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Gesù davanti a Pilato ed Erode — Luca 23,1-25

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Gesù davanti a Pilato ed Erode

1-25
Greco1 Καὶ ἀναστὰν ἅπαν τὸ πλῆθος αὐτῶν ἤγαγον αὐτὸν ἐπὶ τὸν Πιλᾶτον. 2 ἤρξαντο δὲ κατηγορεῖν αὐτοῦ λέγοντες· Τοῦτον εὕραμεν διαστρέφοντα τὸ ἔθνος ⸀ἡμῶν καὶ κωλύοντα ⸂φόρους Καίσαρι⸃ διδόναι ⸀καὶ λέγοντα ⸀αὑτὸν χριστὸν βασιλέα εἶναι. 3 ὁ δὲ Πιλᾶτος ⸀ἠρώτησεν αὐτὸν λέγων· Σὺ εἶ ὁ βασιλεὺς τῶν Ἰουδαίων; ὁ δὲ ἀποκριθεὶς αὐτῷ ἔφη· Σὺ λέγεις. 4 ὁ δὲ Πιλᾶτος εἶπεν πρὸς τοὺς ἀρχιερεῖς καὶ τοὺς ὄχλους· Οὐδὲν εὑρίσκω αἴτιον ἐν τῷ ἀνθρώπῳ τούτῳ. 5 οἱ δὲ ἐπίσχυον λέγοντες ὅτι Ἀνασείει τὸν λαὸν διδάσκων καθ’ ὅλης τῆς Ἰουδαίας, ⸀καὶ ἀρξάμενος ἀπὸ τῆς Γαλιλαίας ἕως ὧδε. 6 Πιλᾶτος δὲ ⸀ἀκούσας ἐπηρώτησεν εἰ ὁ ἄνθρωπος Γαλιλαῖός ἐστιν, 7 καὶ ἐπιγνοὺς ὅτι ἐκ τῆς ἐξουσίας Ἡρῴδου ἐστὶν ἀνέπεμψεν αὐτὸν πρὸς Ἡρῴδην, ὄντα καὶ αὐτὸν ἐν Ἱεροσολύμοις ἐν ταύταις ταῖς ἡμέραις. 8 ὁ δὲ Ἡρῴδης ἰδὼν τὸν Ἰησοῦν ἐχάρη λίαν, ἦν γὰρ ⸂ἐξ ἱκανῶν χρόνων θέλων⸃ ἰδεῖν αὐτὸν διὰ τὸ ⸀ἀκούειν περὶ αὐτοῦ, καὶ ἤλπιζέν τι σημεῖον ἰδεῖν ὑπ’ αὐτοῦ γινόμενον. 9 ἐπηρώτα δὲ αὐτὸν ἐν λόγοις ἱκανοῖς· αὐτὸς δὲ οὐδὲν ἀπεκρίνατο αὐτῷ. 10 εἱστήκεισαν δὲ οἱ ἀρχιερεῖς καὶ οἱ γραμματεῖς εὐτόνως κατηγοροῦντες αὐτοῦ. 11 ἐξουθενήσας δὲ αὐτὸν ⸀καὶ ὁ Ἡρῴδης σὺν τοῖς στρατεύμασιν αὐτοῦ καὶ ἐμπαίξας ⸀περιβαλὼν ἐσθῆτα λαμπρὰν ἀνέπεμψεν αὐτὸν τῷ Πιλάτῳ. 12 ἐγένοντο δὲ φίλοι ὅ τε ⸂Ἡρῴδης καὶ ὁ Πιλᾶτος⸃ ἐν αὐτῇ τῇ ἡμέρᾳ μετ’ ἀλλήλων· προϋπῆρχον γὰρ ἐν ἔχθρᾳ ὄντες πρὸς ⸀αὑτούς. 13 Πιλᾶτος δὲ συγκαλεσάμενος τοὺς ἀρχιερεῖς καὶ τοὺς ἄρχοντας καὶ τὸν λαὸν 14 εἶπεν πρὸς αὐτούς· Προσηνέγκατέ μοι τὸν ἄνθρωπον τοῦτον ὡς ἀποστρέφοντα τὸν λαόν, καὶ ἰδοὺ ἐγὼ ἐνώπιον ὑμῶν ἀνακρίνας ⸀οὐθὲν εὗρον ἐν τῷ ἀνθρώπῳ τούτῳ αἴτιον ὧν κατηγορεῖτε κατ’ αὐτοῦ. 15 ἀλλ’ οὐδὲ Ἡρῴδης, ⸂ἀνέπεμψεν γὰρ αὐτὸν πρὸς ἡμᾶς⸃· καὶ ἰδοὺ οὐδὲν ἄξιον θανάτου ἐστὶν πεπραγμένον αὐτῷ· 16 παιδεύσας οὖν αὐτὸν ⸀ἀπολύσω. 18 ⸀Ἀνέκραγον δὲ παμπληθεὶ λέγοντες· Αἶρε τοῦτον, ἀπόλυσον δὲ ἡμῖν ⸀τὸν Βαραββᾶν· 19 ὅστις ἦν διὰ στάσιν τινὰ γενομένην ἐν τῇ πόλει καὶ φόνον ⸂βληθεὶς ἐν τῇ φυλακῇ⸃. 20 πάλιν ⸀δὲ ὁ Πιλᾶτος ⸀προσεφώνησεν, θέλων ἀπολῦσαι τὸν Ἰησοῦν. 21 οἱ δὲ ἐπεφώνουν λέγοντες· ⸂Σταύρου σταύρου⸃ αὐτόν. 22 ὁ δὲ τρίτον εἶπεν πρὸς αὐτούς· Τί γὰρ κακὸν ἐποίησεν οὗτος; οὐδὲν αἴτιον θανάτου εὗρον ἐν αὐτῷ· παιδεύσας οὖν αὐτὸν ἀπολύσω. 23 οἱ δὲ ἐπέκειντο φωναῖς μεγάλαις αἰτούμενοι αὐτὸν σταυρωθῆναι, καὶ κατίσχυον αἱ φωναὶ ⸀αὐτῶν. 24 ⸀καὶ Πιλᾶτος ἐπέκρινεν γενέσθαι τὸ αἴτημα αὐτῶν· 25 ἀπέλυσεν δὲ τὸν διὰ στάσιν καὶ φόνον βεβλημένον ⸀εἰς φυλακὴν ὃν ᾐτοῦντο, τὸν δὲ Ἰησοῦν παρέδωκεν τῷ θελήματι αὐτῶν.
