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La peccatrice perdonata — Luca 7,36-50

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

La peccatrice perdonata

Lc 7,36-50·NA28·45/156·// Gv 12,1-8 (unzione, distinta)
ἁμαρτωλός=peccatriceἅπτεται=lo tocca (questione di impurità)ἐχαρίσατο=condonò (i due debitori)ἀφέωνται=le sono rimessi (perfetto passivo — passivo divino)πορεύου εἰς εἰρήνην=va' in paceלך לשלום lekh le-shalom
XI domenica T.O. — anno C (Lc 7,36–8,3)
36-50
Greco36 Ἠρώτα δέ τις αὐτὸν τῶν Φαρισαίων ἵνα φάγῃ μετ’ αὐτοῦ· καὶ εἰσελθὼν εἰς ⸂τὸν οἶκον⸃ τοῦ Φαρισαίου ⸀κατεκλίθη. 37 καὶ ἰδοὺ γυνὴ ⸂ἥτις ἦν ἐν τῇ πόλει⸃ ἁμαρτωλός, ⸀καὶ ἐπιγνοῦσα ὅτι ⸀κατάκειται ἐν τῇ οἰκίᾳ τοῦ Φαρισαίου, κομίσασα ἀλάβαστρον μύρου 38 καὶ στᾶσα ⸂ὀπίσω παρὰ τοὺς πόδας αὐτοῦ⸃ κλαίουσα, ⸂τοῖς δάκρυσιν ἤρξατο βρέχειν τοὺς πόδας αὐτοῦ⸃ καὶ ταῖς θριξὶν τῆς κεφαλῆς αὐτῆς ἐξέμασσεν, καὶ κατεφίλει τοὺς πόδας αὐτοῦ καὶ ἤλειφεν τῷ μύρῳ. 39 ἰδὼν δὲ ὁ Φαρισαῖος ὁ καλέσας αὐτὸν εἶπεν ἐν ἑαυτῷ λέγων· Οὗτος εἰ ⸀ἦν προφήτης, ἐγίνωσκεν ἂν τίς καὶ ποταπὴ ἡ γυνὴ ἥτις ἅπτεται αὐτοῦ, ὅτι ἁμαρτωλός ἐστιν. 40 καὶ ἀποκριθεὶς ὁ Ἰησοῦς εἶπεν πρὸς αὐτόν· Σίμων, ἔχω σοί τι εἰπεῖν. ὁ δέ· ⸂Διδάσκαλε, εἰπέ, φησίν⸃. 41 δύο χρεοφειλέται ἦσαν δανιστῇ τινι· ὁ εἷς ὤφειλεν δηνάρια πεντακόσια, ὁ δὲ ἕτερος πεντήκοντα. 42 μὴ ⸀ἐχόντων αὐτῶν ἀποδοῦναι ἀμφοτέροις ἐχαρίσατο. τίς οὖν ⸀αὐτῶν πλεῖον ⸂ἀγαπήσει αὐτόν⸃; 43 ⸀ἀποκριθεὶς Σίμων εἶπεν· Ὑπολαμβάνω ὅτι ᾧ τὸ πλεῖον ἐχαρίσατο. ὁ δὲ εἶπεν αὐτῷ· Ὀρθῶς ἔκρινας. 44 καὶ στραφεὶς πρὸς τὴν γυναῖκα τῷ Σίμωνι ἔφη· Βλέπεις ταύτην τὴν γυναῖκα; εἰσῆλθόν σου εἰς τὴν οἰκίαν, ὕδωρ ⸀μοι ἐπὶ ⸀πόδας οὐκ ἔδωκας· αὕτη δὲ τοῖς δάκρυσιν ἔβρεξέν μου τοὺς πόδας καὶ ταῖς ⸀θριξὶν αὐτῆς ἐξέμαξεν. 45 φίλημά μοι οὐκ ἔδωκας· αὕτη δὲ ἀφ’ ἧς εἰσῆλθον οὐ διέλιπεν καταφιλοῦσά μου τοὺς πόδας. 46 ἐλαίῳ τὴν κεφαλήν μου οὐκ ἤλειψας· αὕτη δὲ μύρῳ ἤλειψεν ⸂τοὺς πόδας μου⸃. 47 οὗ χάριν, λέγω σοι, ἀφέωνται αἱ ἁμαρτίαι αὐτῆς αἱ πολλαί, ὅτι ἠγάπησεν πολύ· ᾧ δὲ ὀλίγον ἀφίεται, ὀλίγον ἀγαπᾷ. 48 εἶπεν δὲ αὐτῇ· Ἀφέωνταί σου αἱ ἁμαρτίαι. 49 καὶ ἤρξαντο οἱ συνανακείμενοι λέγειν ἐν ἑαυτοῖς· Τίς οὗτός ἐστιν ὃς καὶ ἁμαρτίας ἀφίησιν; 50 εἶπεν δὲ πρὸς τὴν γυναῖκα· Ἡ πίστις σου σέσωκέν σε· πορεύου εἰς εἰρήνην.
Lettura Ortodossa36 ⓘ di mangiare con lui; ed ⓘ. 37 Ed ecco una ⓘ, e saputo che era a mensa nella casa del fariseo, portato un ⓘ, 38 e ⓘ, ⓘ e ⓘ, e ⓘ e li ungeva col profumo. 39 Visto cio il ⓘ: «Costui se fosse ⓘ, conoscerebbe chi e e di quale specie e la donna che lo tocca, perche e ⓘ». 40 E rispondendo Gesu gli disse: «ⓘ, ho qualcosa da dirti». E lui: «ⓘ, di'». 41 «Due ⓘ erano a un certo ⓘ: l'uno doveva ⓘ, l'altro ⓘ. 42 Non avendo essi di che ⓘ, ⓘ. Chi dunque di loro lo ⓘ?». 43 Rispondendo Simone disse: «ⓘ colui al quale graziò di piu». Ed egli gli disse: «ⓘ». 44 E voltatosi verso la donna disse a Simone: «Vedi questa donna? ⓘ, ⓘ; lei pero con le ⓘ mi bagnò i piedi e con i ⓘ. 45 ⓘ; lei pero da quando entrai ⓘ. 46 Con olio il mio capo ⓘ; lei pero ⓘ. 47 ⓘ, ⓘ, ⓘ; a chi pero ⓘ». 48 Disse poi a lei: «ⓘ». 49 E cominciarono i ⓘ a dire fra se: «ⓘ?». 50 Disse poi alla donna: «ⓘ, va' in ⓘ».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

