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Parabola del buon samaritano — Luca 10,25-37

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Parabola del buon samaritano

25-37
Greco25 Καὶ ἰδοὺ νομικός τις ἀνέστη ἐκπειράζων ⸀αὐτὸν λέγων· Διδάσκαλε, τί ποιήσας ζωὴν αἰώνιον κληρονομήσω; 26 ὁ δὲ εἶπεν πρὸς αὐτόν· Ἐν τῷ νόμῳ τί γέγραπται; πῶς ἀναγινώσκεις; 27 ὁ δὲ ἀποκριθεὶς εἶπεν· Ἀγαπήσεις κύριον τὸν θεόν σου ἐξ ὅλης ⸀τῆς καρδίας σου καὶ ⸂ἐν ὅλῃ τῇ ψυχῇ⸃ σου καὶ ⸂ἐν ὅλῃ τῇ ἰσχύϊ⸃ σου καὶ ⸂ἐν ὅλῃ τῇ διανοίᾳ⸃ σου, καὶ τὸν πλησίον σου ὡς σεαυτόν. 28 εἶπεν δὲ αὐτῷ· Ὀρθῶς ἀπεκρίθης· τοῦτο ποίει καὶ ζήσῃ. 29 Ὁ δὲ θέλων ⸀δικαιῶσαι ἑαυτὸν εἶπεν πρὸς τὸν Ἰησοῦν· Καὶ τίς ἐστίν μου πλησίον; 30 ὑπολαβὼν ⸀δὲ ὁ Ἰησοῦς εἶπεν· Ἄνθρωπός τις κατέβαινεν ἀπὸ Ἰερουσαλὴμ εἰς Ἰεριχὼ καὶ λῃσταῖς περιέπεσεν, οἳ καὶ ἐκδύσαντες αὐτὸν καὶ πληγὰς ἐπιθέντες ἀπῆλθον ἀφέντες ⸀ἡμιθανῆ. 31 κατὰ συγκυρίαν δὲ ἱερεύς τις κατέβαινεν ἐν τῇ ὁδῷ ἐκείνῃ, καὶ ἰδὼν αὐτὸν ἀντιπαρῆλθεν· 32 ὁμοίως δὲ καὶ ⸀Λευίτης κατὰ τὸν τόπον ἐλθὼν καὶ ἰδὼν ἀντιπαρῆλθεν. 33 Σαμαρίτης δέ τις ὁδεύων ἦλθεν κατ’ αὐτὸν καὶ ⸀ἰδὼν ἐσπλαγχνίσθη, 34 καὶ προσελθὼν κατέδησεν τὰ τραύματα αὐτοῦ ἐπιχέων ἔλαιον καὶ οἶνον, ἐπιβιβάσας δὲ αὐτὸν ἐπὶ τὸ ἴδιον κτῆνος ἤγαγεν αὐτὸν εἰς πανδοχεῖον καὶ ἐπεμελήθη αὐτοῦ. 35 καὶ ἐπὶ τὴν ⸀αὔριον ἐκβαλὼν ⸂δύο δηνάρια ἔδωκεν⸃ τῷ πανδοχεῖ καὶ ⸀εἶπεν· Ἐπιμελήθητι αὐτοῦ, καὶ ὅ τι ἂν προσδαπανήσῃς ἐγὼ ἐν τῷ ἐπανέρχεσθαί με ἀποδώσω σοι. 36 ⸀τίς τούτων τῶν τριῶν πλησίον δοκεῖ σοι γεγονέναι τοῦ ἐμπεσόντος εἰς τοὺς λῃστάς; 37 ὁ δὲ εἶπεν· Ὁ ποιήσας τὸ ἔλεος μετ’ αὐτοῦ. εἶπεν ⸀δὲ αὐτῷ ὁ Ἰησοῦς· Πορεύου καὶ σὺ ποίει ὁμοίως.
Lettura Ortodossa25 Ed ecco, un esperto della Torah (sofer) ⓘ si alzò per metterlo alla prova e disse: «Maestro ⓘ, che cosa devo fare per ⓘ?». 26 Gesù gli disse: «Nella ⓘ che cosa sta scritto ⓘ? Come leggi?». 27 Costui rispose: «ⓘ». 28 Gli disse: «Hai risposto bene ⓘ: fa' questo e vivrai». 29 Ma quello, volendo ⓘ, disse a Gesù: «E ⓘ?». 30 Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde tra i ribelli armati (biryonim) ⓘ, che lo spogliarono, lo percossero e se ne andarono lasciandolo mezzo morto. 31 Per combinazione un sacerdote (kohen) ⓘ scendeva per quella strada e, vistolo, passò dall'altra parte ⓘ. 32 Allo stesso modo anche un levita (ben-Levi) ⓘ, giunto sul luogo, vide e passò oltre. 33 Ma un Samaritano ⓘ, che era in viaggio, gli passò accanto e ne ebbe ⓘ. 34 Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite versandovi ⓘ, lo caricò sulla propria cavalcatura e lo portò a una locanda, prendendosi cura di lui. 35 Il giorno dopo tirò fuori ⓘ e li diede all'oste dicendo: Abbi cura di lui, e ciò che spenderai in più te lo renderò al mio ritorno. 36 Chi di questi tre ti pare sia stato ⓘ di colui che cadde tra i ribelli armati?». 37 Quello rispose: «ⓘ». E Gesù gli disse: «ⓘ».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

