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Parabole della misericordia — Luca 15,1-32

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Parabole della misericordia

1-32
Greco1 Ἦσαν δὲ ⸂αὐτῷ ἐγγίζοντες⸃ πάντες οἱ τελῶναι καὶ οἱ ἁμαρτωλοὶ ἀκούειν αὐτοῦ. 2 καὶ διεγόγγυζον οἵ ⸀τε Φαρισαῖοι καὶ οἱ γραμματεῖς λέγοντες ὅτι Οὗτος ἁμαρτωλοὺς προσδέχεται καὶ συνεσθίει αὐτοῖς. 3 εἶπεν δὲ πρὸς αὐτοὺς τὴν παραβολὴν ταύτην λέγων· 4 Τίς ἄνθρωπος ἐξ ὑμῶν ἔχων ἑκατὸν πρόβατα καὶ ⸀ἀπολέσας ⸂ἐξ αὐτῶν ἓν⸃ οὐ καταλείπει τὰ ἐνενήκοντα ἐννέα ἐν τῇ ἐρήμῳ καὶ πορεύεται ἐπὶ τὸ ἀπολωλὸς ἕως εὕρῃ αὐτό; 5 καὶ εὑρὼν ἐπιτίθησιν ἐπὶ τοὺς ὤμους ⸀αὐτοῦ χαίρων, 6 καὶ ἐλθὼν εἰς τὸν οἶκον συγκαλεῖ τοὺς φίλους καὶ τοὺς γείτονας, λέγων αὐτοῖς· Συγχάρητέ μοι ὅτι εὗρον τὸ πρόβατόν μου τὸ ἀπολωλός. 7 λέγω ὑμῖν ὅτι οὕτως χαρὰ ⸂ἐν τῷ οὐρανῷ ἔσται⸃ ἐπὶ ἑνὶ ἁμαρτωλῷ μετανοοῦντι ἢ ἐπὶ ἐνενήκοντα ἐννέα δικαίοις οἵτινες οὐ χρείαν ἔχουσιν μετανοίας. 8 Ἢ τίς γυνὴ δραχμὰς ἔχουσα δέκα, ἐὰν ἀπολέσῃ δραχμὴν μίαν, οὐχὶ ἅπτει λύχνον καὶ σαροῖ τὴν οἰκίαν καὶ ζητεῖ ἐπιμελῶς ἕως ⸀οὗ εὕρῃ; 9 καὶ εὑροῦσα ⸀συγκαλεῖ τὰς φίλας ⸀καὶ γείτονας λέγουσα· Συγχάρητέ μοι ὅτι εὗρον τὴν δραχμὴν ἣν ἀπώλεσα. 10 οὕτως, λέγω ὑμῖν, ⸂γίνεται χαρὰ⸃ ἐνώπιον τῶν ἀγγέλων τοῦ θεοῦ ἐπὶ ἑνὶ ἁμαρτωλῷ μετανοοῦντι. 11 Εἶπεν δέ· Ἄνθρωπός τις εἶχεν δύο υἱούς. 12 καὶ εἶπεν ὁ νεώτερος αὐτῶν τῷ πατρί· Πάτερ, δός μοι τὸ ἐπιβάλλον μέρος τῆς οὐσίας· ⸂ὁ δὲ⸃ διεῖλεν αὐτοῖς τὸν βίον. 13 καὶ μετ’ οὐ πολλὰς ἡμέρας συναγαγὼν ⸀πάντα ὁ νεώτερος υἱὸς ἀπεδήμησεν εἰς χώραν μακράν, καὶ ἐκεῖ διεσκόρπισεν τὴν οὐσίαν αὐτοῦ ζῶν ἀσώτως. 14 δαπανήσαντος δὲ αὐτοῦ πάντα ἐγένετο λιμὸς ⸀ἰσχυρὰ κατὰ τὴν χώραν ἐκείνην, καὶ αὐτὸς ἤρξατο ὑστερεῖσθαι. 15 καὶ πορευθεὶς ἐκολλήθη ἑνὶ τῶν πολιτῶν τῆς χώρας ἐκείνης, καὶ ἔπεμψεν αὐτὸν εἰς τοὺς ἀγροὺς αὐτοῦ βόσκειν χοίρους· 16 καὶ ἐπεθύμει ⸂γεμίσαι τὴν κοιλίαν αὐτοῦ ἀπὸ⸃ τῶν κερατίων ὧν ἤσθιον οἱ χοῖροι, καὶ οὐδεὶς ἐδίδου αὐτῷ. 17 εἰς ἑαυτὸν δὲ ἐλθὼν ⸀ἔφη· Πόσοι μίσθιοι τοῦ πατρός μου ⸀περισσεύονται ἄρτων, ἐγὼ δὲ ⸂λιμῷ ὧδε⸃ ἀπόλλυμαι· 18 ἀναστὰς πορεύσομαι πρὸς τὸν πατέρα μου καὶ ἐρῶ αὐτῷ· Πάτερ, ἥμαρτον εἰς τὸν οὐρανὸν καὶ ἐνώπιόν σου, 19 ⸀οὐκέτι εἰμὶ ἄξιος κληθῆναι υἱός σου· ποίησόν με ὡς ἕνα τῶν μισθίων σου. 20 καὶ ἀναστὰς ἦλθεν πρὸς τὸν πατέρα ⸀ἑαυτοῦ. ἔτι δὲ αὐτοῦ μακρὰν ἀπέχοντος εἶδεν αὐτὸν ὁ πατὴρ αὐτοῦ καὶ ἐσπλαγχνίσθη καὶ δραμὼν ἐπέπεσεν ἐπὶ τὸν τράχηλον αὐτοῦ καὶ κατεφίλησεν αὐτόν. 21 εἶπεν δὲ ⸂ὁ υἱὸς αὐτῷ⸃· Πάτερ, ἥμαρτον εἰς τὸν οὐρανὸν καὶ ἐνώπιόν σου, ⸀οὐκέτι εἰμὶ ἄξιος κληθῆναι υἱός ⸀σου. 22 εἶπεν δὲ ὁ πατὴρ πρὸς τοὺς δούλους αὐτοῦ· ⸀Ταχὺ ⸀ἐξενέγκατε στολὴν τὴν πρώτην καὶ ἐνδύσατε αὐτόν, καὶ δότε δακτύλιον εἰς τὴν χεῖρα αὐτοῦ καὶ ὑποδήματα εἰς τοὺς πόδας, 23 καὶ ⸀φέρετε τὸν μόσχον τὸν σιτευτόν, θύσατε, καὶ φαγόντες εὐφρανθῶμεν, 24 ὅτι οὗτος ὁ υἱός μου νεκρὸς ἦν καὶ ἀνέζησεν, ⸂ἦν ἀπολωλὼς⸃ καὶ εὑρέθη. καὶ ἤρξαντο εὐφραίνεσθαι. 