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Il giovane ricco e il pericolo delle ricchezze — Marco 10,17-31

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Il giovane ricco e il pericolo delle ricchezze

Mc 10,17-31·NA28·53/96·// Mt 19,16-30·Lc 18,18-30
οὐδεὶς ἀγαθὸς εἰ μὴ εἷς ὁ θεός=nessuno buono se non Dio (Shema, l'echad)ταῦτα πάντα ἐφυλαξάμην=tutte queste cose ho osservato (formula halakhah)δὸς πτωχοῖς=da' ai poveriצדקה tzedakahκάμηλον διὰ τρυμαλιᾶς ῥαφίδος=cammello per la cruna (iperbole rabbinica, b.Ber 55b)πάντα δυνατὰ παρὰ τῷ θεῷ=tutto possibile presso Dio (Gn 18,14)
XXVIII domenica T.O. — anno B (Mc 10,17-30)
17-31
Greco17 Καὶ ἐκπορευομένου αὐτοῦ εἰς ὁδὸν προσδραμὼν εἷς καὶ γονυπετήσας αὐτὸν ἐπηρώτα αὐτόν· Διδάσκαλε ἀγαθέ, τί ποιήσω ἵνα ζωὴν αἰώνιον κληρονομήσω; 18 ὁ δὲ Ἰησοῦς εἶπεν αὐτῷ· Τί με λέγεις ἀγαθόν; οὐδεὶς ἀγαθὸς εἰ μὴ εἷς ὁ θεός. 19 τὰς ἐντολὰς οἶδας· Μὴ ⸂φονεύσῃς, Μὴ μοιχεύσῃς⸃, Μὴ κλέψῃς, Μὴ ψευδομαρτυρήσῃς, Μὴ ἀποστερήσῃς, Τίμα τὸν πατέρα σου καὶ τὴν μητέρα. 20 ὁ δὲ ⸀ἔφη αὐτῷ· Διδάσκαλε, ταῦτα πάντα ἐφυλαξάμην ἐκ νεότητός μου. 21 ὁ δὲ Ἰησοῦς ἐμβλέψας αὐτῷ ἠγάπησεν αὐτὸν καὶ εἶπεν αὐτῷ· Ἕν ⸀σε ὑστερεῖ· ὕπαγε ὅσα ἔχεις πώλησον καὶ δὸς ⸀τοῖς πτωχοῖς, καὶ ἕξεις θησαυρὸν ἐν οὐρανῷ, καὶ δεῦρο ἀκολούθει ⸀μοι. 22 ὁ δὲ στυγνάσας ἐπὶ τῷ λόγῳ ἀπῆλθεν λυπούμενος, ἦν γὰρ ἔχων κτήματα πολλά. 23 Καὶ περιβλεψάμενος ὁ Ἰησοῦς λέγει τοῖς μαθηταῖς αὐτοῦ· Πῶς δυσκόλως οἱ τὰ χρήματα ἔχοντες εἰς τὴν βασιλείαν τοῦ θεοῦ εἰσελεύσονται. 24 οἱ δὲ μαθηταὶ ἐθαμβοῦντο ἐπὶ τοῖς λόγοις αὐτοῦ. ὁ δὲ Ἰησοῦς πάλιν ἀποκριθεὶς λέγει αὐτοῖς· Τέκνα, πῶς δύσκολόν ⸀ἐστιν εἰς τὴν βασιλείαν τοῦ θεοῦ εἰσελθεῖν· 25 εὐκοπώτερόν ἐστιν κάμηλον διὰ ⸂τῆς τρυμαλιᾶς τῆς⸃ ῥαφίδος ⸀διελθεῖν ἢ πλούσιον εἰς τὴν βασιλείαν τοῦ θεοῦ εἰσελθεῖν. 