La pericope si colloca nella Giudea del I secolo, sotto l'amministrazione romana, in un periodo in cui il dibattito sulla Torah era centrale alla vita pubblica ebraica. Il nomikós — esperto della Scrittura, assimilabile al sofer — partecipa a un genere dialogico attestato nelle scuole tannaite: la domanda su quale «fare» garantisca l'accesso alla vita del mondo futuro (ʿolam ha-baʾ). La strada da Gerusalemme a Gerico (27 km di percorso desertico) era notoriamente frequentata da bande di predoni; Flavio Giuseppe descrive l'insicurezza delle vie giudaiche nel I secolo. Il sacerdote e il levita operano nel contesto del servizio templare, regolato da norme di purità strettamente codificate. I Samaritani, custodi del Pentateuco di Mosè secondo la propria tradizione, erano in tensione politica e religiosa con i giudei: la parabola sceglie proprio questa figura per incarnare il compimento della Torah.

Analisi lessicale

Il nomikós (v. 25) è il maestro versato nella Torah, il sofer; il vocativo didáskale (v. 25) corrisponde al rabbinicamente attestato rav. La domanda zōḕn aiṓnion klēronomḗsō (v. 25) — «ereditare la vita eterna» — rimanda all'ebraico ʿolam ha-baʾ, la vita del mondo futuro: l'aggettivo aiṓnios non ha qui deriva platonica ma escatologica, ancorata alla concezione ebraica dell'eone futuro. La formula en tô nómōi gégraptai (v. 26) — «nella Torah sta scritto» — usa il perfetto gégraptai, che esprime uno stato perdurante: la Scrittura parla nel presente. L'imperativo toûto poíei kaì zḗsēi (v. 28) riecheggia Levitico 18,5 («chi le osserva vivrà»), sancendo la Torah come via alla vita. Il verbo antiparêlthen (vv. 31-32) — «passò dall'altra parte» — designa un aggiramento deliberato. L'esplanchnísthē (v. 33) — «si commosse nelle viscere» — traduce l'ebraico rachamim, la compassione viscerale radicata nella misericordia divina. Il sostantivo plēsíon (v. 36) rispecchia l'ebraico rëaʿ di Levitico 19,18. La formula finale ho poiḗsas tò éleos (v. 37) — «chi gli usò misericordia» — corrisponde all'ebraico ḥesed, l'amore fedele e operativo.

