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Parabola delle mine — Luca 19,11-27

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Parabola delle mine

11-27
Greco11 Ἀκουόντων δὲ αὐτῶν ταῦτα προσθεὶς εἶπεν παραβολὴν διὰ τὸ ἐγγὺς ⸂εἶναι Ἰερουσαλὴμ αὐτὸν⸃ καὶ δοκεῖν αὐτοὺς ὅτι παραχρῆμα μέλλει ἡ βασιλεία τοῦ θεοῦ ἀναφαίνεσθαι· 12 εἶπεν οὖν· Ἄνθρωπός τις εὐγενὴς ἐπορεύθη εἰς χώραν μακρὰν λαβεῖν ἑαυτῷ βασιλείαν καὶ ὑποστρέψαι. 13 καλέσας δὲ δέκα δούλους ἑαυτοῦ ἔδωκεν αὐτοῖς δέκα μνᾶς καὶ εἶπεν πρὸς αὐτούς· ⸀Πραγματεύσασθε ⸂ἐν ᾧ⸃ ἔρχομαι. 14 οἱ δὲ πολῖται αὐτοῦ ἐμίσουν αὐτόν, καὶ ἀπέστειλαν πρεσβείαν ὀπίσω αὐτοῦ λέγοντες· Οὐ θέλομεν τοῦτον βασιλεῦσαι ἐφ’ ἡμᾶς. 15 καὶ ἐγένετο ἐν τῷ ἐπανελθεῖν αὐτὸν λαβόντα τὴν βασιλείαν καὶ εἶπεν φωνηθῆναι αὐτῷ τοὺς δούλους τούτους οἷς ⸀δεδώκει τὸ ἀργύριον, ἵνα ⸀γνοῖ τί ⸀διεπραγματεύσαντο. 16 παρεγένετο δὲ ὁ πρῶτος λέγων· Κύριε, ἡ μνᾶ σου ⸂δέκα προσηργάσατο⸃ μνᾶς. 17 καὶ εἶπεν αὐτῷ· ⸀Εὖγε, ἀγαθὲ δοῦλε, ὅτι ἐν ἐλαχίστῳ πιστὸς ἐγένου, ἴσθι ἐξουσίαν ἔχων ἐπάνω δέκα πόλεων. 18 καὶ ἦλθεν ὁ δεύτερος λέγων· ⸂Ἡ μνᾶ σου, κύριε⸃, ἐποίησεν πέντε μνᾶς. 19 εἶπεν δὲ καὶ τούτῳ· Καὶ σὺ ⸂ἐπάνω γίνου⸃ πέντε πόλεων. 20 καὶ ⸀ὁ ἕτερος ἦλθεν λέγων· Κύριε, ἰδοὺ ἡ μνᾶ σου ἣν εἶχον ἀποκειμένην ἐν σουδαρίῳ· 21 ἐφοβούμην γάρ σε ὅτι ἄνθρωπος αὐστηρὸς εἶ, αἴρεις ὃ οὐκ ἔθηκας καὶ θερίζεις ὃ οὐκ ἔσπειρας. 22 ⸀λέγει αὐτῷ· Ἐκ τοῦ στόματός σου κρίνω σε, πονηρὲ δοῦλε· ᾔδεις ὅτι ἐγὼ ἄνθρωπος αὐστηρός εἰμι, αἴρων ὃ οὐκ ἔθηκα καὶ θερίζων ὃ οὐκ ἔσπειρα; 23 καὶ διὰ τί οὐκ ἔδωκάς ⸂μου τὸ ἀργύριον⸃ ἐπὶ τράπεζαν; κἀγὼ ἐλθὼν σὺν τόκῳ ἂν ⸂αὐτὸ ἔπραξα⸃. 24 καὶ τοῖς παρεστῶσιν εἶπεν· Ἄρατε ἀπ’ αὐτοῦ τὴν μνᾶν καὶ δότε τῷ τὰς δέκα μνᾶς ἔχοντι— 25 καὶ εἶπαν αὐτῷ· Κύριε, ἔχει δέκα μνᾶς— 26 ⸀λέγω ὑμῖν ὅτι παντὶ τῷ ἔχοντι δοθήσεται, ἀπὸ δὲ τοῦ μὴ ἔχοντος καὶ ὃ ἔχει ⸀ἀρθήσεται. 27 πλὴν τοὺς ἐχθρούς μου ⸀τούτους τοὺς μὴ θελήσαντάς με βασιλεῦσαι ἐπ’ αὐτοὺς ἀγάγετε ὧδε καὶ κατασφάξατε ⸀αὐτοὺς ἔμπροσθέν μου.
Lettura Ortodossa11 Mentre essi ascoltavano queste cose, egli aggiunse una parabola, perché era ormai vicino a Gerusalemme ed essi credevano che il ⓘ. 12 Disse dunque: «Un ⓘ partì per un paese lontano per ⓘ e poi tornare. 13 Chiamati ⓘ, consegnò loro ⓘ e disse loro: «ⓘ fino al mio ritorno». 14 Ma i suoi ⓘ e mandarono dietro a lui un'ambasceria a dire: «ⓘ». 15 Quando egli tornò, avendo ricevuto il titolo regale, fece chiamare quei servi a cui aveva consegnato il denaro, per sapere quanto ciascuno avesse guadagnato negoziando. 16 Si presentò il primo dicendo: «Signore, la tua mina ne ha ⓘ». 17 Gli disse: «ⓘ, poiché in cosa minima sei stato fedele, abbi ⓘ». 18 Venne il secondo dicendo: «Signore, la tua mina ne ha fatte cinque». 19 Anche a costui disse: «Anche tu sii sopra cinque città». 20 E l'altro venne dicendo: «Signore, ecco la tua mina, che ho tenuto riposta in un ⓘ; 21 perché avevo paura di te, perché sei un ⓘ: prendi quanto non hai depositato e mieti là dove non avevi seminato». 22 Gli disse: «ⓘ, servo malvagio! Sapevi che io sono uomo severo, che prendo quanto non ho depositato e mieto dove non ho seminato? 23 E perché non hai consegnato il mio denaro al ⓘ? Io, al mio ritorno, l'avrei riscosso con l'interesse». 24 E disse a quelli che gli stavano davanti: «Toglietegli la mina e datela a colui che ne possiede già dieci». 25 Gli risposero: «Ma, Signore, costui ne ha già dieci!». 26 «Vi dico: ⓘ. 27 Quanto poi a quei miei nemici che non hanno voluto che io regnassi su di loro, conduceteli qui e ⓘ».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

