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Il ricco e Lazzaro — Luca 16,19-31

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Il ricco e Lazzaro

19-31
Greco19 Ἄνθρωπος δέ τις ἦν πλούσιος, καὶ ἐνεδιδύσκετο πορφύραν καὶ βύσσον εὐφραινόμενος καθ’ ἡμέραν λαμπρῶς. 20 πτωχὸς δέ ⸀τις ὀνόματι ⸀Λάζαρος ἐβέβλητο πρὸς τὸν πυλῶνα αὐτοῦ εἱλκωμένος 21 καὶ ἐπιθυμῶν χορτασθῆναι ⸀ἀπὸ τῶν πιπτόντων ἀπὸ τῆς τραπέζης τοῦ πλουσίου· ἀλλὰ καὶ οἱ κύνες ἐρχόμενοι ⸀ἐπέλειχον τὰ ἕλκη αὐτοῦ. 22 ἐγένετο δὲ ἀποθανεῖν τὸν πτωχὸν καὶ ἀπενεχθῆναι αὐτὸν ὑπὸ τῶν ἀγγέλων εἰς τὸν κόλπον Ἀβραάμ· ἀπέθανεν δὲ καὶ ὁ πλούσιος καὶ ἐτάφη. 23 καὶ ἐν τῷ ᾅδῃ ἐπάρας τοὺς ὀφθαλμοὺς αὐτοῦ, ὑπάρχων ἐν βασάνοις, ⸀ὁρᾷ Ἀβραὰμ ἀπὸ μακρόθεν καὶ Λάζαρον ἐν τοῖς κόλποις αὐτοῦ. 24 καὶ αὐτὸς φωνήσας εἶπεν· Πάτερ Ἀβραάμ, ἐλέησόν με καὶ πέμψον Λάζαρον ἵνα βάψῃ τὸ ἄκρον τοῦ δακτύλου αὐτοῦ ὕδατος καὶ καταψύξῃ τὴν γλῶσσάν μου, ὅτι ὀδυνῶμαι ἐν τῇ φλογὶ ταύτῃ. 25 εἶπεν δὲ Ἀβραάμ· Τέκνον, μνήσθητι ὅτι ⸀ἀπέλαβες τὰ ἀγαθά σου ἐν τῇ ζωῇ σου, καὶ Λάζαρος ὁμοίως τὰ κακά· νῦν δὲ ὧδε παρακαλεῖται σὺ δὲ ὀδυνᾶσαι. 26 καὶ ⸀ἐν πᾶσι τούτοις μεταξὺ ἡμῶν καὶ ὑμῶν χάσμα μέγα ἐστήρικται, ὅπως οἱ θέλοντες διαβῆναι ἔνθεν πρὸς ὑμᾶς μὴ δύνωνται, ⸀μηδὲ ἐκεῖθεν πρὸς ἡμᾶς διαπερῶσιν. 27 εἶπεν δέ· Ἐρωτῶ ⸂σε οὖν⸃, πάτερ, ἵνα πέμψῃς αὐτὸν εἰς τὸν οἶκον τοῦ πατρός μου, 28 ἔχω γὰρ πέντε ἀδελφούς, ὅπως διαμαρτύρηται αὐτοῖς, ἵνα μὴ καὶ αὐτοὶ ἔλθωσιν εἰς τὸν τόπον τοῦτον τῆς βασάνου. 29 λέγει ⸀δὲ Ἀβραάμ· Ἔχουσι Μωϋσέα καὶ τοὺς προφήτας· ἀκουσάτωσαν αὐτῶν. 30 ὁ δὲ εἶπεν· Οὐχί, πάτερ Ἀβραάμ, ἀλλ’ ἐάν τις ἀπὸ νεκρῶν πορευθῇ πρὸς αὐτοὺς μετανοήσουσιν. 31 εἶπεν δὲ αὐτῷ· Εἰ Μωϋσέως καὶ τῶν προφητῶν οὐκ ἀκούουσιν, οὐδ’ ἐάν τις ἐκ νεκρῶν ἀναστῇ πεισθήσονται.
Lettura Ortodossa19 Vi era allora un uomo ⓘ, che si rivestiva di ⓘ, e ⓘ. 20 E vi era pure un povero di nome ⓘ giaceva alla sua porta, ⓘ, 21 e ⓘ di ciò che cadeva dalla mensa del ricco; ma anche i ⓘ venivano a leccare le sue piaghe. 22 Avvenne dunque che quel povero morì e fu ⓘ; morì anche il ricco e fu sepolto. 23 E nell'ⓘ, ⓘ, alzati gli occhi, ⓘ e Lazzaro nel suo seno. 24 E gridando disse: «ⓘ, abbi pietà di me e manda Lazzaro perché intinga la punta del suo dito nell'acqua e ⓘ, perché ⓘ in questa ⓘ». 25 Ma Abramo disse: «ⓘ, ricordati che ⓘ nella tua vita, e Lazzaro similmente i mali; ora qui egli è ⓘ, tu invece soffri. 26 E in tutto ciò, fra noi e voi ⓘ, perché coloro che vogliono passare di qui a voi non possano, né di là attraversino fino a noi». 27 Allora egli disse: «Ti prego dunque, padre, di mandare costui alla casa di mio padre, 28 perché ho là ⓘ, perché ⓘ, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento». 29 Ma Abramo dice: «ⓘ; ⓘ». 30 Ma quello disse: «No, padre Abramo, ma proprio ⓘ, si ⓘ». 31 Ma Abramo gli disse allora: «ⓘ».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