L'episodio si colloca nella Galilea del I secolo, in un contesto conviviale documentato dalla letteratura del Secondo Tempio: il banchetto formale (triclinium) con i commensali distesi su un fianco, i piedi rivolti verso l'esterno, prassi ellenistico-romana diffusa anche negli ambienti giudaici urbanizzati. Il fariseo Simone appartiene al movimento dei perushim, laici osservanti dediti allo studio e alla pratica scrupolosa della Torah, distinti dall'oligarchia sadduceo-sacerdotale (archiereîs) che controllava il Tempio. La tradizione lucana documenta più contatti differenziati tra Gesù e i perushim (Lc 7,36; 11,37; 14,1), escludendo la caricatura di ostilità monolitica. La donna è designata come hamartōlós «della città»: notorietà pubblica di una condizione di esclusione halakhica, non necessariamente prostituzione; la sua identificazione con Maria Maddalena è fusione patristica tarda (Gregorio Magno, Hom. 33), priva di base testuale e smentita dalla tradizione esegetica orientale che ha sempre distinto le tre figure.

Analisi lessicale

Il v. 36 usa erōtáō (ērṓta) come richiesta cortese di ospitalità, non ingiunzione; kataklínō (v. 36, kateklíthē) indica la posizione del banchetto formale, dettaglio che spiega come la donna raggiunga i piedi senza conflitto fisico. La donna porta un alábastron mýrou: mýron è olio profumato di alta qualità, distinto dal comune élaion; l'alabastro era contenitore prezioso per nardo o oli aromatici (cf. il nardo di Mc 14,3 valutato 300 denari). Bréchō (v. 38) indica inondazione abbondante, non semplice umidità. Al v. 47 il nodo interpretativo centrale: hóti ēgápēsen polý — hóti è causale-evidenziale del segno conoscitivo, non del fondamento ontologico; la sequenza «si vede che è perdonata in quanto ama molto» è imposta dalla parabola dei vv. 41-43, che ha già stabilito che il condono (charízomai, condono libero per grazia) precede l'amore. Aphéōntai (vv. 47-48) è perfetto passivo: passivum divinum, «Dio le ha perdonate», azione compiuta che permane. Il sigillo al v. 50: hē pístis sou sésōkén se — pístis corrisponde all'ebraico emunah, fiducia-fedeltà che si traduce in atti concreti, non conoscenza segreta; sōzō al perfetto indica salvezza compiuta che permane, con eco di Ab 2,4 «il giusto per la sua fedeltà vivrà». Eirḗnē (v. 50) traduce lo shalom integrale della formula di congedo ebraica lekh le-shalom.

