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Gesù a Cafarnao: guarigioni ed esorcismi — Luca 4,31-44

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Gesù a Cafarnao: guarigioni ed esorcismi

31-44
Greco31 Καὶ κατῆλθεν εἰς Καφαρναοὺμ πόλιν τῆς Γαλιλαίας. καὶ ἦν διδάσκων αὐτοὺς ἐν τοῖς σάββασιν· 32 καὶ ἐξεπλήσσοντο ἐπὶ τῇ διδαχῇ αὐτοῦ, ὅτι ἐν ἐξουσίᾳ ἦν ὁ λόγος αὐτοῦ. 33 καὶ ἐν τῇ συναγωγῇ ἦν ἄνθρωπος ἔχων πνεῦμα δαιμονίου ἀκαθάρτου, καὶ ἀνέκραξεν φωνῇ μεγάλῃ· 34 ⸀Ἔα, τί ἡμῖν καὶ σοί, Ἰησοῦ Ναζαρηνέ; ἦλθες ἀπολέσαι ἡμᾶς; οἶδά σε τίς εἶ, ὁ ἅγιος τοῦ θεοῦ. 35 καὶ ἐπετίμησεν αὐτῷ ὁ Ἰησοῦς λέγων· Φιμώθητι καὶ ἔξελθε ⸀ἀπ’ αὐτοῦ. καὶ ῥίψαν αὐτὸν τὸ δαιμόνιον εἰς ⸀τὸ μέσον ἐξῆλθεν ἀπ’ αὐτοῦ μηδὲν βλάψαν αὐτόν. 36 καὶ ἐγένετο θάμβος ἐπὶ πάντας, καὶ συνελάλουν πρὸς ἀλλήλους λέγοντες· Τίς ὁ λόγος οὗτος ὅτι ἐν ἐξουσίᾳ καὶ δυνάμει ἐπιτάσσει τοῖς ἀκαθάρτοις πνεύμασιν, καὶ ἐξέρχονται; 37 καὶ ἐξεπορεύετο ἦχος περὶ αὐτοῦ εἰς πάντα τόπον τῆς περιχώρου. 38 Ἀναστὰς δὲ ⸀ἀπὸ τῆς συναγωγῆς εἰσῆλθεν εἰς τὴν οἰκίαν Σίμωνος. πενθερὰ δὲ τοῦ Σίμωνος ἦν συνεχομένη πυρετῷ μεγάλῳ, καὶ ἠρώτησαν αὐτὸν περὶ αὐτῆς. 39 καὶ ἐπιστὰς ἐπάνω αὐτῆς ἐπετίμησεν τῷ πυρετῷ, καὶ ἀφῆκεν αὐτήν· παραχρῆμα δὲ ἀναστᾶσα διηκόνει αὐτοῖς. 40 Δύνοντος δὲ τοῦ ἡλίου ⸀ἅπαντες ὅσοι εἶχον ἀσθενοῦντας νόσοις ποικίλαις ἤγαγον αὐτοὺς πρὸς αὐτόν· ὁ δὲ ἑνὶ ἑκάστῳ αὐτῶν τὰς χεῖρας ⸂ἐπιτιθεὶς ἐθεράπευεν⸃ αὐτούς. 41 ἐξήρχετο δὲ καὶ δαιμόνια ἀπὸ πολλῶν ⸀κραυγάζοντα καὶ λέγοντα ὅτι Σὺ ⸀εἶ ὁ υἱὸς τοῦ θεοῦ. καὶ ἐπιτιμῶν οὐκ εἴα αὐτὰ λαλεῖν, ὅτι ᾔδεισαν τὸν χριστὸν αὐτὸν εἶναι. 42 Γενομένης δὲ ἡμέρας ἐξελθὼν ἐπορεύθη εἰς ἔρημον τόπον· καὶ οἱ ὄχλοι ἐπεζήτουν αὐτόν, καὶ ἦλθον ἕως αὐτοῦ, καὶ κατεῖχον αὐτὸν τοῦ μὴ πορεύεσθαι ἀπ’ αὐτῶν. 43 ὁ δὲ εἶπεν πρὸς αὐτοὺς ὅτι Καὶ ταῖς ἑτέραις πόλεσιν εὐαγγελίσασθαί με δεῖ τὴν βασιλείαν τοῦ θεοῦ, ὅτι ⸀ἐπὶ τοῦτο ⸀ἀπεστάλην. 44 καὶ ἦν κηρύσσων ⸂εἰς τὰς συναγωγὰς⸃ τῆς ⸀Ἰουδαίας.