Fonti ebraiche

L'accostamento tra Deuteronomio 6,5 (lo Shemaʿ: l'amore di Dio con tutto il cuore) e Levitico 19,18 (l'amore del prossimo) era già presente nel giudaismo del Secondo Tempio. Rabbi Aqiva indicava Levitico 19,18 come «grande principio della Torah» (kelal gadol ba-Torah); l'insegnamento di Hillel muoveva nella stessa direzione con la formulazione negativa della regola d'oro (b.Shabbat 31a). Il principio del pikuach nefesh — la salvaguardia della vita che sospende ogni altra norma — è fondamento halakhico attestato già nella letteratura tannaitica (cf. Sifra su Lv 18,5). Il concetto di met mitzvah, il dovere di soccorrere e seppellire anche uno sconosciuto, rafforza l'obbligo di intervento. La domanda «chi è il mio prossimo?» riflette dibattiti sull'estensione del termine rëaʿ in Levitico 19,18, attestati anche nella letteratura di Qumran (Regola della Comunità, 1QS). L'immagine del «prossimo» che si fa vicino attraverso il ḥesed è radicata nei profeti (Os 6,6: «voglio l'amore, non il sacrificio»).

Halakhah e dimensione pratica

La pericope si muove interamente entro categorie giuridico-pratiche ebraiche: ogni gesto del Samaritano è misurabile su parametri halakhici concreti, e il fallimento del sacerdote e del levita è un fallimento nell'applicazione della Torah, non la Torah stessa.

Il sacerdote (kohen) era soggetto alle norme di purità levitica (Lv 21,1-4; Nm 19): il contatto con un cadavere produceva tumʾat met, impurità che lo rendeva inabile al servizio del Tempio. Tuttavia, poiché l'uomo era hēmithanê — «mezzo morto», dunque vivo — il principio del pikuach nefesh avrebbe dovuto prevalere su ogni norma di purità: la salvaguardia della vita sospende le altre prescrizioni, come codificato dalla tradizione tannaitica su Lv 18,5. Il levita (ben-Levi), anch'egli legato alla purità del santuario, si trovava nella medesima condizione. Il loro antiparêlthen è dunque un cattivo leggere della Torah, non la Torah che fallisce.

Il Samaritano compie atti riconducibili a precisi obblighi: il soccorso immediato (pikuach nefesh), la cura materiale con olio e vino (gesto concreto di assistenza al bisognoso), il pagamento di due denari (dýo dēnária, due giornate di salario) configurabile come tzedaqah — giustizia distributiva — e l'istituto del shaliach implicito nell'affidamento dell'uomo all'albergatore con mandato di cura e rimborso (cf. m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a: «il mandatario di un uomo è come lui stesso»). La parabola dimostra che il rëaʿ di Lv 19,18 si definisce non per appartenenza etnica ma per il farsi vicino nel ḥesed.

Lettura non sostitutiva

La pericope non relativizza né supera la Torah: il nomikós formula lui stesso la sintesi — Shemaʿ più Lv 19,18 — e Gesù la approva senza riserve («hai risposto bene; fa' questo e vivrai»). La via alla vita rimane la Torah vissuta nell'amore. Il sacerdote e il levita che «passano oltre» sono individui che mancano nella misericordia: il testo non emette un verdetto sul sacerdozio, sul levitico o sul giudaismo, e nessuna lettura antigiudaica è legittimata dal passo. Il Samaritano non rappresenta una comunità superiore ma incarna il «fare» concreto della Torah di Mosè, che egli stesso custodisce nel suo Pentateuco. La parabola dilata il perimetro del rëaʿ dentro Levitico 19,18, non contro di esso: compimento, non sostituzione (cf. Mt 5,17). Israele non è né accusato né sostituito; la distinzione va mantenuta tra l'oligarchia templare (archiereîs) e il popolo (laos), e tra comportamenti individuali e giudizi collettivi. «Va' e anche tu fa' così» è un imperativo di prassi halakhica: la Torah si compie nel gesto.