Fonti ebraiche

I tre gesti di ospitalità elencati da Gesù ai vv. 44-46 — acqua per i piedi, bacio di saluto, unzione del capo — trovano radicamento nell'AT: il lavaggio dei piedi al viandante è dovere codificato in Gn 18,4; 19,2; 24,32; 43,24; Gdc 19,21; il rifiuto costituisce mancanza grave di kavod, onore dovuto all'ospite. L'unzione festiva del capo ricorre in Sal 23,5 e 133,2; Qo 9,8. La figura del profeta che «discerne i cuori» richiama 1Sam 16,7 e 2Re 5,26 (Eliseo che vede a distanza), categoria con cui Simone stesso aveva implicitamente interpellato Gesù. L'apertura della parabola con «Simone» è calco del procedimento rabbinico di apertura di un kal va-chomer (argomento halakhico a fortiori). La formula di approvazione orthôs ékrinas (v. 43) corrisponde all'ebraico yafeh dantah, espressione di approvazione magistrale del beit ha-midrash. La sentenza dichiarativa di Gesù al v. 48 rispecchia la funzione profetica di Natan davanti a Davide in 2Sam 12,13, dove il profeta dichiara performativamente la sentenza divina già emessa. La formula finale hē pístis sou sésōkén se applica al singolo la dinamica di Ab 2,4, citata anche in Rm 1,17 e Gal 3,11 come principio ermeneutico centrale.

Halakhah e dimensione pratica

Il principio halakhico strutturante dell'episodio è che il perdono divino precede ogni atto umano di riparazione: la teshuvah autentica è risposta a un condono già ricevuto, non prestazione che lo merita, in accordo con la logica della parabola (vv. 41-43) e contro ogni lettura semipelagiana.

Sul piano giuridico-pratico, il contatto della donna con Gesù attraverso i capelli sciolti in pubblico costituisce una trasgressione documentata in m.Ketubot 7,6, che prevede per la donna che esca a capo scoperto la possibilità di ripudio senza ketubah; il gesto espone pubblicamente la vergogna come parte integrante della teshuvah davanti a testimoni. La condizione di hamartōlós comportava secondo lo standard halakhico farisaico una forma di impurità ritualistica che Simone presume trasmissibile per contatto, applicando implicitamente norme di separazione codificate nella letteratura tannaita. Il triplice schema di ospitalità omessa (acqua-bacio-olio) configura secondo la casistica halakhica un'accoglienza minimale sospettabile di disprezzo trattenuto verso l'ospite onorato. Il prestito nella parabola (vv. 41-42): il prestito a interesse fra Israeliti era vietato dalla Torah (Es 22,24; Lv 25,36-37; Dt 23,20-21), ma la tradizione tannaita in m.Baba Metzi'a 5 codifica varie eccezioni; la parabola usa la cornice del debito come strumento narrativo, non come casuistica. Il congedo finale con eirḗnē/shalom costituisce formalmente la reintegrazione della donna nell'assemblea comunitaria dopo l'esclusione sociale, halakhica e cultuale che la condizione di hamartōlós comportava.

Lettura non sostitutiva

La pericope non istituisce alcuna contrapposizione tra il fariseo e la donna come simbolo di Israele sostituito dalla Chiesa dei gentili: il rimprovero è rivolto all'individuo Simone come ospite poco accogliente, non alla classe dei perushim né al popolo d'Israele. I farisei (perushim) nel testo lucano sono interlocutori, ospiti, osservanti — non «ipocriti» come categoria. La donna stessa è membra del popolo d'Israele (laos), la cui teshuvah è celebrata come compimento della dinamica della fedeltà di Ab 2,4, non come suo abbandono. Il perdono dichiarato da Gesù si inserisce nella tradizione profetica veterotestamentaria (2Sam 12,13: Natan e Davide) senza abolirla: ne è il compimento concreto in una situazione singola. La questione cristologica posta al v. 49 — «chi è costui che perdona i peccati?» — è nel contesto halakhico farisaico domanda legittima, non malevola: il perdono dei peccati era prerogativa di Dio mediata dalla liturgia sacerdotale del Tempio e dalla teshuvah, e la domanda rimane aperta nel testo, senza condanna dei commensali.

