Torna alle Fonti

Gesù e Beelzebùl — Luca 11,14-23

Testo parallelo dei Vangeli: greco (SBLGNT) · lettura ortodossa

567 pericopi

Gesù e Beelzebùl

14-23
Greco14 Καὶ ἦν ἐκβάλλων ⸀δαιμόνιον κωφόν· ἐγένετο δὲ τοῦ δαιμονίου ἐξελθόντος ἐλάλησεν ὁ κωφός. καὶ ἐθαύμασαν οἱ ὄχλοι· 15 τινὲς δὲ ἐξ αὐτῶν εἶπον· Ἐν Βεελζεβοὺλ ⸀τῷ ἄρχοντι τῶν δαιμονίων ἐκβάλλει τὰ δαιμόνια· 16 ἕτεροι δὲ πειράζοντες σημεῖον ⸂ἐξ οὐρανοῦ ἐζήτουν παρ’ αὐτοῦ⸃. 17 αὐτὸς δὲ εἰδὼς αὐτῶν τὰ διανοήματα εἶπεν αὐτοῖς· Πᾶσα βασιλεία ἐφ’ ἑαυτὴν διαμερισθεῖσα ἐρημοῦται, καὶ οἶκος ἐπὶ οἶκον πίπτει. 18 εἰ δὲ καὶ ὁ Σατανᾶς ἐφ’ ἑαυτὸν διεμερίσθη, πῶς σταθήσεται ἡ βασιλεία αὐτοῦ; ὅτι λέγετε ἐν Βεελζεβοὺλ ἐκβάλλειν με τὰ δαιμόνια. 19 εἰ δὲ ἐγὼ ἐν Βεελζεβοὺλ ἐκβάλλω τὰ δαιμόνια, οἱ υἱοὶ ὑμῶν ἐν τίνι ἐκβάλλουσιν; διὰ τοῦτο ⸂αὐτοὶ ὑμῶν κριταὶ⸃ ἔσονται. 20 εἰ δὲ ἐν δακτύλῳ ⸀θεοῦ ἐκβάλλω τὰ δαιμόνια, ἄρα ἔφθασεν ἐφ’ ὑμᾶς ἡ βασιλεία τοῦ θεοῦ. 21 ὅταν ὁ ἰσχυρὸς καθωπλισμένος φυλάσσῃ τὴν ἑαυτοῦ αὐλήν, ἐν εἰρήνῃ ἐστὶν τὰ ὑπάρχοντα αὐτοῦ· 22 ἐπὰν ⸀δὲ ἰσχυρότερος ⸀αὐτοῦ ἐπελθὼν νικήσῃ αὐτόν, τὴν πανοπλίαν αὐτοῦ αἴρει ἐφ’ ᾗ ἐπεποίθει, καὶ τὰ σκῦλα αὐτοῦ διαδίδωσιν. 23 ὁ μὴ ὢν μετ’ ἐμοῦ κατ’ ἐμοῦ ἐστιν, καὶ ὁ μὴ συνάγων μετ’ ἐμοῦ σκορπίζει.
Lettura Ortodossa14 Gesù stava scacciando un ⓘ; uscito il demonio, il muto parlò. E le ⓘ ne furono prese da ⓘ. 15 Ma alcuni di loro dissero: «ⓘ, egli scaccia i demoni». 16 Altri, ⓘ, chiedevano da lui un ⓘ. 17 Egli, conoscendo i loro ⓘ, disse loro: «Ogni ⓘ, e una casa cade sull'altra. 18 Se anche Satana, ⓘ l'avversario, è diviso contro se stesso, come starà in piedi la sua ⓘ? Poiché voi dite che io scaccio i demoni per mezzo di Beelzebùl. 19 Ma se io scaccio i demoni per mezzo di Beelzebùl, i ⓘ — i mekashfim, gli esorcisti ebrei operanti dentro Israele — per mezzo di chi li scacciano? L'accusa è autocontraddittoria: se l'esorcismo ebraico è da Dio, lo è anche il suo. Per questo, con un argomento dal minore al maggiore (qal va-chomer) ⓘ, saranno loro i vostri giudici. 20 Ma se è col dito di Dio (etzba Elohim) ⓘ che scaccio i demoni, allora è giunta a voi la Malkhut di Dio, il suo Regno ⓘ. 21 Quando il ⓘ custodisce il suo cortile, ciò che possiede è in pace; 22 ma quando ⓘ, gli toglie la ⓘ e ne distribuisce le ⓘ. 23 ⓘ, e ⓘ».
Approfondimento storico-halakhico