25 Ἦν δὲ ὁ υἱὸς αὐτοῦ ὁ πρεσβύτερος ἐν ἀγρῷ· καὶ ὡς ἐρχόμενος ἤγγισεν τῇ οἰκίᾳ, ἤκουσεν συμφωνίας καὶ χορῶν, 26 καὶ προσκαλεσάμενος ἕνα τῶν παίδων ἐπυνθάνετο τί ⸀ἂν εἴη ταῦτα· 27 ὁ δὲ εἶπεν αὐτῷ ὅτι Ὁ ἀδελφός σου ἥκει, καὶ ἔθυσεν ὁ πατήρ σου τὸν μόσχον τὸν σιτευτόν, ὅτι ὑγιαίνοντα αὐτὸν ἀπέλαβεν. 28 ὠργίσθη δὲ καὶ οὐκ ἤθελεν εἰσελθεῖν. ὁ ⸀δὲ πατὴρ αὐτοῦ ἐξελθὼν παρεκάλει αὐτόν. 29 ὁ δὲ ἀποκριθεὶς εἶπεν τῷ πατρὶ ⸀αὐτοῦ· Ἰδοὺ τοσαῦτα ἔτη δουλεύω σοι καὶ οὐδέποτε ἐντολήν σου παρῆλθον, καὶ ἐμοὶ οὐδέποτε ἔδωκας ἔριφον ἵνα μετὰ τῶν φίλων μου εὐφρανθῶ· 30 ὅτε δὲ ὁ υἱός σου οὗτος ὁ καταφαγών σου τὸν βίον ⸀μετὰ πορνῶν ἦλθεν, ἔθυσας αὐτῷ τὸν ⸂σιτευτὸν μόσχον⸃. 31 ὁ δὲ εἶπεν αὐτῷ· Τέκνον, σὺ πάντοτε μετ’ ἐμοῦ εἶ, καὶ πάντα τὰ ἐμὰ σά ἐστιν· 32 εὐφρανθῆναι δὲ καὶ χαρῆναι ἔδει, ὅτι ὁ ἀδελφός σου οὗτος νεκρὸς ἦν καὶ ⸀ἔζησεν, καὶ ⸀ἀπολωλὼς καὶ εὑρέθη.
Lettura Ortodossa1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e gli am ha-aretz (i popolani non-osservanti, esclusi dalla commensalità dei puri) ⓘ per ascoltarlo. 2 E i farisei (perushim), gli osservanti ⓘ, e gli scribi (soferim), i dotti della Torah ⓘ, mormoravano: «Costui accoglie i peccatori e ⓘ». 3 Ed egli disse loro questa parabola: 4 «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove ⓘ e ⓘ? 5 E trovatala, se la carica sulle spalle con gioia, 6 e tornato a casa convoca gli amici e i vicini: Rallegratevi con me, ho trovato la mia pecora perduta. 7 Vi dico che così ⓘ, per un solo peccatore che compie teshuvah (il ritorno a Dio), più che per novantanove ⓘ, i tzaddiqim (i giusti) che non hanno bisogno di conversione. 8 O quale donna, se perde una delle dieci ⓘ, non accende la ⓘ e spazza la casa e cerca con cura finché non la trova? 9 E trovatala, convoca le amiche e le vicine: Rallegratevi con me, ho trovato la dramma perduta. 10 Così, vi dico, c'è gioia ⓘ per un solo peccatore che compie teshuvah. 11 Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. 12 E il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte di ⓘ che mi spetta. Ed egli divise tra loro le ⓘ. 13 E pochi giorni dopo il figlio più giovane, raccolto tutto, partì per un paese lontano e là ⓘ, seguendo lo yetzer ha-ra (l'inclinazione al male). 14 Speso tutto, ⓘ in quel paese ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. 15 E andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a ⓘ. 