La parabola delle mine (Lc 19,11-27) è pronunciata nei pressi di Gerico, durante la salita pasquale verso Gerusalemme, in un contesto di attesa apocalittica. L'uditorio condivide un'aspettativa diffusa tra i pellegrini: il Regno di Dio si sarebbe manifestato parachrêma — «sull'istante» — all'ingresso nella città santa. Lo scenario parabolico rispecchia un evento noto: alla morte di Erode il Grande (4 a.C.), il figlio Archelao si recò a Roma per ottenere da Augusto la conferma del regno di Giudea; una delegazione di cinquanta notabili giudei e samaritani lo raggiunse per opporsi alla sua nomina, come narra Giuseppe Flavio (Guerra giudaica 2,80-100; Antichità 17,299-320 e 17,9-11). Archelao, ottenuta l'etnarchia, al ritorno represse duramente gli oppositori. Erode il Grande stesso aveva ricevuto il titolo regale da Roma nel 40 a.C. secondo la medesima prassi clientelare.

Analisi lessicale

Il v. 11 introduce la correzione lucana con parachrêma («sull'istante»): un avverbio che qualifica l'attesa come eccessivamente compressa nel tempo. L'espressione méllei hē basileía toû theoû anaphaínesthai — «il regno di Dio sta per manifestarsi» — descrive un'aspettativa di tipo apocalittico-zelota, che Gesù corregge con il racconto.

Al v. 12, eugenḗs designa l'aristocrazia ereditaria; labeîn heautô basileían («ricevere per sé il potere regale») richiama la prassi romana di investitura dei sovrani clienti. Al v. 13, i doûloi sono schiavi domestici di fiducia adibiti ad operazioni economiche; la mnâ vale 100 dracme, circa cento giornate di salario — somma modesta rispetto al talento di Mt 25. L'imperativo Pragmateúsasthe (v. 13) è linguaggio tecnico commerciale: «trafficate, fate affari».

Al v. 14, polîtai sono i sudditi liberi della patria del nobile; la frase Ou thélomen toûton basileûsai eph'hēmâs («non vogliamo che costui regni su di noi») costituisce un rifiuto giuridico dell'investitura. Al v. 21, austērós («aspro, esigente») descrive la percezione che il servo ha del padrone. Al v. 22, Ek toû stómatós sou krínō se («dalla tua bocca ti giudico») richiama il principio per cui la confessione dell'imputato è prova sufficiente. Al v. 23, trápeza indica il banco dei cambiavalute. Al v. 27, katasfáxate («sgozzateli, massacrateli») è lessico della rappresaglia dispotica ellenistico-erodiana.