Lettura Ortodossa1 Tutta l'assemblea plenaria (il pleno del Sinedrio) si alzò e lo condusse da ⓘ. 2 Cominciarono ad accusarlo: «ⓘ». 3 Pilato lo ⓘ: «ⓘ?». «ⓘ». 4 Pilato disse agli archiereîs (i kohanim del vertice templare, il ceto saddoceo, Saddoukaioi) e alla ⓘ: «ⓘ». 5 Ma insistevano: «ⓘ, insegnando per tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea fino a qui». 6-7 Pilato, saputo che è ⓘ. 8 Erode si rallegrò: ⓘ. 9 Lo ⓘ, ma Gesù ⓘ. 10 Stavano là gli archiereîs (i kohanim del vertice saddocei) e i ⓘ, e lo accusavano con violenza. 11 Erode, coi suoi soldati, lo ⓘ e lo rimandò a Pilato. 12 ⓘ. 13 Pilato, convocati gli archiereîs (i kohanim saddocei del vertice), gli ⓘ e il popolo (l'am), 14 disse: «ⓘ di cui lo accusate; 15 e neanche Erode, poiché ce l'ha rimandato. ⓘ. 16 Lo ⓘ e lo rilascerò». 18 Ma gridarono ⓘ: «Togli di mezzo costui! Rilascia ⓘ!». 19 Costui era in carcere per una ⓘ. 20 Pilato parlò loro di nuovo, ⓘ. 21 Ma urlavano: «ⓘ». 22 Per la ⓘ disse: «Che male ha fatto costui? ⓘ. Lo punirò e lo rilascerò». 23 Ma ⓘ, chiedendo che fosse crocifisso, e le loro grida prevalevano. 24 Pilato ⓘ 25 e rilasciò ⓘ, e ⓘ.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Luca 23,1-25 si svolge a Gerusalemme durante la Pasqua, probabilmente nel 30 o 33 d.C., sotto il prefetto romano Ponzio Pilato (26-36 d.C.) e il tetrarca Erode Antipa di Galilea. Il Sinedrio non deteneva la potestas gladii — il diritto di eseguire condanne capitali era riservato all'autorità romana — perciò i «capi dei sacerdoti» (archiereîs) e gli anziani (zeqenîm) traducono le accuse religiose in capi d'imputazione politici comprensibili a un magistrato romano. Il rinvio a Erode Antipa, tetrarca della Galilea (episodio esclusivo di Luca), è storicamente plausibile: Antipa si trovava a Gerusalemme per la festa, e Pilato — appresa l'origine galileana dell'imputato — poteva deferire il caso al sovrano della regione d'origine, pratica documentata nella procedura romana. Le tensioni tra Pilato e Antipa sono attestate altrove (Lc 13,1): la riconciliazione dei due magistrati riflette la realpolitik del potere coloniale.