16 E avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci, e nessuno gliene dava. 17 ⓘ, principio della teshuvah, disse: Quanti ⓘ hanno pane in abbondanza, e io qui muoio di fame! 18 Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato ⓘ e davanti a te; 19 non sono più degno di essere chiamato tuo figlio; trattami come uno dei tuoi salariati. 20 E si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, il padre lo vide, ⓘ con chesed (l'amore fedele di patto), gli si gettò al collo e lo baciò. 21 E il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e davanti a te, non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. 22 Ma il padre disse ai servi: Presto, ⓘ, restituendogli il kavod (l'onore) di figlio! 23 E portate il ⓘ, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, 24 perché questo mio figlio ⓘ: disceso nello sheol (il regno dei morti) ed è risorto alla vita dell'olam ha-ba (il mondo che viene). E cominciarono a far festa. 25 Or il ⓘ era nei campi. E mentre tornando si avvicinava a casa, udì ⓘ; 26 e chiamato uno dei servi domandò che cosa fosse tutto questo. 27 E quello gli disse: Tuo fratello è tornato, e tuo padre ha ammazzato il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. 28 Si ⓘ. 29 Ma egli rispose dicendo al padre: Ecco, ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo ⓘ, una sola mitzvah delle mitzvot, e non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. 30 Ma ora che è tornato questo tuo figlio, che ha divorato le tue sostanze ⓘ, hai ammazzato per lui il vitello grasso! 31 Ed egli gli disse: ⓘ; 32 ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ⓘ».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Luca 15,1-32 si situa nella Galilea e nella Giudea del I secolo, nell'ambito del movimento di Gesù che opera sotto il dominio romano (provincia di Syria-Palaestina). I telônai (pubblicani) sono esattori fiscali al servizio di Roma, socialmente disprezzati come collaborazionisti e ritualmente sospetti per il contatto continuo con pagani; l'am ha-aretz designa invece il «popolo della terra», la classe non-osservante contrapposta ai ḥaverim. I Pharisaîoi (perushim) e i grammateîs (soferim) rappresentano il movimento dei separati osservanti e i copisti-interpreti della Torah: la loro mormorazione sulla commensalità (synesthíei) riflette un confine halakhico reale tra ḥaver e am ha-aretz, attestato nella letteratura tannaita. Flavio Giuseppe (Ant. XVIII) documenta la posizione sociale dei pubblicani; il tema del pastore che cerca il gregge disperso trova eco in Ezechiele 34,11-16, testo centrale per comprendere la prima parabola.