La parabola si colloca nella Galilea/Giudea del I secolo, in un contesto segnato dalla polarizzazione economica documentata da Flavio Giuseppe (Ant. XVIII; Bell. II): un'aristocrazia terriera e sacerdotale che ostentava lusso mentre masse di braccianti e malati dipendevano dalla carità. Il «ricco» vestito di porpora e bisso evoca l'oligarchia templare (archiereîs), non il popolo comune (laos). Lazzaro, con le sue piaghe, era escluso dalla comunità per impurità rituale (Lv 13). L'escatologia della parabola — seno di Abramo, Ade, grande abisso — riflette l'immaginario del giudaismo del Secondo Tempio: 1Enoch 22 descrive quattro scomparti del Sheol con sorti differenziate in attesa del giudizio; 4Esdra elabora scene analoghe. Gesù usa categorie già note al suo uditorio, non costruisce una nuova topografia dell'oltretomba.

Analisi lessicale

Lázaros (v. 20) è forma grecizzata di ʾElʿazar, «Dio ha soccorso»: unico personaggio con nome in una parabola lucana, segnale che il povero non è anonimo davanti a Dio. Porphýran kaì býsson (v. 19) — porpora di Tiro e lino egiziano — rimandano alle vesti del sommo sacerdote (Es 28,5-6 LXX) e dei sovrani, lusso ostentato. Euphrainómenos kath'hēméran lamprôs: euphraínō è il verbo del banchetto messianico, qui rovesciato in festa quotidiana priva di prossimo. Heilkōménos (participio perfetto passivo di helkóō) indica condizione di ulcerazione cronica, con valenza di impurità rituale. Chortázō (v. 21) è il verbo della sazietà promessa ai poveri nelle beatitudini (Lc 6,21), qui negato. Kólpos Abraám (v. 22): categoria escatologica intertestamentaria (cf. 4Macc 13,17), il banchetto dei giusti con i patriarchi. Hádēs rende l'ebraico Sheʾol, dimora di attesa, non l'«inferno» dogmatico. Chásma méga estḗriktai (v. 26): perfetto passivo teologico, condizione fissata da Dio nel giudizio. Metanoḗsousin (v. 30) rende l'ebraico teshuvah — ritorno alla Torah, non mero cambiamento psicologico. Anastêi (v. 31): aoristo congiuntivo di anístēmi, lo stesso verbo tecnico della risurrezione; l'ironia lucana è densa: la Scrittura è già sufficiente.