Lettura Ortodossa31 Poi scese a Cafàrnao, città della Galilea, e di ⓘ insegnava nella sinagoga (bet ha-knesset). 32 Erano stupiti del suo insegnamento, perché la sua parola aveva ⓘ, diversa da quella dei soferim (gli scribi). 33 Nella sinagoga (bet ha-knesset) c'era un uomo posseduto da uno ⓘ e cominciò a gridare a gran voce: 34 «ⓘ, Gesù il Nazareno? ⓘ? Io so chi tu sei: il ⓘ!». 35 Gesù gli ordinò severamente: «ⓘ! Esci da lui!». E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, ⓘ. 36 Tutti furono presi da spavento e si dicevano l'un l'altro: «ⓘ, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi escono?». 37 E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante. 38 Uscito dalla sinagoga (bet ha-knesset), entrò nella casa di ⓘ. La suocera di Simone era ⓘ e lo pregarono per lei. 39 ⓘ, ⓘ e la febbre la lasciò. E ⓘ si alzò in piedi e li ⓘ. 40 Al ⓘ, tramontato lo Shabbat, tutti quelli che avevano infermi colpiti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, ⓘ su ciascuno, li ⓘ. 41 Da molti uscivano anche demòni, gridando: «ⓘ!». Ma egli li minacciava e non li lasciava parlare, ⓘ. 42 Sul far del giorno uscì e si recò in un luogo deserto. Ma le folle di am ha-aretz (la gente comune, non legata alle scuole rabbiniche) lo ⓘ, lo raggiunsero e cercavano di trattenerlo perché non se ne andasse. 43 Egli però disse loro: «È necessario che io ⓘ anche alle altre città; per questo ⓘ». 44 E andava predicando nelle sinagoghe (bet ha-knesset, le case di riunione e di studio) della ⓘ.
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