26 οἱ δὲ περισσῶς ἐξεπλήσσοντο λέγοντες πρὸς ⸀ἑαυτούς· Καὶ τίς δύναται σωθῆναι; 27 ⸀ἐμβλέψας αὐτοῖς ὁ Ἰησοῦς λέγει· Παρὰ ἀνθρώποις ἀδύνατον ἀλλ’ οὐ παρὰ θεῷ, πάντα γὰρ ⸀δυνατὰ παρὰ τῷ θεῷ. 28 Ἤρξατο ⸂λέγειν ὁ Πέτρος⸃ αὐτῷ· Ἰδοὺ ἡμεῖς ἀφήκαμεν πάντα καὶ ⸀ἠκολουθήκαμέν σοι. 29 ⸂ἔφη ὁ Ἰησοῦς⸃· Ἀμὴν λέγω ὑμῖν, οὐδείς ἐστιν ὃς ἀφῆκεν οἰκίαν ἢ ἀδελφοὺς ἢ ἀδελφὰς ἢ ⸂μητέρα ἢ πατέρα⸃ ἢ τέκνα ἢ ἀγροὺς ἕνεκεν ἐμοῦ καὶ ἕνεκεν τοῦ εὐαγγελίου, 30 ἐὰν μὴ λάβῃ ἑκατονταπλασίονα νῦν ἐν τῷ καιρῷ τούτῳ οἰκίας καὶ ἀδελφοὺς καὶ ἀδελφὰς καὶ ⸀μητέρας καὶ τέκνα καὶ ἀγροὺς μετὰ διωγμῶν, καὶ ἐν τῷ αἰῶνι τῷ ἐρχομένῳ ζωὴν αἰώνιον. 31 πολλοὶ δὲ ἔσονται πρῶτοι ἔσχατοι καὶ ⸀οἱ ἔσχατοι πρῶτοι.
Lettura Ortodossa17 E mentre egli ⓘ, un tale gli ⓘ e gli domandava: «ⓘ, che cosa farò per ⓘ?». 18 E Gesù gli disse: «ⓘ. 19 I ⓘ li conosci: ⓘ, non rubare, non testimoniare il falso, ⓘ, ⓘ». 20 Ed egli gli ⓘ: «Maestro, ⓘ». 21 E Gesù, ⓘ, gli disse: «Una cosa sola ti manca: ⓘ, e avrai un ⓘ, e vieni, ⓘ». 22 Ma egli, ⓘ, se ne andò ⓘ: aveva infatti molti ⓘ. 23 E Gesù, ⓘ, dice ai suoi ⓘ: «Quanto difficilmente quelli che hanno le ricchezze entreranno nel ⓘ!». 24 E i discepoli ⓘ alle sue parole. E Gesù di nuovo, ⓘ, dice loro: «ⓘ, quanto è difficile entrare nel Regno di Dio! 25 È più facile che un ⓘ che un ricco entri nel Regno di Dio». 26 Ed essi ancor più ⓘ dicendo tra loro: «E chi può ⓘ?». 27 ⓘ, Gesù dice: «ⓘ». 28 ⓘ: «Ecco, noi abbiamo ⓘ». 29 E Gesù affermò: «ⓘ: nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o ⓘ per causa mia e per causa del ⓘ, 30 che non riceva il ⓘ ⓘ — case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, ⓘ — e ⓘ. 31 ⓘ».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Marco 10,17-31 si colloca nella prima metà del I secolo, lungo la via verso Gerusalemme (he hodos, Mc 8,27; 10,32). Il dibattito sull'olam ha-ba era vivo nei circoli fariseici e nei movimenti di rinnovamento giudaico, come attestano le discussioni tannaitiche sulla Torah come «via della vita» (Dt 30,15-19). La figura del talmid benestante che interpella un maestro itinerante rispecchia la prassi sapienziale della Giudea del I secolo; la letteratura di Qumran conosce analoga rinuncia comunitaria ai beni privati (1QS 6,19-22). L'appellativo Didáskale agathé è insolito: «buono» non è epiteto tecnico del rav nel registro rabbinico ordinario.

