Gesù e Beelzebùl — Marco 3,20-30
Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa
Gesù e Beelzebùl
Approfondimento storico-halakhico
Contesto storico
Marco 3,20-30 si colloca in Galilea, verosimilmente a Cafarnao, durante il ministero pubblico di Gesù, in un periodo di crescente tensione con le autorità scribal-templari di Gerusalemme (I sec. d.C., prima del 70 e.v.). La presenza di grammateîs «scesi da Gerusalemme» (hoi apò Hierosolýmōn) segnala una delegazione ufficiale del vertice scribale, distinta dai dotti locali galilei: un controllo istituzionale documentato anche in Flavio Giuseppe (Ant. XVII–XX) come prassi del centro verso la periferia. Beelzebùl, derivato da Ba'al zevul («Baal il principe») o da Ba'al zevub («signore delle mosche», cf. 2Re 1,2), era originariamente una divinità cananea, rielaborata nel giudaismo del Secondo Tempio come «principe dei demoni». Attribuire un esorcismo riuscito a un patto con tale principe era la strategia delegittimante classica: si ammetteva il fatto senza accettarne l'origine divina.
Analisi lessicale
Hoi par' autoû (v. 21) — «quelli di lui», i parenti, non i discepoli. Exéstē — «è uscito (da sé)», ha perso il senno; la famiglia vuole kratêsai autón, «afferrare con forza», condurlo via. Élegon (vv. 21.22) è imperfetto durativo: «andavano dicendo», voci che circolavano persistentemente.
Beelzeboúl (v. 22) — onomastica semitica (Ba'al zevul); árchōn tôn daimoníōn, «arconte-principe dei demoni», identificato con ha-Satan, «l'Avversario». Parabolaîs (v. 23) — meshalim (מְשָׁלִים), il paragone sapienziale-rabbinico, non allegoria platonica. Meristhê (v. 24) — aoristo congiuntivo passivo di merízō, «si frantuma»; stathênai — «stare in piedi», sussistere; télos échei — «ha la sua fine», è votato alla rovina.
Ho ischyrós (v. 27) — «il Forte», immagine di Satana che tiene prigioniera la casa; dḗsēi — congiuntivo aoristo di déō, «legare». Amḕn légō hymîn (v. 28) — amèn (אָמֵן), formula solenne di garanzia che anticipa il detto autorevole. Aphíēmi al passivo divino (v. 28) — «sarà rimesso» da Dio; benei adam (בְּנֵי אָדָם) — gli esseri umani, idiomatismo semitico. Blasphēmḗsēi eis tò pneûma tò hágion (v. 29) — Ruach ha-Qodesh (רוּחַ הַקֹּדֶשׁ); anti-ellenizzazione: pneûma non è qui spirito platonico-immateriale, ma la ruach divina operante nella storia. Eis tòn aiôna — le-olam (לְעוֹלָם), «per sempre», permanenza escatologica. Hamártēma (v. 29) — l'atto-peccato che permane, non si estingue.
Fonti ebraiche
L'immagine del «regno diviso» (v. 24) richiama la letteratura sapienziale: la casa e il regno che non possono sussistere internamente spaccati rispecchiano la logica dei meshalim proverbiali (cf. Pr 11,29; Sir 3,25-28). L'immagine del «forte legato» (v. 27) ha un antecedente in Is 49,24-25 («Si può togliere la preda al forte?»), dove il Signore stesso libera i prigionieri dal potente; e in Is 53,12, dove il servo divide la preda con i potenti. Il nome Beelzebùl rinvia esplicitamente a 2Re 1,2 (Ba'al zebub di Ekron). Nella letteratura intertestamentale, ha-Satan come avversario che accusa davanti a Dio compare in Gb 1-2 e Zc 3,1-2; la figura del «principe dei demoni» è sviluppata nei testi di Qumran (1QM, la «Guerra dei figli della luce») e nel Testamento di Salomone. La categoria di peccato imperdonabile non è assente dalla tradizione ebraica: la distinzione tra colpa espiabile e colpa che «non ha espiazione» (ein la kapparah) è presente nel pensiero tannaita, dove il rifiuto ostinato della teshuvah blocca il perdono (cf. m.Yoma 8,9).
Halakhah e dimensione pratica
Il principio giuridico centrale è che la qualificazione dell'atto — non solo l'atto stesso — determina la sua valenza halakhica: attribuire deliberatamente a fonte impura ciò che proviene da fonte pura costituisce un'inversione normativa che inficia la capacità di giudizio del soggetto.