Fonti ebraiche

La scena dell'aldilà con sorti differenziate si radica in 1Enoch 22, dove il Sheol contiene scomparti separati per i giusti e per i malvagi in attesa del giudizio finale; 4Esdra sviluppa ulteriormente la medesima tradizione. Il «seno di Abramo» come dimora dei giusti trova eco in 4Macc 13,17. La colpa del ricco è definita dalla Torah stessa: Deuteronomio 15,7-11 ordina di aprire la mano al fratello bisognoso; Isaia 58,7 comanda di dividere il pane con l'affamato; Amos 6,4-7 fulmina chi «banchetta» senza curarsi della rovina del popolo. Il nome Eleazar richiama la tradizione sapienziale che vede Dio come difensore dei poveri (Sal 72; 113,7-8). Tzedaqah — giustizia-carità — è obbligo covenantale, non virtù soprannaturale aggiuntiva. La risposta di Abramo ai vv. 29-31 formula in modo narrativo il principio che la rivelazione progressiva non annulla le istanze precedenti: Torah e Profeti sono sufficienti per la conversione, categoria già presente nella letteratura tannaitica sul valore normativo del Pentateuco.

Halakhah e dimensione pratica

La parabola non è solo aggadah narrativa: sottende un preciso piano giuridico-pratico. Il principio fondante è che l'obbligo di soccorrere il povero (tzedaqah) non è consiglio ma mitzvah vincolante derivata da Dt 15,7-11, con casistica applicativa che definisce soglie minime di intervento in funzione del bisogno del richiedente (cf. m.Peʾah 8,7 sulla misura del soccorso). L'abbandono di Lazzaro configura una violazione attiva di questo obbligo, non semplice insensibilità morale.

Sul piano della purità, lo stato di heilkōménos di Lazzaro (Lv 13) lo escludeva dagli spazi comunitari: ignorarlo significava anche violare il precetto di non opprimere il debole (Lv 19,14; 25,35-36). Il principio halakhico del kofin ʿal tzedaqah — si può costringere chi ha mezzi a contribuire al soccorso del povero — è attestato nella tradizione tannaitica (m.Bava Batra 8,5). La critica profetica ad Amos 6,4-7 è giuridicamente operativa: il «banchetto» ostentato mentre il povero langue alla porta costituisce una violazione del principio di ʿarevut (solidarietà reciproca tra i membri di Israele). Infine, il verbo diamartýrētai (v. 28) — attestare con scongiuro solenne — è formula giuridico-profetica attestata in Dt 4,26 LXX: la testimonianza di Mosè e dei Profeti ha valore di atto processuale, non solo di esortazione.

Lettura non sostitutiva

Il punto culminante della parabola è un'affermazione dell'autorità permanente di Mosè e dei Profeti: «hanno Mosè e i Profeti: ascoltino loro» (v. 29); «se non ascoltano Mosè e i Profeti, non si lasceranno persuadere neppure se uno risorgesse dai morti» (v. 31). La logica è esplicita e anti-supersessionista: la Torah e i Profeti contengono già tutto il necessario per la conversione e la vita. L'evento pasquale non sostituisce la Scrittura d'Israele, ma vi rimanda: chi rifiuta Mosè non sarà mosso da nessun prodigio ulteriore. Il ricco è chiamato téknon — figlio — da Abramo (v. 25): è membro dell'alleanza, non un escluso. La condanna non è per motivi dottrinali né etnici, ma per la misericordia negata al povero, ossia per la violazione della Torah stessa. Israele non è sostituito: Abramo rimane la figura di giudizio e di paternità covenantale. La parabola afferma che la fede si misura sulla giustizia verso i poveri, criterio interno alla rivelazione di Mosè, non esterno ad essa.