Analisi lessicale

Al v. 17 zōḕn aiṓnion klēronomḗsō («ereditare la vita eterna») rimanda all'aion escatologico: il sostrato è chayei olam, la vita propria dell'olam ha-ba. Il verbo klēronomḗsō richiama l'ebraico nachalah, l'eredità terriera come segno del rapporto con YHWH.

Al v. 18 oudeìs agathòs ei mḕ heîs ho theós risuona come eco dello Shema: agathós è attributo teologico riservato alla sola divinità, orientamento dello sguardo verso la sorgente del bene, non negazione cristologica esplicita.

Al v. 19 il verbo aposteréō (Mḕ aposterḗsēis, «non defraudare») è esclusivo di Marco: richiama il divieto di trattenere il salario del bracciante (Lv 19,13; Dt 24,14), inserendo un comando a valenza sociale nell'elenco del Decalogo. L'unico precetto in forma positiva è tíma tòn patéra, corrispondente all'ebraico kabbed (Es 20,12).

Al v. 21 emblépsas autô ēgápēsen usa l'aoristo puntuale: l'affetto intenso è tratto esclusivo di Marco. La sequenza imperativa hýpage ... pṓlēson ... dòs ... akoloúthei scende dal piano dei precetti universali al discepolato radicale — un di più rispetto all'osservanza della Torah, non sostituzione di essa.

Al v. 25 kámēlon ... tês rhaphídos è iperbole dell'impossibile: il Talmud babilonese usa l'immagine dell'elefante che passa per la cruna (bBava Metzia 38b). La «porta Cruna» come porta stretta di Gerusalemme è priva di fondamento documentale.

Fonti ebraiche

La domanda su come «ereditare la vita del mondo a venire» e la risposta «osserva i comandamenti» sono pienamente ebraiche: la Torah è «via della vita» (Dt 30,15-19). Il parallelo più stringente è mAvot 2,1: «Sii attento a un precetto leggero come a uno grave... e sappi quale ricompensa è riposta per i giusti» (otzar ba-shamayim).

L'elenco dei comandamenti al v. 19 attinge alla seconda tavola del Decalogo (Es 20; Dt 5), i precetti interumani che nella tradizione halakhica costituiscono il nucleo del rapporto con il prossimo. Il detto sul cammello appartiene alla famiglia delle iperboli rabbiniche dell'impossibile (bBava Metzia 38b). La risposta «tutto è possibile a Dio» (v. 27) riecheggia Gn 18,14 («nulla è impossibile a YHWH»).

La promessa del «centuplo» nel tempo presente con persecuzioni e la vita eterna nell'olam ha-ba (v. 30) rispecchia la struttura bifocale della ricompensa nella letteratura tannaitica: parziale in questo mondo (olam ha-zeh) e piena nel mondo a venire. Il rovesciamento «i primi saranno ultimi» (v. 31) è logica escatologica radicata nei profeti (Ez 17; Is 2,12-17).

Halakhah e dimensione pratica

Il passo si muove su due livelli giuridici distinti: l'osservanza integrale dei precetti (mitzvot) come condizione necessaria, e la rinuncia totale ai beni come via aggiuntiva del discepolato, non norma universale dell'halakhah.

Sul piano delle mitzvot, Gesù cita la seconda tavola del Decalogo (Es 20; Dt 5) e vi aggiunge aposteréō, il divieto di frodare il salario del bracciante (Lv 19,13; Dt 24,14): precetto che m.Bava Metzia 9,11-12 disciplina dettagliatamente, stabilendo l'obbligo di pagare entro la giornata. Questo inserimento marciano introduce una tutela dei lavoratori in posizione di debolezza economica, direttamente pertinente a un uomo ricco con molti ktḗmata.

La chiamata a «vendere e dare ai poveri» configura la tzedakah nella sua forma radicale: l'halakhah delimita ordinariamente l'obbligo a una quota dei beni (m.Peah 1,1 fissa il minimo del campo non mietuto), ma riconosce forme volontarie di rinuncia totale come espressione di pietà superiore. Il «tesoro in cielo» (otzar ba-shamayim) è linguaggio tannaitico corrente per il merito accumulato attraverso le buone opere (m.Avot 2,1).

La sequela (akoloúthei moi) implica lo statuto di talmid: il discepolo che cammina dietro al maestro e ne apprende la derekh. Il principio halakhico dello sheliaḥ («shelucho shel adam kemoto», m.Berakhot 5,5) chiarisce che seguire il mandante equivale ad accogliere colui che invia.

