Torna alle Fonti

Rinnegamento di Pietro — Marco 14,66-72

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Rinnegamento di Pietro

Mc 14,66-72·NA28·89/96·// Mt 26,69-75·Lc 22,56-62·Gv 18,17-27
ἠρνήσατο=negò (kikhesh — rinnegamento)כִּחֵשׁ kikheshΓαλιλαῖος=Galileo (dialetto — b.Eruvin 53b)גָּלִילִי Galiliἀναθεματίζειν καὶ ὀμνύναι=imprecare e giurare (kallel u-hashba')לְקַלֵּל וּלְהִשָּׁבַעδὶς ἀλέκτωρ ἐφώνησεν=gallo due volte (peculiarità marciana)ἀνεμνήσθη=ricordò (zikaron — inizio teshuvah)זִכָּרוֹן zikaronἐπέκλαιεν=piangeva (teshuvah — Ger 31,18-19)
Venerdì Santo — Passione
66-72
Greco66 Καὶ ὄντος τοῦ Πέτρου ⸂κάτω ἐν τῇ αὐλῇ⸃ ἔρχεται μία τῶν παιδισκῶν τοῦ ἀρχιερέως, 67 καὶ ἰδοῦσα τὸν Πέτρον θερμαινόμενον ἐμβλέψασα αὐτῷ λέγει· Καὶ σὺ μετὰ τοῦ Ναζαρηνοῦ ⸂ἦσθα τοῦ Ἰησοῦ⸃· 68 ὁ δὲ ἠρνήσατο λέγων· ⸂Οὔτε οἶδα οὔτε ἐπίσταμαι σὺ τί⸃ λέγεις, καὶ ἐξῆλθεν ἔξω εἰς τὸ προαύλιον ⸂καὶ ἀλέκτωρ ἐφώνησεν⸃. 69 καὶ ἡ παιδίσκη ἰδοῦσα αὐτὸν ⸂ἤρξατο πάλιν⸃ λέγειν τοῖς ⸀παρεστῶσιν ὅτι Οὗτος ἐξ αὐτῶν ἐστιν. 70 ὁ δὲ πάλιν ἠρνεῖτο. καὶ μετὰ μικρὸν πάλιν οἱ παρεστῶτες ἔλεγον τῷ Πέτρῳ· Ἀληθῶς ἐξ αὐτῶν εἶ, καὶ γὰρ Γαλιλαῖος εἶ ⸂καὶ ἡ λαλιά σου ὁμοιάζει⸃· 71 ὁ δὲ ἤρξατο ἀναθεματίζειν καὶ ὀμνύναι ὅτι Οὐκ οἶδα τὸν ἄνθρωπον τοῦτον ὃν λέγετε. 72 καὶ ⸀εὐθὺς ἐκ δευτέρου ἀλέκτωρ ἐφώνησεν· καὶ ἀνεμνήσθη ὁ Πέτρος τὸ ῥῆμα ⸀ὡς εἶπεν αὐτῷ ὁ Ἰησοῦς ὅτι Πρὶν ἀλέκτορα ⸂φωνῆσαι δὶς τρίς με ἀπαρνήσῃ⸃, καὶ ἐπιβαλὼν ἔκλαιεν.
Lettura Ortodossa66 Ed essendo ⓘ giù nel ⓘ, viene una delle ⓘ, 67 e, vista Pietro che si ⓘ, lo fissò e dice: «Anche tu eri con il ⓘ, Gesù». 68 Ma egli ⓘ dicendo: «Non so né capisco che cosa tu dici». E uscì fuori verso il ⓘ, e un gallo ⓘ. 69 E la ⓘ, vedutolo, ricominciò a dire ai ⓘ: «Costui è uno di loro». 70 Ma egli ⓘ. E poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «In verità sei uno di loro: e infatti sei ⓘ», 71 e cominciò ad ⓘ: «Non conosco quest'uomo di cui parlate». 72 E subito, ⓘ, un gallo cantò; e Pietro si ricordò della ⓘ come Gesù gli aveva detto: «Prima che il gallo canti due volte, tu mi rinnegherai tre volte». E, ⓘ, ⓘ, ⓘ.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

La scena si svolge nella notte tra il 14 e il 15 di Nisan, nell'aulḗ del palazzo dell'archiereús — presumibilmente la residenza di Caifa nella città alta di Gerusalemme, a circa 750 metri di altitudine. Il freddo notturno di Nisan impone un braciere centrale (anthrakiá), attorno al quale si scaldano servitù e guardie. Lo spazio fisico è significativo: Pietro si trova dentro la dimora del giudice del suo Maestro mentre al piano superiore si svolge l'interrogatorio. Flavio Giuseppe attesta l'importanza della casta sacerdotale sadducea e del suo controllo sulla città alta, dove risiedevano le famiglie degli archiereîs con servitù numerosa. L'identificazione regionale dei Galilei era immediata: la pronuncia aramaica galilea confondeva alcune gutturali, rendendoli facilmente riconoscibili a Gerusalemme, come ricorda la tradizione tannaitica.

