrin 7,5) prevedeva la pronuncia indebita del Nome o l'arrogazione di prerogative divine; l'obiezione degli scribi è tecnicamente fondata entro questo quadro. Terzo: il principio dello shaliach — «sheliaḥ adam kemoto», l'inviato è come chi lo manda (m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a) — illumina la risposta implicita di Gesù: il bar enash di Dn 7,13 agisce con l'autorità delegata dal mittente celeste, non in proprio. Quarto: la guarigione del paralitico (paralytikós) non implica di per sé impurità rituale (la condizione è discussa in m.Zavim 2, ma non automaticamente classificata come tamè); la guarigione fisica è tuttavia la prova pubblica e testimoniabile (exêlthen émprosthen pántōn, v. 12) della remissione invisibile, secondo il nesso halakhico tra integrità corporea e ristabilimento nella piena partecipazione comunitaria.

Lettura non sostitutiva

L'episodio non mette la fede d'Israele in posizione di errore: l'obiezione degli scribi poggia su un principio teologicamente vero, riconosciuto come tale nel testo stesso. Gesù non nega il monoteismo, lo abita: il passivum divinum di aphíentai e la dossologia finale della folla («lodavano Dio», edóxazon tòn theón) confermano che il perdono ha in Dio la sua sorgente esclusiva. L'autorità del Figlio dell'uomo è delegata — schema che appartiene alla stessa logica biblica del profeta, del re, del sommo sacerdote, tutti sheluchìm di Dio in ambiti specifici. Il compimento (Mt 5,17) non abroga la Torah né sostituisce Israele: estende la dichiarazione della remissione divina fuori dal recinto templare, anticipando la crisi del 70 e.v. senza per questo invalidare il sistema precedente. I soferìm non sono ipocriti: sono custodi coerenti di un principio vero, che il testo rispetta pur mostrando una prassi nuova. La folla che «loda Dio» è Israele che riconosce l'azione di YHWH nella storia, non una comunità sostitutiva.

Note testuali

  • v. 1 — Kapharnaoùm: Kefar Naḥum, «villaggio di Naḥum»; base galilaica attestata archeologicamente. En oíkō: «in casa», forse la casa di Pietro (scavi francescani, I sec.).
  • v. 2 — elálei autoîs tòn lógon: «annunciava loro la Parola»; ho lógos = predicazione del regno, non il Logos del prologo giovanneo (anti-anacronismo).
  • v. 3 — paralytikón: paralitico; condizione non automaticamente impura (cf. m.Zavim 2).
  • v. 4 — apestégasan tḕn stégēn: «scoperchiarono il tetto»; tetti galilaici in legno, fango e paglia, praticabili e riparabili (cf. archeologia di Cafarnao). Krábatton: lettuccio di paglia degli ánawîm.
  • v. 5 — tḕn pístin autôn: fede dei quattro portatori, non solo del malato — pístis comunitaria. Téknon: appellativo affettuoso. Aphíentaí sou hai hamartíai: passivo divino — è Dio che rimette; il presente perfettivo greco indica azione già compiuta nel cielo.
  • v. 6 — grammatéōn: scribi (soferìm), dottori-custodi della Torah scritta, distinti dai farisei e dai sacerdoti, qui in funzione di vigilanza halakhica.
  • v. 7 — blasphēmeî: bestemmia secondo m.Sanhedrin 7,5. Ei mḕ heîs ho theós: «se non Dio solo», eco dello Shema (Dt 6,4) — obiezione teologicamente fondata.
  • v. 8 — dialogizómenoi en taîs kardíais autôn: participio durativo, «rimuginare interiore»; kardía = lev ebraico, sede del pensiero-giudizio. Epignoùs tô pneúmati autoû: discernimento profetico (pneûma = ruach, evitare deriva platonica).
  • v. 10 — exousían échei ho hyiòs toû anthrṓpou epì tês gês: bar enash di Dn 7,13-14, figura escatologica che riceve exousía da Dio; «sulla terra» circoscrive la delega.
  • v. 12 — exêlthen émprosthen pántōn: «uscì davanti a tutti», guarigione pubblica e testimoniabile. Edóxazon tòn theón: «lodavano Dio» — il segno rinvia a Dio, non inaugura un culto cristologico immediato.

Domande Frequenti

Perché Gesù usa il passivo «ti sono rimessi i peccati» invece di dire «io ti perdono»?

Il passivo aphíentai è un passivum divinum: soggetto implicito è Dio. Gesù dichiara la remissione già compiuta nel cielo, non la origina in proprio. La dossologia finale — «lodavano Dio» — conferma che il perdono ha in YHWH la sua sorgente, coerentemente con Isaia 43,25 e la teologia del Secondo Tempio.

L'obiezione degli scribi è un errore teologico?

No. Il principio «solo Dio rimette i peccati» (Dt 6,4; Is 43,25) è teologicamente vero e il testo lo riconosce implicitamente. Gli scribi applicano coerentemente il quadro halakhico templare (m.Sanhedrin 7,5 sulla bestemmia). Il punto in discussione non è se Dio perdoni, ma chi sia autorizzato a dichiararlo fuori dal Tempio.

Che ruolo gioca la fede dei quattro portatori nella struttura del racconto?

Tḕn pístin autôn (v. 5) designa la fede comunitaria dei portatori, non del solo paralitico. Il dettaglio narrativo — attestato solo in Marco con il numero «quattro» — sottolinea che la fede solidale di alcuni può aprire la via alla salvezza di altri, schema presente anche nelle tradizioni di intercessione del Secondo Tempio (cf. Gb 42,8).

In che senso il «Figlio dell'uomo» ha autorità delegata e non auto-attribuita?

Bar enash in Daniele 7,13-14 riceve da Dio «dominio, gloria e regno» — l'exousía è dono, non conquista. La precisazione «sulla terra» (v. 10) circoscrive ulteriormente la delega, escludendo un'autorità autonoma. La logica riprende il principio dello shaliach: «sheliaḥ adam kemoto» (m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a).

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.