Contesto storico

La controversia su Beelzebùl (Lc 11,14-23) si colloca nella Palestina del I secolo, in un contesto in cui la pratica esorcistica era diffusa e riconosciuta nel giudaismo del Secondo Tempio: Flavio Giuseppe descrive esorcisti ebrei operanti in Israele (Antichità 8,45-49), e i testi di Qumran (11Q11) attestano formule apotropaiche per lo scongiuro degli spiriti. Gli accusatori — distinti dalla folla degli am ha-aretz — non contestano il fatto dell'esorcismo ma ne disputano la fonte, dentro una controversia pienamente intra-giudaica. Il nome Beelzebùl, deformazione di Ba'al-zevul («signore dell'altura») o Ba'al-zevuv («signore delle mosche», divinità di Ekron in 2Re 1,2-3), era già entrato nella demonologia giudaica del tempo come designazione del «capo dei demoni». La richiesta di un «segno dal cielo» si inscrive nella pratica profetica contestata, sulla scia della critica veterotestamentaria al prodigio su domanda (cf. Is 7,11-12).

Analisi lessicale

Il daimónion kōphón (v. 14) designa uno spirito il cui effetto è il mutismo della vittima: kōphós qualifica la condizione del posseduto, non la natura del demone. Il verbo ekbállō («scacciare», vv. 15.19.20) indica un'espulsione autorevole, non una tecnica rituale. L'espressione en daktýlōi theoû (v. 20) riprende fedelmente il greco dei LXX di Esodo 8,15 — dove i maghi del faraone confessano etzba Elohim (אֶצְבַּע אֱלֹהִים) — e ancóra l'operato di Gesù alla potenza liberatrice dell'Esodo, lontano da qualsiasi deriva tecnico-magica. Il verbo éphthasen (v. 20, da phthánō) non indica un evento futuro ma l'avvenuto sopraggiungere: la malkhut (מַלְכוּת) di Dio è già irrotta nel presente, inaugurata ma non ancora pienamente compiuta. Il termine tà dianoḗmata (v. 17) indica le macchinazioni recondite degli accusatori, rese manifeste da Gesù prima ancora che siano espresse. La coppia ischyrós / ischyróteros (vv. 21-22) oppone la potenza di Satana a quella superiore di Gesù, secondo un'immagine ripresa da Isaia 49,24-25. Panoplía (v. 22) è il termine tecnico per l'armamento completo del soldato; tà skûla diadídōsin (v. 22) descrive la ridistribuzione del bottino, figura della liberazione dei prigionieri. Il binomio synágōn / skorpízei (v. 23) evoca la tradizione pastorale veterotestamentaria (cf. Ez 34,12; Ger 23,1-2) sul raccogliere e disperdere il gregge.

Fonti ebraiche

Il «dito di Dio» (Es 8,15) costituisce il centro scritturistico del brano: i maghi d'Egitto, incapaci di riprodurre il terzo flagello, riconoscono nell'azione di Dio ciò che nessuna magia può imitare. La stessa espressione ricorre per le tavole della Legge (Es 31,18; Dt 9,10), dove il «dito di Dio» è strumento di rivelazione e alleanza. L'immagine del forte vinto da uno più forte allude a Isaia 49,24-25 («si può forse strappare la preda al forte?»), riletto come promessa di liberazione escatologica. Il principio del regno diviso che «va in rovina» trova eco nei midrashim che applicano l'immagine della casa divisa alle faide interne di Israele, in particolare nelle controversie tra le scuole di Hillel e Shammai. La figura di ha-satan (Gb 1,6-12; Zc 3,1-2) è quella dell'accusatore celeste del giudaismo del Secondo Tempio, ben distinta dal principio dualistico assoluto della gnosi posteriore — distinzione che il testo presuppone e che va preservata.

