Torna alle Fonti

I farisei chiedono un segno — Marco 8,11-13

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

I farisei chiedono un segno

11-13
Greco11 Καὶ ἐξῆλθον οἱ Φαρισαῖοι καὶ ἤρξαντο συζητεῖν αὐτῷ, ζητοῦντες παρ’ αὐτοῦ σημεῖον ἀπὸ τοῦ οὐρανοῦ, πειράζοντες αὐτόν. 12 καὶ ἀναστενάξας τῷ πνεύματι αὐτοῦ λέγει· Τί ἡ γενεὰ αὕτη ⸂ζητεῖ σημεῖον⸃; ἀμὴν λέγω ⸀ὑμῖν, εἰ δοθήσεται τῇ γενεᾷ ταύτῃ σημεῖον. 13 καὶ ἀφεὶς αὐτοὺς ⸂πάλιν ἐμβὰς⸃ ἀπῆλθεν εἰς τὸ πέραν.
Lettura Ortodossa11 E uscirono i farisei (perushim), gli osservanti ⓘ, e ⓘ con lui, ⓘ un ⓘ, ⓘ. 12 E, ⓘ, ⓘ: «Perché ⓘ ⓘ? ⓘ: ⓘ». 13 E, ⓘ, ⓘ, ⓘ ⓘ.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

La scena si colloca nella Galilea del I secolo, lungo le rive del lago di Tiberiade, in un periodo in cui il movimento profetico-escatologico di Gesù attrae sia consenso popolare sia opposizione da parte dei perushim (פְּרוּשִׁים), la fazione farisaica impegnata nella purità rituale e nell'interpretazione della Torah. Flavio Giuseppe (Antichità giudaiche XIII, 171-173) documenta i perushim come gruppo influente, capace di mobilitare l'opinione pubblica: la loro richiesta di un segno rientra nella prassi di verifica profetica attestata in Dt 13,1-5 e Dt 18,21-22, dove il segno autentico distingue il profeta vero dal falso. La categoria di «segno dal cielo» (ōt min ha-shamayim) — prova prodigiosa di accreditamento divino — circolava nell'apocalittica del Secondo Tempio (cfr. 4Ezra 7,26-27; Guerre giudaiche VI, 285-287 per analoghi segni attesi prima della caduta del Tempio). Gesù ha già compiuto guarigioni, esorcismi e moltiplicazioni dei pani: la richiesta non nasce da mancanza di evidenze, ma da una dinamica di sfida ostile.

Analisi lessicale

Il v. 11 apre con ḗrxanto syzēteîn (ἤρξαντο συζητεῖν), imperfetto incoativo: si descrive l'aprirsi progressivo di una controversia, non un atto puntuale. Il participio peirázontes (πειράζοντες) richiama lo stesso verbo della tentazione nel deserto (Mc 1,13), qualificando la richiesta come messa alla prova ostile, non come curiosità sincera. Sēmeîon apò toû ouranoû (σημεῖον ἀπὸ τοῦ οὐρανοῦ) traduce l'ebraico ōt min ha-shamayim: «cielo» (Shamayim) è circonlocuzione per «Dio», dunque si chiede una prova direttamente divina, di portata apocalittica. Al v. 12, anastenáxas tô pneúmati autoû (ἀναστενάξας τῷ πνεύματι αὐτοῦ) — verbo intensivo composto — indica un gemito profondo, interiore: pneûma va ancorato all'ebraico ruach (רוּחַ), soffio vitale, evitando derive platoniche verso un'anima immateriale separata dalla corporeità. La formula amḕn légō hymîn (ἀμὴν λέγω ὑμῖν), traslitterazione dell'ebraico amèn (אָמֵן), è garanzia solenne dell'autenticità dell'affermazione che segue — mai «in verità» nel senso generico. La costruzione ei dothḗsetai (εἰ δοθήσεται) al v. 12 è calco della formula ebraica di giuramento con im (אִם) e apodosi sottintesa: «[mi accada il peggio] se sarà dato un segno» equivale a negazione assoluta ed enfatica. Il passivum divinum (dothḗsetai) sottintende Dio come agente: è Dio che non concede il segno richiesto. Marco, a differenza di Mt 12,39 e 16,4, non inserisce l'eccezione del «segno di Giona»: il rifiuto è netto e totale.

Fonti ebraiche

La richiesta di autenticazione profetica mediante segno trova fondamento esplicito in Dt 18,21-22, dove Israele è istruito a riconoscere il falso profeta dal fatto che la sua parola non si avvera; in Dt 13,1-5, invece, persino un segno che si compie non basta se conduce all'idolatria. Il tema del «segno dal cielo» come accreditamento messianico è presente in 4Ezra 7,26-27 e nella letteratura apocalittica del Secondo Tempio. L'espressione ha-dor ha-zeh (הַדּוֹר הַזֶּה), «questa generazione», ricorre in contesti di rimprovero profetico nell'AT (Sal 95,10; Nm 32,13) e nella letteratura qumranica (CD I, 12) per indicare i contemporanei che resistono alla parola di Dio — mai come condanna etnica o collettiva del popolo. Il gemito (anastenáxas) davanti all'incredulità richiama Is 63,10, dove lo Spirito di Dio è rattristato dalla ribellione di Israele. La logica del «segno su richiesta» come prova imposta è discussa in ambito rabbinico: Mekhilta de-Rabbi Yishma'el su Es 14,31 distingue la fede che nasce dall'ascolto (emunah) dalla pretesa di prove coercitive, in linea con la risposta di Gesù.