Fonti ebraiche

L'immagine del servo che rende conto dei beni affidati rinvia alla tradizione sapienziale veterotestamentaria sulla fedeltà nella gestione dei doni ricevuti (Pr 17,2; Sir 10,25). La massima del v. 26 — pantì tô échonti dothḗsetai ... arthḗsetai («a chiunque ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha») — è un loghion sinottico ricorrente (Mc 4,25; Mt 13,12; 25,29) che riflette la logica responsoriale del dono sapienziale: il talento non esercitato si atrofizza.

La figura del servo fedele cui viene affidata autorità più ampia trova paralleli nel motivo veterotestamentario di Giuseppe preposto all'Egitto (Gn 41,40-43) e di Elia che trasferisce il mandato profetico a Eliseo (1 Re 19,19-21). La tradizione tannaitica conosce il principio della custodia responsabile del deposito (piqqadon) e del rendiconto davanti al Cielo: «sappi che il dono ti sarà chiesto indietro» (cf. m.Avot 3,16: «tutto è dato in pegno»). Il contesto della parabola richiama la logica dello shaliach (mandatario): il servo che riceve le mine agisce per conto del padrone con piena responsabilità del mandatario.

Halakhah e dimensione pratica

La parabola mobilita una serie di istituti giuridici riconoscibili per l'uditorio del Secondo Tempio: il servo-agente (doûlos) che opera per il padrone rientra nella categoria dello shaliach, il mandatario il cui atto vale come atto del mandante («sheliaḥ adam kemoto», m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a). La consegna delle mine configura un rapporto di piqqadon (deposito fiduciario) con obbligo di restituzione e rendiconto.

Al v. 22, il principio Ek toû stómatós sou krínō se rispecchia la norma halakhica per cui la confessione dell'imputato costituisce prova, discussa in m.Sanhedrin; la tradizione tannaitica afferma che l'imputato è giudicato dalle sue stesse parole. La trápeza del v. 23 rinvia ai trapezîtai, banchieri-cambisti attivi nel tempio e nell'agorà, che accettavano depositi fruttiferi secondo la prassi greco-romana; il deposito a interesse era giuridicamente distinto dall'usura proibita dalla Torah (neshekh, Lv 25,36-37), e la prassi ellenistica era riconosciuta nei rapporti con non-israeliti. Il premio con «autorità su dieci città» rispecchia la prassi erodiana e dei regni ellenistici di premiare i fedeli con governatorati locali (estratto di una prerogativa regale propria del basiléus).

Lettura non sostitutiva

La parabola non introduce una discontinuità tra Israele e il suo Dio: la logica del rendiconto e della responsabilità dei doni appartiene integralmente alla tradizione sapienziale e profetica di Israele (m.Avot 3,16; Pr 17,2; Ez 34). Il «regno» di cui parla il nobile non sostituisce l'alleanza sinaitica: il compimento lucano si colloca nella linea di Mt 5,17 («non sono venuto ad abolire ma a portare a compimento»).

I «nemici» del v. 27 — toùs ekhthroús mou — designano una categoria politico-narrativa (chi rifiuta la regalità del nobile nella parabola), non un gruppo etnico. Il finale cruento è elemento interno alla figura parabolica del re-despota (Archelao), tratto dal realismo della politica erodiana, e non allegoria del giudizio di Dio sul popolo ebraico. Trasformare katasfáxate in sentenza divina contro Israele è un travisamento storico-esegetico documentato nella historia effectus dell'antisemitismo cristiano, che il testo non autorizza. I perushim e gli altri gruppi giudaici non compaiono nella pericope; la distinzione tra laos (popolo) e oligarchia templare (archiereîs) rimane operativa nell'intero racconto lucano della passione.