Halakhah e dimensione pratica

La pratica esorcistica nel giudaismo del I secolo non era un'anomalia né una concessione al mondo ellenistico: rientrava in un quadro normativo riconosciuto, in cui l'agente operava come shaliach (שָׁלִיחַ) di Dio, con mandato autorevole — principio sintetizzato dalla formula sheliaḥ adam kemoto («il mandatario di un uomo è come lui stesso», m.Berakhot 5,5; Qiddushin 43a). L'argomentazione di Gesù al v. 19 applica il ragionamento qal va-chomer (קַל וָחֹמֶר), la prima delle sette middot di Hillel: se gli esorcisti ebrei — «i vostri figli» — operano lecitamente, a maggior ragione non può essere demoniaca l'opera di Gesù. Questa tecnica argomentativa (cf. autoì hymôn kritaì ésontai, v. 19) è canonica nelle dispute halakhiche e implica che gli stessi accusatori, con la loro prassi, smontano la propria obiezione. La distinzione tra la folla degli hoi óchloi — il popolo della terra (am ha-aretz, m.Demai 2,3) — e gli accusatori di scuola rispecchia le stratificazioni sociali e halakhiche del tempo: i ḥaverim (חֲבֵרִים), aggregati alle confraternite di scrupolosa osservanza, erano distinti sia dai «popolani» sia dagli esorcisti itineranti. La legittimità dell'esorcismo è attestata anche dai figli di Sceva (At 19,13-14), operatori riconosciuti nel panorama giudaico, il che rende l'accusa rivolta a Gesù non solo infondata ma internamente contraddittoria.

Lettura non sostitutiva

La controversia si svolge interamente all'interno del giudaismo del I secolo: non è Gesù contro Israele, ma un dibattito tra giudei sulla fonte di un potere esorcistico che tutte le parti riconoscono reale. Il richiamo al «dito di Dio» — formula che nell'Esodo attestava la continuità dell'alleanza contro l'oppressione — inserisce l'opera di Gesù nella catena della liberazione inaugurata al Sinai, non in rottura con essa. L'affermazione che il «regno di Dio è giunto» (éphthasen) non annuncia la fine di Israele ma l'irruzione della malkhut promessa dai profeti in mezzo al popolo. I «vostri figli» (v. 19), gli esorcisti ebrei, sono riconosciuti come agenti legittimi: il disaccordo riguarda l'identità e il mandato di Gesù, non la validità della tradizione in cui operano. Il detto finale (v. 23) esige alleanza cristologica di fronte all'irromper del Regno, ma in senso opposto a qualsiasi condanna collettiva: la chiamata è rivolta a individui, non a un popolo.