Analisi lessicale

Il termine greco metanooûnti (v. 7) traduce l'ebraico teshuvah (ritorno/conversione): non un atto puramente interiore di tipo platonico, ma un ritorno concreto all'alleanza, una riorientazione pratica della condotta. La formula eis tòn ouranón (v. 18 — «contro il Cielo») è circonlocuzione ebraica per Dio (Shamayim), evitando la pronuncia diretta del Nome: il figlio riconosce la dimensione verticale della trasgressione. Il verbo esplanchnísthē (v. 20) rimanda all'ebraico rachamim (viscere materne/compassione), radicato in rechem (utero): la misericordia del padre non è sentimento astratto, bensì coinvolgimento fisico e totalizzante. L'espressione eis heautòn elthṑn (v. 17 — «ritornato in sé») corrisponde al risveglio della coscienza che precede il ritorno: la tradizione rabbinica associa questo movimento interiore all'inizio della teshuvah (cf. b.Yoma 86b). Il participio dramṑn («correndo», v. 20) segnala un'azione straordinaria per un patriarca orientale anziano: correre implicava sollevare la veste e scoprire le gambe, gesto considerato indecoroso.

Fonti ebraiche

La prima parabola (pecora perduta) riprende esplicitamente Ezechiele 34,11-16, dove YHWH stesso si costituisce pastore che cerca il gregge disperso: «Io stesso cercherò le mie pecore e le riunirò». La gioia per il peccatore che fa teshuvah trova parallelismo in b.Yoma 86b, dove si afferma la grandezza della teshuvah: il penitente che ritorna viene accolto con una pienezza superiore a chi non ha mai deviato. La metafora della dramma smarrita (drachmàs, v. 8-9) — una moneta d'argento pari al salario giornaliero — riflette la prassi domestica attestata nel mondo del Secondo Tempio, dove la perdita di un bene anche piccolo giustificava una ricerca assidua. Il gesto del figlio minore che chiede l'eredità (ousías) mentre il padre è ancora in vita equivale nella cultura del tempo a un augurio di morte: la letteratura sapienziale (Sir 33,20-24) mette in guardia esplicitamente dal cedere i beni ai figli prima della morte. L'abiezione del pascolare i porci (bóskein choírous) è costruita sull'impurità del chazir (Lv 11,7): per un ebreo, toccare i suini segnava la rottura radicale con il mondo dell'alleanza.

Halakhah e dimensione pratica

La commensalità di Gesù con telônai e am ha-aretz viola il confine halakhico tra ḥaver e non-osservante: secondo la Mishnah (m.Demai 2,2-3), il ḥaver non doveva mangiare con chi non osservava le regole di purità e decima, per non incorrere in contaminazione rituale o consumare prodotti non debitamente separati. La mormorazione dei perushim (v. 2) è quindi una denuncia halakhica precisa, non semplice snobismo sociale. Sul piano del diritto di famiglia, la richiesta dell'eredità anticipata (ousías, v. 12) era regolata: m.Bava Batra 8,5 tratta la divisione dei beni tra eredi; cedere l'intera quota al figlio minore restava atto giuridicamente possibile ma socialmente scandaloso. La reintegrazione operata dal padre (veste, anello, sandali) ha valenza halakhica: l'anello del sigillo (daktýlion) restituisce al figlio la capacità di agire in nome del padre (principio dello shaliach, «sheliaḥ adam kemoto», m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a), mentre i sandali distinguono l'uomo libero dallo schiavo. Il vitello grasso (móschon siteutón) richiama le feste di comunione in cui si condivideva la carne: il banchetto non è semplice celebrazione, ma atto di riaffermazione del legame comunitario e familiare.

Lettura non sostitutiva

Il figlio maggiore (ho hyiòs ho presbýteros, v. 25) non rappresenta «i Giudei rigettati» dalla nuova alleanza: tale lettura supersessionista è filologicamente infondata e teologicamente insostenibile. Il figlio maggiore incarna chiunque — di qualsiasi origine — resista alla logica della teshuvah accolta dalla misericordia. Il padre esce anche per lui (ho patḕr exelthṑn parekálei, v. 28): il movimento del padre è inclusivo, non escludente. La rassicurazione «tu sei sempre con me, e tutto ciò che è mio è tuo» (Téknon, sỳ pántote met' emoû, v. 31) afferma esplicitamente che nulla è tolto al figlio fedele, nessuna alleanza è revocata. La parabola resta deliberatamente aperta: non si narra se il maggiore entri o meno alla festa, impedendo ogni lettura che trasformi il racconto in condanna. Il compimento delle parabole della misericordia non è sostituzione di Israele, ma dilatazione dell'accoglienza divina (rachamim) a ogni perduto che ritorna: la radice ebraica della teshuvah non è abolita, è approfondita.