Note testuali

  • v. 25 — nomikós: esperto della Torah, il sofer; didáskale: vocativo rabbinico, rav; zōḕn aiṓnion klēronomḗsō: «ereditare la vita eterna» = la vita del mondo futuro, ʿolam ha-baʾ.
  • v. 26 — en tô nómōi gégraptai: «nella Torah sta scritto»; gégraptai perfetto, stato perdurante della Scrittura; nómos rende qui תּוֹרָה, non «Legge» in senso normativo astratto.
  • v. 27 — Agapḗseis kýrion tòn theón sou ... tòn plēsíon: Dt 6,5 (Shemaʿ) + Lv 19,18, le due massime della Torah; accostamento attestato in Hillel e Aqiva.
  • v. 28 — Orthôs apekríthēs· toûto poíei kaì zḗsēi: «hai risposto bene; fa' questo e vivrai», eco di Lv 18,5; la Torah è la via alla vita, approvata senza riserve.
  • v. 29 — dikaiôsai heautón: «giustificarsi», presentarsi giusto davanti alla Torah; tís estín mou plēsíon: domanda sul perimetro del rëaʿ di Lv 19,18.
  • v. 30 — lēistaîs: i predoni delle strade di Giudea, i biryonim, insorti armati; hēmithanê: «mezzo morto», cioè vivo — dato decisivo per il pikuach nefesh.
  • v. 31-32 — hiereús: il kohen; Leuítēs: il ben-Levi; antiparêlthen: passò dall'altra parte — mancanza individuale di misericordia, non verdetto sul sacerdozio; la Torah imponeva il soccorso per pikuach nefesh.
  • v. 33 — Samarítēs: lo straniero disprezzato, custode del Pentateuco di Mosè; esplanchnísthē: fu mosso nelle viscere, rachamim.
  • v. 34 — élaion kaì oînon: olio e vino, medicamento usuale, gesto concreto di cura; dýo dēnária: due giornate di salario, atto di tzedaqah concreta.
  • v. 36-37 — plēsíon: rëaʿ, il prossimo di Lv 19,18; ho poiḗsas tò éleos: chi usò ḥesed; Poreúou kaì sỳ poíei homoíōs: imperativo, la halakhah si compie nel gesto.

Domande Frequenti

Perché il sacerdote e il levita passano oltre? È una critica al sacerdozio ebraico?

No. Il testo registra una mancanza individuale di misericordia. Le norme di purità levitica (Lv 21,1-4; Nm 19) avrebbero potuto trattenerli, ma poiché l'uomo era «mezzo morto» — cioè vivo — il principio del pikuach nefesh avrebbe dovuto prevalere. Il loro fallimento è un cattivo leggere della Torah, non un'accusa al giudaismo.

Cosa significa che il Samaritano «si commosse nelle viscere»?

Il greco esplanchnísthē traduce l'ebraico rachamim, la compassione viscerale. Non è emozione generica ma risposta etica concreta: olio, vino, trasporto, pagamento. Il termine àncora il gesto alla tradizione ebraica della misericordia operativa, il ḥesed di Lv 19,18.

La parabola supera o abolisce la Torah?

No. Il nomikós formula la sintesi — Shemaʿ (Dt 6,5) più Lv 19,18 — e Gesù la approva senza riserve: «fa' questo e vivrai» (eco di Lv 18,5). La parabola dilata il perimetro del rëaʿ dentro Levitico 19,18, non contro di esso. È compimento, non sostituzione (cf. Mt 5,17).

Quale istituto halakhico è implicito nell'affidamento dell'uomo all'albergatore?

L'affidamento con mandato di cura e rimborso richiama l'istituto del shaliach: «il mandatario di un uomo è come lui stesso» (m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a). Il Samaritano agisce come mandante responsabile, compiendo un atto di tzedaqah giuridicamente strutturato.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.