Analisi lessicale

Il nome Pétros traduce l'aramaico Kḗfa («pietra/roccia»), attribuito in Mc 3,16 — qui la roccia crolla. La paidískē è una schiava domestica giovane, anello più debole della scala testimoniale. Il verbo centrale è arnéomai — «rinnegare/sconfessare» (ērnḗsato, v.68; ērneîto, v.70 imperfetto durativo) — lo stesso usato da Gesù in Mc 8,38: «chi si vergognerà di me». Questa inclusione lessicale interna a Marco è teologicamente densa. Laliá (v.70) designa il parlato, l'accento, non semplicemente «la lingua». Anathematízein kaì omnýnai (v.71) combina l'autoesecrazione condizionata (anáthema: «che io sia maledetto se…») con il giuramento per il Nome (omnýnai): la gravità halakhica è massima. Il termine rhêma (v.72) indica la «parola-evento» pronunciata da Gesù in Mc 14,30 — non semplice lógos astratto, ma davar, parola efficace che si compie. Infine epibalṑn éklaien (v.72): il participio aoristo epibalṑn è di significato controverso — «coprendosi il volto», «gettandosi a terra», o aramaismo discorsivo «cominciò a»; éklaien è imperfetto durativo (pianto prolungato, non scoppio puntuale).

Fonti ebraiche

Il motivo del discepolo che cade e viene riabilitato trova paralleli nella letteratura sapienziale: Pr 24,16 afferma che «il giusto cade sette volte e si rialza». Il pianto come espressione di pentimento autentico (teshuvah) è attestato nell'intera tradizione profetica: Ger 31,19 ritrae Efraim che «si batte il petto» e piange. Il tema del testimone inattendibile è codificato in m.Rosh haShanah 1,8 e m.Sanhedrin 3,3 (pasul l'edut): la paidískē, schiava, è halakhicamente esclusa dalla testimonianza in cause capitali secondo la tradizione tannaitica — è l'anello più debole della scala testimoniale a far cadere il primo dei Dodici. Il doppio canto del gallo è dettaglio cronologico preciso, assente negli altri sinottici, che corrisponde alla divisione romana delle veglie notturne (gallicinium primo verso le 00:30-01:30, secondo verso le 02:30-03:30). La promessa di riabilitazione implicita nel pianto trova eco nella menzione esplicita di Pietro in Mc 16,7 («dite ai suoi discepoli e a Pietro»), dove il malak al sepolcro lo nomina esplicitamente — segno che la caduta non è definitiva.

Halakhah e dimensione pratica

Il rinnegamento di Pietro attiva categorie giuridiche precise del diritto ebraico del Secondo Tempio: la negazione davanti a testimoni costituisce un atto con rilevanza halakhica ben definita, non una semplice debolezza psicologica.

Sul piano del giuramento (shevuah): m.Shevuot 3-4 codifica i modi e la gravità delle diverse forme di shevuòt, distinguendo giuramenti espressi, impliciti e condizionali. L'anathematízein di Pietro configura una forma di shevuat shav (giuramento vano) o shevuat sheker (giuramento falso), entrambi gravissimi. Sul piano testimoniale: m.Sanhedrin 4,1 stabilisce le condizioni per la testimonianza valida in cause capitali; il contesto del cortile — pettegolezzo di servi e guardie, non deposizione giurata davanti al tribunale — esclude che il riconoscimento della paidískē costituisca edut (testimonianza giuridica). Sul piano del qiddush haShem e del suo contrario (hillul haShem): la negazione pubblica del maestro da parte di un discepolo configura una forma di profanazione del Nome, tanto più grave perché Pietro è shaluah (inviato) del suo Maestro — e il principio dello sheliaḥ adam kemoto («l'inviato è come colui che lo manda», m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a) implica che il rinnegamento dello shaluah riverbera sul mandante. Il pianto (éklaien durativo) è il primo atto di teshuvah: il riconoscimento del peccato commesso, precondizione halakhica per qualsiasi riparazione.