Note testuali

  • v. 19 — ploúsios: nella sezione lucana sui beni (Lc 12-16) designa chi vive nell'autosufficienza esteriore; porphýran kaì býsson: porpora di Tiro e lino egiziano, vesti del sommo sacerdote (Es 28,5-6 LXX) e dei sovrani; euphrainómenos kath'hēméran lamprôs: euphraínō, verbo del banchetto messianico mancato.
  • vv. 20-21 — Lázaros: forma grecizzata di ʾElʿazar, «Dio ha soccorso», unico nome proprio in una parabola lucana; heilkōménos: participio perfetto passivo, stato permanente di ulcerazione con implicazione di impurità rituale (Lv 13); epithymôn chortasthênai: chortázō è il verbo della sazietà promessa nelle beatitudini (Lc 6,21), qui negato; kýnes: animali impuri nell'ordinamento halakhico (cf. m.Bava Qamma 7,7).
  • v. 22 — kólpos Abraám: categoria escatologica intertestamentaria (cf. 4Macc 13,17; 1Enoch 22), il banchetto dei giusti con i patriarchi, eco di Is 25,6 LXX; hádēs: rende Sheʾol, luogo di attesa del giudizio, non «inferno» dogmatico tardo.
  • v. 23 — hypárchōn en basánois: básanos indica originariamente la pietra di paragone per saggiare l'oro, poi la prova-giudizio; non descrizione fisicalista dell'oltretomba.
  • v. 25 — téknon: appellativo affettuoso che riconosce il legame covenantale, eppure non dispensa dal giudizio; apélabes tà agathá sou: apolambánō indica un pagamento già saldato per intero; parakaleîtai: stesso verbo della beatitudine «beati gli afflitti, perché saranno consolati» (Mt 5,4; Lc 6,21).
  • v. 26 — chásma méga estḗriktai: perfetto passivo teologico, condizione fissata da Dio nel giudizio; categoria escatologica, non topografia fisica.
  • v. 28 — diamartýrētai autoîs: diamartýromai è verbo profetico-giuridico, attestare con scongiuro solenne (cf. Dt 4,26 LXX).
  • v. 29 — Échousi Mōÿséa kaì toùs prophḗtas: Torah e Neviʾim, le due sezioni del Tanakh disponibili nel I sec.; affermazione di sufficienza della Scrittura d'Israele; akousátōsan autôn: shemaʿ halakhico, ascolto che genera obbedienza.
  • v. 30 — metanoḗsousin: rende l'ebraico teshuvah, ritorno alla Torah, non semplice cambio interiore.
  • v. 31 — anastêi: aoristo congiuntivo di anístēmi, lo stesso verbo tecnico della risurrezione; ironia narrativa lucana: la Scrittura d'Israele è già sufficiente, e chi la rifiuta non si lascerà persuadere neppure dall'evento pasquale.

Domande Frequenti

Perché Lazzaro è l'unico personaggio con un nome in una parabola di Gesù?

Il nome Eleazar («Dio ha soccorso») segnala narrativamente che il povero, ignorato dagli uomini e privo di dignità sociale, è conosciuto e riconosciuto da Dio. L'anonimato del ricco inverte la gerarchia sociale: chi era visibile nella storia resta senza nome nel giudizio.

Il 'seno di Abramo' è una dottrina cristiana dell'aldilà?

No. Kólpos Abraám è categoria escatologica del giudaismo del Secondo Tempio: 1Enoch 22 descrive scomparti differenziati del Sheol, 4Macc 13,17 usa la stessa immagine. Gesù usa l'immaginario già noto al suo uditorio giudaico, non costruisce una nuova topografia dottrinale dell'oltretomba.

Il ricco è condannato perché è ricco o perché ha violato la Torah?

La parabola è esplicita: la colpa è aver ignorato il povero alla propria porta, violando Dt 15,7-11 («apri la mano al fratello bisognoso») e Is 58,7. Il ricco è chiamato téknon — figlio dell'alleanza — da Abramo: la condanna è per la tzedaqah negata, non per la ricchezza in sé.

Cosa significa che 'hanno Mosè e i Profeti' rispetto all'evento pasquale?

Afferma la sufficienza permanente della Scrittura d'Israele per la conversione (teshuvah). L'ironia lucana è densa: anastêi (v. 31) è lo stesso verbo tecnico della risurrezione di Gesù. Chi non si lascia toccare da Mosè e dai Profeti non sarà mosso da nessun prodigio ulteriore: la Torah non è superata.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.