Lettura non sostitutiva

La risposta di Gesù alla domanda sull'olam ha-ba è «osserva i comandamenti»: la Torah non è abolita ma è la via, confermata e non sostituita (cf. Mt 5,17). La chiamata a vendere i beni è un di più per il discepolato, non una nuova norma universale che abroga l'halakhah precedente.

Il detto «nessuno è buono se non Dio solo» àncora la bontà al Dio uno dello Shema: non introduce una cristologia che sostituisce il monoteismo d'Israele, ma orienta ogni bontà alla sua sorgente. L'amore esplicito di Gesù per il giovane (v. 21) mostra che la chiamata radicale nasce da affetto reale verso un figlio d'Israele osservante, non da condanna. La promessa del «centuplo» include nuovi legami familiari e comunitari — non la dissoluzione di Israele, ma l'allargamento della famiglia del Regno entro la struttura dell'alleanza.

Note testuali

  • v. 17 — zōḕn aiṓnion klēronomḗsō: «ereditare la vita eterna» = chayei olam, la vita dell'olam ha-ba; klēronomḗsō richiama nachalah, l'eredità come dono di YHWH.
  • v. 18 — oudeìs agathòs ei mḕ heîs ho theós: «nessuno è buono se non Dio solo» — forma più tagliente dei sinottici (Mt 19,17 la smussa); eco dello Shema; rinvio alla bontà esclusiva di Dio, non negazione né affermazione cristologica esplicita.
  • v. 19 — Mḕ aposterḗsēis: «non defraudare» — proprio di Marco; cf. Lv 19,13; Dt 24,14 (trattenere il salario del bracciante).
  • v. 21 — emblépsas autô ēgápēsen: «lo guardò e lo amò» — aoristo puntuale, dettaglio unico di Marco; la chiamata radicale nasce dall'amore, non dalla severità.
  • v. 25 — kámēlon ... tês rhaphídos: «cammello... cruna dell'ago» — iperbole rabbinica dell'impossibile (cf. bBava Metzia 38b, elefante per la cruna); la «porta Cruna» è leggenda senza fondamento.
  • v. 27 — Parà anthrṓpois adýnaton allʼ ou parà theô: eco di Gn 18,14 («nulla è impossibile a YHWH»); la salvezza è passivo teologico (sōthênai, lehiwwasha), viene da un Altro.
  • v. 30 — en tô aiôni tô erchoménō zōḕn aiṓnion: «nel mondo che viene la vita eterna» = olam ha-ba; metà diōgmôn («insieme a persecuzioni») è precisazione propria di Marco.
  • v. 31 — polloì prôtoi éschatoi kaì hoi éschatoi prôtoi: rovesciamento escatologico delle precedenze nel Regno.

Domande Frequenti

Perché Gesù risponde 'nessuno è buono se non Dio' invece di rispondere alla domanda sulla vita eterna?

Il detto àncora ogni bontà alla sorgente divina, eco dello Shema («uno è Dio»). Non nega né afferma la propria identità, ma orienta lo sguardo del giovane verso Dio prima di indicargli la via: osservare i comandamenti.

'Non defraudare' è davvero nel Decalogo?

No: aposteréō è aggiunta esclusiva di Marco, ancorata a Lv 19,13 e Dt 24,14 (divieto di trattenere il salario del bracciante). Inserisce un precetto di tutela sociale significativo per un uomo ricco con molti possedimenti agricoli (ktḗmata).

La chiamata a vendere i beni abolisce la Torah?

No. Gesù risponde prima «osserva i comandamenti» (Torah come via necessaria), poi aggiunge la vendita dei beni come passo ulteriore del discepolato. È un di più volontario, non una norma universale che abroga l'halakhah: m.Peah 1,1 conosce già forme di rinuncia eccedente l'obbligo ordinario.

Cosa significa 'tutto è possibile a Dio' riguardo alla salvezza del ricco?

Riecheggia Gn 18,14 («nulla è impossibile a YHWH»). La salvezza è espressa al passivo teologico (sōthênai), segnalando che viene da Dio, non dall'uomo. L'ostacolo della ricchezza non è insormontabile per la potenza divina, anche se per l'uomo è impossibile superarlo da solo.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.