Lettura non sostitutiva

La pericope non introduce alcuna contrapposizione tra Israele e la Chiesa nascente. Tutti i protagonisti — Pietro, la paidískē, gli astanti del cortile — sono ebrei giudei e galilei. Il fallimento di Pietro non è fallimento di Israele, ma dell'uomo davanti alla prova, indipendentemente dalla sua identità etnica o religiosa. I perushim e la tradizione farisaica che elabora il concetto di teshuvah offrono la categoria interpretativa più pertinente per leggere il pianto di Pietro: la caduta non è irrecuperabile, la conversione è sempre possibile. La distinzione va mantenuta tra gli archiereîs (oligarchia sacerdotale sadducea) e il laos (il popolo): nessuna condanna collettiva degli ebrei è leggibile in questa scena. Marco scrive prima della costruzione di qualsiasi «cattedra petrina» dogmatica: nessun primato giuridico è retroattivamente leggibile in questa scena dove l'apostolo è realmente caduto. Il racconto, nella sua durezza anti-agiografica, è paradossalmente una parola di speranza: la caduta non è l'ultima parola, come conferma Mc 16,7.

Note testuali

  • v.66 — aulḗ: cortile interno del palazzo dell'archiereús; paidískē toû archieréōs: schiava domestica giovane, testimone halakhicamente non valida in cause capitali (m.Rosh haShanah 1,8; m.Sanhedrin 3,3).
  • v.67 — Nazarēnós: epiteto geografico da Nazaret, NON nazir/nazireato (Nm 6) né «germoglio» (nēser di Is 11,1 nei targumim); nella bocca della serva è qualifica spregiativa di provincia; thermainómenon: participio presente, notte fredda di Nisan a ~750m.
  • v.68 — ērnḗsato: arnéomai, rinnegare/sconfessare — stesso verbo di Mc 8,38 (inclusione lessicale); proaúlion: anticorte/vestibolo, allontanamento fisico che anticipa quello del cuore; primo canto del gallo (gallicinium primo, ore 00:30-01:30; NA28 mantiene tra parentesi quadre come lettura preferita ma incerta).
  • v.70 — laliá: accento/parlato, non semplice «lingua»; la pronuncia galilea dell'aramaico era distinta da quella giudaica; pálin ērneîto: imperfetto durativo, negazione insistita e ripetuta; Galilaîos: identificazione regionale, non opposizione religiosa — Gesù e i Dodici sono tutti ebrei di Galilea.
  • v.71 — anathematízein kaì omnýnai: autoesecrazione condizionata + giuramento per il Nome; gravità halakhica massima (m.Shevuot 3-4); configura potenziale hillul haShem.
  • v.72 — ek deutérou: secondo canto del gallo, gallicinium secundum verso le 02:30-03:30, proprio di Marco (indizio del ricordo petrino); tò rhêma: parola-evento (davar), non lógos astratto — l'oracolo di Mc 14,30 si compie nel momento esatto; epibalṑn: participio aoristo di epibállō, significato controverso («coprendosi il volto» / «gettandosi a terra» / aramaismo «cominciò a»); éklaien: imperfetto durativo, pianto prolungato — primo atto di teshuvah, contrasto con la disperazione di Giuda; cf. Mc 16,7 «e a Pietro».

Domande Frequenti

Perché è significativo che sia una schiava a riconoscere Pietro?

La paidískē è halakhicamente esclusa dalla testimonianza in cause capitali (m.Sanhedrin 3,3). È l'anello più debole della scala testimoniale: che proprio lei faccia cadere il primo dei Dodici sottolinea la fragilità umana di Pietro, non una cospirazione giuridica formale.

Il doppio canto del gallo è storicamente attendibile?

Il dettaglio è esclusivo di Marco e corrisponde alla divisione romana delle veglie: gallicinium primum (ore 00:30-01:30) e secundum (02:30-03:30). La tradizione patristica lo interpreta come indizio che il vangelo di Marco conserva il ricordo diretto di Pietro — solo chi rievoca dall'interno mantiene un dettaglio così specifico e doloroso.

Qual è la gravità halakhica dell'«imprecare e giurare» di Pietro?

Anathematízein kaì omnýnai combina autoesecrazione condizionata e giuramento per il Nome. Secondo m.Shevuot 3-4, tale formula configura una shevuat sheker (giuramento falso) di gravità massima. Pronunciata a copertura di un rinnegamento pubblico, costituisce potenziale hillul haShem (profanazione del Nome).

Come si distingue il pianto di Pietro dalla disperazione di Giuda?

Marco usa éklaien all'imperfetto durativo: pianto prolungato, non scoppio puntuale. Nella tradizione della teshuvah, il riconoscimento del peccato è il primo atto imprescindibile della conversione. La conferma arriva da Mc 16,7, dove il messaggero al sepolcro nomina Pietro esplicitamente: la caduta non è definitiva.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.