Sul piano concreto, emergono almeno tre strumenti halakhici rilevanti. Primo: la testimonianza è invalidata quando il testimone dichiara il falso su un fatto evidente e verificabile (m.Sanhedrin 4,1: il tribunale deve esaminare a fondo per non condannare l'innocente); gli scribi gerosolimitani testimoniano il falso su un esorcismo sotto i loro occhi. Secondo: il principio dello sheliaḥ adam kemoto — «il mandatario di un uomo è come lui stesso» (m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a) — illumina la struttura del testo: chi opera nella forza dello Spirito agisce come shaliach di Dio; negarne l'autorizzazione divina equivale a negare il mandante stesso. Terzo: la categoria di tumah (impurità rituale) è qui applicata in senso inverso e polemico dagli accusatori: essi definiscono tamé ciò che è tahor, contaminando il giudizio halakhico stesso. La tradizione tannaitica conosce il principio per cui chi dichiara impuro il puro è come se introducesse impurità nel mondo (cf. m.Tohorot 4,12).
Lettura non sostitutiva
L'accusa proviene da un gruppo specifico e identificato — scribi delegati dal vertice gerosolimitano (hoi apò Hierosolýmōn) — e non da «gli ebrei» come categoria. La distinzione è marcata nel testo stesso: la folla (ho óchlos, v. 20) e i parenti (hoi par' autoû, v. 21) reagiscono in modo diverso dagli scribi; non vi è condanna collettiva. Gesù risponde con la logica del mashal rabbinico, non con una rottura della tradizione: il suo esorcismo è letto come compimento della promessa di liberazione di Is 49,24-25, non come superamento dell'orizzonte di Israele. La parola sul perdono universale ai benei adam (v. 28) afferma l'ampiezza della misericordia divina; il v. 29 non costruisce una categoria escludente arbitraria, ma descrive la condizione di chi — persistendo nell'inversione deliberata del bene in male — si rende incapace di accogliere il perdono. Israele non è sostituito: il conflitto è interno a gruppi distinti, e la logica del mashal è strumento esegetico condiviso.
Note testuali
- v. 20 — ho óchlos: il popolino, senza qualificazione di ceto; mēdè árton phageîn: idiomatismo semitico, «prendere cibo».
- v. 21 — hoi par' autoû: i parenti, la famiglia; exéstē: «è uscito da sé», ha perso il senno; kratêsai autón: afferrare con forza per condurlo via.
- v. 22 — grammateîs hoi apò Hierosolýmōn: scribi-dottori (soferim, סוֹפְרִים), delegazione ufficiale, non scribi locali galilei; Beelzeboúl: Ba'al zevul, antica divinità cananea, principe dei demoni (cf. 2Re 1,2); árchōn tôn daimoníōn: arconte-principe.
- v. 23 — proskalesámenos: li convoca; parabolaîs: meshalim (מְשָׁלִים), paragone sapienziale-rabbinico.
- v. 24-26 — meristhê: aoristo congiuntivo passivo, «si frantuma»; stathênai: «stare in piedi»; télos échei: «ha la sua fine».
- v. 27 — ho ischyrós: «il Forte», immagine di Satana; dḗsēi: «leghi», congiuntivo aoristo di déō; l'esorcismo come legatura e vittoria su Satana.
- v. 28 — Amḕn légō hymîn: amèn (אָמֵן), formula solenne; toîs huioîs tôn anthrṓpōn: benei adam (בְּנֵי אָדָם), gli esseri umani; aphethḗsetai: passivo divino, «sarà rimesso da Dio».
- v. 29 — blasphēmḗsēi eis tò pneûma tò hágion: Ruach ha-Qodesh (רוּחַ הַקֹּדֶשׁ); eis tòn aiôna: le-olam (לְעוֹלָם), permanenza escatologica; hamártēma aiṓnion: l'atto-peccato escatologico che non si estingue.
- v. 30 — hóti élegon· Pneûma akátharton échei: il versetto fornisce la definizione esplicita della bestemmia — attribuire allo spirito impuro l'opera dello Spirito di Dio.
Domande Frequenti
Chi sono «i suoi» che vogliono prenderlo al v. 21?
Perché gli scribi provengono specificamente da Gerusalemme?
La «bestemmia contro lo Spirito» è un peccato misterioso e arbitrario?
Il passo condanna «gli ebrei» come gruppo?
Riferimenti biblici
Citati nel commento
Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.