Analisi lessicale

Al v. 2 le accuse sono tre: diastréphounta («che traviava/sobillava», participio presente durativo, azione continuata) il popolo; kōlýonta phórous Kaísari didónai («impediva di dare tributi a Cesare», accusa falsa che contraddice Lc 20,25 «rendete a Cesare ciò che è di Cesare»); basileùs («re», titolo politico romano, non il termine messianico ebraico Mashíaḥ). L'interrogativo di Pilato sỳ eî ho basileùs tôn Ioudaíōn (v. 3) utilizza il capo d'accusa romano; la risposta sỳ légeis («tu lo dici») è una formula non-affermativa che rimanda l'asserzione a chi interroga. Al v. 4 oudèn heurískō aítion («non trovo alcuna colpa»): aítion è il termine tecnico romano per «capo d'imputazione» (causa). Il verbo anaseíei (v. 5, «sobilla», «scuote») richiama il sostrato aramaico za'af, agitare la massa. Al v. 11 exouthenḗsas ... esthêta lampràn («disprezzò e lo rivestì di una splendida veste»): la esthēs lamprá è parodia regale, parallela alla porpora dei soldati romani. Epékrinen (v. 24) è il verbo tecnico della sentenza giudiziale emessa dal magistrato: è Pilato, non la folla, il soggetto grammaticale e giuridico della condanna. Parédōken tô thelḗmati autôn (v. 25) — «consegnò alla loro volontà» — sottolinea la resa del magistrato alla pressione, non un trasferimento formale di competenza.

Fonti ebraiche

Il silenzio di Gesù davanti a Erode (oudèn apekrínato, v. 9) richiama Is 53,7: «come pecora muta davanti ai suoi tosatori, non aprì la bocca», il Servo sofferente che non si difende. Il motivo del re deriso con vesti regali evoca 1 Re 22,10 (i re in trono nelle loro vesti) e la letteratura apocalittica del Secondo Tempio che tematizza il giusto umiliato e poi esaltato (cf. Sap 2,12-20: «opprimiamo il giusto povero»; 5,1-5: la sua esaltazione finale). La figura di Barabba — biryōn, l'insorto violento — richiama i movimenti di resistenza armata descritti da Giuseppe Flavio nelle Antiquitates e nella Bellum Judaicum: bande che Flavio chiama lēstaí, termine che Luca usa implicitamente attraverso stásis kaì phónos. La triplice dichiarazione d'innocenza ha un parallelo strutturale nella retorica giuridica biblica: la ripetizione tre volte costituisce attestazione solenne (cf. Dt 19,15, «per bocca di due o tre testimoni»).

Halakhah e dimensione pratica

Il processo rivela la tensione tra competenze giuridiche distinte: il Sinedrio istruisce l'accusa religiosa ma non può eseguire la pena capitale (dîn nefashot) senza ratifica romana, principio che emerge dalla prassi del Secondo Tempio documentata in m.Sanhedrin 1,5 e 7,2. La trasmissione della causa da Pilato a Erode attiva il principio del shelíaḥ giuridico-territoriale: il magistrato competente per territorio d'origine dell'imputato (shelíaḥ adam kemotô, m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a). Le tre accuse al v. 2 sono costruite per soddisfare il requisito romano del crimen maiestatis: sovversione, evasione fiscale, autoproclamazione regia — nessuna delle tre è provata davanti al magistrato. Secondo m.Sanhedrin 4,1, in cause capitali il tribunale doveva deliberare di giorno e concludere con assoluzione prima del tramonto; la fretta processuale e la pressione della folla violano le garanzie procedurali halakhiche. Il rilascio di Barabba in luogo dell'innocente inverte il principio di middat ha-dîn (giustizia proporzionale): si libera il vero biryōn — incarcerato per stásis kaì phónos, sedizione e omicidio — e si condanna chi è stato dichiarato innocente tre volte dallo stesso magistrato.