Note testuali

  • v. 11 — parachrêma méllei hē basileía toû theoû anaphaínesthai: «sull'istante il regno di Dio sta per manifestarsi»; parachrêma avverbio di immediatezza, corregge l'attesa apocalittica compressa.
  • v. 12 — ánthrōpos eugenḗs: «uomo di nobile stirpe»; eugenḗs = aristocrazia ereditaria; sfondo: Archelao a Roma (4 a.C.), Giuseppe Flavio Antichità 17,9-11.
  • v. 12 — labeîn heautô basileían: «ricevere per sé il potere regale»; prassi clientelare romana, attestata anche per Erode il Grande (40 a.C.).
  • v. 13 — déka doúlous: «dieci servi»; doûloi = schiavi domestici di fiducia per operazioni economiche.
  • v. 13 — déka mnâs: «dieci mine»; 1 mnâ = 100 dracme ≈ 100 giornate lavorative; somma modesta rispetto al talento di Mt 25.
  • v. 13 — Pragmateúsasthe: imperativo aoristo medio di pragmateúomai: «trafficate, fate affari»; linguaggio tecnico commerciale.
  • v. 14 — polîtai autoû emísoun autón: «i suoi concittadini lo odiavano»; eco della delegazione di cinquanta notabili inviata a Roma contro Archelao (Antichità 17,11,1).
  • v. 14 — Ou thélomen toûton basileûsai eph'hēmâs: «non vogliamo che costui regni su di noi»; rifiuto giuridico dell'investitura.
  • v. 16 — déka prosērgásato mnâs: «ha guadagnato altre dieci mine»; prosergázomai = «produrre in aggiunta»; rendimento iperbolico-parabolico.
  • v. 17 — Eûge, agathè doûle: «Benissimo, servo valido!»; Eûge interiezione di approvazione; agathós qui = «capace, efficiente», non solo «moralmente buono».
  • v. 17 — exousían échōn epánō déka póleōn: «avrai autorità su dieci città»; ricompensa sproporzionata, prassi dei regni ellenistici.
  • v. 20 — soudaríōi: latinismo sudarium, tela per asciugare il sudore; usata anche per avvolgere i defunti (Gv 11,44; 20,7).
  • v. 21 — ánthrōpos austērós: «uomo aspro, esigente»; proiezione del servo sulla figura del padrone, propria della percezione popolare degli erodiani.
  • v. 22 — Ek toû stómatós sou krínō se: «dalla tua bocca ti giudico»; principio giuridico della confessione come prova (cf. m.Sanhedrin).
  • v. 23 — trápezan: «banco dei cambiavalute»; i trapezîtai accettavano depositi fruttiferi nella prassi greco-romana.
  • v. 26 — pantì tô échonti dothḗsetai ... arthḗsetai: massima sinottica ricorrente (Mc 4,25; Mt 13,12; 25,29); legge della crescita responsoriale del dono.
  • v. 27 — katasfáxate autoùs émprosthén mou: «sgozzateli davanti a me»; katasfázō = rappresaglia dispotica ellenistico-erodiana; elemento narrativo interno alla figura del re-Archelao, non allegoria teologica.

Domande Frequenti

Perché Gesù usa il modello di Archelao, un personaggio così violento, per parlare del Regno?

Gesù attinge a uno scenario noto all'uditorio (Giuseppe Flavio, Antichità 17,299-320) per rendere riconoscibile il tema del rendiconto. La figura del re-despota serve da cornice narrativa realistica, non da allegoria della natura divina: il punto è la responsabilità dei servi, non la legittimità del sovrano.

Il finale del v. 27 («sgozzateli davanti a me») implica che Dio ucciderà gli ebrei?

No. Katasfáxate è un elemento interno alla parabola del re-despota (Archelao), tratto dal realismo della politica erodiana. I «nemici» sono una categoria politico-narrativa — chi rifiuta la regalità del nobile — non un gruppo etnico. Applicare questo versetto agli ebrei è un travisamento documentato nella storia dell'antisemitismo cristiano.

Cosa significa concretamente «fare fruttare» le mine nel contesto giuridico del Secondo Tempio?

Le mine (1 mnâ = 100 dracme) erano affidate ai servi come piqqadon (deposito fiduciario). Il servo agiva da shaliach (mandatario) del padrone (m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a). Il deposito presso la trápeza (banco dei cambiavalute) era la via minima di rendimento attesa dal mandante.

La massima «a chi ha sarà dato» è un'invenzione cristiana o ha radici nella tradizione giudaica?

La logica responsoriale del dono appartiene alla tradizione sapienziale di Israele: m.Avot 3,16 afferma che tutto è dato in pegno e sarà chiesto indietro. Il loghion sinottico (Mc 4,25; Mt 13,12; 25,29; Lc 19,26) ne è una formulazione concentrata, non una rottura con la tradizione.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.