Note testuali

  • v. 36 — Ērṓta (erōtáō): richiesta cortese di ospitalità; kateklíthē (kataklínō): posizione del banchetto formale, i piedi rivolti verso l'esterno; Pharisaîos = perushim, laici osservanti, non blocco ostile.
  • v. 37 — hamartōlós: termine tecnico halakhico per chi vive fuori dalla Torah praticata; non implica prostituzione; alábastron mýrou: contenitore prezioso di olio profumato di alta qualità.
  • v. 38 — bréchō: inondare; thrixín ... exémaxen: capelli sciolti in pubblico, atto di teshuvah pubblica trasgressivo per m.Ketubot 7,6; kataphiléō (v. 38 e 45): intensivo, «baciava ripetutamente».
  • vv. 41-43 — danistḗs: creditore; charízomai: condono libero per grazia, non remissione dovuta; pleîon agapḗsei: la sequenza causale è univoca — perdono → amore; orthôs ékrinas: formula di approvazione magistrale = yafeh dantah.
  • vv. 44-46 — triplice schema di ospitalità omessa: acqua per i piedi (Gn 18,4), bacio di saluto, unzione del capo (Sal 23,5); la donna supplisce con sovrabbondanza e con inversione (profumo sui piedi, non sul capo).
  • v. 47 — aphéōntai: perfetto passivo, passivum divinum; hóti ēgápēsen polý: causale-evidenziale del segno, non del merito — «si vede che è perdonata in quanto ama molto»; contro la lettura semipelagiana.
  • v. 48 — Aphéōntaí sou hai hamartíai: dichiarazione performativa profetica (cf. 2Sam 12,13), non arrogazione di prerogativa divina autonoma.
  • v. 49 — Tís hoûtós estin hòs kaì hamartías aphíēsin: domanda legittima nel contesto halakhico — il perdono è prerogativa divina mediata dalla liturgia templare; eco di Lc 5,21.
  • v. 50 — hē pístis sou sésōkén se: pístis = emunah, fiducia-fedeltà in atti; sōzō al perfetto = salvezza compiuta che permane; eirḗnē = shalom integrale, reintegrazione effettiva nella comunità.

Domande Frequenti

Perché la frase «sono perdonati i suoi peccati perché ha molto amato» non significa che la donna abbia meritato il perdono?

La parabola dei vv. 41-43 stabilisce con chiarezza che il creditore condona entrambi i debitori prima che amino: il perdono precede l'amore, non viceversa. Il hóti del v. 47 indica la prova visibile di un perdono già avvenuto (aphéōntai, perfetto), e il sigillo finale àncora la salvezza alla pístis/emunah, non a una prestazione.

Cosa implica halakhicamente il gesto della donna che scioglie i capelli in pubblico?

Secondo m.Ketubot 7,6 la donna che esce a capo scoperto può essere ripudiata senza ketubah: sciogliere i capelli in pubblico era atto riservato all'intimità coniugale. La donna espone deliberatamente la propria vergogna davanti ai testimoni del banchetto come dichiarazione pubblica di teshuvah, trasformando la trasgressione sociale in atto di conversione.

La domanda dei commensali al v. 49 («chi è costui che perdona i peccati?») è malevola?

No: nel contesto halakhico farisaico il perdono dei peccati era prerogativa divina mediata dalla liturgia sacerdotale del Tempio e dalla teshuvah personale, non funzione di un rabbi individuale. La domanda è legittima e teologicamente pertinente; il testo lucano la lascia aperta senza condannare chi la pone.

Come si distingue il fariseo Simone dal «fariseo ipocrita» della caricatura?

Simone ospita Gesù a mensa e lo chiama Didáskale (Rabbi): è interlocutore e ospite, non nemico. Il rimprovero di Gesù è personale — Simone ha omesso le tre mitzvot di ospitalità (acqua, bacio, olio) — e non si estende alla categoria dei perushim, che nella tradizione lucana appaiono come osservanti in rapporto differenziato con Gesù (Lc 7,36; 11,37; 14,1).

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.