Lettura non sostitutiva

Il racconto di Luca distingue con precisione chirurgica i soggetti: gli accusatori attivi sono i «capi dei sacerdoti» (archiereîs) e gli anziani (árchontes), l'oligarchia templare — non «i Giudei» come categoria collettiva. Il popolo (laós) convocato al v. 13 è lo stesso che pochi giorni prima «pendeva dalle labbra» di Gesù (Lc 21,38): nessuna continuità automatica tra la folla convocata e il popolo d'Israele nel suo insieme. I perushim (Farisei), osservanti della Torah, non compaiono in questa pericope come accusatori: la pressione viene dall'oligarchia sacerdotale sadducea e dai suoi alleati notabili. La responsabilità giuridica della sentenza è di Pilato — epékrinen, v. 24 — che condanna pur avendo dichiarato l'innocenza tre volte. Il compimento delle Scritture (Is 53; Sap 2-5) non implica sostituzione di Israele: il Servo sofferente è figura che nasce dentro Israele e porta a compimento la vocazione profetica di Israele stesso, senza annullarla.

Note testuali

  • v. 2 — diastréphounta: «che traviava» (participio presente durativo); kōlýonta phórous: «impediva i tributi» (accusa falsa, cf. Lc 20,25); basileùs: titolo politico romano, non Mashíaḥ.
  • v. 3 — sỳ eî ho basileùs tôn Ioudaíōn: capo d'accusa politico romano; sỳ légeis: risposta non-affermativa.
  • v. 4.14.22 — oudèn heurískō aítion / outhèn aítion / oudèn aítion thanátou: le tre dichiarazioni d'innocenza; aítion = termine tecnico romano per «capo d'imputazione».
  • v. 7-12 — anépempsen pròs Hērṓdēn: rinvio a Erode Antipa (esclusivo di Luca); sēmeîón ti ideîn: curiosità spettacolare, non fede; oudèn apekrínato: silenzio del Servo (Is 53,7); esthêta lampràn: parodia regale.
  • v. 13 — árchontas / zeqenîm: anziani-notabili del Sinedrio; laós: il popolo (cf. Lc 21,38), non collettivizzabile.
  • v. 18-19 — pamplētheí: urlo corale; Barabbân / biryōn: il vero sedizioso; stásin kaì phónon: le stesse accuse che si volevano appiccicare a Gesù.
  • v. 24-25 — epékrinen: sentenza emessa da Pilato (soggetto giuridico della condanna); parédōken tô thelḗmati autôn: resa alla pressione, non trasferimento di competenza.

Domande Frequenti

Perché Pilato rimanda Gesù a Erode Antipa invece di giudicarlo direttamente?

Appreso che Gesù era galileo, Pilato può deferire il caso al tetrarca competente per territorio d'origine dell'imputato. Erode si trovava a Gerusalemme per la Pasqua. L'episodio, esclusivo di Luca, è storicamente plausibile e riflette le tensioni documentate tra i due magistrati (cf. Lc 13,1).

Le tre dichiarazioni d'innocenza di Pilato hanno un valore giuridico o solo teologico?

Hanno entrambe le dimensioni. Sul piano romano, aítion è il termine tecnico per «capo d'imputazione»: Pilato afferma tre volte che nessun capo capitale è provato. Sul piano narrativo di Luca, la triplice attestazione richiama Dt 19,15 (la ripetizione come attestazione solenne) e sottolinea la responsabilità del magistrato che condanna pur conoscendo la verità.

Chi sono effettivamente gli accusatori in Lc 23,1-25? È corretto dire 'i Giudei'?

No. Gli accusatori attivi sono i archiereîs (capi dei sacerdoti, oligarchia templare sadducea) e gli árchontes/zeqenîm (anziani-notabili del Sinedrio). Il laós (popolo) convocato al v. 13 è lo stesso che pochi giorni prima seguiva devotamente Gesù (Lc 21,38). I Farisei non compaiono come accusatori in questa pericope.

Perché il rilascio di Barabba è giuridicamente e teologicamente significativo?

Barabba è incarcerato proprio per stásis kaì phónos — sedizione e omicidio — le stesse accuse fabbricate contro Gesù. Lo scambio inverte il principio halakhico di middat ha-dîn: si libera il vero biryōn e si condanna l'innocente dichiarato tale tre volte. L'ironia narrativa di Luca è precisa e deliberata.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.