Halakhah e dimensione pratica

Sul piano halakhico, la richiesta dei perushim si inscrive nella procedura di verifica profetica prescritta dalla Torah (Dt 18,20-22): un pretendente al ruolo profetico poteva essere sottoposto a scrutinio da parte delle autorità competenti, che includevano la verifica dei segni. Tuttavia, la halakhah stabilisce che la prova non può essere imposta con spirito di sfida: il principio «non metterete alla prova il Signore» (Dt 6,16) — citato nella tradizione tannaitica in relazione alle tentazioni — limita la legittimità della richiesta quando il suo scopo è la confutazione, non la ricerca sincera. Il concetto di peirasmos come atto illecito di sfida trova parallelo nella discussione di m.Sanhedrin 4,1 sul rigore richiesto nel giudizio, dove il movente del teste o dell'esaminatore è determinante per la validità della procedura. Sul piano del principio di shaliach (שָׁלִיחַ) — «il mandatario di un uomo è come lui stesso» (sheliaḥ adam kemoto, m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a) — la pretesa di un segno che «accréditi» il mandatario implica una verifica del mandante: chiedere un segno a Gesù è, implicitamente, mettere alla prova Dio stesso, il che costituisce trasgressione del divieto di Dt 6,16. Infine, la prassi marciana del segreto messianico riflette la cautela halakhica nel non pubblicizzare l'identità messianica in un contesto di accesa conflittualità politica con Roma.

Lettura non sostitutiva

Hē geneà haútē (v. 12) designa i contemporanei che lo mettono alla prova, non «gli ebrei» come categoria etnica o religiosa perenne: la distinzione è filologicamente interna al testo e storicamente doverosa. Il rifiuto del segno non è condanna di Israele ma risposta a una disposizione specifica — quella di chi cerca prove per confutare, non per credere. I perushim sono presentati come interlocutori seri sul piano halakhico: la controversia è interna al giudaismo del Secondo Tempio, non opposta a esso. Il «sospiro profondo» di Gesù rivela partecipazione reale al dramma dell'incredulità: non distacco olimpico, ma dolore autentico davanti al cuore chiuso, in continuità con il pathos profetico dell'AT (Is 63,10; Sal 95,10). Il «compimento» della tradizione profetica non ne abolisce la logica: la fede che nasce dall'ascolto (emunah, Is 7,9 LXX: «se non crederete, non avrete stabilità») è il fondamento su cui si costruisce, non si smonta, la relazione con Dio in Israele.

Note testuali

  • v. 11 — perushim (פְּרוּשִׁים): i «separati» per la purità, fazione storica del Secondo Tempio — non «ipocriti»; ḗrxanto syzēteîn: imperfetto incoativo, l'aprirsi di una controversia; peirázontes autón: il verbo della «tentazione» (Mc 1,13), qui messa alla prova ostile.
  • v. 11 — sēmeîon apò toû ouranoû (σημεῖον ἀπὸ τοῦ οὐρανοῦ): ōt min ha-shamayim, la prova prodigiosa attesa dal Cielo come accreditamento profetico; «cielo» = circonlocuzione per Dio (Shamayim).
  • v. 12 — anastenáxas tô pneúmati autoû (ἀναστενάξας τῷ πνεύματι αὐτοῦ): verbo intensivo composto, sospiro/gemito interiore; pneûma = ruach (רוּחַ), soffio vitale — evitare deriva platonica verso «anima immateriale».
  • v. 12 — hē geneà haútē (ἡ γενεὰ αὕτη): ha-dor ha-zeh, i contemporanei increduli — non accusa contro Israele come popolo.
  • v. 12 — amḕn légō hymîn: formula solenne di garanzia, traslitterazione di amèn (אָמֵן) — mai «in verità» nel senso generico.
  • v. 12 — ei dothḗsetai (εἰ δοθήσεται): formula ebraica di giuramento con im (אִם) e apodosi sottintesa = negazione assoluta; passivum divinum, agente sottinteso è Dio; Marco, a differenza di Mt 12,39; 16,4, NON ha l'eccezione del «segno di Giona».
  • v. 13 — apheìs autoús: «lasciatili», abbandono deliberato di chi non vuole credere; pálin embàs eis tò ploîon: «di nuovo imbarcatosi», imbarco ripetuto tipico della sezione marciana del lago; eis tò péran: verso la sponda orientale, la riva dei gentili.

Domande Frequenti

Perché Marco non riporta il «segno di Giona» presente in Matteo?

Marco mantiene un rifiuto assoluto senza eccezioni, sottolineando che nessun segno viene concesso su richiesta ostile. Matteo (12,39; 16,4) e Luca aggiungono l'eccezione del segno di Giona in un contesto redazionale diverso, orientato alla comunità giudeo-cristiana che richiedeva un riferimento alla risurrezione.

La formula «se sarà dato un segno» è davvero un rifiuto o una promessa condizionale?

È un rifiuto assoluto. La costruzione ei dothḗsetai è calco della formula ebraica di giuramento con im (אִם): «[mi accada il peggio] se sarà dato» equivale a negazione enfatica totale, come attestato nella letteratura biblica e nei parallelismi della tradizione semitica.

Chi è «questa generazione» in Mc 8,12?

Hē geneà haútē designa i contemporanei che avanzano la richiesta in spirito di sfida (peirázontes), non Israele come popolo. Il sintagma ha-dor ha-zeh ricorre nell'AT (Sal 95,10; Nm 32,13) e a Qumran (CD I,12) per indicare i ribelli di un'epoca specifica.

Perché il «sospiro profondo» di Gesù è teologicamente rilevante?

Il verbo intensivo anastenázō esprime partecipazione reale al dramma dell'incredulità, in continuità con il pathos profetico di Is 63,10. Ancorato a ruach (רוּחַ), esclude derive docetiste: il dolore è autentico, corporeo, non simulato — e prelude alla partenza verso l'altra riva.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.