Cafarnao (Kfar Naḥum), villaggio di pescatori sul lago di Genesaret, era un centro di transito commerciale al confine tra la tetrarchia di Filippo e quella di Antipa, con una sinagoga (beit knesset) documentata dall'archeologia e una casa di Simone Pietro identificata sotto la chiesa ottagonale bizantina, a pochi metri dall'edificio sinagogale. Il racconto si colloca in un sabato (šabbat, שַׁבָּת) del ministero galileo, databile agli anni 28-30 e.v. secondo le cronologie di Flavio Giuseppe sulle attività di Erode Antipa. Il dettaglio «al calar del sole» (dýnontos toû hēlíou) è un marcatore halakhico preciso: la fine del sabato consentiva di trasportare malati, poiché il trasporto di un carico (melakhah) era opera vietata di šabbat secondo la Mishnah (Shabbat 7,2). Le folle attendono dunque consapevolmente il tramonto prima di portare gli infermi, dettaglio che attesta la cura dell'evangelista per l'osservanza della Legge.

Analisi lessicale

Il termine centrale è en exousíai (v. 32): autorità diretta, non derivata dall'autorizzazione di un maestro precedente come quella dei soferim (scribi), che citavano la catena tradizionale. Il grido del demonio apre con Éa — tí hēmîn kaì soí (v. 34), idiotismo semitico che ricalca l'ebraico mah li wa-lakh, attestato in Gdc 11,12; 1Re 17,18; 2Sam 16,10: segnala distanza, conflitto, rifiuto di ingerenza. Il titolo ho hágios toû theoû («il Santo di Dio», ha-qadosh) è riconoscimento messianico proveniente dal demonio, non dagli uomini. Phimṓthēti (v. 35) — «sii imbavagliato» — è il comando di silenzio imposto sull'annuncio prematuro. Al v. 39, epetímēsen tô pyretô usa il medesimo lessico autoritativo dell'esorcismo applicato alla febbre, classificata come pyretós mégas (febbre alta). L'imperfetto durativo etherápeuen (v. 40) indica un'azione prolungata e individuale: continuava a guarirlicuno per uno. Al v. 41, il testo glossa esplicitamente ho hyiòs toû theoû con ḗideisan tòn christòn autòn eînai — «sapevano che era il Messia» (ha-Mašiaḥ) — impedendo qualsiasi deriva verso un titolo di natura divina in senso gnostico. Al v. 43, apestálēn deriva dalla radice di apóstolos / šaliaḥ: l'inviato che agisce con l'autorità piena di chi lo manda.

Fonti ebraiche

Il grido demonico tí hēmîn kaì soí trova preciso riscontro nell'AT: Gdc 11,12 (Iefte ai figli di Ammon), 1Re 17,18 (la vedova di Sarepta a Elia), 2Sam 16,10 (Davide a Semei) — formula di rifiuto e distanza che l'evangelista cita implicitamente come sostrato semitico condiviso. Il titolo «Santo di Dio» (ha-qadosh) richiama l'uso dell'AT per designare figure investite di missione profetica (cf. 2Re 4,9 per Eliseo). La struttura sabato-sinagoga-guarigione riflette il pattern dei racconti di Elia ed Eliseo (1Re 17-2Re 5), che la tradizione targumico-midrashica associava all'attesa del profeta escatologico. La nota lucana sull'osservanza del tramonto corrisponde alla regola mishnaica di Shabbat 7,2 sulla melakhah vietata. Il principio tannaitico che ogni miracolo operato tramite un inviato umano è in ultima analisi azione di Dio stesso — come delineato nella riflessione di Sanhedrin 113a sulle tre chiavi divine — costituisce lo sfondo teologico entro cui leggere le guarigioni: l'autorità di Gesù non si sostituisce alla sovranità divina ma ne è strumento.

Halakhah e dimensione pratica

L'intera sequenza narrativa è strutturata su binari halakhici precisi: ogni gesto di Gesù si inscrive in categorie giuridiche riconoscibili per un uditorio giudaico del Secondo Tempio. Il principio fondante è che la melakhah vietata di šabbat riguarda azioni fisiche di trasporto e lavoro (m.Shabbat 7,2), ma non la parola di guarigione né il contatto terapeutico nei casi di pericolo di vita (pikuaḥ nefesh), che nella tradizione farisaica — contrariamente alla linea più rigorosa degli esseni di Qumran (CD XI,9-10) — poteva derogare al riposo sabbatico. L'imposizione delle mani (tàs cheîras epititheìs, v. 40) richiama la semikhah, il gesto di trasmissione di autorità e di benedizione attestato in Nm 27,18-23. Il verbo apestálēn (v. 43) attiva la categoria giuridica dello šaliaḥ: secondo il principio sheliaḥ adam kemoto — «l'inviato di una persona è come la persona stessa» (m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a) — l'azione dello šaliaḥ ha forza legale pari a quella del mandante. Il silenzio imposto ai demoni (Phimṓthēti) può essere letto come tutela del segreto messianico: rivelare il titolo prima del momento stabilito avrebbe distorto il senso giuridico e teologico della missione, come un šaliaḥ che anticipi il mandato del mittente fuori tempo.