Note testuali

  • v. 1-2 — hoi telônai kaì hoi hamartōloí: esattori romani e am ha-aretz; Pharisaîoi e grammateîs: perushim e soferim; prosdéchetai kaì synesthíei: commensalità che infrange il confine halakhico tra ḥaver e non-osservante.
  • v. 4-10 — en têi erḗmōi: al pascolo aperto; epì tò apolōlòs héōs heúrēi: ricerca attiva del perduto, cf. Ez 34,11-16; chará epì henì hamartōlôi metanooûnti: gioia del Cielo per la teshuvah; drachmàs: monete d'argento pari a salario giornaliero; lýchnon: lume a olio domestico; enṓpion tôn angélōn toû theoû: circonlocuzione reverenziale per la presenza divina.
  • v. 12-16 — ousías: eredità chiesta da vivo, gesto gravissimo; tòn bíon: il sostentamento/la vita; dieskórpisen zôn asṓtōs: dissipazione senza ritegno; egéneto limòs ischyrá: la carestia che spinge al fondo; bóskein choírous: pascolare i porci, il fondo dell'abiezione per Lv 11,7.
  • v. 17-20 — eis heautòn elthṑn: risveglio della coscienza, inizio della teshuvah (cf. b.Yoma 86b); místhioi: braccianti a giornata; eis tòn ouranón: «contro Shamayim», circonlocuzione per Dio; esplanchnísthē kaì dramṑn: rachamim del padre che corre — gesto inusuale e indecoroso per un anziano orientale.
  • v. 22-24 — stolḕn ... daktýlion ... hypodḗmata: veste d'onore, anello del sigillo (autorità/shaliach), sandali (uomo libero); tòn móschon tòn siteutón: vitello per le grandi feste; nekròs anézēsen: metafora morte/vita applicata alla conversione.
  • v. 25-32 — symphōnías kaì chorôn: musica e cori della festa; ōrgísthē: indignazione del maggiore; ho patḕr exelthṑn parekálei: il padre esce e supplica anche lui; entolḗn: precetto/comando; metà pornôn: accusa del fratello, non narrata in precedenza; Téknon, sỳ pántote met' emoû: rassicurazione inclusiva; apolōlṑs kaì heuréthē: chiusa aperta, senza esito narrato per il maggiore.

Domande Frequenti

Perché il figlio minore che chiede l'eredità è un gesto così grave nel contesto del I secolo?

Nella cultura del Secondo Tempio, anticipare la divisione dell'eredità equivaleva simbolicamente ad augurare la morte del padre. La letteratura sapienziale (Sir 33,20-24) mette esplicitamente in guardia da questo atto; m.Bava Batra 8,5 lo regola giuridicamente, ma rimane socialmente scandaloso e di fatto una rottura del legame filiale.

Cosa rappresentano concretamente veste, anello e sandali nella reintegrazione del figlio?

La veste d'onore (stolḗ) segna il ripristino della dignità; l'anello del sigillo (daktýlion) restituisce la capacità di agire in nome del padre, secondo il principio halakhico dello shaliach (m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a); i sandali distinguono il figlio libero dallo schiavo. La triade costituisce reintegrazione filiale completa.

Il figlio maggiore rappresenta il popolo ebraico escluso dalla salvezza?

No: tale lettura supersessionista è filologicamente infondata. Il figlio maggiore simboleggia chiunque resista alla logica della teshuvah. Il padre esce anche per lui e dichiara «tutto il mio è tuo» (v. 31), affermando che nessuna alleanza è revocata. La parabola resta aperta: non si narra se entri, impedendo ogni condanna definitiva.

Qual è il legame tra 'eis heautòn elthṑn' (ritornato in sé) e la tradizione rabbinica della teshuvah?

L'espressione greca (v. 17) corrisponde al risveglio interiore che precede il ritorno concreto all'alleanza. b.Yoma 86b illustra la grandezza della teshuvah: il penitente che ritorna viene accolto con una pienezza che supera chi non ha mai deviato, radicando la parabola nella teologia ebraica del pentimento.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.