Note testuali

  • v. 14 — daimónion kōphón: «demonio muto» — kōphós qualifica l'effetto sul posseduto, non la natura dello spirito; l'esorcismo era prassi diffusa nel giudaismo del Secondo Tempio (11Q11; Flavio Giuseppe, Antichità 8,45-49).
  • v. 15 — En Beelzeboùl tô árchonti tôn daimoníōn: «per mezzo di Beelzebùl, il capo dei demoni» — deformazione di Ba'al-zevul / Ba'al-zevuv (2Re 1,2-3); l'accusa contesta la fonte, non il fatto: controversia interna al giudaismo.
  • v. 16 — sēmeîon ex ouranoû: «segno dal cielo» — richiesta di un'ōt messianica; peirázontes («per metterlo alla prova») usa lo stesso verbo della tentazione nel deserto (Lc 4,2), segnalando intento ostile, non semplice curiosità.
  • v. 17 — tà dianoḗmata: «i ragionamenti reconditi» — Gesù legge le macchinazioni non espresse degli accusatori; pâsa basileía... diameristheîsa erēmoûtai: principio sapienziale sul regno diviso, applicato nelle dispute rabbiniche alla rovina di Israele per faide interne.
  • v. 18 — ho Satanâs: ha-satan (שָׂטָן), «l'accusatore» (Gb 1,6-12; Zc 3,1-2); figura dell'avversario celeste del giudaismo del Secondo Tempio, distinta dal principio dualistico della gnosi posteriore.
  • v. 19 — hoi hyioì hymôn: «i vostri figli» = esorcisti ebrei operanti in Israele (cf. At 19,13-14); autoì hymôn kritaì ésontai: argomentazione per qal va-chomer, prima delle sette middot di Hillel — l'accusa è autocontraddittoria.
  • v. 20 — en daktýlōi theoû: «dito di Dio» = etzba Elohim (אֶצְבַּע אֱלֹהִים), citazione di Es 8,15 (i maghi del faraone; cf. le tavole della Legge, Es 31,18; Dt 9,10); éphthasen: la malkhut è già sopraggiunta, inaugurata nel presente.
  • v. 21-22 — ho ischyròs kathōplisménos: «il forte ben armato» = Satana che detiene i prigionieri; panoplía: armamento completo; tà skûla diadídōsin: ridistribuzione del bottino = liberazione dei prigionieri (cf. Is 49,24-25).
  • v. 23 — ho mḕ ṑn met'emoû kat'emoû estin: «chi non è con me è contro di me» — allegianza cristologica di fronte all'irruzione della malkhut, diversa dalla formula inclusiva di Lc 9,50 (sul settarismo); synágōn / skorpízei: immagine pastorale (cf. Ez 34,12; Ger 23,1-2).

Domande Frequenti

Perché Gesù cita «il dito di Dio» invece di invocare lo Spirito Santo come fa Matteo 12,28?

Luca preserva l'idioma esodico originale di Esodo 8,15, dove i maghi del faraone riconoscono etzba Elohim nelle piaghe d'Egitto. Matteo 12,28 interpreta con «Spirito di Dio»: le due formulazioni convergono, ma Luca àncora esplicitamente l'esorcismo alla catena della liberazione inaugurata al Sinai, evitando derive spiritualiste.

Chi erano esattamente «i vostri figli» del versetto 19?

Sono gli esorcisti ebrei operanti in Israele, riconosciuti come agenti legittimi della tradizione: Flavio Giuseppe ne descrive la pratica (Antichità 8,45-49) e Atti 19,13-14 cita i figli di Sceva. L'argomentazione per qal va-chomer implica che accusare Gesù senza accusare questi esorcisti è halakhicamente incoerente.

Il detto «chi non è con me è contro di me» contraddice Luca 9,50?

No: i due detti operano su piani diversi. Luca 9,50 («chi non è contro di voi è per voi») riguarda il settarismo dei discepoli verso esorcisti esterni al gruppo. Luca 11,23 esige una presa di posizione individuale di fronte all'irruzione della malkhut: davanti al Regno che sopraggiunge, la neutralità non è disponibile.

Il testo implica una condanna del popolo ebraico?

No: la controversia è intra-giudaica, tra Gesù e alcuni accusatori, non tra Gesù e Israele. Gli esorcisti ebrei («i vostri figli») sono riconosciuti come legittimi; la folla degli am ha-aretz reagisce con stupore. La chiamata all'alleanza cristologica (v. 23) è rivolta a individui, non a un popolo.

Riferimenti biblici

Testo greco: The Greek New Testament: SBL Edition, © 2010 Society of Biblical Literature and Logos Bible Software, CC BY 4.0.