Lettura non sostitutiva

Il racconto di Lc 4,31-44 non contiene alcun elemento di rottura con l'alleanza di Israele: Gesù insegna nella sinagoga di sabato, rispetta il termine del šabbat prima che le folle portino i malati, e opera secondo categorie halakhiche riconoscibili. I perushim (farisei) non compaiono in questo testo come avversari; la distinzione rilevante è tra il popolo (laos, am ha-aretz) che riconosce l'autorità e ne è beneficiato, e i demoni che la temono. Il titolo «Figlio di Dio» è glossato immediatamente dal testo stesso come «il Messia» (ha-Mašiaḥ): non si tratta di un titolo ontologico sviluppato in senso conciliare posteriore (Nicea I, homoousios, DS 125), ma del titolo regale-davidico di Sal 2,7, pienamente interno al lessico messianico del giudaismo del Secondo Tempio. Il silenzio imposto ai demoni custodisce l'identità di Gesù fino alla rivelazione attraverso la croce, non la nega: compimento (plēróō, Mt 5,17) non abolizione.

Note testuali

  • v. 31-32 — en exousíai: autorità diretta, non derivata dalla catena dei soferim; šabbat (שַׁבָּת): settimo giorno di riposo (Es 20,8-11).
  • v. 33-34 — pneûma daimoníou akathártou: spirito impuro (tum'ah) in opposizione alla santità del luogo e del giorno; tí hēmîn kaì soí: idiotismo semitico (Gdc 11,12; 1Re 17,18); ho hágios toû theoû: «il Santo di Dio» (ha-qadosh).
  • v. 35 — Phimṓthēti: «sii imbavagliato», silenzio imposto; mēdèn blápsan autón: nota di precisione lucana — la liberazione non lascia danno fisico.
  • v. 38-39 — synechoménē pyretô megálō: «trattenuta» da febbre alta; epetímēsen tô pyretô: «sgridò» la febbre, linguaggio autoritativo dell'esorcismo applicato alla malattia; parachrêma: all'istante, senza convalescenza; diēkónei: il servizio (diakonia) come segno di guarigione piena.
  • v. 40 — dýnontos toû hēlíou: tramontato il šabbat; tàs cheîras epititheìs: la semikhah, imposizione delle mani come gesto di guarigione; etherápeuen: imperfetto durativo, continuava a guarirli uno per uno.
  • v. 41 — Sỳ eî ho hyiòs toû theoû: titolo regale-messianico (Sal 2,7); ḗideisan tòn christòn autòn eînai: il testo glossa «Figlio di Dio» con «il Messia» (ha-Mašiaḥ) — segreto messianico.
  • v. 43 — euangelísasthai tḕn basileían toû theoû: annunciare il vangelo della Malkhut, sovranità di Dio; apestálēn: «sono stato mandato», dalla radice šaliaḥ.

Domande Frequenti

Perché le folle attendono il tramonto prima di portare i malati a Gesù?

Il tramonto segna la fine del šabbat. Trasportare un malato è classificato come melakhah (opera vietata) secondo m.Shabbat 7,2. Le folle rispettano l'osservanza sabbatica e solo al calar del sole si mettono in movimento, dettaglio che attesta fedeltà alla halakhah, non sua violazione.

Che cosa significa che Gesù «sgridò» la febbre con lo stesso linguaggio usato sui demoni?

Il verbo epetímēsen è il termine tecnico del comando autoritativo sull'impuro. Applicarlo alla febbre significa che Gesù tratta la malattia come una potenza ostile alla creazione, non come un processo naturale neutro, esercitando la stessa exousíai già mostrata nella sinagoga.

Perché Gesù impone il silenzio ai demoni che lo proclamano «Figlio di Dio»?

Il testo spiega: «sapevano che era il Messia» (ḗideisan tòn christòn autòn eînai). Un annuncio messianico prematuro, dalla bocca di spiriti impuri, avrebbe distorto il contenuto del titolo. Il segreto custodisce il senso autentico della missione fino alla sua rivelazione attraverso la croce.

Come si collega il termine apestálēn («sono stato mandato») alla categoria giuridica dello šaliaḥ?

Secondo il principio sheliaḥ adam kemoto (m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a), l'inviato agisce con piena autorità del mandante. Gesù si presenta come šaliaḥ divino per l'annuncio della Malkhut: la sua autorità non è autonoma ma deriva dal mandato ricevuto, in piena continuità con la teologia profetica di Israele.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.